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	Commenti a: Fuori tempo massimo	</title>
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		Di: Giulio Savelli		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Savelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Una volta, negli anni Settanta, c&#039;era ricorrente l&#039;accusa a questo o a quell&#039;iniziativa di essere mero &quot;volontarismo&quot;. Io condivido tutto cio&#039; che e&#039; scritto in questo articolo (mi e&#039; piaciuto moltissimo): &quot;assumere l&#039;orizzonte della crisi come proprio orizzonte&quot; e &quot;convivere con la precarieta&#039;&quot; mi pare siano atti ineludibili. Mi interrogo pero&#039; sul significato di &quot;salvare l&#039;etica della discussione&quot;. Mi chiedo cioe&#039;: se non esistono le condizioni storiche per la discussione intesa come atto pubblico denso di significato (vorrei ricordare una lettura pertinente: il vecchio Vita activa, di Hanna Arendt), e questa e&#039; invece un intreccio di voci private rese visibili (la cosa va comunque meglio definita e compresa), non si tratta di un atto di &#039;volontarismo&#039; predicare l&#039;etica della discussione? Rispondere &quot;cha altro si puo&#039; fare?&quot; non vale. Per esempio: Carla Benedetti ritiene - se ho capito bene il suo pensiero - che appartenga esclusivamente alla libera scelta di ciascuno cambiare il mondo. Io sospetto che invece la nostra liberta&#039; sia assai minore. Temo che lo spazio consenta un adattamento individuale, non un&#039;azione collettiva. 
Qualcuno forse puo&#039; chiedermi cosa ci sto a fare qui. Mi piacerebbe sentire, credo, opinioni varie sulle dimensioni della gabbia comune, la distanza dalle pareti, l&#039;altezza  del soffitto ecc. E ovviamente buone ragioni opposte al mio dubbio.

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Una volta, negli anni Settanta, c&#8217;era ricorrente l&#8217;accusa a questo o a quell&#8217;iniziativa di essere mero &#8220;volontarismo&#8221;. Io condivido tutto cio&#8217; che e&#8217; scritto in questo articolo (mi e&#8217; piaciuto moltissimo): &#8220;assumere l&#8217;orizzonte della crisi come proprio orizzonte&#8221; e &#8220;convivere con la precarieta&#8217;&#8221; mi pare siano atti ineludibili. Mi interrogo pero&#8217; sul significato di &#8220;salvare l&#8217;etica della discussione&#8221;. Mi chiedo cioe&#8217;: se non esistono le condizioni storiche per la discussione intesa come atto pubblico denso di significato (vorrei ricordare una lettura pertinente: il vecchio Vita activa, di Hanna Arendt), e questa e&#8217; invece un intreccio di voci private rese visibili (la cosa va comunque meglio definita e compresa), non si tratta di un atto di &#8216;volontarismo&#8217; predicare l&#8217;etica della discussione? Rispondere &#8220;cha altro si puo&#8217; fare?&#8221; non vale. Per esempio: Carla Benedetti ritiene &#8211; se ho capito bene il suo pensiero &#8211; che appartenga esclusivamente alla libera scelta di ciascuno cambiare il mondo. Io sospetto che invece la nostra liberta&#8217; sia assai minore. Temo che lo spazio consenta un adattamento individuale, non un&#8217;azione collettiva.<br />
Qualcuno forse puo&#8217; chiedermi cosa ci sto a fare qui. Mi piacerebbe sentire, credo, opinioni varie sulle dimensioni della gabbia comune, la distanza dalle pareti, l&#8217;altezza  del soffitto ecc. E ovviamente buone ragioni opposte al mio dubbio.</p>
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