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	Commenti a: La collettività che manca # 2	</title>
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		Di: Gustavo P.		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo P.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E&#8217; sintomatico che il dibattito più acceso in &#8220;Nazione indiana&#8221; negli ultimi tempi si sia snodato intorno ad un articolo di Raul Montanari attinto in &#8220;Glamour&#8221;. Un pezzo leggero, molto leggero, ha attratto una discussione pesante, molto pesante. Cinque amici che parlano di donne come  stessero al bar (mentre sono in un raffinato quanto asettico salotto milanese) hanno la capacità di scatenare  una reazione che fa dimenticare l&#8217;effetto scatenante, il quale rimane in realtà ben poca cosa. Se una farfalla vola a Tokio scatena degli effetti che raggiungono me (Gadda). E così il punto di approdo di questa discussione consiste proprio in un ribaltamento della posizione iniziale: la fondazione di una autentica comunità. Montanari è &#8211; ripeto &#8211; la goccia che fa traboccare il vaso,  l&#8217;ignaro iniziatore di un processo, dal quale presto esce di scena, per ricomparire come una scialba comparsa in un intervento di risposta che dice ben poco: &#8220;Tengo famiglia&#8221;, e altre cose del genere.
Ma egli ci ha consentito di dire qualcosa di molto importante: per dirla col vecchio Montale, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Non siamo dei quarantenni figli di papà attratti dal miraggio del successo, che porta con sé il denaro facile e la donna facile, immaginata non solo come disponibile al nostro piacere, ma sulla quale anche è possibile  articolare un discorso che ne annulli la persona e ogni parvenza di affetto; la donna secondo l&#8217;iconografia più deteriore, che la rappresenta come un insieme di buchi da tappare, di superfici lucide su cui riflettere il proprio inguaribile narcisismo, la propria immagine sbiadita e incapace di vedere l&#8217;altro. Cinque giovani che fanno tutto questo,  cioè che si posizionano in questo modo, in un appartamento milanese amorfo e privo d&#8217;ogni appartenenza, che dicono cose di questo genere, sono già una comunità, e che comunità! Ebbene, le voci che si sono levate subito, hanno detto chiaro e tondo, sia pure con toni e sfumature diverse e con qualche rara eccezione di consenso, questo: &#8220;Noi non siamo questa comunità, noi non vogliamo una simile comunità&#8221;. Grazie, dunque, a Montanari, che ci ha dato la possibilità di sapere queste cose, sia pure in negativo.
Ora, gli interventi che si sono succeduti a me paiono importanti perché, tolti al loro isolamento, che è l&#8217;isolamento nel quale ciascuno di noi opera, restituiscono l&#8217;immagine di una vera comunità pensante, che si ribella allo stereotipo e propone temi e strategie, proposte operative che tentano un diverso cammino, immaginano altri luoghi di colloquio, uomini animati da ben altro spirito che non sia la superficialità, l&#8217;amoralità dei giovanotti ritratti da Montanari. Non so se i redattori di &#8220;Zibaldoni e altre meraviglie&#8221; sono pienamente coscienti di tutto questo, ma sembrerebbe di sì, dal momento che il loro intervento ha chiuso con la caterva di critiche (anche aspre, anche offensive nei confronti di alcuni redattori di &#8220;Nazione indiana&#8221;), facendo il punto della situazione e spiegando che forse, a questo punto, il discorso va indirizzato verso la realizzazione della comunità inesistente, la quale, sia pure in forma latente, a mio avviso, già esiste. Certamente ha fatto bene Benedetti a, per così dire, voltare pagina, ad inaugurarne una nuova, in modo tale da superare, come lei stessa dice, il tono conflittuale che, a un certo punto, sembra[va] aver preso il sopravvento. Ora gli interventi dovrebbero essere mirati non tanto più alla polemica ad personam, più o meno giustificata, quanto alla costruzione della comunità inesistente. Bisognerebbe evitare che queste voci (quelle che si sono levate contra Montanari) alla ricerca della vera comunità rimangano voces clamantes in deserto, fare in modo che si incontrino, si armonizzino, divengano concerto. La comunità non è qualcosa che si costruisce una volta per sempre, ma ha bisogno di continue conferme. Essa si regge su un perenne colloquio, sullo scambio inesauribile di idee, di progetti, richiede un mutuo raccontarsi storie, nel quale vive non solo il piacere di chi racconta, ma anche lo sguardo attento e le reazioni emotive di chi ascolta. Se tutto tace, se nessuno più mi rivolge la parola, se io stesso non ho più un interlocutore, allora vuol dire che la comunità è morta. Ma così è morto anche l&#8217;individuo, il cui corpo non dice più nulla agli altri corpi nei quali dovrebbe essere in posizione di contiguità, cioè di comunicazione affettiva. Qualcun altro mi dirà come mi devo muovere, come mi devo vestire, come devo parlare, che cosa devo dire, che cosa devo scrivere. Qualcun altro mi pagherà se sarò obbediente, se non avrò un&#8217;idea personale, se sarò uguale agli altri. Chi sia questo altro, è presto detto: colui che ha potere su di me, che può darmi dei soldi per prezzolare il mio comportamento, la mia scrittura. Diventerò lo scrittore prezzolato al pari degli altri  scrittori prezzolati, ma con loro non costruirò mai una comunità perché sarò il loro concorrente, il loro nemico (se ci fosse stata una donna nel clan descritto da Montanari, i cinque maschietti di sarebbero sbranati a vicenda). La mia comunità sarà quella che qualcun altro avrà per me preparato, la comunità dei servi prezzolati viventi nell&#8217;allevamento del potente che mi pagherà per consumare e per produrre. Io produrrò storie per gli altri che produrranno per me beni di prima necessità, cibo, vestiti, scarpe, eccetera.
Penso che la vera genuina comunità abbia in sorte di vivere sempre una vita parallela rispetto alla comunità fittizia costruita per sé dal potente. La vera comunità costruita sul fondamento dell&#8217;amicizia e  dei rapporti d&#8217;affetto avrà vita lunga lontano dal potere, dove le diverse solitudini si incontrano e comunicano e si dicono il loro disorientamento e la loro frustrazione. Ma guai se il potente solo le volga lo sguardo! Esso all&#8217;istante la riduce in polvere, l&#8217;annienta e la fagocita, facendo piazza pulita in un baleno dei discorsi affettuosi, degli scambi sinceri, come anche della critica più severa e spietata. Lo sguardo del potente ti perde. Per questo motivo a me sembra piuttosto ingenua, nel senso italiano (cioè dettata da poca esperienza) e latino (propria di uomini che presumono di essere liberi) del termine, la proposta dei curatori di &#8220;Zibaldoni e altre meraviglie&#8221;. Io sono molto scettico che bastino i loro toni da santoni indiani, la loro gestualità sottintensa volta  a ricondurre all&#8217;unità il molteplice, per dar vita a una vera comunità. Il potere è troppo forte per piagarsi a  questi richiami. E tuttavia il loro tentativo è encomiabile e addita una strada da seguire. Il mio scetticismi nasce dalla considerazione che oggi anche la critica più feroce del potere e dei meccanismi letterari ad esso connessi (così bene messi in luce da Benedetti) funziona come un ricostituente per il potere medesimo, che di essa si avvale per ripristinare a un livello superiore i propri meccanismi di dominio.
Questo Moloch può essere abbattuto? Penso che non possa esserlo, perché la vita dell&#8217;umanità è regolata e diretta da questa potente divinità. Ma è possibile, pur sottostando a questo Moloch, non perdere di vista il senso più intimo della nostra vita, che rimane sempre negli affetti che legano il grande corpo dell&#8217;umanità. Se il potere è irriducibile alle ragioni dell&#8217;umanità, che almeno l&#8217;umanità sia irriducibile alle ragioni del potere. Forse questa è l&#8217;unica via d&#8217;uscita, l&#8217;unica ancora di salvezza che ci sia rimasta. Se il potente di turno mi paga per scrivere, io ne prenderò i soldi, giocando d&#8217;astuzia, ma continuerò a fare il mio lavoro per la comunità che ho immaginato, non per il potente che mi paga. Rischierò, rischierò di essere tagliato fuori,  di non essere più iscritto nel libro paga del potente, rischierò di rimanere vittima della mia astuzia. Ma se la comunità, o la semplice immaginazione di essa, grazie al mio intervento sarà sopravvissuta e si sarà rigenerata, io avrò assolto il mio compito, sarà stato degno dell&#8217;umanità e non mi sarò venduto. Io la penso così; e voi?

Gustavo P.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; sintomatico che il dibattito più acceso in &#8220;Nazione indiana&#8221; negli ultimi tempi si sia snodato intorno ad un articolo di Raul Montanari attinto in &#8220;Glamour&#8221;. Un pezzo leggero, molto leggero, ha attratto una discussione pesante, molto pesante. Cinque amici che parlano di donne come  stessero al bar (mentre sono in un raffinato quanto asettico salotto milanese) hanno la capacità di scatenare  una reazione che fa dimenticare l&#8217;effetto scatenante, il quale rimane in realtà ben poca cosa. Se una farfalla vola a Tokio scatena degli effetti che raggiungono me (Gadda). E così il punto di approdo di questa discussione consiste proprio in un ribaltamento della posizione iniziale: la fondazione di una autentica comunità. Montanari è &#8211; ripeto &#8211; la goccia che fa traboccare il vaso,  l&#8217;ignaro iniziatore di un processo, dal quale presto esce di scena, per ricomparire come una scialba comparsa in un intervento di risposta che dice ben poco: &#8220;Tengo famiglia&#8221;, e altre cose del genere.<br />
Ma egli ci ha consentito di dire qualcosa di molto importante: per dirla col vecchio Montale, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Non siamo dei quarantenni figli di papà attratti dal miraggio del successo, che porta con sé il denaro facile e la donna facile, immaginata non solo come disponibile al nostro piacere, ma sulla quale anche è possibile  articolare un discorso che ne annulli la persona e ogni parvenza di affetto; la donna secondo l&#8217;iconografia più deteriore, che la rappresenta come un insieme di buchi da tappare, di superfici lucide su cui riflettere il proprio inguaribile narcisismo, la propria immagine sbiadita e incapace di vedere l&#8217;altro. Cinque giovani che fanno tutto questo,  cioè che si posizionano in questo modo, in un appartamento milanese amorfo e privo d&#8217;ogni appartenenza, che dicono cose di questo genere, sono già una comunità, e che comunità! Ebbene, le voci che si sono levate subito, hanno detto chiaro e tondo, sia pure con toni e sfumature diverse e con qualche rara eccezione di consenso, questo: &#8220;Noi non siamo questa comunità, noi non vogliamo una simile comunità&#8221;. Grazie, dunque, a Montanari, che ci ha dato la possibilità di sapere queste cose, sia pure in negativo.<br />
Ora, gli interventi che si sono succeduti a me paiono importanti perché, tolti al loro isolamento, che è l&#8217;isolamento nel quale ciascuno di noi opera, restituiscono l&#8217;immagine di una vera comunità pensante, che si ribella allo stereotipo e propone temi e strategie, proposte operative che tentano un diverso cammino, immaginano altri luoghi di colloquio, uomini animati da ben altro spirito che non sia la superficialità, l&#8217;amoralità dei giovanotti ritratti da Montanari. Non so se i redattori di &#8220;Zibaldoni e altre meraviglie&#8221; sono pienamente coscienti di tutto questo, ma sembrerebbe di sì, dal momento che il loro intervento ha chiuso con la caterva di critiche (anche aspre, anche offensive nei confronti di alcuni redattori di &#8220;Nazione indiana&#8221;), facendo il punto della situazione e spiegando che forse, a questo punto, il discorso va indirizzato verso la realizzazione della comunità inesistente, la quale, sia pure in forma latente, a mio avviso, già esiste. Certamente ha fatto bene Benedetti a, per così dire, voltare pagina, ad inaugurarne una nuova, in modo tale da superare, come lei stessa dice, il tono conflittuale che, a un certo punto, sembra[va] aver preso il sopravvento. Ora gli interventi dovrebbero essere mirati non tanto più alla polemica ad personam, più o meno giustificata, quanto alla costruzione della comunità inesistente. Bisognerebbe evitare che queste voci (quelle che si sono levate contra Montanari) alla ricerca della vera comunità rimangano voces clamantes in deserto, fare in modo che si incontrino, si armonizzino, divengano concerto. La comunità non è qualcosa che si costruisce una volta per sempre, ma ha bisogno di continue conferme. Essa si regge su un perenne colloquio, sullo scambio inesauribile di idee, di progetti, richiede un mutuo raccontarsi storie, nel quale vive non solo il piacere di chi racconta, ma anche lo sguardo attento e le reazioni emotive di chi ascolta. Se tutto tace, se nessuno più mi rivolge la parola, se io stesso non ho più un interlocutore, allora vuol dire che la comunità è morta. Ma così è morto anche l&#8217;individuo, il cui corpo non dice più nulla agli altri corpi nei quali dovrebbe essere in posizione di contiguità, cioè di comunicazione affettiva. Qualcun altro mi dirà come mi devo muovere, come mi devo vestire, come devo parlare, che cosa devo dire, che cosa devo scrivere. Qualcun altro mi pagherà se sarò obbediente, se non avrò un&#8217;idea personale, se sarò uguale agli altri. Chi sia questo altro, è presto detto: colui che ha potere su di me, che può darmi dei soldi per prezzolare il mio comportamento, la mia scrittura. Diventerò lo scrittore prezzolato al pari degli altri  scrittori prezzolati, ma con loro non costruirò mai una comunità perché sarò il loro concorrente, il loro nemico (se ci fosse stata una donna nel clan descritto da Montanari, i cinque maschietti di sarebbero sbranati a vicenda). La mia comunità sarà quella che qualcun altro avrà per me preparato, la comunità dei servi prezzolati viventi nell&#8217;allevamento del potente che mi pagherà per consumare e per produrre. Io produrrò storie per gli altri che produrranno per me beni di prima necessità, cibo, vestiti, scarpe, eccetera.<br />
Penso che la vera genuina comunità abbia in sorte di vivere sempre una vita parallela rispetto alla comunità fittizia costruita per sé dal potente. La vera comunità costruita sul fondamento dell&#8217;amicizia e  dei rapporti d&#8217;affetto avrà vita lunga lontano dal potere, dove le diverse solitudini si incontrano e comunicano e si dicono il loro disorientamento e la loro frustrazione. Ma guai se il potente solo le volga lo sguardo! Esso all&#8217;istante la riduce in polvere, l&#8217;annienta e la fagocita, facendo piazza pulita in un baleno dei discorsi affettuosi, degli scambi sinceri, come anche della critica più severa e spietata. Lo sguardo del potente ti perde. Per questo motivo a me sembra piuttosto ingenua, nel senso italiano (cioè dettata da poca esperienza) e latino (propria di uomini che presumono di essere liberi) del termine, la proposta dei curatori di &#8220;Zibaldoni e altre meraviglie&#8221;. Io sono molto scettico che bastino i loro toni da santoni indiani, la loro gestualità sottintensa volta  a ricondurre all&#8217;unità il molteplice, per dar vita a una vera comunità. Il potere è troppo forte per piagarsi a  questi richiami. E tuttavia il loro tentativo è encomiabile e addita una strada da seguire. Il mio scetticismi nasce dalla considerazione che oggi anche la critica più feroce del potere e dei meccanismi letterari ad esso connessi (così bene messi in luce da Benedetti) funziona come un ricostituente per il potere medesimo, che di essa si avvale per ripristinare a un livello superiore i propri meccanismi di dominio.<br />
Questo Moloch può essere abbattuto? Penso che non possa esserlo, perché la vita dell&#8217;umanità è regolata e diretta da questa potente divinità. Ma è possibile, pur sottostando a questo Moloch, non perdere di vista il senso più intimo della nostra vita, che rimane sempre negli affetti che legano il grande corpo dell&#8217;umanità. Se il potere è irriducibile alle ragioni dell&#8217;umanità, che almeno l&#8217;umanità sia irriducibile alle ragioni del potere. Forse questa è l&#8217;unica via d&#8217;uscita, l&#8217;unica ancora di salvezza che ci sia rimasta. Se il potente di turno mi paga per scrivere, io ne prenderò i soldi, giocando d&#8217;astuzia, ma continuerò a fare il mio lavoro per la comunità che ho immaginato, non per il potente che mi paga. Rischierò, rischierò di essere tagliato fuori,  di non essere più iscritto nel libro paga del potente, rischierò di rimanere vittima della mia astuzia. Ma se la comunità, o la semplice immaginazione di essa, grazie al mio intervento sarà sopravvissuta e si sarà rigenerata, io avrò assolto il mio compito, sarà stato degno dell&#8217;umanità e non mi sarò venduto. Io la penso così; e voi?</p>
<p>Gustavo P.</p>
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