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	Commenti a: Lettera da Leuca # 1	</title>
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		<title>
		Di: Federica		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/08/08/lettera-da-leuca-1/#comment-571</link>

		<dc:creator><![CDATA[Federica]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[... ha notato che nel dirmi &quot;brava, continui così&quot;, anche lei, signor Blasius, stava facendo dell&#039;ironia? Diversamente, ritengo abbia un modo piuttosto originale di farmi i complimenti...
Ah, la questione del &quot;grande scrittore&quot; l&#039;ha tirata in ballo lei. Ci sono metodi migliori per impiegare il tempo libero che mettere in bocca agli altri cose che non hanno mai detto - il fatto che io le pensi davvero oppure no, poi, è un particolare secondario.Mi pento di aver rinunciato anni addietro a fare quell&#039;esame di sociologia: avrei avuto di che argomentare...
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230; ha notato che nel dirmi &#8220;brava, continui così&#8221;, anche lei, signor Blasius, stava facendo dell&#8217;ironia? Diversamente, ritengo abbia un modo piuttosto originale di farmi i complimenti&#8230;<br />
Ah, la questione del &#8220;grande scrittore&#8221; l&#8217;ha tirata in ballo lei. Ci sono metodi migliori per impiegare il tempo libero che mettere in bocca agli altri cose che non hanno mai detto &#8211; il fatto che io le pensi davvero oppure no, poi, è un particolare secondario.Mi pento di aver rinunciato anni addietro a fare quell&#8217;esame di sociologia: avrei avuto di che argomentare&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: gherardo bortolotti		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/08/08/lettera-da-leuca-1/#comment-509</link>

		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi sembra che nella discussione circa &quot;la comunità che manca&quot; debbano essere 
considerati due elementi che sono, come si usa dire, i convitati di pietra di 
ogni tentativo di dare vita ad un nuovo dibattito letterario. Uno è l&#039;industria 
editoriale e l&#039;effetto totalizzante che ha su qualunque comunità letteraria. 
L&#039;altro è il problema estetico. 

Per quel che riguarda l&#039;industria editoriale, mi limito a dire le due banalità 
che tutti sanno (anche perché più in là non saprei andare). C&#039;è stato, con il 
passaggio anni &#039;70/anni &#039;80 una disgregazione dell&#039;ambiente intellettuale 
italiano, per motivi diversi e che, onestamente, non cercherei neppure di 
schematizzare. Al suo posto, ed al posto di un dibattito culturale e letterario, 
si è collocata l&#039;industria editoriale che, se pure esisteva anche prima, doveva 
convivere con istanze molto forti della cultura. Questa, lungi dall&#039;essere 
spaventata o &quot;schifata&quot; dall&#039;industria (al di là delle critiche e dell&#039;analisi, 
è ovvio), l&#039;ha utilizzata con successo e intelligenza (non sto a parlare di 
Vittorini, Calvino, il Gruppo &#039;63, Pasolini, etc.). Ora qualunque tentativo di 
dare luogo ad un vero dibattito che &quot;faccia cultura&quot; (penso sia questo il nucleo 
di tutta la discussione, altrimenti perché porsi il problema di una nuova 
comunità?) deve misurasi con un modo di farla che è egemone e che non ha la 
minima intenzione di lasciare il proprio posto. Benedetti e Moresco accennano a 
questo fatto ma, alla fine, pongono solo una questione confusamente etica, senza 
tra l&#039;altro approfondire la loro peculiare posizione di &quot;interni&quot; al modo di 
fare cultura che si dovrebbe cambiare. Alcuni, invece, accennano al fatto che ci 
si possa affidare alla rete come possibile luogo di libertà ma se, da una parte, 
la rete è sicuramente un nuovo luogo dove fare letteratura, ed in cui non c&#039;è 
bisogno di &quot;passare dall&#039;editor&quot; per pubblicare, dall&#039;altra non si deve pensare 
che si possa trasferire, armi e bagagli, la letteratura sul web. Un nuovo 
supporto implica un nuovo testo ed una nuova idea del testo (e sarebbe da 
dimostrare che sia ancora un testo, o letteratura). Questo porta al secondo 
punto che mi sembra sia da tenere in considerazione.

Il secondo elemento, dunque, che mi sembra si dovrebbe affrontare, e che non 
viene assolutamente affrontato, è il problema estetico. Dato che si parla di 
letteratura e la letteratura, come ogni arte, muove le proprie mosse sul piano 
estetico, è questo che va considerato per primo. Quello che intendo è che la 
collettività che ora manca (secondo l&#039;assunto della discussione) non potrebbe 
formarsi che a partire da una serie di problemi estetici su cui lavorare in 
comunità, appunto. Se la comunità si riduce ad una petizione di principio e di 
appartenenza (magari formulata in negativo, in contrasto rispetto ad altre 
realtà) non mi sembra che abbia molti sbocchi se non, nel caso migliore, la 
semplice sopravvivenza. Se si decide di utilizzare le rete come nuovo supporto 
della letteratura, come si diceva, bisogna affrontare i problemi estetici che il 
nuovo supporto introduce nella produzione di letteratura. Mi sembra intuitivo 
che leggere un romanzo a schermo non è umanamente possibile. E comunque, al di 
là della migrazione sulla rete, rimane il fatto che se si considerano inadeguate 
la letteratura e la cultura di oggi non è solo un problema di editor maligni e 
case editrici votate all&#039;instupidimento nazionale (cose vere, per altro, se si 
deve credere a Moresco che lo dice da &quot;dentro&quot;). La questione andrebbe 
analizzata in modo un po&#039; più radicale e tenendo conto che è un problema di 
forme che non riescono più a gestire i contenuti. In effetti, per esempio, la 
cosa che mi sembra molto interessante nell&#039;iniziativa di De Vivo e di Virgilio, 
e che apre in questo senso un dibattito più concreto su una nuova comunità 
letteraria, è proprio l&#039;idea di recuperare una struttura come quella dello 
zibaldone e farla diventare il perno di una serie di lavori, considerazioni, 
etc. di fonti ed ispirazioni differenti. Ovvero: si pone un problema estetico, 
come risposta all&#039;insoddisfazione che date posizioni, anch&#039;esse estetiche, 
producono, ed eventualmente si raccolgono delle risposte, varie e 
differentemente compatibili.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sembra che nella discussione circa &#8220;la comunità che manca&#8221; debbano essere<br />
considerati due elementi che sono, come si usa dire, i convitati di pietra di<br />
ogni tentativo di dare vita ad un nuovo dibattito letterario. Uno è l&#8217;industria<br />
editoriale e l&#8217;effetto totalizzante che ha su qualunque comunità letteraria.<br />
L&#8217;altro è il problema estetico. </p>
<p>Per quel che riguarda l&#8217;industria editoriale, mi limito a dire le due banalità<br />
che tutti sanno (anche perché più in là non saprei andare). C&#8217;è stato, con il<br />
passaggio anni &#8217;70/anni &#8217;80 una disgregazione dell&#8217;ambiente intellettuale<br />
italiano, per motivi diversi e che, onestamente, non cercherei neppure di<br />
schematizzare. Al suo posto, ed al posto di un dibattito culturale e letterario,<br />
si è collocata l&#8217;industria editoriale che, se pure esisteva anche prima, doveva<br />
convivere con istanze molto forti della cultura. Questa, lungi dall&#8217;essere<br />
spaventata o &#8220;schifata&#8221; dall&#8217;industria (al di là delle critiche e dell&#8217;analisi,<br />
è ovvio), l&#8217;ha utilizzata con successo e intelligenza (non sto a parlare di<br />
Vittorini, Calvino, il Gruppo &#8217;63, Pasolini, etc.). Ora qualunque tentativo di<br />
dare luogo ad un vero dibattito che &#8220;faccia cultura&#8221; (penso sia questo il nucleo<br />
di tutta la discussione, altrimenti perché porsi il problema di una nuova<br />
comunità?) deve misurasi con un modo di farla che è egemone e che non ha la<br />
minima intenzione di lasciare il proprio posto. Benedetti e Moresco accennano a<br />
questo fatto ma, alla fine, pongono solo una questione confusamente etica, senza<br />
tra l&#8217;altro approfondire la loro peculiare posizione di &#8220;interni&#8221; al modo di<br />
fare cultura che si dovrebbe cambiare. Alcuni, invece, accennano al fatto che ci<br />
si possa affidare alla rete come possibile luogo di libertà ma se, da una parte,<br />
la rete è sicuramente un nuovo luogo dove fare letteratura, ed in cui non c&#8217;è<br />
bisogno di &#8220;passare dall&#8217;editor&#8221; per pubblicare, dall&#8217;altra non si deve pensare<br />
che si possa trasferire, armi e bagagli, la letteratura sul web. Un nuovo<br />
supporto implica un nuovo testo ed una nuova idea del testo (e sarebbe da<br />
dimostrare che sia ancora un testo, o letteratura). Questo porta al secondo<br />
punto che mi sembra sia da tenere in considerazione.</p>
<p>Il secondo elemento, dunque, che mi sembra si dovrebbe affrontare, e che non<br />
viene assolutamente affrontato, è il problema estetico. Dato che si parla di<br />
letteratura e la letteratura, come ogni arte, muove le proprie mosse sul piano<br />
estetico, è questo che va considerato per primo. Quello che intendo è che la<br />
collettività che ora manca (secondo l&#8217;assunto della discussione) non potrebbe<br />
formarsi che a partire da una serie di problemi estetici su cui lavorare in<br />
comunità, appunto. Se la comunità si riduce ad una petizione di principio e di<br />
appartenenza (magari formulata in negativo, in contrasto rispetto ad altre<br />
realtà) non mi sembra che abbia molti sbocchi se non, nel caso migliore, la<br />
semplice sopravvivenza. Se si decide di utilizzare le rete come nuovo supporto<br />
della letteratura, come si diceva, bisogna affrontare i problemi estetici che il<br />
nuovo supporto introduce nella produzione di letteratura. Mi sembra intuitivo<br />
che leggere un romanzo a schermo non è umanamente possibile. E comunque, al di<br />
là della migrazione sulla rete, rimane il fatto che se si considerano inadeguate<br />
la letteratura e la cultura di oggi non è solo un problema di editor maligni e<br />
case editrici votate all&#8217;instupidimento nazionale (cose vere, per altro, se si<br />
deve credere a Moresco che lo dice da &#8220;dentro&#8221;). La questione andrebbe<br />
analizzata in modo un po&#8217; più radicale e tenendo conto che è un problema di<br />
forme che non riescono più a gestire i contenuti. In effetti, per esempio, la<br />
cosa che mi sembra molto interessante nell&#8217;iniziativa di De Vivo e di Virgilio,<br />
e che apre in questo senso un dibattito più concreto su una nuova comunità<br />
letteraria, è proprio l&#8217;idea di recuperare una struttura come quella dello<br />
zibaldone e farla diventare il perno di una serie di lavori, considerazioni,<br />
etc. di fonti ed ispirazioni differenti. Ovvero: si pone un problema estetico,<br />
come risposta all&#8217;insoddisfazione che date posizioni, anch&#8217;esse estetiche,<br />
producono, ed eventualmente si raccolgono delle risposte, varie e<br />
differentemente compatibili.</p>
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		<title>
		Di: Zibaldoni e altre meraviglie		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/08/08/lettera-da-leuca-1/#comment-508</link>

		<dc:creator><![CDATA[Zibaldoni e altre meraviglie]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Moresco, 
noi vorremmo provare a fare ancora qualche passo in avanti insieme, se le va, tralasciando il risentimento che alcuni interventi piuttosto duri, come per esempio quello di Gustavo, hanno potuto produrre.
D’accordo, lei ha parlato di “letteratura di genere” e di “genere letteratura”. Condividiamo appieno la formula, tanto è vero che ne facciamo una bandiera della nostra rivista, anche se lei, Moresco, riconoscerà che è un formula non nuova e in fondo non foriera di troppe novità o aperture riguardo al tema che qui si sta sviscerando. Non è questa, per noi, la parte interessante del suo ragionamento. A noi interessa la parte etica della questione letteraria, la parte attiva, quella che spinge gli scrittori a confrontarsi e a parlare di cosa è possibile fare per difendersi dall’eventualità di essere ridotti a schiavi di un sistema fagocitante, e che inoltre esorta a resistere a tutti gli orizzonti di crisi e di morte che ci attraggono sempre, come ricorda bene Giulio Savelli, ma ai quali bisogna almeno provare ad opporre una sostanza di vita o vita sostanziale, al di là di tutti i razionalissimi dubbi. È su questo che forse le chiedeva un parere, magari con modi un po’ bruschi, Gustavo P., caro Moresco, non sulle formule critiche o sulla sua poetica, che francamente possono interessare relativamente, almeno fino a questo momento. Non è ai suoi libri, insomma, che bisogna arrivare e fermarsi, ma ai libri del futuro, se mai ce ne saranno ancora di belli come certamente sono i suoi. Cosa fa, lei, Moresco, oltre che denunciare la situazione attuale, ovvero per controbatterla? Scrive libri? Ma ci sono milioni di persone che scrivono libri! “Sono uno scrittore” – lei replicherà – “cos’altro dovrei fare?”. Scrivere, certo; ma senza dimenticare che quello che scriviamo cade in un mondo nel quale viviamo insieme ad altri con certe regole, etc. Ecco perché la questione è tutta politica, almeno dal punto di vista che interessa qui a tutti, comunitariamente. Pertanto non si tratta di mettere avanti l’autorità dei libri scritti rispetto a un universo degenerato, non si tratta di sostituire a una autorità ingiusta un’altra autorità più giusta. Non è di questo che si tratta. In NI si sta discutendo della possibilità di sostituire all’autorità, che è sempre oppressiva, una comunità, ossia qualcosa di aperto e di mai definitivo che si svolge a partire dagli altri che sono diversi da noi, prima, o oltre, che da noi stessi. Lo “scrittore che scrive” citato da Gustavo P. è forse lo scrittore che non ha bisogno di pubblicare libri con questo sistema editoriale per affermare la propria identità; è lo scrittore che, se necessario, fa un uso talmente improprio della letteratura, da non pubblicare assolutamente da nessuna parte i suoi libri, o solo su fogli volanti o solo su riviste sconosciutissime o solo per pochi amici. Lo “scrittore che ha scritto”, invece, è esattamente lo scrittore impelagato nei suoi problemi di critica viscerale, ma di incapacità all’azione. La solita, vecchia storia: ‘il mondo fa schifo, io però resto nel mondo, perché… cos’altro si può fare?’
E invece bisogna uscire fuori da questo mondo, andare in alto, oltre, al di là. Come? Non lo sappiamo, non lo sa nessuno, bisogna scoprirlo. Ma qui sta il bello. Se voi ci state, bisogna partire insieme per fondare una comunità in una terra ancora da scoprire, bisogna abbandonare se stessi e portare il dono del proprio vuoto, della propria miseria, umilmente, a chi vorrà accoglierlo per farne tesoro e per ringraziarci a sua volta con il suo vuoto, la sua miseria. L’idea di comunità non indica una “proprietà”, una “appartenenza”, una “autorità” da conquistare. La comunità a cui pensiamo noi indica piuttosto una situazione di  disperazione, di isolamento, e quindi la propria solitudine, il proprio isolamento che si fanno “munus”, dono, insieme a quello di altri (comunità = “cum” “munus”) nella nostra stessa condizione. La “comunità” non può avere a che fare con il “proprio”; ha a che fare, invece, con l’alterità, con il profondo abisso mortale dell’altro che ci insidia e ci guarda e ci chiede di accettarlo, e quindi di ascoltarne le ragioni – mentre noi vorremmo ucciderlo, perché Caino è nato prima di Abele ed è stanziale e assassino, “autoritario” per natura.
Nella sua lettera, Moresco, si sente a tratti un tono di pienezza poco gradevole. I suoi problemi e, come dice Gustavo P. con severità, le sue geremiadi riempiono tutto lo spazio della sua scrittura anche con discrezione e sobrietà, ma non diventano mai dono comunitario per gli altri, non indicano una via “alternativa”. Non a caso alla fine l’unica cosa che lei può rivendicare sono i libri che ha scritto. No, Moresco, non possiamo rivendicare i libri che abbiamo scritto, perché ce ne sono ancora moltissimi altri da scrivere, molto più importanti di quelli già scritti. È questi che dobbiamo sforzarci di immaginare, di aprire alla possibilità, di rendere vivi e presenti nel futuro a partire da qui. Sono i libri del futuro che dobbiamo salvare, non quelli “già scritti”. La sua frase: “Vogliamo esordire” ci pare che volesse significare proprio questo, o adesso non vale più?
Scusi la lunghezza, siamo sempre suoi (e vostri) con affetto,
Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
www.zibaldoni.it]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Moresco,<br />
noi vorremmo provare a fare ancora qualche passo in avanti insieme, se le va, tralasciando il risentimento che alcuni interventi piuttosto duri, come per esempio quello di Gustavo, hanno potuto produrre.<br />
D’accordo, lei ha parlato di “letteratura di genere” e di “genere letteratura”. Condividiamo appieno la formula, tanto è vero che ne facciamo una bandiera della nostra rivista, anche se lei, Moresco, riconoscerà che è un formula non nuova e in fondo non foriera di troppe novità o aperture riguardo al tema che qui si sta sviscerando. Non è questa, per noi, la parte interessante del suo ragionamento. A noi interessa la parte etica della questione letteraria, la parte attiva, quella che spinge gli scrittori a confrontarsi e a parlare di cosa è possibile fare per difendersi dall’eventualità di essere ridotti a schiavi di un sistema fagocitante, e che inoltre esorta a resistere a tutti gli orizzonti di crisi e di morte che ci attraggono sempre, come ricorda bene Giulio Savelli, ma ai quali bisogna almeno provare ad opporre una sostanza di vita o vita sostanziale, al di là di tutti i razionalissimi dubbi. È su questo che forse le chiedeva un parere, magari con modi un po’ bruschi, Gustavo P., caro Moresco, non sulle formule critiche o sulla sua poetica, che francamente possono interessare relativamente, almeno fino a questo momento. Non è ai suoi libri, insomma, che bisogna arrivare e fermarsi, ma ai libri del futuro, se mai ce ne saranno ancora di belli come certamente sono i suoi. Cosa fa, lei, Moresco, oltre che denunciare la situazione attuale, ovvero per controbatterla? Scrive libri? Ma ci sono milioni di persone che scrivono libri! “Sono uno scrittore” – lei replicherà – “cos’altro dovrei fare?”. Scrivere, certo; ma senza dimenticare che quello che scriviamo cade in un mondo nel quale viviamo insieme ad altri con certe regole, etc. Ecco perché la questione è tutta politica, almeno dal punto di vista che interessa qui a tutti, comunitariamente. Pertanto non si tratta di mettere avanti l’autorità dei libri scritti rispetto a un universo degenerato, non si tratta di sostituire a una autorità ingiusta un’altra autorità più giusta. Non è di questo che si tratta. In NI si sta discutendo della possibilità di sostituire all’autorità, che è sempre oppressiva, una comunità, ossia qualcosa di aperto e di mai definitivo che si svolge a partire dagli altri che sono diversi da noi, prima, o oltre, che da noi stessi. Lo “scrittore che scrive” citato da Gustavo P. è forse lo scrittore che non ha bisogno di pubblicare libri con questo sistema editoriale per affermare la propria identità; è lo scrittore che, se necessario, fa un uso talmente improprio della letteratura, da non pubblicare assolutamente da nessuna parte i suoi libri, o solo su fogli volanti o solo su riviste sconosciutissime o solo per pochi amici. Lo “scrittore che ha scritto”, invece, è esattamente lo scrittore impelagato nei suoi problemi di critica viscerale, ma di incapacità all’azione. La solita, vecchia storia: ‘il mondo fa schifo, io però resto nel mondo, perché… cos’altro si può fare?’<br />
E invece bisogna uscire fuori da questo mondo, andare in alto, oltre, al di là. Come? Non lo sappiamo, non lo sa nessuno, bisogna scoprirlo. Ma qui sta il bello. Se voi ci state, bisogna partire insieme per fondare una comunità in una terra ancora da scoprire, bisogna abbandonare se stessi e portare il dono del proprio vuoto, della propria miseria, umilmente, a chi vorrà accoglierlo per farne tesoro e per ringraziarci a sua volta con il suo vuoto, la sua miseria. L’idea di comunità non indica una “proprietà”, una “appartenenza”, una “autorità” da conquistare. La comunità a cui pensiamo noi indica piuttosto una situazione di  disperazione, di isolamento, e quindi la propria solitudine, il proprio isolamento che si fanno “munus”, dono, insieme a quello di altri (comunità = “cum” “munus”) nella nostra stessa condizione. La “comunità” non può avere a che fare con il “proprio”; ha a che fare, invece, con l’alterità, con il profondo abisso mortale dell’altro che ci insidia e ci guarda e ci chiede di accettarlo, e quindi di ascoltarne le ragioni – mentre noi vorremmo ucciderlo, perché Caino è nato prima di Abele ed è stanziale e assassino, “autoritario” per natura.<br />
Nella sua lettera, Moresco, si sente a tratti un tono di pienezza poco gradevole. I suoi problemi e, come dice Gustavo P. con severità, le sue geremiadi riempiono tutto lo spazio della sua scrittura anche con discrezione e sobrietà, ma non diventano mai dono comunitario per gli altri, non indicano una via “alternativa”. Non a caso alla fine l’unica cosa che lei può rivendicare sono i libri che ha scritto. No, Moresco, non possiamo rivendicare i libri che abbiamo scritto, perché ce ne sono ancora moltissimi altri da scrivere, molto più importanti di quelli già scritti. È questi che dobbiamo sforzarci di immaginare, di aprire alla possibilità, di rendere vivi e presenti nel futuro a partire da qui. Sono i libri del futuro che dobbiamo salvare, non quelli “già scritti”. La sua frase: “Vogliamo esordire” ci pare che volesse significare proprio questo, o adesso non vale più?<br />
Scusi la lunghezza, siamo sempre suoi (e vostri) con affetto,<br />
Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio<br />
<a href="http://www.zibaldoni.it" rel="nofollow ugc">http://www.zibaldoni.it</a></p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Gustavo P.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/08/08/lettera-da-leuca-1/#comment-507</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gustavo P.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Moresco,

lei parla di “accuse” da me fatte a Montanari, dalle quali Montanari stesso dovrebbe “difendersi”. Ma qui nessuno sta facendo processi, né ha mai parlato di “accuse” e “attacchi” (mi viene in mente un certo signor B…). Io porto, nella discussione comune, semplicemente degli argomenti, che mi aspetto siano chiariti o indeboliti. Se poi questi argomenti pesano come macigni sulle false coscienze degli altri, non è un problema mio, ma loro. Se lei legge bene gli interventi (compreso l’ultimo) di Montanari, forse si renderà conto di cosa voglio dire: sono privi di qualsiasi argomento, ma pieni di una caterva di invettive, improperi e offese vere e proprie, anche pesantissime, non solo nei miei confronti, ma nei confronti di tutti i lettori di NI. Lei, Moresco, di questo non parla, non so perché; invece si lamenta, implicitamente, del mio “stile”, confondendolo a bella posta con quello esibizionista e aggressivo dei narcisi internettiani, e si fa beffe del mio tono, che non contiene mai alcuna offesa né sgarbo nei suoi confronti come nei confronti degli altri, ma solo argomenti: dare del “servo” a uno argomentando perché, non è la stessa cosa che dirgli “servo” e basta, non crede? Insomma, io credo che sia il tono (e il lessico) di altri, Montanari in primis, a doversi giudicare reprensibile, non  il mio. Come mai lei, allora, non si è sbilanciato sul tono di Montanari: perché forse lo condivide, o perché uno “scrittore che ha scritto” non si tocca?

Certamente io non ho mai sostenuto che bisogna vivere obbligatoriamente una vita separata rispetto al mercato e ai mediatori culturali, anche se questa, tra le tante, potrebbe essere un’ipotesi praticabile. E nemmeno voglio sostenere l’infinita “libertà” di internet, la sua assoluta ‘differenza’. Però lei dovrebbe prendere atto di una cosa: oggi la rete (e non “loro”, ossia il sistema editoriale, con il quale, tra l’altro, a me non interessa nemmeno interloquire più di tanto, e non gliela “do vinta” per il semplice motivo che io con “loro” non gareggio) consente ancora la “possibilità” - badi bene: solo la “possibilità” - di pensare più agilmente, insieme, una comunità svincolata dai pescecani del profitto. Tale “possibilità” consiste in sostanza nel permettere di allestire tanti luoghi di confronto e creatività che altrimenti sarebbero impensabili, per tutta una serie di ragioni, non ultima quella economica. Forse non a caso si dice che internet è il mezzo espressivo dei poveri. Lei disprezza e liquida la tecnologia con troppa superficialità, e perciò preferisce stare con un piede fuori e uno dentro (non si capisce perché). Dovrebbe invece imparare a scorgere nella rete – come in tutte le situazioni – un mondo variegato e infinito che potrebbe essere un’anticipazione del suo destino e del destino di tutti. Questo non vuol dire approvarla o subirla o usarla passivamente, la rete, e perciò io parlavo di “possibilità”, perché sta poi all’”azione” dei singoli e delle comunità che si immaginano il futuro, imparare a sfruttare uno strumento, qualsiasi strumento, nel modo giusto, cioè secondo giustizia. Magari prima che arrivino gli altri a imporci la loro usabilità, che certamente sarà consona al potere e ai suoi antichissimi, infelici, sempre ingiusti meccanismi di controllo.

Mi risponda con tutta la calma che le serve, se mi vuol rispondere, e magari mi faccia sapere, se trova un po’ di tempo, come io ho già fatto (e non ripeto) con lei, quali sono le parti interessanti del mio scritto, che pure dice di aver trovato; altrimenti taccia pure. Nessuno gliene farà mai una colpa o la considererà un cafone, non si preoccupi. Le sue parole, come le mie, come quelle di tutti, non sono una proprietà privata, ma servono a un unico fine invisibile che ci sovrasta. Se non parlerà lei, parlerà un altro, e, ne sia certo, il discorso, che deve trovare la sua via, alla fine la troverà comunque, con o senza di lei o di me.
Con affetto.
Gustavo P.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Moresco,</p>
<p>lei parla di “accuse” da me fatte a Montanari, dalle quali Montanari stesso dovrebbe “difendersi”. Ma qui nessuno sta facendo processi, né ha mai parlato di “accuse” e “attacchi” (mi viene in mente un certo signor B…). Io porto, nella discussione comune, semplicemente degli argomenti, che mi aspetto siano chiariti o indeboliti. Se poi questi argomenti pesano come macigni sulle false coscienze degli altri, non è un problema mio, ma loro. Se lei legge bene gli interventi (compreso l’ultimo) di Montanari, forse si renderà conto di cosa voglio dire: sono privi di qualsiasi argomento, ma pieni di una caterva di invettive, improperi e offese vere e proprie, anche pesantissime, non solo nei miei confronti, ma nei confronti di tutti i lettori di NI. Lei, Moresco, di questo non parla, non so perché; invece si lamenta, implicitamente, del mio “stile”, confondendolo a bella posta con quello esibizionista e aggressivo dei narcisi internettiani, e si fa beffe del mio tono, che non contiene mai alcuna offesa né sgarbo nei suoi confronti come nei confronti degli altri, ma solo argomenti: dare del “servo” a uno argomentando perché, non è la stessa cosa che dirgli “servo” e basta, non crede? Insomma, io credo che sia il tono (e il lessico) di altri, Montanari in primis, a doversi giudicare reprensibile, non  il mio. Come mai lei, allora, non si è sbilanciato sul tono di Montanari: perché forse lo condivide, o perché uno “scrittore che ha scritto” non si tocca?</p>
<p>Certamente io non ho mai sostenuto che bisogna vivere obbligatoriamente una vita separata rispetto al mercato e ai mediatori culturali, anche se questa, tra le tante, potrebbe essere un’ipotesi praticabile. E nemmeno voglio sostenere l’infinita “libertà” di internet, la sua assoluta ‘differenza’. Però lei dovrebbe prendere atto di una cosa: oggi la rete (e non “loro”, ossia il sistema editoriale, con il quale, tra l’altro, a me non interessa nemmeno interloquire più di tanto, e non gliela “do vinta” per il semplice motivo che io con “loro” non gareggio) consente ancora la “possibilità” &#8211; badi bene: solo la “possibilità” &#8211; di pensare più agilmente, insieme, una comunità svincolata dai pescecani del profitto. Tale “possibilità” consiste in sostanza nel permettere di allestire tanti luoghi di confronto e creatività che altrimenti sarebbero impensabili, per tutta una serie di ragioni, non ultima quella economica. Forse non a caso si dice che internet è il mezzo espressivo dei poveri. Lei disprezza e liquida la tecnologia con troppa superficialità, e perciò preferisce stare con un piede fuori e uno dentro (non si capisce perché). Dovrebbe invece imparare a scorgere nella rete – come in tutte le situazioni – un mondo variegato e infinito che potrebbe essere un’anticipazione del suo destino e del destino di tutti. Questo non vuol dire approvarla o subirla o usarla passivamente, la rete, e perciò io parlavo di “possibilità”, perché sta poi all’”azione” dei singoli e delle comunità che si immaginano il futuro, imparare a sfruttare uno strumento, qualsiasi strumento, nel modo giusto, cioè secondo giustizia. Magari prima che arrivino gli altri a imporci la loro usabilità, che certamente sarà consona al potere e ai suoi antichissimi, infelici, sempre ingiusti meccanismi di controllo.</p>
<p>Mi risponda con tutta la calma che le serve, se mi vuol rispondere, e magari mi faccia sapere, se trova un po’ di tempo, come io ho già fatto (e non ripeto) con lei, quali sono le parti interessanti del mio scritto, che pure dice di aver trovato; altrimenti taccia pure. Nessuno gliene farà mai una colpa o la considererà un cafone, non si preoccupi. Le sue parole, come le mie, come quelle di tutti, non sono una proprietà privata, ma servono a un unico fine invisibile che ci sovrasta. Se non parlerà lei, parlerà un altro, e, ne sia certo, il discorso, che deve trovare la sua via, alla fine la troverà comunque, con o senza di lei o di me.<br />
Con affetto.<br />
Gustavo P.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Antonio Moresco		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/08/08/lettera-da-leuca-1/#comment-506</link>

		<dc:creator><![CDATA[Antonio Moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=106#comment-506</guid>

					<description><![CDATA[Ringrazio Andrea, “Tavor”, Anna e Gustavo.

Andrea per la capacità di capire, l’intelligenza e la sintonia.

“Tavor” per la franchezza.

Anna, per aver preso sul serio quello che ho cercato di dire. A me in effetti sembra che l’aria sia così, irrespirabile, in tutti i campi. Si soffoca! E non solo per il caldo. Ma non bisogna arrendersi a questo stato di cose. Ognuno di noi, ciascuno a suo modo, ha la sua piccola o meno piccola zona di irradiazione. Si tratta di renderla incandescente. E’ successo molte altre volte nel corso del tempo che ciò che fino a un attimo prima appariva indistruttibile si sia rivelato poi -una volta contrastato davvero- fragile e inconsistente, e che viceversa ciò che appariva fragile e destinato a perdere si sia rivelato alla fine indistruttibile.

Gustavo per la lunga lettera, piena di cose interessanti e di altre che mi spingono invece a controbattere.
Lascio da parte le accuse a Raul Montanari, alle quali l’interessato è perfettamente in grado di rispondere di persona. Per quanto mi riguarda, mi pareva di aver evidenziato nel mio scritto un drammatico scontro in atto e una breccia da allargare nella tenaglia tra la “letteratura di genere” e quella che ho chiamato “genere letteratura”. Non solo di aver criticato Simenon e altri per il solo gusto di criticarli. Ma lei ingiunge: ”Cosa intende fare o già fa per non rimanere pure lei vittima di questo sistema industrial-artistico-letterario?” Le posso solo dire che il mio lavoro di scrittore -buono o cattivo che sia- è lì, sotto gli occhi di tutti. Sta a lei stabilire di quale pasta sia fatto e in che direzione si muova. Mi accusa poi, implicitamente, di aver fatto delle “geremiadi senza scampo”. A me sembra invece di avere fatto il contrario. Ma se, dopo aver letto il mio pezzo per intero e da cima a fondo, è così che la pensa, io non possiedo evidentemente altre parole in grado di dimostrarle il contrario.
Mi pare, da quel poco che vedo e capisco, che domini in rete (non solo in rete ma un po’ dappertutto, anche se in rete viene forse enfatizzato al massimo) uno stile di confronto che stravolge e assottiglia il senso, lo spessore e l’urgenza delle argomentazioni, giuste o sbagliate che siano, scavalcando e banalizzando in vario modo i problemi che si cerca di porre. Io non ho certo nostalgia per i galatei e non ho paura della radicalità e della sincerità. Ma un confronto su queste basi è impossibile, non serve a niente, è da rifiutare.
Altra cosa. Vedo che lei divide con un colpo d’accetta “lo ‘scrittore che scrive’, che può ancora scrivere tutto e liberare così la potenza della parola, e lo ‘scrittore che ha scritto’, che è solo uno strumento d’autorità, ecc…” Lei sa -perché mi rimprovera di averlo ricordato- che solo all’età di 45 anni sono riuscito a pubblicare ciò che avevo scritto a 30 e ancora stavo scrivendo. Allora le chiedo: secondo lei, nel momento della pubblicazione, i miei scritti e la mia persona, che fino a un istante prima erano una cosa, sono diventati improvvisamente e quasi per magia un’altra cosa? La loro intima natura è cambiata? Sono diventati di colpo, come dice lei, “uno strumento d’autorità nelle mani del cupo potere costituito dei mediatori e degli editori”? E io, nonostante continuassi caparbiamente a essere uno “scrittore che scrive”, sarei diventato nello stesso tempo e di colpo solo uno “scrittore che ha scritto”? 
A sentire queste argomentazioni, che anche altri fanno, sembra che ogni cosa viva, nel momento che viene toccata da “loro” diventi improvvisamente impura, che venga pietrificata come dallo sguardo di Medusa. Anzi, che sia già morta prima ancora di vivere la sua vita emersa, dato che il suo destino successivo non può che essere questo. Mentre la rete sarebbe invece e chissà per quale ragione una zona franca, la sola dove si può costruire ancora qualcosa d’altro, ecc… Si rende conto che così lei gliela dà vinta subito, non fa che consegnare nelle “loro” mani l’intero bottino? C’è qualcosa di bloccato in questo modo di vedere le cose. Tanto più considerando che tutto questo varrebbe anche per gli scrittori del passato, che non possono che rientrare per forza di cose nella categoria degli “scrittori che hanno scritto”. Invece per me Dante è ancora vivo, vivissimo, sta ancora scrivendo, sta scrivendo nell’intante stesso in cui poso gli occhi su una sua frase, la sua tensione si può ritorcere continuamente contro di “loro”, se siamo in grado di farla vivere dentro di noi, e così Kafka, Melville, Dostoevskij, Leopardi, molti altri, e anche più indietro nel tempo, Omero, lo sconosciuto autore del libro di Giobbe e di quello di Gilgamesh… Non bisogna, credendo di fare altro, finire per fare esattamente il loro stesso gioco. C’è, al contrario, tutto continuamente e drammaticamente -anche con il conflitto, se occorre- da vivificare, salvare.
Non se ne abbia a male e non mi giudichi un presuntuoso o un cafone se nel futuro non potrò rispondere che raramente e saltuariamente alle lettere che lei o altri mi scriveranno in rete, perché non sono collegato a Internet e devo ogni volta abusare della gentilezza di un amico, che tra l’altro domani partirà per le vacanze e starà via per un po’. Accetti -se vuole- i miei tempi, i miei limiti e le mie libertà (tra le quali c’è anche quella di non avere un indirizzo di posta elettronica e di non essere direttamente in rete). 
Ma nella sua lettera ci sono altre cose che mi sembrano invece interessanti e che potrebbero avere sviluppi. Anche per questo abbiamo dato vita a “Nazione indiana”. Forse verrà il momento di riparlarne davvero e di creare nuovi vasi comunicanti, senza il diaframma o l’alibi della rete.

Grazie ancora a tutti,
   
Antonio Moresco

Milano 14-8-2003]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio Andrea, “Tavor”, Anna e Gustavo.</p>
<p>Andrea per la capacità di capire, l’intelligenza e la sintonia.</p>
<p>“Tavor” per la franchezza.</p>
<p>Anna, per aver preso sul serio quello che ho cercato di dire. A me in effetti sembra che l’aria sia così, irrespirabile, in tutti i campi. Si soffoca! E non solo per il caldo. Ma non bisogna arrendersi a questo stato di cose. Ognuno di noi, ciascuno a suo modo, ha la sua piccola o meno piccola zona di irradiazione. Si tratta di renderla incandescente. E’ successo molte altre volte nel corso del tempo che ciò che fino a un attimo prima appariva indistruttibile si sia rivelato poi -una volta contrastato davvero- fragile e inconsistente, e che viceversa ciò che appariva fragile e destinato a perdere si sia rivelato alla fine indistruttibile.</p>
<p>Gustavo per la lunga lettera, piena di cose interessanti e di altre che mi spingono invece a controbattere.<br />
Lascio da parte le accuse a Raul Montanari, alle quali l’interessato è perfettamente in grado di rispondere di persona. Per quanto mi riguarda, mi pareva di aver evidenziato nel mio scritto un drammatico scontro in atto e una breccia da allargare nella tenaglia tra la “letteratura di genere” e quella che ho chiamato “genere letteratura”. Non solo di aver criticato Simenon e altri per il solo gusto di criticarli. Ma lei ingiunge: ”Cosa intende fare o già fa per non rimanere pure lei vittima di questo sistema industrial-artistico-letterario?” Le posso solo dire che il mio lavoro di scrittore -buono o cattivo che sia- è lì, sotto gli occhi di tutti. Sta a lei stabilire di quale pasta sia fatto e in che direzione si muova. Mi accusa poi, implicitamente, di aver fatto delle “geremiadi senza scampo”. A me sembra invece di avere fatto il contrario. Ma se, dopo aver letto il mio pezzo per intero e da cima a fondo, è così che la pensa, io non possiedo evidentemente altre parole in grado di dimostrarle il contrario.<br />
Mi pare, da quel poco che vedo e capisco, che domini in rete (non solo in rete ma un po’ dappertutto, anche se in rete viene forse enfatizzato al massimo) uno stile di confronto che stravolge e assottiglia il senso, lo spessore e l’urgenza delle argomentazioni, giuste o sbagliate che siano, scavalcando e banalizzando in vario modo i problemi che si cerca di porre. Io non ho certo nostalgia per i galatei e non ho paura della radicalità e della sincerità. Ma un confronto su queste basi è impossibile, non serve a niente, è da rifiutare.<br />
Altra cosa. Vedo che lei divide con un colpo d’accetta “lo ‘scrittore che scrive’, che può ancora scrivere tutto e liberare così la potenza della parola, e lo ‘scrittore che ha scritto’, che è solo uno strumento d’autorità, ecc…” Lei sa -perché mi rimprovera di averlo ricordato- che solo all’età di 45 anni sono riuscito a pubblicare ciò che avevo scritto a 30 e ancora stavo scrivendo. Allora le chiedo: secondo lei, nel momento della pubblicazione, i miei scritti e la mia persona, che fino a un istante prima erano una cosa, sono diventati improvvisamente e quasi per magia un’altra cosa? La loro intima natura è cambiata? Sono diventati di colpo, come dice lei, “uno strumento d’autorità nelle mani del cupo potere costituito dei mediatori e degli editori”? E io, nonostante continuassi caparbiamente a essere uno “scrittore che scrive”, sarei diventato nello stesso tempo e di colpo solo uno “scrittore che ha scritto”?<br />
A sentire queste argomentazioni, che anche altri fanno, sembra che ogni cosa viva, nel momento che viene toccata da “loro” diventi improvvisamente impura, che venga pietrificata come dallo sguardo di Medusa. Anzi, che sia già morta prima ancora di vivere la sua vita emersa, dato che il suo destino successivo non può che essere questo. Mentre la rete sarebbe invece e chissà per quale ragione una zona franca, la sola dove si può costruire ancora qualcosa d’altro, ecc… Si rende conto che così lei gliela dà vinta subito, non fa che consegnare nelle “loro” mani l’intero bottino? C’è qualcosa di bloccato in questo modo di vedere le cose. Tanto più considerando che tutto questo varrebbe anche per gli scrittori del passato, che non possono che rientrare per forza di cose nella categoria degli “scrittori che hanno scritto”. Invece per me Dante è ancora vivo, vivissimo, sta ancora scrivendo, sta scrivendo nell’intante stesso in cui poso gli occhi su una sua frase, la sua tensione si può ritorcere continuamente contro di “loro”, se siamo in grado di farla vivere dentro di noi, e così Kafka, Melville, Dostoevskij, Leopardi, molti altri, e anche più indietro nel tempo, Omero, lo sconosciuto autore del libro di Giobbe e di quello di Gilgamesh… Non bisogna, credendo di fare altro, finire per fare esattamente il loro stesso gioco. C’è, al contrario, tutto continuamente e drammaticamente -anche con il conflitto, se occorre- da vivificare, salvare.<br />
Non se ne abbia a male e non mi giudichi un presuntuoso o un cafone se nel futuro non potrò rispondere che raramente e saltuariamente alle lettere che lei o altri mi scriveranno in rete, perché non sono collegato a Internet e devo ogni volta abusare della gentilezza di un amico, che tra l’altro domani partirà per le vacanze e starà via per un po’. Accetti -se vuole- i miei tempi, i miei limiti e le mie libertà (tra le quali c’è anche quella di non avere un indirizzo di posta elettronica e di non essere direttamente in rete).<br />
Ma nella sua lettera ci sono altre cose che mi sembrano invece interessanti e che potrebbero avere sviluppi. Anche per questo abbiamo dato vita a “Nazione indiana”. Forse verrà il momento di riparlarne davvero e di creare nuovi vasi comunicanti, senza il diaframma o l’alibi della rete.</p>
<p>Grazie ancora a tutti,</p>
<p>Antonio Moresco</p>
<p>Milano 14-8-2003</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Gustavo P.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/08/08/lettera-da-leuca-1/#comment-505</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gustavo P.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Penso che a questo punto Montanari pagherebbe una cifra per non aver scritto questo articolo che tutti additano al pubblico ludibrio, “senza averlo letto”. Ma davvero codesti critici non lo hanno letto? Io penso che lo abbiano letto e digerito da un pezzo e che ora il lettore voglia seriamente discutere d’altro. Il risentimento di Montanari, espresso, tra l’altro, con tono saccente da “scrittore-star” (cfr. la serie di “complimenti” che fa a chi legge e scrive in NI: “comica finestra”, “4 gatti”, “non capite niente”, “vi scrivete addosso”, etc.) è, dunque, da considerare come un tentativo di distogliere la discussione da argomenti ben più seri, su cui vale la pena di discutere. Lasciamo Montanari in compagnia dei suoi amici nel  raffinato e amorfo salotto milanese (difatti, tale non può non essere, oggi, un salotto o salottino milanese o americano o siciliano) e parliamo d’altro. Ma… guarda un po’, è proprio Montanari che ce ne dà la possibilità, come al solito in negativo, s’intende. Egli dice, difatti, che noi possiamo dire “sciocchezze in libertà, visto che non c&#039;è un editore e non c&#039;è un pubblico con cui confrontarsi. Un editore e un pubblico che ti tolgono la rete sotto i piedi e ti fanno rischiare davvero, su ogni parola”. Lasciamo da parte il pubblico, che evidentemente c’è, perché altrimenti non si capirebbe come mai si pubblichi “Nazione indiana” e come mai sia offerta (a chi, se non al pubblico dei lettori?) la possibilità di dire la propria opinione; ma l’accenno all’editore, beh, quello è veramente molto significativo. Montanari, come al solito, non si accorge di prestare argomenti ai suoi detrattori, poiché, cosa sta dicendo il buon uomo, se non che la libera espressione ci è consentita perché non abbiamo un editore, mentre egli (evidentemente!) di questa libertà non ha potuto godere (né potrà) in quanto un editore ce l’ha? Dunque, noi siamo liberi perché non abbiamo editore, cioè padrone, mentre lui non lo è perché ce l’ha, l’editore e il padrone. Il servo Montanari ecco che rivendica con orgoglio la propria servitù, da autentico snob, “essendo lo snob il contrario dell’invidioso”, per dirla con Tomasi di Lampedusa.
Ora, cari scrittori e lettori di “Nazione indiana”, perché io dovrei attardarmi nell’analisi dell’articolo di Montanari, se so bene con chi ho a che fare? Perché dovrei leggere i suoi libri, se so bene che colui che li ha scritti, ha temuto di “rischiare davvero, su ogni parola”, di inimicarsi il suo signore e padrone, il veneratissimo editore?


Parliamo d’altro, dunque, evitando di continuare una sterile polemica, ma evitando anche i toni esulcerati di Moresco, che dovrebbe smetterla di rigirarsi il coltello nelle piaghe, e finalmente contribuire al dibattito non solo criticando i limiti dello scrittore alla Simenon, ma anche dicendo che cosa intende fare o già fa per non rimanere pure lui vittima di questo sistema industrial-artistico-letterario in cui un Montanari sguazza come il pesce nell’acqua.
L’analisi di Moresco del panorama culturale e letterario  è impietosa e non lascia spazio a molte speranze. Ma il problema che ogni volta si ripresenta, ogni volta che l’analisi è compiuta, è, come dicevano quelli di “Zibaldoni”: che fare? Come rispondere a chi vorrebbe fare di noi dei funzionari della letteratura, a chi ci paga perché le nostre opere non superino il limite di Simenon (o di Montanari)? Che cosa facciamo noi nel concreto della nostra esperienza di vita per non cedere alle tentazioni del potente che vorrebbe fare di noi i suoi servi? Quale strategia d’azione noi siamo in grado di immaginare per non rimanere schiacciati dall’ingranaggio della macchina cultural-industriale che ci stritola mentre ci accarezza e ci lascia alla nostra solitudine, peggiore di quella solitudine alla quale pensavamo di essere scampati alle prime luci della ribalta? È forse sufficiente continuare a scrivere, ognuno nello spazio della sua venerabile poetica, senza alcuna coscienza (o con una falsa coscienza) del mondo nel quale viviamo e scriviamo? Compiuta l’analisi, sulla quale nessuno può nutrire molti dubbi, queste sono le domande a cui bisogna oggi cercare una risposta, perché ne va della nostra vita, prima che del cosiddetto sistema letterario.
Ebbene, l’esperienza della rete, del comunicare attraverso bit immateriali che trasportano così lontano le nostre idee e le nostre emozioni, mi sta convincendo sempre di più che è possibile immaginarsi una comunità “vera” saltando ogni mediazione di potere. Non si tratta di fare qui l’apologia della “libertà d’espressione”, perché qualsiasi libertà, se imposta dall’alto o dall’esterno, è sempre una libertà vigilata – e a tale logica non sfugge internet. Però la libertà che in internet ancora è possibile (forse non lo sarà a lungo), va sfruttata nel modo più intelligente, da parte di chi è interessato alle analisi fatte fin qui dalla Benedetti, da Moresco, da quelli di “Zibaldoni” e da tanti altri. Non va, ad esempio, vissuta passivamente o narcisisticamente come dalla maggior parte dei bloggers, ma non va nemmeno sottovalutata come di solito avviene da parte di tante anime belle. Va interpretata, va trasformata in letteratura, in forma che riforma e travolge. Se gli autori dei BLOG fossero degli scrittori, dei “veri scrittori”, forse avremmo finalmente la comunità che sogniamo, in cui la parola è segno di libertà e creatività insieme. Ma il guaio è che spesso i bloggers sono narcisi che, senza rischiare nulla, sognano di diventare “scrittori” nella maniera più deleteria possibile, ossia trasformandosi in “autori citabili”, o qualcosa del genere, e seppellendo tutto sotto una cumulo di prosaicità archiviabile e di tristezza inflazionata. Nessuno di loro cerca di capire perché, come sostengono quelli di “Zibaldoni”, nell’era della “comunicazione globale”, le nostre vite sono precipitate nell’abisso dell’(in)comunicabilità e la letteratura è ridotta ad accessorio ignobile del cinema o della tv.
Allora è sulle forme di internet che bisogna lavorare insieme, oltre che, individualmente, sulle nuove forme della letteratura; sulle potenzialità ancora (ma fino a quando?) disponibili della rete, come sta facendo NI, e come fanno altri forse ancora meglio. Non bisogna limitarsi a ‘comunicarci’ le nostre esperienze artistiche e di vita, non bisogna fermarsi alla prosaicità del mezzo tecnologico, al suo livello più basso, ma andare oltre, più in alto, e ‘raccontare’ le nostre storie, quante più storie, ipotesi, idee, è possibile, senza chiedere il permesso a nessuno che garantisca per noi, come fa Montanari, fidando solo nella nostra buona fede (fino a prova contraria) e nella sincerità creativa della parola – arrivando al punto in cui la letteratura sia opera di “scrittori che scrivono”, non di “scrittori che hanno scritto”. Lo “scrittore che scrive” può ancora scrivere tutto e liberare così tutta la potenza della parola; lo “scrittore che ha scritto” è solo uno strumento d’autorità nelle mani del cupo potere costituito, dei mediatori e degli editori. “Fare un uso improprio della letteratura” – questa frase così intrigante citata da Carla Benedetti, forse è questo che vuol dire: affidare la letteratura agli “scrittori che scrivono”.


Nulla, al momento, mi impedisce di pensare che giorno verrà che nessuno farà più un’esperienza come quella che racconta Moresco (il rifiuto di Pontiggia a Segrate) e nessuno si sentirà umiliato perché la sua buona fede è stata calpestata e la sua urgenza repressa. Ma perché ciò accada, bisogna lasciare aperta la porta del futuro, non adagiarsi in geremiadi senza scampo, continuare a guardare l’orizzonte leucano con fiducia che qualcosa possa da lì venire da un momento all’altro verso di noi. E nel frattempo operare nell’unico modo possibile, cioè contribuendo nel proprio piccolo a fondare e costruire quella comunità, sulla quale, come Moresco saprà, tanto si è discorso su NI nel mese di luglio e in queste prime settimane di agosto, e sulla quale forse è bene tenere sempre aperta la discussione; poiché mi appare chiaro che solo così la comunità si forma e si rinsalda. Questa è la mia unica speranza. 
E lei, Moresco, che cosa ne pensa?

Gustavo P.

P.S.: Questo scritto è postato anche nei “Commenti” al pezzo di Montanari sul sesso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Penso che a questo punto Montanari pagherebbe una cifra per non aver scritto questo articolo che tutti additano al pubblico ludibrio, “senza averlo letto”. Ma davvero codesti critici non lo hanno letto? Io penso che lo abbiano letto e digerito da un pezzo e che ora il lettore voglia seriamente discutere d’altro. Il risentimento di Montanari, espresso, tra l’altro, con tono saccente da “scrittore-star” (cfr. la serie di “complimenti” che fa a chi legge e scrive in NI: “comica finestra”, “4 gatti”, “non capite niente”, “vi scrivete addosso”, etc.) è, dunque, da considerare come un tentativo di distogliere la discussione da argomenti ben più seri, su cui vale la pena di discutere. Lasciamo Montanari in compagnia dei suoi amici nel  raffinato e amorfo salotto milanese (difatti, tale non può non essere, oggi, un salotto o salottino milanese o americano o siciliano) e parliamo d’altro. Ma… guarda un po’, è proprio Montanari che ce ne dà la possibilità, come al solito in negativo, s’intende. Egli dice, difatti, che noi possiamo dire “sciocchezze in libertà, visto che non c&#8217;è un editore e non c&#8217;è un pubblico con cui confrontarsi. Un editore e un pubblico che ti tolgono la rete sotto i piedi e ti fanno rischiare davvero, su ogni parola”. Lasciamo da parte il pubblico, che evidentemente c’è, perché altrimenti non si capirebbe come mai si pubblichi “Nazione indiana” e come mai sia offerta (a chi, se non al pubblico dei lettori?) la possibilità di dire la propria opinione; ma l’accenno all’editore, beh, quello è veramente molto significativo. Montanari, come al solito, non si accorge di prestare argomenti ai suoi detrattori, poiché, cosa sta dicendo il buon uomo, se non che la libera espressione ci è consentita perché non abbiamo un editore, mentre egli (evidentemente!) di questa libertà non ha potuto godere (né potrà) in quanto un editore ce l’ha? Dunque, noi siamo liberi perché non abbiamo editore, cioè padrone, mentre lui non lo è perché ce l’ha, l’editore e il padrone. Il servo Montanari ecco che rivendica con orgoglio la propria servitù, da autentico snob, “essendo lo snob il contrario dell’invidioso”, per dirla con Tomasi di Lampedusa.<br />
Ora, cari scrittori e lettori di “Nazione indiana”, perché io dovrei attardarmi nell’analisi dell’articolo di Montanari, se so bene con chi ho a che fare? Perché dovrei leggere i suoi libri, se so bene che colui che li ha scritti, ha temuto di “rischiare davvero, su ogni parola”, di inimicarsi il suo signore e padrone, il veneratissimo editore?</p>
<p>Parliamo d’altro, dunque, evitando di continuare una sterile polemica, ma evitando anche i toni esulcerati di Moresco, che dovrebbe smetterla di rigirarsi il coltello nelle piaghe, e finalmente contribuire al dibattito non solo criticando i limiti dello scrittore alla Simenon, ma anche dicendo che cosa intende fare o già fa per non rimanere pure lui vittima di questo sistema industrial-artistico-letterario in cui un Montanari sguazza come il pesce nell’acqua.<br />
L’analisi di Moresco del panorama culturale e letterario  è impietosa e non lascia spazio a molte speranze. Ma il problema che ogni volta si ripresenta, ogni volta che l’analisi è compiuta, è, come dicevano quelli di “Zibaldoni”: che fare? Come rispondere a chi vorrebbe fare di noi dei funzionari della letteratura, a chi ci paga perché le nostre opere non superino il limite di Simenon (o di Montanari)? Che cosa facciamo noi nel concreto della nostra esperienza di vita per non cedere alle tentazioni del potente che vorrebbe fare di noi i suoi servi? Quale strategia d’azione noi siamo in grado di immaginare per non rimanere schiacciati dall’ingranaggio della macchina cultural-industriale che ci stritola mentre ci accarezza e ci lascia alla nostra solitudine, peggiore di quella solitudine alla quale pensavamo di essere scampati alle prime luci della ribalta? È forse sufficiente continuare a scrivere, ognuno nello spazio della sua venerabile poetica, senza alcuna coscienza (o con una falsa coscienza) del mondo nel quale viviamo e scriviamo? Compiuta l’analisi, sulla quale nessuno può nutrire molti dubbi, queste sono le domande a cui bisogna oggi cercare una risposta, perché ne va della nostra vita, prima che del cosiddetto sistema letterario.<br />
Ebbene, l’esperienza della rete, del comunicare attraverso bit immateriali che trasportano così lontano le nostre idee e le nostre emozioni, mi sta convincendo sempre di più che è possibile immaginarsi una comunità “vera” saltando ogni mediazione di potere. Non si tratta di fare qui l’apologia della “libertà d’espressione”, perché qualsiasi libertà, se imposta dall’alto o dall’esterno, è sempre una libertà vigilata – e a tale logica non sfugge internet. Però la libertà che in internet ancora è possibile (forse non lo sarà a lungo), va sfruttata nel modo più intelligente, da parte di chi è interessato alle analisi fatte fin qui dalla Benedetti, da Moresco, da quelli di “Zibaldoni” e da tanti altri. Non va, ad esempio, vissuta passivamente o narcisisticamente come dalla maggior parte dei bloggers, ma non va nemmeno sottovalutata come di solito avviene da parte di tante anime belle. Va interpretata, va trasformata in letteratura, in forma che riforma e travolge. Se gli autori dei BLOG fossero degli scrittori, dei “veri scrittori”, forse avremmo finalmente la comunità che sogniamo, in cui la parola è segno di libertà e creatività insieme. Ma il guaio è che spesso i bloggers sono narcisi che, senza rischiare nulla, sognano di diventare “scrittori” nella maniera più deleteria possibile, ossia trasformandosi in “autori citabili”, o qualcosa del genere, e seppellendo tutto sotto una cumulo di prosaicità archiviabile e di tristezza inflazionata. Nessuno di loro cerca di capire perché, come sostengono quelli di “Zibaldoni”, nell’era della “comunicazione globale”, le nostre vite sono precipitate nell’abisso dell’(in)comunicabilità e la letteratura è ridotta ad accessorio ignobile del cinema o della tv.<br />
Allora è sulle forme di internet che bisogna lavorare insieme, oltre che, individualmente, sulle nuove forme della letteratura; sulle potenzialità ancora (ma fino a quando?) disponibili della rete, come sta facendo NI, e come fanno altri forse ancora meglio. Non bisogna limitarsi a ‘comunicarci’ le nostre esperienze artistiche e di vita, non bisogna fermarsi alla prosaicità del mezzo tecnologico, al suo livello più basso, ma andare oltre, più in alto, e ‘raccontare’ le nostre storie, quante più storie, ipotesi, idee, è possibile, senza chiedere il permesso a nessuno che garantisca per noi, come fa Montanari, fidando solo nella nostra buona fede (fino a prova contraria) e nella sincerità creativa della parola – arrivando al punto in cui la letteratura sia opera di “scrittori che scrivono”, non di “scrittori che hanno scritto”. Lo “scrittore che scrive” può ancora scrivere tutto e liberare così tutta la potenza della parola; lo “scrittore che ha scritto” è solo uno strumento d’autorità nelle mani del cupo potere costituito, dei mediatori e degli editori. “Fare un uso improprio della letteratura” – questa frase così intrigante citata da Carla Benedetti, forse è questo che vuol dire: affidare la letteratura agli “scrittori che scrivono”.</p>
<p>Nulla, al momento, mi impedisce di pensare che giorno verrà che nessuno farà più un’esperienza come quella che racconta Moresco (il rifiuto di Pontiggia a Segrate) e nessuno si sentirà umiliato perché la sua buona fede è stata calpestata e la sua urgenza repressa. Ma perché ciò accada, bisogna lasciare aperta la porta del futuro, non adagiarsi in geremiadi senza scampo, continuare a guardare l’orizzonte leucano con fiducia che qualcosa possa da lì venire da un momento all’altro verso di noi. E nel frattempo operare nell’unico modo possibile, cioè contribuendo nel proprio piccolo a fondare e costruire quella comunità, sulla quale, come Moresco saprà, tanto si è discorso su NI nel mese di luglio e in queste prime settimane di agosto, e sulla quale forse è bene tenere sempre aperta la discussione; poiché mi appare chiaro che solo così la comunità si forma e si rinsalda. Questa è la mia unica speranza.<br />
E lei, Moresco, che cosa ne pensa?</p>
<p>Gustavo P.</p>
<p>P.S.: Questo scritto è postato anche nei “Commenti” al pezzo di Montanari sul sesso.</p>
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		<title>
		Di: anna		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/08/08/lettera-da-leuca-1/#comment-504</link>

		<dc:creator><![CDATA[anna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[trent&#039;anni fa, quando lei era ragazzo, io non ero ancora nata, ma leggendo e forzando le sue esclamazioni in un tono interrogativo, (Eppure che enormità sembra essere successa in uno spazio di tempo così breve! ? Che violenza è stata messa in campo contro le capacità di percezione, di attesa! ?)mi vengono in mente ipotesi, riflessioni, approcci di comprensione. Ad esempio mi chiedo se l&#039;idea, il concetto di &quot;prodotto culturale&quot;, fossero così diffusi e affermati come oggi, o se, come credo, non esistessero affatto, almeno quali li conosciamo; e così l&#039;industria definita culturale, la pubblicità che la sostenta, (che mi sembra la più subdola e potente arma di violenza contro le capacità da lei citate) e soprattutto la fruizione da parte del &quot;grande pubblico&quot;, come è cambiata, quanto è cambiata (non c&#039;è stato un processo di espansione, di allargamento, di massificazione del pubblico?)ecco, spesso, in serate tra amici è capitato di interrogarci sulla nostra condizione di utenti mediatici, di telespettatori, lettori, ascoltatori, di ragazzi che hanno i fratelli che delirano per i personaggi del grande fratello o per la play station e che sembrano non avere capacità di percezione e di attesa personali; nessuna se non quelle prodotte appunto dagli input dei massmedia. e di chiederci: ci danno questo perché è quello che vogliamo, quello che ci aspettiamo, quello che meritiamo? e loro sanno come accontentarci; oppure ci danno questo perché richiede il minimo sforzo per tutti, (poco tempo, poche energie mentali, poca volontà di pensiero)per ammortizzare gli sprechi, ridurre le profondità, anestetizzare la ricerca, il bisogno di senso. Le risposte sono contrastanti, diverse ma per conto mio sempre incomplete, insoddisfacenti. Riportano comunque un tentativo di de-responsabilizzazione, di approssimazione complessa delle cause e di inevitabilità degli effetti. Come se si faticasse a sviscerare le questioni. Allora meglio tagliar corto, perché anche parlare, analizzare, mettere in discussione sono attività stancanti, motivo di stress, e cosa se non la stanchezza (emotiva, psicologica, poi fisica) caratterizza le nostre giornate? Si avverte una specie di rassegnazione collettiva, con parole di lamentazione, di insoddisfazione, che finiscono però per omologarsi e trascinarsi, paradossalmente, nell’inerzia del traffico quotidiano,  celebralmente paralizzante. una coscienza sì ancora sensibile,ma che non accenna a ribellioni, a reazioni forti. Da un lato il dolo dei calcoli, dell’inganno e delle regole strumentali, dall’altro la colpa dell’assuefazione, della dipendenza a cui tutti o quasi, a quanto pare, soggiacciamo. E chi allarga le braccia: tutti imputati, molti rei, innocenti solo i piccoli e gli ultimi. Forse. Ma il processo è appena iniziato…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>trent&#8217;anni fa, quando lei era ragazzo, io non ero ancora nata, ma leggendo e forzando le sue esclamazioni in un tono interrogativo, (Eppure che enormità sembra essere successa in uno spazio di tempo così breve! ? Che violenza è stata messa in campo contro le capacità di percezione, di attesa! ?)mi vengono in mente ipotesi, riflessioni, approcci di comprensione. Ad esempio mi chiedo se l&#8217;idea, il concetto di &#8220;prodotto culturale&#8221;, fossero così diffusi e affermati come oggi, o se, come credo, non esistessero affatto, almeno quali li conosciamo; e così l&#8217;industria definita culturale, la pubblicità che la sostenta, (che mi sembra la più subdola e potente arma di violenza contro le capacità da lei citate) e soprattutto la fruizione da parte del &#8220;grande pubblico&#8221;, come è cambiata, quanto è cambiata (non c&#8217;è stato un processo di espansione, di allargamento, di massificazione del pubblico?)ecco, spesso, in serate tra amici è capitato di interrogarci sulla nostra condizione di utenti mediatici, di telespettatori, lettori, ascoltatori, di ragazzi che hanno i fratelli che delirano per i personaggi del grande fratello o per la play station e che sembrano non avere capacità di percezione e di attesa personali; nessuna se non quelle prodotte appunto dagli input dei massmedia. e di chiederci: ci danno questo perché è quello che vogliamo, quello che ci aspettiamo, quello che meritiamo? e loro sanno come accontentarci; oppure ci danno questo perché richiede il minimo sforzo per tutti, (poco tempo, poche energie mentali, poca volontà di pensiero)per ammortizzare gli sprechi, ridurre le profondità, anestetizzare la ricerca, il bisogno di senso. Le risposte sono contrastanti, diverse ma per conto mio sempre incomplete, insoddisfacenti. Riportano comunque un tentativo di de-responsabilizzazione, di approssimazione complessa delle cause e di inevitabilità degli effetti. Come se si faticasse a sviscerare le questioni. Allora meglio tagliar corto, perché anche parlare, analizzare, mettere in discussione sono attività stancanti, motivo di stress, e cosa se non la stanchezza (emotiva, psicologica, poi fisica) caratterizza le nostre giornate? Si avverte una specie di rassegnazione collettiva, con parole di lamentazione, di insoddisfazione, che finiscono però per omologarsi e trascinarsi, paradossalmente, nell’inerzia del traffico quotidiano,  celebralmente paralizzante. una coscienza sì ancora sensibile,ma che non accenna a ribellioni, a reazioni forti. Da un lato il dolo dei calcoli, dell’inganno e delle regole strumentali, dall’altro la colpa dell’assuefazione, della dipendenza a cui tutti o quasi, a quanto pare, soggiacciamo. E chi allarga le braccia: tutti imputati, molti rei, innocenti solo i piccoli e gli ultimi. Forse. Ma il processo è appena iniziato…</p>
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		Di: Tavor		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tavor]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non inservibile, La prego, non ho detto questo. Solo offensivo dell&#039;intelligenza dell&#039;autore, che peraltro apprezzo.  La rete, i blog, sono infarciti di locuzioni abusate. Il turpiloquio ne è un esempio. Richiamare la realtà, per non compiacersi troppo di quello che si può fare con le parole, utilizzando altri strumenti espressivi (ne esistono!) è un esercizio di intelligenza. Oltre tutto il turpiloquio della realtà colloquiale non mi addolora meno. Ma forse non sto ancora molto bene. Ho apprezzato comunque gli articoli, e la Sua appassionata difesa. Cordiali saluti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non inservibile, La prego, non ho detto questo. Solo offensivo dell&#8217;intelligenza dell&#8217;autore, che peraltro apprezzo.  La rete, i blog, sono infarciti di locuzioni abusate. Il turpiloquio ne è un esempio. Richiamare la realtà, per non compiacersi troppo di quello che si può fare con le parole, utilizzando altri strumenti espressivi (ne esistono!) è un esercizio di intelligenza. Oltre tutto il turpiloquio della realtà colloquiale non mi addolora meno. Ma forse non sto ancora molto bene. Ho apprezzato comunque gli articoli, e la Sua appassionata difesa. Cordiali saluti.</p>
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		Di: andrea		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea]]></dc:creator>
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					<description><![CDATA[Perché se Busi scrive &quot;cazzo&quot; va tutto bene, se K. Haring dipinge un omino che ha a che fare con un &quot;cazzo&quot; continua ad andare tutto bene, anzi  ha inventato un&#039;icona elegante del nostro tempo, se Moresco scrive &quot;cazzo&quot; in mezzo a un articolo quella parola rende tutto inservibile. E dire che si capisce benissimo, le mette lì come un richiamo alla realtà per non compiacersi troppo di quello che si può fare con le parole, come magari ci potrebbe mettere delle gocce di rosso se fosse Pollock o una X se fosse Hartung o il fischio di una sirena se fosse Tricky.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché se Busi scrive &#8220;cazzo&#8221; va tutto bene, se K. Haring dipinge un omino che ha a che fare con un &#8220;cazzo&#8221; continua ad andare tutto bene, anzi  ha inventato un&#8217;icona elegante del nostro tempo, se Moresco scrive &#8220;cazzo&#8221; in mezzo a un articolo quella parola rende tutto inservibile. E dire che si capisce benissimo, le mette lì come un richiamo alla realtà per non compiacersi troppo di quello che si può fare con le parole, come magari ci potrebbe mettere delle gocce di rosso se fosse Pollock o una X se fosse Hartung o il fischio di una sirena se fosse Tricky.</p>
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		Di: Tavor		</title>
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					<description><![CDATA[Il turpiloquio presente nei Suoi due ottimi articoli offende la Sua intelligenza. Ne sono addolorato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il turpiloquio presente nei Suoi due ottimi articoli offende la Sua intelligenza. Ne sono addolorato.</p>
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