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	Commenti a: La nudità del pensiero	</title>
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		<title>
		Di: dario		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/10/20/la-nudita-del-pensiero/#comment-997</link>

		<dc:creator><![CDATA[dario]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;Rapido&quot; vuol dire che apro e scrivo e mando. Certo che, siccome la mia Telecommedia continua e io aspetto un modem non guasto per lunedì, &quot;rapido&quot; non vuol dire &quot;tempestivo&quot;.
Lo spazio dei commenti è &quot;di servizio&quot; non come la &quot;porta di servizio&quot;, ma perché serve a commentare i pezzi. Penso che se i pezzi commentati sono più meditati dei commenti, sia una cosa normale. Tu che ne pensi?

]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Rapido&#8221; vuol dire che apro e scrivo e mando. Certo che, siccome la mia Telecommedia continua e io aspetto un modem non guasto per lunedì, &#8220;rapido&#8221; non vuol dire &#8220;tempestivo&#8221;.<br />
Lo spazio dei commenti è &#8220;di servizio&#8221; non come la &#8220;porta di servizio&#8221;, ma perché serve a commentare i pezzi. Penso che se i pezzi commentati sono più meditati dei commenti, sia una cosa normale. Tu che ne pensi?</p>
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		<title>
		Di: Gustavo Paradiso		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/10/20/la-nudita-del-pensiero/#comment-985</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Paradiso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ad esempio, caro Dario, Pasolini in “Petrolio” fa proprio l’opposto di una messinscena, come la intendo io (e fino a un certo punto anche tu). Leggi il pezzo della Benedetti, e capirai cosa voglio dire. Pasolini, in “Petrolio”, mette a nudo il romanzo e forse, attraverso il romanzo, se stesso e il mondo. Pasolini con “Petrolio” ha fatto un’esperienza del “limite” della letteratura, o almeno della sua letteratura appassionata e civile, forse come Calvino con “Palomar” ha fatto l’esperienza del “limite” della sua letteratura razionalissima e perfezionista. Entrambi si sono affacciati sull’abisso, estremamente pensosi, ma forse non sono usciti mai dai loro umanissimi contorcimenti, ripensamenti, dubbi, rimanendo come bloccati di fronte a Medusa. È curioso sentir dire che Pasolini sia stato un visionario, ma probabilmente la Benedetti vuol intendere che Pasolini ha “visto” quello che ci aspettava, e l’ha detto: in questo senso è giusto definirlo tale. Ma non nel senso “letterario” del termine, perché i grandi “visionari” della letteratura, anche italiana, sono altri, e non hanno certo nulla a che fare con Pasolini (e nemmeno con Calvino), e per questo “Petrolio” è piuttosto un’opera che si pone ai “limiti” della letteratura, che si pone il problema dei “limiti” della letteratura, che un libro visionario (cioè con cognizione dell’avvenire) vero e proprio. Secondo me – corollario – Pasolini ha indicato una strada che egli stesso non ha mai percorso: l’ha semplicemente teorizzata, diciamo così, rimanendo ancora molto al di qua di un atteggiamento “critico” e “letterario” che significa anche creare daccapo un mondo tutto nuovo attraverso la propria opera. Pasolini ha “visto” e indicato, ma “visioni pure” non ne ha mai avute.
Provo ora a chiarire cosa c’entra tutto questo con il problema della “messinscena”, che, impostato come fai tu, però, ci porta fuori strada. So bene che tutto è messinscena, perciò non è in questo senso erasmiano che a me interessa parlare di ‘rappresentazione’. A me interessa la messinscena cruda e grottesca che oggi, ad esempio, davanti alle bare dei somali morti, hanno inscenato i giornalisti televisivi italiani. Cosa vedo io quando vedo queste cose alla tv? Cosa penso? Io, scrittore, come reagisco a tutto questo porre orpelli e gingilli addosso alla nudità più povera e scarna, addirittura addosso alla nudità della morte? Ci sono tanti modi di reagire alla messinscena ordinaria che ci abbindola tutti. Reagire e oltrepassarla, io dico, o, come dice Ferrari, alludere con la nudità del proprio scrivere o della propria opera a un’altra nudità ancora, sempre “sul limite”. Scarpa, era l’esempio che facevo, oppone alla messinscena cruda e grottesca dei media, una messinscena che a me pare debolissima, esibizionista, poco necessaria, poco illimitata. Per me è l’opposto di Pasolini per i motivi che ho detto sopra: Pasolini, con “Petrolio”, ha cercato la via per uscire da ogni messinscena, da ogni “trama”, con un rigore morale, prima che formale, davvero incredibile – rigore morale che è lo stesso, per me, invocato dal Bataille che argomenta “su” Nietzsche. Probabilmente è questione di tempi che sono cambiati, ma io è questo quello che vedo e che leggo. Non c’è alcuna intenzione moralistica nelle mie parole, né volontà di dare addosso a chicchessia (l’antipatia sì che è una messinscena). “Scriversi”, i destini “che si scrivono”, come dice ancora Ferrari cogliendo in pieno un’implicazione importante di molti discorsi che abbiamo intrecciato qui dentro, è un altro modo per smascherare ogni messinscena, per andare oltre le messinscene che ci assillano e ammorbano quotidianamente, perché solo “scrivendosi/scrivendoci” possiamo arrivare a qualcosa che non ha più a che fare con i significati che ci vogliono appioppare, che vogliono appioppare anche alle nostre anime, come dicevano quelli di ‘zibaldoni.it’, De Vivo e Virgilio (dei quali, a proposito, ho letto in forma privata un bellissimo testo sugli scrittori e sui blogger, che mi sembra non sia stato postato qui dentro, ma che, a mio avviso, è un riflessione profondissima sui modi di stare insieme “scrivendosi”, modi che si stanno sperimentando in NI). 
Che poi, a guardar bene, questo “scriversi” rimandando sempre ad altro e ad altri, questo “struggimento vuoto” (Bataille), è quello che fanno gli scrittori da sempre, cercando nell’altrove della scrittura le soluzioni che la realtà troppo stretta non offrirà mai, nemmeno nel più riformato dei mondi. E qui mi vengono altre idee sulle “visoni”, ma mi fermo per non annoiare troppo.

PS: Lo sciopero è bene farlo al &quot;lavoro&quot;, non mentre scriviamo. Io quando scrivo come sto scrivendo in questo momento “non lavoro” per Berlusconi o per un Padrone qualsiasi, perciò mi sento molto libero, senza alcun bisogno di protestare. Anzi, posso finalmente scrivere qui dentro, liberamente, proprio perché stamattina ho fatto sciopero.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ad esempio, caro Dario, Pasolini in “Petrolio” fa proprio l’opposto di una messinscena, come la intendo io (e fino a un certo punto anche tu). Leggi il pezzo della Benedetti, e capirai cosa voglio dire. Pasolini, in “Petrolio”, mette a nudo il romanzo e forse, attraverso il romanzo, se stesso e il mondo. Pasolini con “Petrolio” ha fatto un’esperienza del “limite” della letteratura, o almeno della sua letteratura appassionata e civile, forse come Calvino con “Palomar” ha fatto l’esperienza del “limite” della sua letteratura razionalissima e perfezionista. Entrambi si sono affacciati sull’abisso, estremamente pensosi, ma forse non sono usciti mai dai loro umanissimi contorcimenti, ripensamenti, dubbi, rimanendo come bloccati di fronte a Medusa. È curioso sentir dire che Pasolini sia stato un visionario, ma probabilmente la Benedetti vuol intendere che Pasolini ha “visto” quello che ci aspettava, e l’ha detto: in questo senso è giusto definirlo tale. Ma non nel senso “letterario” del termine, perché i grandi “visionari” della letteratura, anche italiana, sono altri, e non hanno certo nulla a che fare con Pasolini (e nemmeno con Calvino), e per questo “Petrolio” è piuttosto un’opera che si pone ai “limiti” della letteratura, che si pone il problema dei “limiti” della letteratura, che un libro visionario (cioè con cognizione dell’avvenire) vero e proprio. Secondo me – corollario – Pasolini ha indicato una strada che egli stesso non ha mai percorso: l’ha semplicemente teorizzata, diciamo così, rimanendo ancora molto al di qua di un atteggiamento “critico” e “letterario” che significa anche creare daccapo un mondo tutto nuovo attraverso la propria opera. Pasolini ha “visto” e indicato, ma “visioni pure” non ne ha mai avute.<br />
Provo ora a chiarire cosa c’entra tutto questo con il problema della “messinscena”, che, impostato come fai tu, però, ci porta fuori strada. So bene che tutto è messinscena, perciò non è in questo senso erasmiano che a me interessa parlare di ‘rappresentazione’. A me interessa la messinscena cruda e grottesca che oggi, ad esempio, davanti alle bare dei somali morti, hanno inscenato i giornalisti televisivi italiani. Cosa vedo io quando vedo queste cose alla tv? Cosa penso? Io, scrittore, come reagisco a tutto questo porre orpelli e gingilli addosso alla nudità più povera e scarna, addirittura addosso alla nudità della morte? Ci sono tanti modi di reagire alla messinscena ordinaria che ci abbindola tutti. Reagire e oltrepassarla, io dico, o, come dice Ferrari, alludere con la nudità del proprio scrivere o della propria opera a un’altra nudità ancora, sempre “sul limite”. Scarpa, era l’esempio che facevo, oppone alla messinscena cruda e grottesca dei media, una messinscena che a me pare debolissima, esibizionista, poco necessaria, poco illimitata. Per me è l’opposto di Pasolini per i motivi che ho detto sopra: Pasolini, con “Petrolio”, ha cercato la via per uscire da ogni messinscena, da ogni “trama”, con un rigore morale, prima che formale, davvero incredibile – rigore morale che è lo stesso, per me, invocato dal Bataille che argomenta “su” Nietzsche. Probabilmente è questione di tempi che sono cambiati, ma io è questo quello che vedo e che leggo. Non c’è alcuna intenzione moralistica nelle mie parole, né volontà di dare addosso a chicchessia (l’antipatia sì che è una messinscena). “Scriversi”, i destini “che si scrivono”, come dice ancora Ferrari cogliendo in pieno un’implicazione importante di molti discorsi che abbiamo intrecciato qui dentro, è un altro modo per smascherare ogni messinscena, per andare oltre le messinscene che ci assillano e ammorbano quotidianamente, perché solo “scrivendosi/scrivendoci” possiamo arrivare a qualcosa che non ha più a che fare con i significati che ci vogliono appioppare, che vogliono appioppare anche alle nostre anime, come dicevano quelli di ‘zibaldoni.it’, De Vivo e Virgilio (dei quali, a proposito, ho letto in forma privata un bellissimo testo sugli scrittori e sui blogger, che mi sembra non sia stato postato qui dentro, ma che, a mio avviso, è un riflessione profondissima sui modi di stare insieme “scrivendosi”, modi che si stanno sperimentando in NI).<br />
Che poi, a guardar bene, questo “scriversi” rimandando sempre ad altro e ad altri, questo “struggimento vuoto” (Bataille), è quello che fanno gli scrittori da sempre, cercando nell’altrove della scrittura le soluzioni che la realtà troppo stretta non offrirà mai, nemmeno nel più riformato dei mondi. E qui mi vengono altre idee sulle “visoni”, ma mi fermo per non annoiare troppo.</p>
<p>PS: Lo sciopero è bene farlo al &#8220;lavoro&#8221;, non mentre scriviamo. Io quando scrivo come sto scrivendo in questo momento “non lavoro” per Berlusconi o per un Padrone qualsiasi, perciò mi sento molto libero, senza alcun bisogno di protestare. Anzi, posso finalmente scrivere qui dentro, liberamente, proprio perché stamattina ho fatto sciopero.</p>
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		<title>
		Di: Federico Ferrari		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/10/20/la-nudita-del-pensiero/#comment-984</link>

		<dc:creator><![CDATA[Federico Ferrari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=165#comment-984</guid>

					<description><![CDATA[Vorrei aggiungere solo una breve nota. Conosco troppo poco e male l’opera di Scarpa e dei Cannibali per poter giudicare e per poter dare dunque una risposta a Maderna. 
Sono, invece, d’accordo con Voltolini che nudità in sé non vuol dir niente e che vi sono retoriche della nudità che sono assai peggio di molti tentativi di messinscena. Vi sono nudità assai volgari ed altre fintamente innocenti. Di fatto, a me non interessa tanto il nudo, quanto l’atto di denudare. Il nudo è un falso problema: non c’è nessuna nudità, nessuna terra vergine, nessun paradiso perduto, nessun grado zero da raggiungere. Ogni nudo, quando è davvero nudo, rinvia ad un ulteriore denudamento.
Ma c’è modo e modo di denudare. Occorre il giusto tatto, il giusto ritmo, la giusta distanza. Occorre essere davvero à même la peau, che non significa all’altezza della pelle, ma a contatto con essa, pur non essendo la pelle. I francesi usano questa espressione, ad esempio, per designare una camicia che aderisce bene alla pelle, che è a diretto contatto con la pelle. Essere à même la peau du monde, quindi, non significa aderire al mondo in modo irriflesso, ma porsi in contatto diretto con esso, mantenendo però una propria alterità, una propria diversa consistenza.
In questo senso, la nudità di pensiero che invocavo non ama l’adesione, seppur ironica o grottesca, alla cinica realtà. Il discrimine, almeno per me (ma forse anche per Maderna), è in questo contatto a distanza che non accetta in alcun modo il discorso cinico della spoliazione planetaria, cioè, della sottrazione arbitraria e violenta di una storia, di un passato e di un avvenire dell’umanità – in questo furto planetario l’umanità si perde, perde i suoi desideri, le sue passioni, i suoi sogni, perché viene fissata negli stereotipi del capitalismo spettacolare o di un umanesimo reazionario. 
Il rifiuto della spoliazione va di pari passo con la ricerca di nuove prospettive. E queste prospettive non possono nascere che da un diverso modo di intendere la spogliazione, cioè da un nuovo modo di denudare la spoliazione di senso a livello planetario. Il dénudement, il gesto che denuda, ha sempre a che fare con il denuement, con l’indigenza. Questa pratica di messa a nudo è, per me, la critica. La critica è un gesto. Fare della critica non significa fare dei segni (significanti), ma dei gesti (significativi). Probabilmente, questa è la sola critica efficace per pensare questo tempo out of joint, senza cadere in un nichilismo cinico o ironico. In fondo, la critica ha un senso quando, nell’assoluta spoliazione di senso, davanti alla nudità dell’abominio, mostra nel più piccolo degli indizi, nel più secondario dei gesti, la possibilità di una speranza, mostra che non tutto è perduto o, meglio, che quando tutto è perduto, tutto è di nuovo possibile.
Se “inutile è il libro quando la parola è priva di speranza”, allora la critica, nella sua nuda indigenza, mi sembra si possa (si debba?) configurare come la piccola porta stretta da cui soffia il vento della speranza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei aggiungere solo una breve nota. Conosco troppo poco e male l’opera di Scarpa e dei Cannibali per poter giudicare e per poter dare dunque una risposta a Maderna.<br />
Sono, invece, d’accordo con Voltolini che nudità in sé non vuol dir niente e che vi sono retoriche della nudità che sono assai peggio di molti tentativi di messinscena. Vi sono nudità assai volgari ed altre fintamente innocenti. Di fatto, a me non interessa tanto il nudo, quanto l’atto di denudare. Il nudo è un falso problema: non c’è nessuna nudità, nessuna terra vergine, nessun paradiso perduto, nessun grado zero da raggiungere. Ogni nudo, quando è davvero nudo, rinvia ad un ulteriore denudamento.<br />
Ma c’è modo e modo di denudare. Occorre il giusto tatto, il giusto ritmo, la giusta distanza. Occorre essere davvero à même la peau, che non significa all’altezza della pelle, ma a contatto con essa, pur non essendo la pelle. I francesi usano questa espressione, ad esempio, per designare una camicia che aderisce bene alla pelle, che è a diretto contatto con la pelle. Essere à même la peau du monde, quindi, non significa aderire al mondo in modo irriflesso, ma porsi in contatto diretto con esso, mantenendo però una propria alterità, una propria diversa consistenza.<br />
In questo senso, la nudità di pensiero che invocavo non ama l’adesione, seppur ironica o grottesca, alla cinica realtà. Il discrimine, almeno per me (ma forse anche per Maderna), è in questo contatto a distanza che non accetta in alcun modo il discorso cinico della spoliazione planetaria, cioè, della sottrazione arbitraria e violenta di una storia, di un passato e di un avvenire dell’umanità – in questo furto planetario l’umanità si perde, perde i suoi desideri, le sue passioni, i suoi sogni, perché viene fissata negli stereotipi del capitalismo spettacolare o di un umanesimo reazionario.<br />
Il rifiuto della spoliazione va di pari passo con la ricerca di nuove prospettive. E queste prospettive non possono nascere che da un diverso modo di intendere la spogliazione, cioè da un nuovo modo di denudare la spoliazione di senso a livello planetario. Il dénudement, il gesto che denuda, ha sempre a che fare con il denuement, con l’indigenza. Questa pratica di messa a nudo è, per me, la critica. La critica è un gesto. Fare della critica non significa fare dei segni (significanti), ma dei gesti (significativi). Probabilmente, questa è la sola critica efficace per pensare questo tempo out of joint, senza cadere in un nichilismo cinico o ironico. In fondo, la critica ha un senso quando, nell’assoluta spoliazione di senso, davanti alla nudità dell’abominio, mostra nel più piccolo degli indizi, nel più secondario dei gesti, la possibilità di una speranza, mostra che non tutto è perduto o, meglio, che quando tutto è perduto, tutto è di nuovo possibile.<br />
Se “inutile è il libro quando la parola è priva di speranza”, allora la critica, nella sua nuda indigenza, mi sembra si possa (si debba?) configurare come la piccola porta stretta da cui soffia il vento della speranza.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Arianna S.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/10/20/la-nudita-del-pensiero/#comment-983</link>

		<dc:creator><![CDATA[Arianna S.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=165#comment-983</guid>

					<description><![CDATA[L’ultimo messaggio di Voltolini mi dà da pensare  (come spesso accade leggendolo). Mi scuso se racconto una cosa personale, ma mi sembra l’unico modo che ho di dire qualcosa sull’argomento.
Sono una danzatrice. A settembre di quest’anno, al Teatro del Vascello di Roma, ho assistito ad un convegno dal titolo “Mangiare il corpo”. Era un convegno sulla danza, con critici noti e meno noti. Il discorso era abbastanza piatto, distante. Poi ha parlato Federico Ferrari, per me un emerito sconosciuto. Il suo discorso, benché filosofico, era perfettamente adeguato all’oggetto, alla quotidianità della danza, a ciò che un danzatore cerca di fare quando balla. La cosa, a me come a molte altre, ha profondamente colpito. Le sue parole, benché fosse evidente, come ci ha poi confermato, che Ferrari non era un danzatore, riuscivano a dire quello che noi facevamo.  Alla luce di quel ricordo, leggendo le sue parole sulla nudità del pensiero, mi pare di capire perfettamente cosa volesse dire. Mi sembra che il punto sia la ricerca di una parola che non si sovrappone all’oggetto di cui parla, ma che lo avvolge o lo accarezza, dolcemente. Una parola che quasi scompare, ma che è sottile e forte come la pelle.
Ecco, vengo a Voltolini. Quello che dice mi colpisce, perché è come se tutto dipendesse dalle persone, dalle loro parole, dal loro modo di rapportarsi alle cose. Io capisco Ferrari perché l’ho visto, perché ho sentito che quello che diceva era giusto, era “nudo” senza essere esibizionista. Lo so, lo sento, ma come dice Voltolini, posso solo testimoniarlo, non dimostrarlo. Forse ci è rimasto solo lo spazio della testimonianza. Che ne dite?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’ultimo messaggio di Voltolini mi dà da pensare  (come spesso accade leggendolo). Mi scuso se racconto una cosa personale, ma mi sembra l’unico modo che ho di dire qualcosa sull’argomento.<br />
Sono una danzatrice. A settembre di quest’anno, al Teatro del Vascello di Roma, ho assistito ad un convegno dal titolo “Mangiare il corpo”. Era un convegno sulla danza, con critici noti e meno noti. Il discorso era abbastanza piatto, distante. Poi ha parlato Federico Ferrari, per me un emerito sconosciuto. Il suo discorso, benché filosofico, era perfettamente adeguato all’oggetto, alla quotidianità della danza, a ciò che un danzatore cerca di fare quando balla. La cosa, a me come a molte altre, ha profondamente colpito. Le sue parole, benché fosse evidente, come ci ha poi confermato, che Ferrari non era un danzatore, riuscivano a dire quello che noi facevamo.  Alla luce di quel ricordo, leggendo le sue parole sulla nudità del pensiero, mi pare di capire perfettamente cosa volesse dire. Mi sembra che il punto sia la ricerca di una parola che non si sovrappone all’oggetto di cui parla, ma che lo avvolge o lo accarezza, dolcemente. Una parola che quasi scompare, ma che è sottile e forte come la pelle.<br />
Ecco, vengo a Voltolini. Quello che dice mi colpisce, perché è come se tutto dipendesse dalle persone, dalle loro parole, dal loro modo di rapportarsi alle cose. Io capisco Ferrari perché l’ho visto, perché ho sentito che quello che diceva era giusto, era “nudo” senza essere esibizionista. Lo so, lo sento, ma come dice Voltolini, posso solo testimoniarlo, non dimostrarlo. Forse ci è rimasto solo lo spazio della testimonianza. Che ne dite?</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: dario		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/10/20/la-nudita-del-pensiero/#comment-982</link>

		<dc:creator><![CDATA[dario]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=165#comment-982</guid>

					<description><![CDATA[Caro Gustavo, questo sì che è un intervento. Mi pare che cominciamo a mettere a fuoco qualcosa di significativo. Lascerei perdere, se per lei va bene, le questioni di zuffa fra lei e Scarpa, su chi ha cominciato eccetera: ormai siamo maggiorenni.
Vengo al punto preciso su cui lei mi chiede di intervenire. Messinscena/nudità. Io penso che nella raltà delle cose la messinscena e la nudità siano mescolate in un groviglio probabilmente inestricabile. In sede di riflessione possiamo distinguerle, come in effetti facciamo anche qui discorrendo, e in generale come è stato fatto e continuerà - spero - a essere fatto. Ho però il timore che già solo il fatto di porsi a livelli di riflessione sia un po&#039; una messinscena, proprio mentre vuole essere un atteggiamento di ricerca della nudità. E così ci ricadiamo ancora una volta: sono indistricabili. Non sto cercando di cavarmela, ci tengo a dirlo. Questa mescolanza è spossante, vorrei in tutti i modi poterla dirimere, sceverare le due cose. C&#039;è una Città invisibile di Calvino, Berenice, in cui i giusti sono incubati dagli ingiusti, ma covano a loro volta degli ingiusti che covano... eccetera, all&#039;infinito, o meglio contemporaneamente e sempre. Non sono particolarmente affezionato a Berenice, come peraltro ho detto in un vecchio intervento su Nazione Indiana, però come modello di indistricabilità funziona abbastanza bene. Ma adesso voglio dire una cosa rispetto alla messinscena, lasciando da parte la nudità. E voglio dire che la messinscena è una cosa seria, purtroppo. Ha una struttura complessa, forse non l&#039;ha mai avuta così complessa come oggi. Nelle pieghe della sua complessità però si aprono delle zone poco protette, dove messinscene paradossali, virali, contrastive trovano il proprio terreno di coltura. Per fortuna. Questo significa che anche la messinscena patisce certe alterità, che la messinscena non è totale e compatta. Ora, io credo che queste messinscene anche solo localmente antagoniste non debbano essere irrise da chi si pone sul versante della nudità, come se in fin dei conti non fossero che parti della grande messinscena e basta. Magari lo sono, ma non &quot;e basta&quot;. Esiste peraltro anche una retorica della nudità che fa molto gioco alla messinscena, la quale può dire: anche la nudità si mette in scena, visto? 
Occorre dunque distinguere, ed è molto difficile. Ma non possimao non farlo. Ci sono messinscene che in quanto antagoniste della grande messinscena sono in fondo il primncipale alleato della nudità, mentre ci sono delle retoriche della nudità che sono la cosa peggiore che possa capitare alla nudità per sè. Io doco questo, e ne sono convinto, ma devo anche ammettere che non ho, né credo che esistano, mezzi certi per stabilire, come con una cartina di tornasole oggettivamente reattiva, se qualcosa è una buona o cattiva messinscena, una buona o cattiva nudità. Mi regolo a tentoni, a naso, ma non per questo tentenno sempre. Nel caso di Scarpa io so che si tratta di cosa buona e giusta, per esempio. Non la chiamerei nemmeno messinscena. Ma se proprio dobbiamo chiamarla messinscena, allora io credo che sia di quelle buone, di quelle che l&#039;anelito alla nudità non dovrebbe aborrire. Ho modo di dimostrare che è così? No, non credo. Posso solo affermarlo, come cosa di cui sono convinto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Gustavo, questo sì che è un intervento. Mi pare che cominciamo a mettere a fuoco qualcosa di significativo. Lascerei perdere, se per lei va bene, le questioni di zuffa fra lei e Scarpa, su chi ha cominciato eccetera: ormai siamo maggiorenni.<br />
Vengo al punto preciso su cui lei mi chiede di intervenire. Messinscena/nudità. Io penso che nella raltà delle cose la messinscena e la nudità siano mescolate in un groviglio probabilmente inestricabile. In sede di riflessione possiamo distinguerle, come in effetti facciamo anche qui discorrendo, e in generale come è stato fatto e continuerà &#8211; spero &#8211; a essere fatto. Ho però il timore che già solo il fatto di porsi a livelli di riflessione sia un po&#8217; una messinscena, proprio mentre vuole essere un atteggiamento di ricerca della nudità. E così ci ricadiamo ancora una volta: sono indistricabili. Non sto cercando di cavarmela, ci tengo a dirlo. Questa mescolanza è spossante, vorrei in tutti i modi poterla dirimere, sceverare le due cose. C&#8217;è una Città invisibile di Calvino, Berenice, in cui i giusti sono incubati dagli ingiusti, ma covano a loro volta degli ingiusti che covano&#8230; eccetera, all&#8217;infinito, o meglio contemporaneamente e sempre. Non sono particolarmente affezionato a Berenice, come peraltro ho detto in un vecchio intervento su Nazione Indiana, però come modello di indistricabilità funziona abbastanza bene. Ma adesso voglio dire una cosa rispetto alla messinscena, lasciando da parte la nudità. E voglio dire che la messinscena è una cosa seria, purtroppo. Ha una struttura complessa, forse non l&#8217;ha mai avuta così complessa come oggi. Nelle pieghe della sua complessità però si aprono delle zone poco protette, dove messinscene paradossali, virali, contrastive trovano il proprio terreno di coltura. Per fortuna. Questo significa che anche la messinscena patisce certe alterità, che la messinscena non è totale e compatta. Ora, io credo che queste messinscene anche solo localmente antagoniste non debbano essere irrise da chi si pone sul versante della nudità, come se in fin dei conti non fossero che parti della grande messinscena e basta. Magari lo sono, ma non &#8220;e basta&#8221;. Esiste peraltro anche una retorica della nudità che fa molto gioco alla messinscena, la quale può dire: anche la nudità si mette in scena, visto?<br />
Occorre dunque distinguere, ed è molto difficile. Ma non possimao non farlo. Ci sono messinscene che in quanto antagoniste della grande messinscena sono in fondo il primncipale alleato della nudità, mentre ci sono delle retoriche della nudità che sono la cosa peggiore che possa capitare alla nudità per sè. Io doco questo, e ne sono convinto, ma devo anche ammettere che non ho, né credo che esistano, mezzi certi per stabilire, come con una cartina di tornasole oggettivamente reattiva, se qualcosa è una buona o cattiva messinscena, una buona o cattiva nudità. Mi regolo a tentoni, a naso, ma non per questo tentenno sempre. Nel caso di Scarpa io so che si tratta di cosa buona e giusta, per esempio. Non la chiamerei nemmeno messinscena. Ma se proprio dobbiamo chiamarla messinscena, allora io credo che sia di quelle buone, di quelle che l&#8217;anelito alla nudità non dovrebbe aborrire. Ho modo di dimostrare che è così? No, non credo. Posso solo affermarlo, come cosa di cui sono convinto.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<item>
		<title>
		Di: Gustavo Paradiso		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/10/20/la-nudita-del-pensiero/#comment-981</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Paradiso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=165#comment-981</guid>

					<description><![CDATA[Antipatia e insofferenza, Voltolini, almeno eguali a quelle da Scarpa espresse verso di me, se va a guardare. Guardi bene, però, mi raccomando. Dopo che ha guardato, allora, ritorni qui e provi a badare anche a quello che dico. Glielo ripeto, se si stanca di rileggere, e magari colgo l&#039;occasione per aggiungere qualcosa: la contraddizione di alcuni scrittori (non solo Scarpa, ovviamente) mi sembra consistere in una incapacità di contrastare per davvero quello che con parole superficiali non dimenticano mai di vituperare: il mondo presente, cioè. Di conseguenza il tutto assume il sapore di una messinscena, che invece che mettere a nudo la nudità, come dicono Nancy e Ferrari, traveste di nuovi, peggiori orpelli allucinatori le nostre già fruste, stanche, oppresse menti e immaginazioni. Cosa pensa lei di questo? Io penso che oggi incontrare gente assolutamente NUDA di sé è un gran miracolo in occidente, una rarità veramente. Gente, voglio dire, che riesca a spoglairsi fino in fondo della significatività del proprio ruolo, riuscendo così a mostrare la carne viva, che è una carne che non è più fatta di carne. Ecco perché non è una faccenda di far mostra di sangue, muscoli, porcherie. Si tratterebbe piuttosto di un salto metaforico eccessivo, oltre il baratro, o proprio in fondo a esso. Chi può dirlo?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Antipatia e insofferenza, Voltolini, almeno eguali a quelle da Scarpa espresse verso di me, se va a guardare. Guardi bene, però, mi raccomando. Dopo che ha guardato, allora, ritorni qui e provi a badare anche a quello che dico. Glielo ripeto, se si stanca di rileggere, e magari colgo l&#8217;occasione per aggiungere qualcosa: la contraddizione di alcuni scrittori (non solo Scarpa, ovviamente) mi sembra consistere in una incapacità di contrastare per davvero quello che con parole superficiali non dimenticano mai di vituperare: il mondo presente, cioè. Di conseguenza il tutto assume il sapore di una messinscena, che invece che mettere a nudo la nudità, come dicono Nancy e Ferrari, traveste di nuovi, peggiori orpelli allucinatori le nostre già fruste, stanche, oppresse menti e immaginazioni. Cosa pensa lei di questo? Io penso che oggi incontrare gente assolutamente NUDA di sé è un gran miracolo in occidente, una rarità veramente. Gente, voglio dire, che riesca a spoglairsi fino in fondo della significatività del proprio ruolo, riuscendo così a mostrare la carne viva, che è una carne che non è più fatta di carne. Ecco perché non è una faccenda di far mostra di sangue, muscoli, porcherie. Si tratterebbe piuttosto di un salto metaforico eccessivo, oltre il baratro, o proprio in fondo a esso. Chi può dirlo?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: dario		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/10/20/la-nudita-del-pensiero/#comment-980</link>

		<dc:creator><![CDATA[dario]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Peccato che il quesito di Gustavo sia espresso con questa dose di antipatia e insofferenza nei confronti di Scarpa. So che Tiziano avrebbe molte cose interessanti da dire al riguardo. Ma questa tua non era una proposta di discussione, caro Gustavo, e nemmeno una domanda spigolosa. Era uno sfogo e questo e quello. Perché? Che soddisfazione c&#039;è ad accusare gli altri di &quot;avvinghiarsi in&quot; (sic) una contraddizione? 
Il tema è cruciale, io credo. E credo che a essere onesti, come sempre Maderna è, non si possa fare tanto di più che avanzare per tentativi e domande e dubbi. Io penso che le due ipotesi (starsene fuori radicalmente / stare dentro e sabotare) siano sempre attive. Credo anzi che dovremmo sforzarci di non vederle come alternative. In altre parole, io sento una specie di forzatura quando mi si chiede di scegliere o l&#039;una o l&#039;altra. &quot;Deve essere un falso quesito&quot;, finisco col pensare. Ma il quesito vero non lo so.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Peccato che il quesito di Gustavo sia espresso con questa dose di antipatia e insofferenza nei confronti di Scarpa. So che Tiziano avrebbe molte cose interessanti da dire al riguardo. Ma questa tua non era una proposta di discussione, caro Gustavo, e nemmeno una domanda spigolosa. Era uno sfogo e questo e quello. Perché? Che soddisfazione c&#8217;è ad accusare gli altri di &#8220;avvinghiarsi in&#8221; (sic) una contraddizione?<br />
Il tema è cruciale, io credo. E credo che a essere onesti, come sempre Maderna è, non si possa fare tanto di più che avanzare per tentativi e domande e dubbi. Io penso che le due ipotesi (starsene fuori radicalmente / stare dentro e sabotare) siano sempre attive. Credo anzi che dovremmo sforzarci di non vederle come alternative. In altre parole, io sento una specie di forzatura quando mi si chiede di scegliere o l&#8217;una o l&#8217;altra. &#8220;Deve essere un falso quesito&#8221;, finisco col pensare. Ma il quesito vero non lo so.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Gustavo Paradiso		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/10/20/la-nudita-del-pensiero/#comment-979</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Paradiso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Veronese, se ho ben capito, Maderna pone le stesse domande che ponevo io, e altri prima di me, e lei stesso, a quanto vedo: cosa c&#039;entra la spettacolarizzazione di Scarpa con la critica alla società dello spettacolo e con la &quot;comuntià di coloro che non hanno una comunità&quot;? Non è piuttosto una contraddizione gigantesca nella quale si avvinghiano certi autori, che si proclamano contro questo e quello, che dicono di &quot;non avere comunità&quot;, ma alla fine rappresentano benissimo proprio questo e quello, e nella comunità presente, che gli elargisce tante belle cose, non è che si trovano poi tanto male?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Veronese, se ho ben capito, Maderna pone le stesse domande che ponevo io, e altri prima di me, e lei stesso, a quanto vedo: cosa c&#8217;entra la spettacolarizzazione di Scarpa con la critica alla società dello spettacolo e con la &#8220;comuntià di coloro che non hanno una comunità&#8221;? Non è piuttosto una contraddizione gigantesca nella quale si avvinghiano certi autori, che si proclamano contro questo e quello, che dicono di &#8220;non avere comunità&#8221;, ma alla fine rappresentano benissimo proprio questo e quello, e nella comunità presente, che gli elargisce tante belle cose, non è che si trovano poi tanto male?</p>
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		<title>
		Di: g.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/10/20/la-nudita-del-pensiero/#comment-978</link>

		<dc:creator><![CDATA[g.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Segnalo una che ci tenta, a dare qualche risposta cioè Rosi Braidotti, con “in metamorfosi, verso una teoria materialista del divenire” campi del sapere feltrinelli, pubblicato in italiano a maggio di quest’anno.
Non ho ancora finito di leggerlo, anzi sono appena agli inizi, ma mi sembra che su questo tema come su parecchi altri in discussione su NI -vasocomunicazione, sapere e/o potere, tecnofilofobia e rapporto scrittore lettore- questo saggio offra degli spunti di riflessione interessanti.
Tanto che mi farebbe piacere parlarne con chi l’ha già letto. Che gli sia piaciuto o no.
Sono reperibile all’indirizzo sotto.
Approfitto infine e brutalmente dello spazio (ma mi scuso e vi ringrazio:), per infliggere agli altri cioè a chi non ha letto il libro una parte del prologo, perché come spesso accade la quarta di copertina non rende l’idea. Dice Braidotti: 
“…il punto di partenza del mio lavoro è un interrogativo con cui inaugurerei l’agenda del nuovo millennio: il punto non è sapere chi siamo, ma cosa, in ultima analisi, vogliamo diventare, in che modo rappresentare le mutazioni, i cambiamenti e le trasformazioni, piuttosto che l’Essere inteso in senso classico. O, adottando l’acuta definizione di Laurie Anderson: di questi tempi gli umori, i moods, sono di gran lunga più importanti dei modes, i modi di essere. E’ un vantaggio evidente per chi si dedica a produrre i cambiamenti e a goderne, mentre è una fonte di enorme ansia per chi non lo fa. 
Questo libro ha quindi un duplice obiettivo: da un lato esplorare il bisogno di nuove figurazioni, di rappresentazioni e posizionamenti sociali alternativi per quel tipo di ibrida mescolanza che stiamo diventando, e dall’altro offrirne un’illustrazione. Le figurazioni non sono modi alternativi di pensare, bensì mappature più materialistiche di posizioni situate, o radicate e incarnate. Una cartografia è una lettura del presente dotata di fondamento teorico e consapevolezza politica. L’approccio cartografico adempie alla funzione di fornire strumenti interpretativi e, allo stesso tempo, alternative teoriche creative. Ecco perché soddisfa le mie due esigenze principali: dare conto dei posizionamenti individuali in termini sia spaziali (dimensioni geopolitica o ecologica) sia temporali (dimensione storica e genealogica) e fornire spiegazioni o schemi di rappresentazione alternativi per tali posizionamenti, rispetto al potere come restrizione (potestas) e come rafforzamento e affermazione (potentia). Considero questo gesto cartografico il primo passo verso l’assunzione di una soggettività nomade eticamente responsabile e politicamente potenziante.
Per figurazione intendo una mappa politicamente informata, che delinei la nostra prospettiva situata. Una figurazione restituisce la nostra immagine in forma di visione decentrata e stratificata del soggetto in quanto entità dinamica e mutevole. La definzione dell’identità di una persona ha luogo sul crinale tra natura e tecnologia, maschile e femminile, bianco e nero, negli spazi intermedi che fluiscono e connettono. Viviamo in un processo ininterrotto di transizione, ibridazione e nomadizzazione, e questi stati e stadi intermedi fanno resistenza alle forme codificate della rappresentazione teorica. 
La figurazione è una mappa vivente, un resoconto in perenne trasformazione del sé – non una metafora. Essere nomadi, senza tetto, in esilio, rifugiati, vittime degli stupri di guerra in Bosnia, migranti senza fissa dimora, migranti clandestini non è una metafora. Non avere passaporti o averne troppi non è la stessa cosa né un fatto puramente metaforico, come alcuni critici della soggettività nomade hanno suggerito (Boerr 1996, Gedalof 1999, Felski 1997). Si tratta di collocazioni geopolitiche e storiche altamente specifiche- storia tatuata sul proprio corpo. Ci se ne può sentire rafforzati o abbelliti, ma la grande maggioranza degli esseri umani non prova niente del genere: semplicemente ne muore. Le figurazioni tentano di disegnare una cartografia dei rapporti di potere e in tal modo possono contribuire anche a identificare possibili siti e strategie di resistenza. In altre parole, il progetto di trovare rappresentazioni adeguate, riportato in auge dalla generazione post-strutturalista, non è un rifugiarsi  in una testualalità autoreferenziale e neppure una forma di apolitica rassegnazione, come moralisticamente Nussbaum sostiene (1999). La non linearità e una visione non unitaria del soggetto non portano necessariamente al relativismo cognitivo o morale, e tanto meno all’anarchia sociale, come i neoliberali alla Nussbaum temono. Sono, piuttosto, siti significativi per riconfigurare la pratica politica, e ridefinire la soggettività politica. Questo mio libro si impegnerà dunque in una lettura cartografica del presente, da un punto di vista culturale, politico, epistemologico e etico…”.
Salut
g.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Segnalo una che ci tenta, a dare qualche risposta cioè Rosi Braidotti, con “in metamorfosi, verso una teoria materialista del divenire” campi del sapere feltrinelli, pubblicato in italiano a maggio di quest’anno.<br />
Non ho ancora finito di leggerlo, anzi sono appena agli inizi, ma mi sembra che su questo tema come su parecchi altri in discussione su NI -vasocomunicazione, sapere e/o potere, tecnofilofobia e rapporto scrittore lettore- questo saggio offra degli spunti di riflessione interessanti.<br />
Tanto che mi farebbe piacere parlarne con chi l’ha già letto. Che gli sia piaciuto o no.<br />
Sono reperibile all’indirizzo sotto.<br />
Approfitto infine e brutalmente dello spazio (ma mi scuso e vi ringrazio:), per infliggere agli altri cioè a chi non ha letto il libro una parte del prologo, perché come spesso accade la quarta di copertina non rende l’idea. Dice Braidotti:<br />
“…il punto di partenza del mio lavoro è un interrogativo con cui inaugurerei l’agenda del nuovo millennio: il punto non è sapere chi siamo, ma cosa, in ultima analisi, vogliamo diventare, in che modo rappresentare le mutazioni, i cambiamenti e le trasformazioni, piuttosto che l’Essere inteso in senso classico. O, adottando l’acuta definizione di Laurie Anderson: di questi tempi gli umori, i moods, sono di gran lunga più importanti dei modes, i modi di essere. E’ un vantaggio evidente per chi si dedica a produrre i cambiamenti e a goderne, mentre è una fonte di enorme ansia per chi non lo fa.<br />
Questo libro ha quindi un duplice obiettivo: da un lato esplorare il bisogno di nuove figurazioni, di rappresentazioni e posizionamenti sociali alternativi per quel tipo di ibrida mescolanza che stiamo diventando, e dall’altro offrirne un’illustrazione. Le figurazioni non sono modi alternativi di pensare, bensì mappature più materialistiche di posizioni situate, o radicate e incarnate. Una cartografia è una lettura del presente dotata di fondamento teorico e consapevolezza politica. L’approccio cartografico adempie alla funzione di fornire strumenti interpretativi e, allo stesso tempo, alternative teoriche creative. Ecco perché soddisfa le mie due esigenze principali: dare conto dei posizionamenti individuali in termini sia spaziali (dimensioni geopolitica o ecologica) sia temporali (dimensione storica e genealogica) e fornire spiegazioni o schemi di rappresentazione alternativi per tali posizionamenti, rispetto al potere come restrizione (potestas) e come rafforzamento e affermazione (potentia). Considero questo gesto cartografico il primo passo verso l’assunzione di una soggettività nomade eticamente responsabile e politicamente potenziante.<br />
Per figurazione intendo una mappa politicamente informata, che delinei la nostra prospettiva situata. Una figurazione restituisce la nostra immagine in forma di visione decentrata e stratificata del soggetto in quanto entità dinamica e mutevole. La definzione dell’identità di una persona ha luogo sul crinale tra natura e tecnologia, maschile e femminile, bianco e nero, negli spazi intermedi che fluiscono e connettono. Viviamo in un processo ininterrotto di transizione, ibridazione e nomadizzazione, e questi stati e stadi intermedi fanno resistenza alle forme codificate della rappresentazione teorica.<br />
La figurazione è una mappa vivente, un resoconto in perenne trasformazione del sé – non una metafora. Essere nomadi, senza tetto, in esilio, rifugiati, vittime degli stupri di guerra in Bosnia, migranti senza fissa dimora, migranti clandestini non è una metafora. Non avere passaporti o averne troppi non è la stessa cosa né un fatto puramente metaforico, come alcuni critici della soggettività nomade hanno suggerito (Boerr 1996, Gedalof 1999, Felski 1997). Si tratta di collocazioni geopolitiche e storiche altamente specifiche- storia tatuata sul proprio corpo. Ci se ne può sentire rafforzati o abbelliti, ma la grande maggioranza degli esseri umani non prova niente del genere: semplicemente ne muore. Le figurazioni tentano di disegnare una cartografia dei rapporti di potere e in tal modo possono contribuire anche a identificare possibili siti e strategie di resistenza. In altre parole, il progetto di trovare rappresentazioni adeguate, riportato in auge dalla generazione post-strutturalista, non è un rifugiarsi  in una testualalità autoreferenziale e neppure una forma di apolitica rassegnazione, come moralisticamente Nussbaum sostiene (1999). La non linearità e una visione non unitaria del soggetto non portano necessariamente al relativismo cognitivo o morale, e tanto meno all’anarchia sociale, come i neoliberali alla Nussbaum temono. Sono, piuttosto, siti significativi per riconfigurare la pratica politica, e ridefinire la soggettività politica. Questo mio libro si impegnerà dunque in una lettura cartografica del presente, da un punto di vista culturale, politico, epistemologico e etico…”.<br />
Salut<br />
g.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Marco Veronese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/10/20/la-nudita-del-pensiero/#comment-977</link>

		<dc:creator><![CDATA[Marco Veronese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non so bene cosa intenda stimolare Maderna con le sue domande, ma trovo che nelle sue parole vi sia una questione fondamentale. Ferrari ha ragione da vendere nel dire quello dice: occorre creare nuove immagini senza infilarsi in modo irriflesso nel tunnel dello spettacolare, ma anche senza compiere l’ingenuità di credere di potersene porre fuori.
Ma il punto, come dice Maderna, è se i cannibali, gli articoli di Scarpa e molto altro siano davvero “creativi”, sovversivi, o non siano altro che quello che lo spettacolare vuole. I cannibali, Scarpa si oppongono al sistema o sono così all’interno da fungere da suoi (involontari) apologeti? Quando Scarpa sembra voler stare sul piano d’immanenza, in realtà che cosa fa?  (O, per non far cadere la questione sul personale, quando Tarantino, nel suo ultimo film, si appiattisce così tanto sul genere, che cosa fa? Smuove il genere o se ne fa, involontariamente, apologeta?)A me pare, purtroppo, che il discorso di Scarpa si appiattisca a tal punto da non aver più una pelle, come dice Ferrari anche nel suo bel libro dal titolo “La pelle delle immagini”. Scarpa non stabilisce un reale contatto. Sembra più adeguarsi, mentre il “corpo a corpo” richiede abrasioni, lesioni, bruciature. O forse mi sbaglio?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non so bene cosa intenda stimolare Maderna con le sue domande, ma trovo che nelle sue parole vi sia una questione fondamentale. Ferrari ha ragione da vendere nel dire quello dice: occorre creare nuove immagini senza infilarsi in modo irriflesso nel tunnel dello spettacolare, ma anche senza compiere l’ingenuità di credere di potersene porre fuori.<br />
Ma il punto, come dice Maderna, è se i cannibali, gli articoli di Scarpa e molto altro siano davvero “creativi”, sovversivi, o non siano altro che quello che lo spettacolare vuole. I cannibali, Scarpa si oppongono al sistema o sono così all’interno da fungere da suoi (involontari) apologeti? Quando Scarpa sembra voler stare sul piano d’immanenza, in realtà che cosa fa?  (O, per non far cadere la questione sul personale, quando Tarantino, nel suo ultimo film, si appiattisce così tanto sul genere, che cosa fa? Smuove il genere o se ne fa, involontariamente, apologeta?)A me pare, purtroppo, che il discorso di Scarpa si appiattisca a tal punto da non aver più una pelle, come dice Ferrari anche nel suo bel libro dal titolo “La pelle delle immagini”. Scarpa non stabilisce un reale contatto. Sembra più adeguarsi, mentre il “corpo a corpo” richiede abrasioni, lesioni, bruciature. O forse mi sbaglio?</p>
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