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	Commenti a: Esperienza e narrazione: un tentativo	</title>
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		Di: b.georg		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1397</link>

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		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[mi sono piaciute soprattutto le risposte dell&#039;autore. Davvero illuminanti. Grazie :-))
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>mi sono piaciute soprattutto le risposte dell&#8217;autore. Davvero illuminanti. Grazie :-))</p>
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		Di: Tiziano Scarpa		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1367</link>

		<dc:creator><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Bella discussione, vi ringrazio tutti.
Volevo solo dire che la lettura dell&#039;intervento di Mozzi per me è stata un&#039;esperienza. Grazie Giulio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bella discussione, vi ringrazio tutti.<br />
Volevo solo dire che la lettura dell&#8217;intervento di Mozzi per me è stata un&#8217;esperienza. Grazie Giulio.</p>
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		Di: luminamenti		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[luminamenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per George e più sotto per Montanari (mi spiace se ti viene l&#039;esaurimento!). Mi era chiaro che il tuo discorso non era centrato sulla mia osservazione critica.
Ho solo - nel senso del proficuo - ap-profittato di quella tua osservazione sul linguaggio di Heidegger, per delimitare volutamente dei margini di senso a una delle cose che hai detto, proprio oltrepassando il centro del tuo discorso.
Problema di diramazioni in un discorso! Di temi e sottotemi, di uso dei collegamenti neuronali. Mi premeva chiarire quel punto. Poi sul resto a dopo eventualmente. Non tutto insieme, già Montanari si stanca!!! ahahah!!!
Per Montanari che dice: &quot;B.Georg e Luminamenti non sono narratori, per cui non fanno niente per nascondere la loro intelligenza e cultura; il loro dialogo si può definire filosofico&quot;.
Quindi i narratori nasconderebbero o non fanno niente per nascondere intelligenza e cultura?
Non credo che occorra che scriva una solo riga per dire che questa è una fesseria (che non fa di te un fesso ovviamente Montanari,anzi ti leggo con piacere e interesse e difficoltà, non c&#039;è la benché minima mia intenzione di s-valutarti! non potrei, non ti conosco, esattamente come tu non mi conosci a parte la limitata conoscenza che di me puoi avere leggendo in giro sul web i miei post e che fanno di me un signor nessuno: né narratore, né poeta, né filosofo, le categorie non m&#039;interessano, gli altri poi facciano pure dove inquadrarmi. Non è che quello che faccio lo metta su Internet se non per il tempo che occorra a fare scorrere la sabbia dentro la clessidra della mia vita! E la clessidra è un&#039;immagine in movimento che ha i suoi significati che puoi trovare solo faticando un poco!).
Mi sembra che nei post sopra quelli miei, su questo argomento c&#039;è chi ha già risposto. Quando leggo Beckett o Peter Handke o Burroughs o Celine o Nabokov o Faulkner (che se ne fotteva altamente non dei lettori ma di quello che &quot;sa&quot; leggere il lettore, anche perché se lo &quot;sa leggere&quot; a che gli servirà leggerlo?) fatico eccome, e per me e anche per qualche altro sono dei narratori, ed è proprio la fatica che faccio che mi restituisce tantissimo!
Inoltre per alcuni quello che tu definisci dialogo filosofico è meno faticoso di una narrazione! Elias Canetti dette ad Albert Einstein un libro di Kafka, America, e dopo un poco Einstein glielo restituì dicendo: troppo complicato, non riesco a leggerlo, non sono abbastanza intelligente. Ora, la critica ha sempre detto che Kafka è complesso, molto complesso, ma certamente non faticoso da leggere, eppure per Einstein era impossibile da leggere. Accogliere il linguaggio altrui è sempre cortesia e ospitalità! Si può o non si può! si vuole o non si vuole. Chi smette di leggere ciò che un altro scrive deve fare i conti solo con se stesso!
Talvolta, mi sembra, che si venda, si getti via la com-prensione in cambio della facilità di lettura.
Riuscire a leggere senza fatica un testo può essere un ottimo alibi per arrivare alla fine del libro senza avere capito nulla o quasi (ancor peggio credendo di aver capito), senza che dentro ti rimanga nulla o molto poco, senza che il tempo di lettura diventi tempo di trasformazione ma solo tempo da occupare con una parvenza di piacere ed emozione, un divertissement.
Infatti Montanari dice:&quot;La fatica del narratore deve avere come esito l&#039;assenza di fatica in chi legge.&quot;
E&#039; un&#039;opinione rispettabile. Come esattamente il suo contrario! Non è un argomento! Potrei dire che la leggerezza a me che leggo mi venga restituita, che levito quando &quot;supero&quot; la fatica che mi renderebbe inospitale l&#039;idioletto e la narrazione dell&#039;autore che leggo. Quando supero la mia pre-comprensione, il mio sapere dato. Solo allora, ciò che ho penetrato, sfondato, spezzettato, diluito viene da me assimilato!  
Ma forse dovresti indagare un pochino di più su cos&#039;è la fatica (della lettura), su una fenomenologia della fatica (che non è contro, adversa &quot;anche&quot; alla leggerezza, né la leggerezza può essere ridotta all&#039;assenza di fatica)! a cui sono collegabili altri aspetti cognitivi della lettura.
Poi, detto questo, ognuno di noi può chiudersi nella sua idea solipsistica e soggettiva di cos&#039;è la lettura e la lettura narrativa e non; poi ognuno di noi può chiudersi nei suoi limiti di ricezione o come diceva Konrad Lorenz nella sua educazione data alla ricezione delle forme.
Preferisco demolirla di volta in volta questa mia educazione alla lettura. Proprio in quel momento ap-prendo piuttosto che credere di sapere!
Ma se vogliamo fare un esame oggettivo della questione, perché ciò è possibile, credo che si possa arrivare ad altre conclusioni. E non saranno i fatti a smentire le conclusioni. 
Se il libro Va di porta il cuore di Susanna Tamaro è stato superletto, per me significa che i suoi lettori hanno ragione! Ma non la verità!
Le prove stancano la verità!
Poi dici: &quot;Naturalmente questa, o &quot;tutto questo&quot;, è anche la differenza fra un ignorante (io) e un savant&quot;.
Non ho proprio di me la percezione del savant che non so neanche cos&#039;è ( a parte le romantiche e inconsistenti descrizioni mitologiche-letterarie). 
Penso, invece, che non sarebbe male che proprio perché si è (tutti) ignoranti, un poco di fatica a leggere &quot;anche&quot; fuori dalla narrativa, possa essere proficuo a quello che il narratore vorrà dire narrando. Il limite del narratore che narra &quot;ignorando&quot; gli altri linguaggi, le altre forme espressive di scrittura e di pensiero, matematica, musica, pittura compresa, è quello di non riuscire a guardare oltre il proprio sguardo. Finisce per guardare e sentire, molto spesso (non dico sempre perché gli accadimenti che non sono atti di lettura nel senso stretto del termine, possono influenzare il nostro modo di cambiare occhio e orecchio), in maniera ripetitivamente eguale. 
Detto tutto questo - che è pochissimo - rimane il fatto che Mozzi non nasconde la sua intelligenza e cultura che si può &quot;vedere&quot; e &quot;sentire&quot; nei suoi testi. Non sono nascoste!
Se lo pensi allora esemplifichi quanto ho detto sopra.
Detto questo, Mozzi ha il suo stile e non è il problema del narratore quello di scegliere uno stile più o meno faticoso o congeniale al lettore (quale lettore? e io che lettore sarei? potresti sorprendere nel cercare di individuare quali sono le mie letture fondanti, quelle che mi hanno lasciato cicatrici, caratteri, gioia), ma piuttosto quello di avere quel proprio stile (il problema dell&#039;assenza di stile non è dentro l&#039;atto dello scrivere ma nell&#039;atto che accoglie nudamente il mondo che si percepisce, si esperisce. Posizione squisitamente fenomenologica nel senso classico delineato da Husserl! e che ha implicazioni pratiche ed etiche importantissime! avrebbero un impatto sul mondo reale! lo stile è ciò che io riesco a restituire al mondo!) che gli con-sente secondo la sua natura e le sue esperienze di dire &quot;Delle cose intelligenti e colte&quot; mostrandole con la sua grammatica e il suo idioletto più adatti a scavare nelle &quot;sue&quot; catacombe, nel suo rapporto con la vita e con il mondo. Ma quello che vale per Mozzi non può essere paradigmatico del modo di narrare o di come si dovrebbe narrare. Chi lo pensa introduce senza saperlo o meno, una metafisica della narrazione, i suoi principi primi, che mi può stare bene se è una scelta singolare, mentre la respingo con tutte le mie forze se vuole essere la regola sovrasensibile della narrazione. Più semplicemente, mi sta bene che un romano creda che Roma è la città più bella del mondo, mi preoccupa quando vuole che tutti gli altri lo credano! Ci sono migliai di modi di narrare diversi. Al lettore la sfida di penetrare ciò che non si può capire degli altri! 
Non amo confenzionare mondi per lettori che già li conoscono. Non è apprendimento!
E infine: perché mai si dovrebbe nascondere l&#039;intelligenza e la cultura? Invito Montanari a riflettere sulle migliaia di ragioni buone e cattive intorno al mostrare o al contrario nascondere intelligenza e cultura (compreso il complesso di invidia...invidia anche rispetto alla fatica, alle energie profuse nella propria ricerca...e ci sono anche dialoghi filosofici privi di intelligenza e cultura)
A me sembra che il problema è che d&#039;intelligenza e cultura non ce ne sia molta in giro, magari si vedesse! E&#039; sempre più elitaria, ahimé!
Fermo restando che sono assolutamente contrario a una meritocrazia dell&#039;intelligenza e della cultura, mentre sono favorevole non tanto a dire: io sono intelligente e colto, quanto piuttosto a disseminarla a modo proprio, rifuggendo l&#039;idea di comunicazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per George e più sotto per Montanari (mi spiace se ti viene l&#8217;esaurimento!). Mi era chiaro che il tuo discorso non era centrato sulla mia osservazione critica.<br />
Ho solo &#8211; nel senso del proficuo &#8211; ap-profittato di quella tua osservazione sul linguaggio di Heidegger, per delimitare volutamente dei margini di senso a una delle cose che hai detto, proprio oltrepassando il centro del tuo discorso.<br />
Problema di diramazioni in un discorso! Di temi e sottotemi, di uso dei collegamenti neuronali. Mi premeva chiarire quel punto. Poi sul resto a dopo eventualmente. Non tutto insieme, già Montanari si stanca!!! ahahah!!!<br />
Per Montanari che dice: &#8220;B.Georg e Luminamenti non sono narratori, per cui non fanno niente per nascondere la loro intelligenza e cultura; il loro dialogo si può definire filosofico&#8221;.<br />
Quindi i narratori nasconderebbero o non fanno niente per nascondere intelligenza e cultura?<br />
Non credo che occorra che scriva una solo riga per dire che questa è una fesseria (che non fa di te un fesso ovviamente Montanari,anzi ti leggo con piacere e interesse e difficoltà, non c&#8217;è la benché minima mia intenzione di s-valutarti! non potrei, non ti conosco, esattamente come tu non mi conosci a parte la limitata conoscenza che di me puoi avere leggendo in giro sul web i miei post e che fanno di me un signor nessuno: né narratore, né poeta, né filosofo, le categorie non m&#8217;interessano, gli altri poi facciano pure dove inquadrarmi. Non è che quello che faccio lo metta su Internet se non per il tempo che occorra a fare scorrere la sabbia dentro la clessidra della mia vita! E la clessidra è un&#8217;immagine in movimento che ha i suoi significati che puoi trovare solo faticando un poco!).<br />
Mi sembra che nei post sopra quelli miei, su questo argomento c&#8217;è chi ha già risposto. Quando leggo Beckett o Peter Handke o Burroughs o Celine o Nabokov o Faulkner (che se ne fotteva altamente non dei lettori ma di quello che &#8220;sa&#8221; leggere il lettore, anche perché se lo &#8220;sa leggere&#8221; a che gli servirà leggerlo?) fatico eccome, e per me e anche per qualche altro sono dei narratori, ed è proprio la fatica che faccio che mi restituisce tantissimo!<br />
Inoltre per alcuni quello che tu definisci dialogo filosofico è meno faticoso di una narrazione! Elias Canetti dette ad Albert Einstein un libro di Kafka, America, e dopo un poco Einstein glielo restituì dicendo: troppo complicato, non riesco a leggerlo, non sono abbastanza intelligente. Ora, la critica ha sempre detto che Kafka è complesso, molto complesso, ma certamente non faticoso da leggere, eppure per Einstein era impossibile da leggere. Accogliere il linguaggio altrui è sempre cortesia e ospitalità! Si può o non si può! si vuole o non si vuole. Chi smette di leggere ciò che un altro scrive deve fare i conti solo con se stesso!<br />
Talvolta, mi sembra, che si venda, si getti via la com-prensione in cambio della facilità di lettura.<br />
Riuscire a leggere senza fatica un testo può essere un ottimo alibi per arrivare alla fine del libro senza avere capito nulla o quasi (ancor peggio credendo di aver capito), senza che dentro ti rimanga nulla o molto poco, senza che il tempo di lettura diventi tempo di trasformazione ma solo tempo da occupare con una parvenza di piacere ed emozione, un divertissement.<br />
Infatti Montanari dice:&#8221;La fatica del narratore deve avere come esito l&#8217;assenza di fatica in chi legge.&#8221;<br />
E&#8217; un&#8217;opinione rispettabile. Come esattamente il suo contrario! Non è un argomento! Potrei dire che la leggerezza a me che leggo mi venga restituita, che levito quando &#8220;supero&#8221; la fatica che mi renderebbe inospitale l&#8217;idioletto e la narrazione dell&#8217;autore che leggo. Quando supero la mia pre-comprensione, il mio sapere dato. Solo allora, ciò che ho penetrato, sfondato, spezzettato, diluito viene da me assimilato!<br />
Ma forse dovresti indagare un pochino di più su cos&#8217;è la fatica (della lettura), su una fenomenologia della fatica (che non è contro, adversa &#8220;anche&#8221; alla leggerezza, né la leggerezza può essere ridotta all&#8217;assenza di fatica)! a cui sono collegabili altri aspetti cognitivi della lettura.<br />
Poi, detto questo, ognuno di noi può chiudersi nella sua idea solipsistica e soggettiva di cos&#8217;è la lettura e la lettura narrativa e non; poi ognuno di noi può chiudersi nei suoi limiti di ricezione o come diceva Konrad Lorenz nella sua educazione data alla ricezione delle forme.<br />
Preferisco demolirla di volta in volta questa mia educazione alla lettura. Proprio in quel momento ap-prendo piuttosto che credere di sapere!<br />
Ma se vogliamo fare un esame oggettivo della questione, perché ciò è possibile, credo che si possa arrivare ad altre conclusioni. E non saranno i fatti a smentire le conclusioni.<br />
Se il libro Va di porta il cuore di Susanna Tamaro è stato superletto, per me significa che i suoi lettori hanno ragione! Ma non la verità!<br />
Le prove stancano la verità!<br />
Poi dici: &#8220;Naturalmente questa, o &#8220;tutto questo&#8221;, è anche la differenza fra un ignorante (io) e un savant&#8221;.<br />
Non ho proprio di me la percezione del savant che non so neanche cos&#8217;è ( a parte le romantiche e inconsistenti descrizioni mitologiche-letterarie).<br />
Penso, invece, che non sarebbe male che proprio perché si è (tutti) ignoranti, un poco di fatica a leggere &#8220;anche&#8221; fuori dalla narrativa, possa essere proficuo a quello che il narratore vorrà dire narrando. Il limite del narratore che narra &#8220;ignorando&#8221; gli altri linguaggi, le altre forme espressive di scrittura e di pensiero, matematica, musica, pittura compresa, è quello di non riuscire a guardare oltre il proprio sguardo. Finisce per guardare e sentire, molto spesso (non dico sempre perché gli accadimenti che non sono atti di lettura nel senso stretto del termine, possono influenzare il nostro modo di cambiare occhio e orecchio), in maniera ripetitivamente eguale.<br />
Detto tutto questo &#8211; che è pochissimo &#8211; rimane il fatto che Mozzi non nasconde la sua intelligenza e cultura che si può &#8220;vedere&#8221; e &#8220;sentire&#8221; nei suoi testi. Non sono nascoste!<br />
Se lo pensi allora esemplifichi quanto ho detto sopra.<br />
Detto questo, Mozzi ha il suo stile e non è il problema del narratore quello di scegliere uno stile più o meno faticoso o congeniale al lettore (quale lettore? e io che lettore sarei? potresti sorprendere nel cercare di individuare quali sono le mie letture fondanti, quelle che mi hanno lasciato cicatrici, caratteri, gioia), ma piuttosto quello di avere quel proprio stile (il problema dell&#8217;assenza di stile non è dentro l&#8217;atto dello scrivere ma nell&#8217;atto che accoglie nudamente il mondo che si percepisce, si esperisce. Posizione squisitamente fenomenologica nel senso classico delineato da Husserl! e che ha implicazioni pratiche ed etiche importantissime! avrebbero un impatto sul mondo reale! lo stile è ciò che io riesco a restituire al mondo!) che gli con-sente secondo la sua natura e le sue esperienze di dire &#8220;Delle cose intelligenti e colte&#8221; mostrandole con la sua grammatica e il suo idioletto più adatti a scavare nelle &#8220;sue&#8221; catacombe, nel suo rapporto con la vita e con il mondo. Ma quello che vale per Mozzi non può essere paradigmatico del modo di narrare o di come si dovrebbe narrare. Chi lo pensa introduce senza saperlo o meno, una metafisica della narrazione, i suoi principi primi, che mi può stare bene se è una scelta singolare, mentre la respingo con tutte le mie forze se vuole essere la regola sovrasensibile della narrazione. Più semplicemente, mi sta bene che un romano creda che Roma è la città più bella del mondo, mi preoccupa quando vuole che tutti gli altri lo credano! Ci sono migliai di modi di narrare diversi. Al lettore la sfida di penetrare ciò che non si può capire degli altri!<br />
Non amo confenzionare mondi per lettori che già li conoscono. Non è apprendimento!<br />
E infine: perché mai si dovrebbe nascondere l&#8217;intelligenza e la cultura? Invito Montanari a riflettere sulle migliaia di ragioni buone e cattive intorno al mostrare o al contrario nascondere intelligenza e cultura (compreso il complesso di invidia&#8230;invidia anche rispetto alla fatica, alle energie profuse nella propria ricerca&#8230;e ci sono anche dialoghi filosofici privi di intelligenza e cultura)<br />
A me sembra che il problema è che d&#8217;intelligenza e cultura non ce ne sia molta in giro, magari si vedesse! E&#8217; sempre più elitaria, ahimé!<br />
Fermo restando che sono assolutamente contrario a una meritocrazia dell&#8217;intelligenza e della cultura, mentre sono favorevole non tanto a dire: io sono intelligente e colto, quanto piuttosto a disseminarla a modo proprio, rifuggendo l&#8217;idea di comunicazione.</p>
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		<title>
		Di: caracaterina		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1365</link>

		<dc:creator><![CDATA[caracaterina]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Suggestiva e, senza ironia, generosa, la frase di Montanari:&quot;La fatica del narratore deve avere come esito l&#039;assenza di fatica di chi legge&quot;. Ma, allora, Moresco non è un narratore? Se non ricordo male, proprio tu, Raul, dicesti in un vecchio commento della tua &quot;fatica&quot; nel leggere Moresco. E, pur tenendo conto delle differenze abissali, cosa sono Joyce, Proust, Musil? ;-)

Credo che la frase di Montanari, con le sue contraddizioni, contenga tuttavia in sè proprio una parte delle questioni che ha posto b.georg. Nel suo intervento, Mozzi scrive: &quot;La finzione, fiction, è l&#039;incubo&quot;. Sembra usare i due vocaboli come sinonimi, almeno io l&#039;avevo intesa così. Tanto è vero che, nella mia testa, avevo cancellato la parola &quot;fiction&quot;, che a me suonava incongrua, e mi ero concentrata solo su &quot;finzione&quot;, con il suo significato contrapposto a &quot;invenzione&quot; come lo pone Mozzi. Antitesi su cui non sono d&#039;accordo ma questo non conta. Poi arriva b.georg che, invece, nel suo commento fa risaltare la parola  &quot;fiction&quot; nel senso di letteratura popolare e &quot;industriale&quot; osservando che il disprezzo mozziano si potrebbe conciliare, eventualmente, con una sorta di &quot;grazia&quot; assai sospettabile, che metterebbe lo scrittore in grado di passare dalla &quot;precomprensione&quot; all&#039;invenzione-scoperta delle &quot;nude cose&quot;.
Ora, si potrebbe dire che la &quot;fiction&quot; è  letteratura che &quot;ha come esito l&#039;assenza di fatica di chi legge&quot;?  Ma, se così fosse, anche quella di Mozzi lo è. E invece no, almeno Mozzi si adopera perchè non lo sia. Eppure lui è narratore apparentemente &quot;facile&quot;.
A complicare le cose, sta poi il fatto che la scrittura di Mozzi è stata distillata da lui stesso in una serie di canoni, di regole, di passaggi, in un lavoro che è tanto tecnico e operativo da poter essere insegnato, come il mestiere che lui di fatto insegna. Il che sembrerebbe portarci  ben lontano dal concetto di scrittura come &quot;grazia&quot;, dal platonismo e, magari, dal decadentismo dell&#039; intuizione veggente. Mentre ci riporta, invece, all&#039;ambito della &quot;fiction&quot;, della sua costruzione operativa e diciamo pure &quot;industriale&quot; nonchè della facilità di fruizione connessa. Niente di aristocratico, dunque, anzi, più democratico e antitetico al dominio di così! (C&#039;è sempre quella questione dell&#039;invenzione vs finzione ma, vabbè.)  Allora: Mozzi è &quot;facile&quot;, non faticoso da leggere, quindi popolare (e vendibile),  tecnico nella scrittura, persino seriale, financo realistico, come Crichton quando mette insieme E.R. e i Medici in prima linea. E&#039; pure un blogger. Ma non scrive fiction.
 
La faccenda che Mozzi propone a me sembra traducibile, piuttosto, nei termini da lui esposti di &quot;imbarazzo&quot;. La letteratura, facile o difficile, realistica o fantastica, finzione o invenzione che sia, è ciò che produce imbarazzo in chi legge, ma prima di tutto, credo, in chi scrive, rompe le attese consuete e le abitudini, aprendo un varco di mancanza di senso. Un varco che la letteratura  non richiude e la fiction invece sì.
In virtù di cosa la letteratura tiene spalancato questo varco?   
In virtù della sola retorica, ovvero delle parole ordinate in modo tale da produrre l&#039;effetto voluto. Un ordine costruito come gli ingegneri costruiscono i ponti, con lo studio, l&#039;attenzione, il lavoro e, certo, la capacità individuale.  L&#039;imbarazzo è l&#039;esperienza che il lettore fa del caos, l&#039;ordine delle parole costruisce un cosmo che non protegge, non consola attraverso l&#039;evasione e la rimozione ma può transitoriamente ospitarci, fragile e precario, esso stesso esposto continuamente allo scompaginamento del caos. 
Erica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Suggestiva e, senza ironia, generosa, la frase di Montanari:&#8221;La fatica del narratore deve avere come esito l&#8217;assenza di fatica di chi legge&#8221;. Ma, allora, Moresco non è un narratore? Se non ricordo male, proprio tu, Raul, dicesti in un vecchio commento della tua &#8220;fatica&#8221; nel leggere Moresco. E, pur tenendo conto delle differenze abissali, cosa sono Joyce, Proust, Musil? ;-)</p>
<p>Credo che la frase di Montanari, con le sue contraddizioni, contenga tuttavia in sè proprio una parte delle questioni che ha posto b.georg. Nel suo intervento, Mozzi scrive: &#8220;La finzione, fiction, è l&#8217;incubo&#8221;. Sembra usare i due vocaboli come sinonimi, almeno io l&#8217;avevo intesa così. Tanto è vero che, nella mia testa, avevo cancellato la parola &#8220;fiction&#8221;, che a me suonava incongrua, e mi ero concentrata solo su &#8220;finzione&#8221;, con il suo significato contrapposto a &#8220;invenzione&#8221; come lo pone Mozzi. Antitesi su cui non sono d&#8217;accordo ma questo non conta. Poi arriva b.georg che, invece, nel suo commento fa risaltare la parola  &#8220;fiction&#8221; nel senso di letteratura popolare e &#8220;industriale&#8221; osservando che il disprezzo mozziano si potrebbe conciliare, eventualmente, con una sorta di &#8220;grazia&#8221; assai sospettabile, che metterebbe lo scrittore in grado di passare dalla &#8220;precomprensione&#8221; all&#8217;invenzione-scoperta delle &#8220;nude cose&#8221;.<br />
Ora, si potrebbe dire che la &#8220;fiction&#8221; è  letteratura che &#8220;ha come esito l&#8217;assenza di fatica di chi legge&#8221;?  Ma, se così fosse, anche quella di Mozzi lo è. E invece no, almeno Mozzi si adopera perchè non lo sia. Eppure lui è narratore apparentemente &#8220;facile&#8221;.<br />
A complicare le cose, sta poi il fatto che la scrittura di Mozzi è stata distillata da lui stesso in una serie di canoni, di regole, di passaggi, in un lavoro che è tanto tecnico e operativo da poter essere insegnato, come il mestiere che lui di fatto insegna. Il che sembrerebbe portarci  ben lontano dal concetto di scrittura come &#8220;grazia&#8221;, dal platonismo e, magari, dal decadentismo dell&#8217; intuizione veggente. Mentre ci riporta, invece, all&#8217;ambito della &#8220;fiction&#8221;, della sua costruzione operativa e diciamo pure &#8220;industriale&#8221; nonchè della facilità di fruizione connessa. Niente di aristocratico, dunque, anzi, più democratico e antitetico al dominio di così! (C&#8217;è sempre quella questione dell&#8217;invenzione vs finzione ma, vabbè.)  Allora: Mozzi è &#8220;facile&#8221;, non faticoso da leggere, quindi popolare (e vendibile),  tecnico nella scrittura, persino seriale, financo realistico, come Crichton quando mette insieme E.R. e i Medici in prima linea. E&#8217; pure un blogger. Ma non scrive fiction.</p>
<p>La faccenda che Mozzi propone a me sembra traducibile, piuttosto, nei termini da lui esposti di &#8220;imbarazzo&#8221;. La letteratura, facile o difficile, realistica o fantastica, finzione o invenzione che sia, è ciò che produce imbarazzo in chi legge, ma prima di tutto, credo, in chi scrive, rompe le attese consuete e le abitudini, aprendo un varco di mancanza di senso. Un varco che la letteratura  non richiude e la fiction invece sì.<br />
In virtù di cosa la letteratura tiene spalancato questo varco?<br />
In virtù della sola retorica, ovvero delle parole ordinate in modo tale da produrre l&#8217;effetto voluto. Un ordine costruito come gli ingegneri costruiscono i ponti, con lo studio, l&#8217;attenzione, il lavoro e, certo, la capacità individuale.  L&#8217;imbarazzo è l&#8217;esperienza che il lettore fa del caos, l&#8217;ordine delle parole costruisce un cosmo che non protegge, non consola attraverso l&#8217;evasione e la rimozione ma può transitoriamente ospitarci, fragile e precario, esso stesso esposto continuamente allo scompaginamento del caos.<br />
Erica</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: b.georg		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1364</link>

		<dc:creator><![CDATA[b.georg]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[non penso si possa dire &quot;nascondere o non nascondere&quot;  intelligenza e cultura, come fosse un fatto intenzionale. Si tratta di esprimersi per come si è capaci. Male, per quel che mi riguarda. Sapendolo, cerco di supplire con la sensatezza degli argomenti. Dio ci liberi da chi fa l&#039;inverso. (ps: che ne sai che non sono un narratore? ;-)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>non penso si possa dire &#8220;nascondere o non nascondere&#8221;  intelligenza e cultura, come fosse un fatto intenzionale. Si tratta di esprimersi per come si è capaci. Male, per quel che mi riguarda. Sapendolo, cerco di supplire con la sensatezza degli argomenti. Dio ci liberi da chi fa l&#8217;inverso. (ps: che ne sai che non sono un narratore? ;-)</p>
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		<title>
		Di: Raul Montanari		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1363</link>

		<dc:creator><![CDATA[Raul Montanari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Questo dialogo è molto interessante dal punto di vista stilistico. 
Mozzi è un narratore, quindi è abituato a nascondere l&#039;intelligenza dietro la semplicità. Dice cose alquanto complesse (non entro nel merito della loro eventuale opinabilità) con un linguaggio la cui arte sta tutta nella semplificazione e nel raggiungimento di un tono piano, che procede per lento accumulo di argomenti e materiali, senza spaventare nessuno. 
B.Georg e Luminamenti non sono narratori, per cui non fanno niente per nascondere la loro intelligenza e cultura; il loro dialogo si può definire filosofico. 
Per quanto mi riguarda, l&#039;effetto che mi fa l&#039;intervento di Luminamenti è che dopo circa dieci righe ho un calo, o piuttosto un ingarbugliamento, dell&#039;attenzione. Non è una critica, affatto: è solo un&#039;osservazione. Colgo qua e là cose che conosco e ho studiato, ma perdo l&#039;insieme perché arrivo alla fine stanchissimo, come se avessi camminato dentro la scomposizione prismatica di una casa che un tempo era mia. Questa è, banalmente, la differenza fra un narratore e uno che non lo è. La fatica del narratore deve avere come esito l&#039;assenza di fatica in chi legge.
Naturalmente questa, o &quot;tutto questo&quot;, è anche la differenza fra un ignorante (io) e un savant.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo dialogo è molto interessante dal punto di vista stilistico.<br />
Mozzi è un narratore, quindi è abituato a nascondere l&#8217;intelligenza dietro la semplicità. Dice cose alquanto complesse (non entro nel merito della loro eventuale opinabilità) con un linguaggio la cui arte sta tutta nella semplificazione e nel raggiungimento di un tono piano, che procede per lento accumulo di argomenti e materiali, senza spaventare nessuno.<br />
B.Georg e Luminamenti non sono narratori, per cui non fanno niente per nascondere la loro intelligenza e cultura; il loro dialogo si può definire filosofico.<br />
Per quanto mi riguarda, l&#8217;effetto che mi fa l&#8217;intervento di Luminamenti è che dopo circa dieci righe ho un calo, o piuttosto un ingarbugliamento, dell&#8217;attenzione. Non è una critica, affatto: è solo un&#8217;osservazione. Colgo qua e là cose che conosco e ho studiato, ma perdo l&#8217;insieme perché arrivo alla fine stanchissimo, come se avessi camminato dentro la scomposizione prismatica di una casa che un tempo era mia. Questa è, banalmente, la differenza fra un narratore e uno che non lo è. La fatica del narratore deve avere come esito l&#8217;assenza di fatica in chi legge.<br />
Naturalmente questa, o &#8220;tutto questo&#8221;, è anche la differenza fra un ignorante (io) e un savant.</p>
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		<title>
		Di: b.georg		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1362</link>

		<dc:creator><![CDATA[b.georg]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ehmm evidentemente ho scelto male la parola, chiedo venia. Dicevo che H. ne esalta il ruolo (tutto ciò che dici sul ruolo che egli assegna al linguaggio poetico è vero) ma che forse  utilizza la radice platonica (Cratilo) e aristotelica del modo di intendere il rapporto tra &quot;segni e cose&quot;, limitandosi magari a rovesciarne il segno (ovviamente, come si è stracapito, la mia fonte è la lettura che di Heidegger fa Sini. Mica sono così originale, mi limito a scopiazzare i miei ricordi universitari, peraltro piuttosto vecchiotti e probabilmente superati :). Si tratta tuttavia, e ti prego di coglierlo, di una questione assolutamente secondaria in questo contesto che lascerei cadere senza nessun problema (può darsi che i miei ricordi abbiano bisogno di una bella spolveratina, nel qual caso sii clemente :). Il punto della mia domanda a Mozzi era il resto. Ciao :)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ehmm evidentemente ho scelto male la parola, chiedo venia. Dicevo che H. ne esalta il ruolo (tutto ciò che dici sul ruolo che egli assegna al linguaggio poetico è vero) ma che forse  utilizza la radice platonica (Cratilo) e aristotelica del modo di intendere il rapporto tra &#8220;segni e cose&#8221;, limitandosi magari a rovesciarne il segno (ovviamente, come si è stracapito, la mia fonte è la lettura che di Heidegger fa Sini. Mica sono così originale, mi limito a scopiazzare i miei ricordi universitari, peraltro piuttosto vecchiotti e probabilmente superati :). Si tratta tuttavia, e ti prego di coglierlo, di una questione assolutamente secondaria in questo contesto che lascerei cadere senza nessun problema (può darsi che i miei ricordi abbiano bisogno di una bella spolveratina, nel qual caso sii clemente :). Il punto della mia domanda a Mozzi era il resto. Ciao :)</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: luminamenti		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1361</link>

		<dc:creator><![CDATA[luminamenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Heidegger tratta il linguaggio in modo superficiale? E come strumento? Ho capito bene o fraintendo? Sobbalzo dalla sedia!!! scusami b.georg per il mio tono umorale che ti potrà sembrare acceso. Tra l&#039;altro quello che dici nel tuo commento è interessante e parecchio, ma di Hiedegger che scrive in modo quasi certamente abominevole (Borges), si può dire tutto tranne che tratta il linguaggio in modo superficiale.
L&#039;attenzione di Heidegger al linguaggio è assoluta, estrema, estenuante, si pose davvero in una sfida nell&#039;ascolto del linguaggio, del logos, e certo l&#039;esito abominevole della sua espressione scritta è conseguenza anche di questo ma non priva di punti di arrivo fondanti tutte questioni con cui si confronta tutto il pensiero occidentale contemporaneo. L&#039;esegesi in questo senso di George Steiner su Heidegger rimane esemplare. Conosco quasi tutte le obiezioni che i critici di Heidegger hanno sollevato alla sue etimologie, ma il suo lessico risulta internamente coerente come pochi hanno saputo ormai delineare chiaramente. Penso a Emil Staiger, a Karl Reinhardt, K Riezler, H. Bollack, Donald Carne-Ross o alle osservazioni di C.F. von Weiszacker sull&#039;influsso di Heidegger all&#039;ascolto nei più soggettivi aspetti della fisica particellare. Per non dire del suo influsso linguistico nella poesia e prosa di Ilse Aichinger, Bachman, Char, Celan. La sua attenzione al pensiero poetante è l&#039;attenzione massima all&#039;ascolto del linguaggio, è das kunfitge Denken, il &quot;pensiero avvenire&quot;. Il punto inoltre non è tanto sapere dove è arrivato Heidegger con la sua ricerca ma se le domande che si è posto sul linguaggio sono legittime. A me sembra di sì.  Ti segnalo un opera tra le più profonde del 900 che tratta di questo: L&#039;ontologie du secret, di uno degli uomini più ostici della Terra ma con una memoria spaventosa: Pierre Boutang. Il suo tema è quello che da forza alla metafora. Quali assenza sono implicite nell&#039;uso del predicato?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Heidegger tratta il linguaggio in modo superficiale? E come strumento? Ho capito bene o fraintendo? Sobbalzo dalla sedia!!! scusami b.georg per il mio tono umorale che ti potrà sembrare acceso. Tra l&#8217;altro quello che dici nel tuo commento è interessante e parecchio, ma di Hiedegger che scrive in modo quasi certamente abominevole (Borges), si può dire tutto tranne che tratta il linguaggio in modo superficiale.<br />
L&#8217;attenzione di Heidegger al linguaggio è assoluta, estrema, estenuante, si pose davvero in una sfida nell&#8217;ascolto del linguaggio, del logos, e certo l&#8217;esito abominevole della sua espressione scritta è conseguenza anche di questo ma non priva di punti di arrivo fondanti tutte questioni con cui si confronta tutto il pensiero occidentale contemporaneo. L&#8217;esegesi in questo senso di George Steiner su Heidegger rimane esemplare. Conosco quasi tutte le obiezioni che i critici di Heidegger hanno sollevato alla sue etimologie, ma il suo lessico risulta internamente coerente come pochi hanno saputo ormai delineare chiaramente. Penso a Emil Staiger, a Karl Reinhardt, K Riezler, H. Bollack, Donald Carne-Ross o alle osservazioni di C.F. von Weiszacker sull&#8217;influsso di Heidegger all&#8217;ascolto nei più soggettivi aspetti della fisica particellare. Per non dire del suo influsso linguistico nella poesia e prosa di Ilse Aichinger, Bachman, Char, Celan. La sua attenzione al pensiero poetante è l&#8217;attenzione massima all&#8217;ascolto del linguaggio, è das kunfitge Denken, il &#8220;pensiero avvenire&#8221;. Il punto inoltre non è tanto sapere dove è arrivato Heidegger con la sua ricerca ma se le domande che si è posto sul linguaggio sono legittime. A me sembra di sì.  Ti segnalo un opera tra le più profonde del 900 che tratta di questo: L&#8217;ontologie du secret, di uno degli uomini più ostici della Terra ma con una memoria spaventosa: Pierre Boutang. Il suo tema è quello che da forza alla metafora. Quali assenza sono implicite nell&#8217;uso del predicato?</p>
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		<title>
		Di: b.georg		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1360</link>

		<dc:creator><![CDATA[b.georg]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=196#comment-1360</guid>

					<description><![CDATA[Molto ben scritto. Personalmente mi destano qualche perplessità un paio di aspetti, che voglio provare a sottoporti. Lo &quot;sfondamento&quot; è da intendere tra precomprensione e nude cose? Ma se è così, se la precomprensione cade, come si può, di fronte a supposte &quot;nude cose&quot;, non essere semplicemente e totalmente inghiottiti dal silenzio? E invece si parla (anzi, si scrive). Che ruolo, che statuto ha la scrittura in tutto ciò? Da dove salta fuori? Pare data per scontata, trattata da strumento proprio mentre viene esaltata (destino che mi ricorda il modo un po&#039; superficiale con cui Heidegger tratta del linguaggio, proprio contestualmente alla sua esaltazione in funzione poetica). Siamo sicuri che si tratti di uno s-velamento, dell&#039;essere posti di fronte a un segreto che poi è la nullificazione dei significati precompresi (con tutto il retroterra di esistenzialismo che vi sta dietro) e non di una &quot;piegatura&quot; della nostra capacità di &quot;attribuire sensi&quot;, del &quot;quadrato&quot; operato dalla scrittura sulla nostra relazione di senso con le cose? (il suo fruttificare, sfondarsi, esordire, per dirla con Moresco). La caduta dei &quot;significati consueti&quot; non allude forse a una poetica aristocratica della grazia, dell&#039;intuizione, dell&#039;elezione che assomiglia molto a quella di fronte alla quale Fortini metteva in guardia (il montaliano &quot;ognuno riconosce i suoi&quot;, cui Fortini rispondeva: &quot;dove si parla di grazia e intuito, voi sospettate dominio&quot;-  cfr. Fortini, Nuovi saggi italiani)? La chiusa di questo pezzo, con la critica alla fiction - alla cultura industiale di massa - che fatico a non ritenere idealistica, mi aggrava il medesimo sospetto. Non so, non sono per nulla sicuro di aver centrato la critica, che ne dici?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molto ben scritto. Personalmente mi destano qualche perplessità un paio di aspetti, che voglio provare a sottoporti. Lo &#8220;sfondamento&#8221; è da intendere tra precomprensione e nude cose? Ma se è così, se la precomprensione cade, come si può, di fronte a supposte &#8220;nude cose&#8221;, non essere semplicemente e totalmente inghiottiti dal silenzio? E invece si parla (anzi, si scrive). Che ruolo, che statuto ha la scrittura in tutto ciò? Da dove salta fuori? Pare data per scontata, trattata da strumento proprio mentre viene esaltata (destino che mi ricorda il modo un po&#8217; superficiale con cui Heidegger tratta del linguaggio, proprio contestualmente alla sua esaltazione in funzione poetica). Siamo sicuri che si tratti di uno s-velamento, dell&#8217;essere posti di fronte a un segreto che poi è la nullificazione dei significati precompresi (con tutto il retroterra di esistenzialismo che vi sta dietro) e non di una &#8220;piegatura&#8221; della nostra capacità di &#8220;attribuire sensi&#8221;, del &#8220;quadrato&#8221; operato dalla scrittura sulla nostra relazione di senso con le cose? (il suo fruttificare, sfondarsi, esordire, per dirla con Moresco). La caduta dei &#8220;significati consueti&#8221; non allude forse a una poetica aristocratica della grazia, dell&#8217;intuizione, dell&#8217;elezione che assomiglia molto a quella di fronte alla quale Fortini metteva in guardia (il montaliano &#8220;ognuno riconosce i suoi&#8221;, cui Fortini rispondeva: &#8220;dove si parla di grazia e intuito, voi sospettate dominio&#8221;-  cfr. Fortini, Nuovi saggi italiani)? La chiusa di questo pezzo, con la critica alla fiction &#8211; alla cultura industiale di massa &#8211; che fatico a non ritenere idealistica, mi aggrava il medesimo sospetto. Non so, non sono per nulla sicuro di aver centrato la critica, che ne dici?</p>
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		<title>
		Di: giuseppe genna		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1359</link>

		<dc:creator><![CDATA[giuseppe genna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[FANTASTICO!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>FANTASTICO!</p>
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