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	Commenti a: La vera storia del Signore degli Anelli	</title>
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		<title>
		Di: ESC &#187; Nuova critica paracu&#8230;		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/02/04/la-vera-storia-del-signore-degli-anelli/#comment-25750</link>

		<dc:creator><![CDATA[ESC &#187; Nuova critica paracu&#8230;]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2006 00:48:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] Parlare male di un film &#232; molto difficile, forse inutile. Immancabilmente, vincono i giudizi positivi - per qualit&#224; e quantit&#224;. Sommerso dalle unanimi lodi, in un sussulto di orgoglio qualcuno finalmente decide di urlare le sue verit&#224;, fracassando l&#8217;idolo a martellate. Diligentemente, il recensore accumula argomenti per giungere al suo sovversivo giudizio; gli stessi argomenti, poi, che qualcun altro usa investendoli del valore contrario. Ci provano su     Nazione Indiana  , a smantellare l&#8217;esaltazione diffusa per      Dogville  e      Kill Bill  . Ma come al solito, vi &#232; uno strappo, un vuoto concettuale, tra i dati di fatto pi&#249; o meno oggettivi e il senso che viene loro dato. Non mi sembra il caso di mettere in dubbio che le sceneggiature di  Lars Von Trier siano didascalicamente allegoriche, a tratti ridicole, facilmente melodrammatiche e quel che &#232; peggio sempre identiche.  Altrettanto scemo era   Elephant, con la sua sociologia spicciola. Certo siamo lontani dagli abissi tragicomici di un  Wenders, ma  l   a verit&#224; &#232; che della maggior parte dei film non vale la pena di parlare - a maggior ragione quando sono stati scritti per fare parlare, con le loro moralette insignificanti. Eppure questo non basta a farne dei brutti film, pur talvolta insidiandoli gravemente. La bellezza di   Dogville o   Elephant, se deve essere, &#232; kantiana. Non c&#8217;&#232; conseguenza tra argomentazione e conclusione, non c&#8217;&#232; giustificazione al piacere: nessun argomento scalfir&#224; alcuna convinzione - Amen.    Anche per   Kill Bill, la nuova critica, paracula come i film che analizza, mette il pilota automatico: i capi d&#8217;imputazione sono identici ai capisaldi del dogma tarantiniano, solo trasfigurati (polarizzati) negativamente con un&#8217;abbondante spruzzata di luoghi comuni vecchi di qualche decennio sull&#8217;arte postmoderna.    Umberto Eco descrisse l&#8217;opera postmoderna (prendendo come esempio   Casablanca di  Michael Curtiz) come un testo costruito a partire da blocchi (  intertextual frames), cio&#232; situazioni stereotipate derivanti dalla precedente tradizione culturale che vengono reintegrate e disposte secondo un procedimento che ricorda la costruzione di un ipertesto. Questo crea una complicit&#224; tra l&#8217;autore consapevole e ironico e il lettore/spettatore, e da vita ai cosidetti fenomeni  cult. Davvero nulla di nuovo, quindi: e arriverebbe buon ultimo  Tarantino, se i suoi detrattori non fossero ancora pi&#249; indietro. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] Parlare male di un film &egrave; molto difficile, forse inutile. Immancabilmente, vincono i giudizi positivi &#8211; per qualit&agrave; e quantit&agrave;. Sommerso dalle unanimi lodi, in un sussulto di orgoglio qualcuno finalmente decide di urlare le sue verit&agrave;, fracassando l&#8217;idolo a martellate. Diligentemente, il recensore accumula argomenti per giungere al suo sovversivo giudizio; gli stessi argomenti, poi, che qualcun altro usa investendoli del valore contrario. Ci provano su     Nazione Indiana  , a smantellare l&#8217;esaltazione diffusa per      Dogville  e      Kill Bill  . Ma come al solito, vi &egrave; uno strappo, un vuoto concettuale, tra i dati di fatto pi&ugrave; o meno oggettivi e il senso che viene loro dato. Non mi sembra il caso di mettere in dubbio che le sceneggiature di  Lars Von Trier siano didascalicamente allegoriche, a tratti ridicole, facilmente melodrammatiche e quel che &egrave; peggio sempre identiche.  Altrettanto scemo era   Elephant, con la sua sociologia spicciola. Certo siamo lontani dagli abissi tragicomici di un  Wenders, ma  l   a verit&agrave; &egrave; che della maggior parte dei film non vale la pena di parlare &#8211; a maggior ragione quando sono stati scritti per fare parlare, con le loro moralette insignificanti. Eppure questo non basta a farne dei brutti film, pur talvolta insidiandoli gravemente. La bellezza di   Dogville o   Elephant, se deve essere, &egrave; kantiana. Non c&#8217;&egrave; conseguenza tra argomentazione e conclusione, non c&#8217;&egrave; giustificazione al piacere: nessun argomento scalfir&agrave; alcuna convinzione &#8211; Amen.    Anche per   Kill Bill, la nuova critica, paracula come i film che analizza, mette il pilota automatico: i capi d&#8217;imputazione sono identici ai capisaldi del dogma tarantiniano, solo trasfigurati (polarizzati) negativamente con un&#8217;abbondante spruzzata di luoghi comuni vecchi di qualche decennio sull&#8217;arte postmoderna.    Umberto Eco descrisse l&#8217;opera postmoderna (prendendo come esempio   Casablanca di  Michael Curtiz) come un testo costruito a partire da blocchi (  intertextual frames), cio&egrave; situazioni stereotipate derivanti dalla precedente tradizione culturale che vengono reintegrate e disposte secondo un procedimento che ricorda la costruzione di un ipertesto. Questo crea una complicit&agrave; tra l&#8217;autore consapevole e ironico e il lettore/spettatore, e da vita ai cosidetti fenomeni  cult. Davvero nulla di nuovo, quindi: e arriverebbe buon ultimo  Tarantino, se i suoi detrattori non fossero ancora pi&ugrave; indietro. [&#8230;]</p>
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		<title>
		Di: ESC &#187; Quentin Tarantino, i&#8230;		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ESC &#187; Quentin Tarantino, i&#8230;]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2006 00:48:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] Ci&#242; su cui si accordano tanto i  sostenitori quanto i  detrattori di  Tarantino &#232; l&#8217;   anomalia del suo procedimento creativo: integrare elementi pre-esistenti, preferibilmente derivati dalla cultura &#034;bassa&#034;, in un nuovo insieme significante. Procedimento ostentato in   Kill Bill  , e notato con compiacimento da un pubblico che, in verit&#224;, neppure se ne sarebbe accorto se non ne fosse stato programmaticamente informato (io a malapena ho riconosciuto la tutina di  Bruce Lee, ma voi continuate pure a fingere). Il punto &#232; che non c&#8217;&#232; assolutamente alcuna  anomalia o stravagante invenzione: da un secolo autori in vari campi dell&#8217;arte rivendicano questo metodo (i primi  postmoderni furono forse  Stravinsky e  Ravel), da decenni i critici lo riconoscono (dai teorici del   d&#233;tournement in  poi), e da sempre &#232;&#160;un principio pi&#249; o meno inconsapevole dell&#8217;arte stessa (pensate a   Diderot che plagia il    Tristram Shandy). Tarantino giunge quindi a sdoganare l&#8217;intertestualit&#224; compulsiva, compiendone l&#8217;inaugurazione ufficiale davanti a milioni di fan in estasi (e grigi puristi dell&#8217;opera creata  ex nihilo, pronti a rovinargli la festa). La cosa&#160;che colpisce leggendo    Oralit&#224; e Scrittura di  Walter J. Ong, &#232; che quelle che quest&#8217;ultimo definisce come le norme della  narrazione orale nelle culture precedenti la scrittura sono n&#233; pi&#249; n&#233; meno che i criteri che vengono oggi applicati a Tarantino: &#034;  L&#8217;originalit&#224; non consiste nell&#8217;introdurre nuovi materiali, ma nell&#8217;adattare quelli tradizionali in maniera efficace ad ogni individuo, situazione o pubblico&#034;, scrive Ong, riferendosi a rapsodi e bardi, che per aiutarsi nella memorizzazione facevano uso di blocchi testuali ricorrenti:  cucendo assieme unit&#224; di senso derivate dalla tradizione. Per non parlare poi di un concetto come la  propriet&#224; intellettuale, che non pu&#242; nascere che con la scrittura e i suoi testi  chiusi, e dalla quale Quentin giustamente non si fa ostacolare. Sulla nascita della propriet&#224; intellettuale torner&#242;; nel frattempo vi prego di meditare sulle ragioni di questo ritorno (soltanto  percepito in effetti) ai modi della creazione orale, che altri hanno chiamato, se non fraintendo,   morte dell&#8217;autore (e sulla quale potrebbe essere dilettevole indagare).  11 Gennaio 2004 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] Ci&ograve; su cui si accordano tanto i  sostenitori quanto i  detrattori di  Tarantino &egrave; l&#8217;   anomalia del suo procedimento creativo: integrare elementi pre-esistenti, preferibilmente derivati dalla cultura &quot;bassa&quot;, in un nuovo insieme significante. Procedimento ostentato in   Kill Bill  , e notato con compiacimento da un pubblico che, in verit&agrave;, neppure se ne sarebbe accorto se non ne fosse stato programmaticamente informato (io a malapena ho riconosciuto la tutina di  Bruce Lee, ma voi continuate pure a fingere). Il punto &egrave; che non c&#8217;&egrave; assolutamente alcuna  anomalia o stravagante invenzione: da un secolo autori in vari campi dell&#8217;arte rivendicano questo metodo (i primi  postmoderni furono forse  Stravinsky e  Ravel), da decenni i critici lo riconoscono (dai teorici del   d&eacute;tournement in  poi), e da sempre &egrave;&nbsp;un principio pi&ugrave; o meno inconsapevole dell&#8217;arte stessa (pensate a   Diderot che plagia il    Tristram Shandy). Tarantino giunge quindi a sdoganare l&#8217;intertestualit&agrave; compulsiva, compiendone l&#8217;inaugurazione ufficiale davanti a milioni di fan in estasi (e grigi puristi dell&#8217;opera creata  ex nihilo, pronti a rovinargli la festa). La cosa&nbsp;che colpisce leggendo    Oralit&agrave; e Scrittura di  Walter J. Ong, &egrave; che quelle che quest&#8217;ultimo definisce come le norme della  narrazione orale nelle culture precedenti la scrittura sono n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno che i criteri che vengono oggi applicati a Tarantino: &quot;  L&#8217;originalit&agrave; non consiste nell&#8217;introdurre nuovi materiali, ma nell&#8217;adattare quelli tradizionali in maniera efficace ad ogni individuo, situazione o pubblico&quot;, scrive Ong, riferendosi a rapsodi e bardi, che per aiutarsi nella memorizzazione facevano uso di blocchi testuali ricorrenti:  cucendo assieme unit&agrave; di senso derivate dalla tradizione. Per non parlare poi di un concetto come la  propriet&agrave; intellettuale, che non pu&ograve; nascere che con la scrittura e i suoi testi  chiusi, e dalla quale Quentin giustamente non si fa ostacolare. Sulla nascita della propriet&agrave; intellettuale torner&ograve;; nel frattempo vi prego di meditare sulle ragioni di questo ritorno (soltanto  percepito in effetti) ai modi della creazione orale, che altri hanno chiamato, se non fraintendo,   morte dell&#8217;autore (e sulla quale potrebbe essere dilettevole indagare).  11 Gennaio 2004 [&#8230;]</p>
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		<title>
		Di: carla		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[carla]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ho letto e riletto il libro da quando ero piccolina, credo che sia una delle poche storie epiche (con Werfel e il Mussa Dagh). 
Se dobbiamo chiederci chi sta dove per TLOTR allora dovremmo farlo anche per Ulisse, per l&#039;Ultimo dei Mohicani, per Orlando Furioso. 
Mi sembra sbagliato e inutile. 
Ciao

Carla]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ho letto e riletto il libro da quando ero piccolina, credo che sia una delle poche storie epiche (con Werfel e il Mussa Dagh).<br />
Se dobbiamo chiederci chi sta dove per TLOTR allora dovremmo farlo anche per Ulisse, per l&#8217;Ultimo dei Mohicani, per Orlando Furioso.<br />
Mi sembra sbagliato e inutile.<br />
Ciao</p>
<p>Carla</p>
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		<title>
		Di: sergio baratto		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/02/04/la-vera-storia-del-signore-degli-anelli/#comment-2156</link>

		<dc:creator><![CDATA[sergio baratto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cara Carla, quand&#039;ero piccolo sono stato un talebano tolkieniano. Ovviamente la battuta sul &quot;fascismo&quot; del LOTR era per l&#039;appunto soltanto una battuta. Anzi, ti dirò che la discussione su Tolkien di destra centro o sinistra mi ha sempre fatto cagare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Carla, quand&#8217;ero piccolo sono stato un talebano tolkieniano. Ovviamente la battuta sul &#8220;fascismo&#8221; del LOTR era per l&#8217;appunto soltanto una battuta. Anzi, ti dirò che la discussione su Tolkien di destra centro o sinistra mi ha sempre fatto cagare.</p>
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		<title>
		Di: carla		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[carla]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[sono del tutto d&#039;accordo con te, Sergio. Mi ero un po&#039; confusa.... ! Per me LOTR rimane un angolo di infanzia...

Saluti e buon lavoro!
Carla
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			<content:encoded><![CDATA[<p>sono del tutto d&#8217;accordo con te, Sergio. Mi ero un po&#8217; confusa&#8230;. ! Per me LOTR rimane un angolo di infanzia&#8230;</p>
<p>Saluti e buon lavoro!<br />
Carla</p>
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