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	Commenti a: Nel silenzio di carne	</title>
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		Di: Nick Names		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nick Names]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[altro su ferrari da ragionepolitica.it


Il potente richiamo della crisi. Appunti per una lettura della poesia di Ivano Ferrari
di Raffaele Iannuzzi - 3 ottobre 2003 


Chi è Ivano Ferrari? Verrebbe da dire con il don Abbondio manzoniano: Carneade, chi era costui? Ferrari è forse il Carneade della poesia italiana, l&#039; ultimo arrivato, il meno noto e, quindi, il meno dotato di talento?

Non credo affatto e vorrei proporre alcuni appunti per richiamare l&#039; attenzione dei nostri lettori sulla poesia di Ivano Ferrari.

Nato a Mantova nel 1948, Ferrari ha pubblicato due raccolte significative di versi, un poemetto intitolato Macello, compreso inizialmente nell&#039; antologia Nuovi poeti italiani, in seguito pubblicato nella prestigiosa &quot;Collezione di poesia&quot; della Einaudi, ed una raccolta di versi decisamente potenti e ricchi di carica simbolica, La franca sostanza del degrado, sempre nella &quot;Collezione di poesia&quot; Einaudi, 1999.

Di quest&#039; ultima opera poetica, di notevole spessore linguistico, si è anche occupato un altro importante e contraddittorio scrittore italiano dell&#039; ultimo decennio, Antonio Moresco, con il quale ho avuto una serie di contatti telefonici ed epistolari (questi ultimi piuttosto burrascosi).

Moresco è amico intimo di Ferrari e stima molto il suo talento, devo dire che lo scrittore, mantovano come il nostro poeta, ha ragione: Ferrari merita decisamente attenzione. La franca sostanza del degrado non è stato degnato neppure di uno sguardo dai quotidiani nazionali, nessuna recensione, neppure un trafiletto a piè di pagina nelle terze pagine; siamo alle solite: se un autore è veramente libero e scapigliato, nel seno creativo del termine, cioè se è effettivamente un uomo geniale capace di creare suggestioni nuove ed aprire paesaggi simbolici inediti, allora la cultura radical-chic nostrana lo bolla come &quot;marginale&quot;, perché ciò che è &quot;centrale&quot; e &quot;fondamentale&quot; viene da lei deciso sulla base dell&#039; appartenenza alle scuderie del culturame progressista. Ferrari, per l&#039; appunto, è assolutamente anti-progressista, anzi ha degli accenti quasi degni dell&#039; ultimo Prezzolini, un pò apocalittici, ma decisamente affascinanti. La sua poesia canta il degrado della civiltà contemporanea, senza retorica, però, con un fondo di asciuttezza vibrante e raffinata, a tratti carica di pathos, mai stucchevole. La lingua di Ferrari, osserva Moresco, è &quot;densa, dolce e violenta, di grande ricchezza e maturità poetica, con un forte senso di pieno, tutta attraversata da improvvisi e spiazzanti cortocircuiti mentali. Un movimento che prende dentro nello stesso tempo la più totale e materica concretezza e lo sfondamento improvviso. Una musica breve, contratta e senza ritorno&quot; (L&#039; invasione, Rizzoli, Milano, 2002, p. 40). Giudizio carico di verità, assolutamente condivisibile. Basta aprire la raccolta di versi, anche a caso, e leggere: 

&quot;Passa la carne tagliata a stella

su fogli bianchi

di tanto in tanto la grafia dei gesti

induce coi piedi per terra

a passi veloci verso Dio

su corde d&#039; altalena&quot;.

Ancora, con struggente rapimento estatico:

&quot;Essere di nuovo vinti

inghiottiti per amore

nulla di personale

saluto alla bandiera&quot;.

Ho trovato assonanze, in questo poderoso magma poetico, in un autore dei Caraibi, premio Nobel per la letteratura, Derek Walcott; un altro autore che generava tonalità ad un tempo così dense e simboliche era il Thomas S. Eliot della Terra desolata. Ferrari regge bene il confronto, a mio personale avviso, e, per leggerlo con uno sguardo adeguato, occorre riprendere la verità espressa proprio da Walcott nei versi della Mappa del nuovo mondo (Adelphi, Milano, 1992): &quot;Per cambiar lingua devi cambiar vita&quot;. Vale la pena di tentare, immergendosi dentro il mare profondo dei versi di Ivano Ferrari. 

Raffaele Iannuzzi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>altro su ferrari da ragionepolitica.it</p>
<p>Il potente richiamo della crisi. Appunti per una lettura della poesia di Ivano Ferrari<br />
di Raffaele Iannuzzi &#8211; 3 ottobre 2003 </p>
<p>Chi è Ivano Ferrari? Verrebbe da dire con il don Abbondio manzoniano: Carneade, chi era costui? Ferrari è forse il Carneade della poesia italiana, l&#8217; ultimo arrivato, il meno noto e, quindi, il meno dotato di talento?</p>
<p>Non credo affatto e vorrei proporre alcuni appunti per richiamare l&#8217; attenzione dei nostri lettori sulla poesia di Ivano Ferrari.</p>
<p>Nato a Mantova nel 1948, Ferrari ha pubblicato due raccolte significative di versi, un poemetto intitolato Macello, compreso inizialmente nell&#8217; antologia Nuovi poeti italiani, in seguito pubblicato nella prestigiosa &#8220;Collezione di poesia&#8221; della Einaudi, ed una raccolta di versi decisamente potenti e ricchi di carica simbolica, La franca sostanza del degrado, sempre nella &#8220;Collezione di poesia&#8221; Einaudi, 1999.</p>
<p>Di quest&#8217; ultima opera poetica, di notevole spessore linguistico, si è anche occupato un altro importante e contraddittorio scrittore italiano dell&#8217; ultimo decennio, Antonio Moresco, con il quale ho avuto una serie di contatti telefonici ed epistolari (questi ultimi piuttosto burrascosi).</p>
<p>Moresco è amico intimo di Ferrari e stima molto il suo talento, devo dire che lo scrittore, mantovano come il nostro poeta, ha ragione: Ferrari merita decisamente attenzione. La franca sostanza del degrado non è stato degnato neppure di uno sguardo dai quotidiani nazionali, nessuna recensione, neppure un trafiletto a piè di pagina nelle terze pagine; siamo alle solite: se un autore è veramente libero e scapigliato, nel seno creativo del termine, cioè se è effettivamente un uomo geniale capace di creare suggestioni nuove ed aprire paesaggi simbolici inediti, allora la cultura radical-chic nostrana lo bolla come &#8220;marginale&#8221;, perché ciò che è &#8220;centrale&#8221; e &#8220;fondamentale&#8221; viene da lei deciso sulla base dell&#8217; appartenenza alle scuderie del culturame progressista. Ferrari, per l&#8217; appunto, è assolutamente anti-progressista, anzi ha degli accenti quasi degni dell&#8217; ultimo Prezzolini, un pò apocalittici, ma decisamente affascinanti. La sua poesia canta il degrado della civiltà contemporanea, senza retorica, però, con un fondo di asciuttezza vibrante e raffinata, a tratti carica di pathos, mai stucchevole. La lingua di Ferrari, osserva Moresco, è &#8220;densa, dolce e violenta, di grande ricchezza e maturità poetica, con un forte senso di pieno, tutta attraversata da improvvisi e spiazzanti cortocircuiti mentali. Un movimento che prende dentro nello stesso tempo la più totale e materica concretezza e lo sfondamento improvviso. Una musica breve, contratta e senza ritorno&#8221; (L&#8217; invasione, Rizzoli, Milano, 2002, p. 40). Giudizio carico di verità, assolutamente condivisibile. Basta aprire la raccolta di versi, anche a caso, e leggere: </p>
<p>&#8220;Passa la carne tagliata a stella</p>
<p>su fogli bianchi</p>
<p>di tanto in tanto la grafia dei gesti</p>
<p>induce coi piedi per terra</p>
<p>a passi veloci verso Dio</p>
<p>su corde d&#8217; altalena&#8221;.</p>
<p>Ancora, con struggente rapimento estatico:</p>
<p>&#8220;Essere di nuovo vinti</p>
<p>inghiottiti per amore</p>
<p>nulla di personale</p>
<p>saluto alla bandiera&#8221;.</p>
<p>Ho trovato assonanze, in questo poderoso magma poetico, in un autore dei Caraibi, premio Nobel per la letteratura, Derek Walcott; un altro autore che generava tonalità ad un tempo così dense e simboliche era il Thomas S. Eliot della Terra desolata. Ferrari regge bene il confronto, a mio personale avviso, e, per leggerlo con uno sguardo adeguato, occorre riprendere la verità espressa proprio da Walcott nei versi della Mappa del nuovo mondo (Adelphi, Milano, 1992): &#8220;Per cambiar lingua devi cambiar vita&#8221;. Vale la pena di tentare, immergendosi dentro il mare profondo dei versi di Ivano Ferrari. </p>
<p>Raffaele Iannuzzi</p>
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		Di: Nick Names		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/05/07/nel-silenzio-di-carne/#comment-4157</link>

		<dc:creator><![CDATA[Nick Names]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[mi correggo: da www.ragionpolitica.it]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>mi correggo: da <a href="http://www.ragionpolitica.it" rel="nofollow ugc">http://www.ragionpolitica.it</a></p>
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		<title>
		Di: Enzo Mansueto		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/05/07/nel-silenzio-di-carne/#comment-4158</link>

		<dc:creator><![CDATA[Enzo Mansueto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ANCORA SUL MACELLO DI FERRARI.
DI ENZO MANSUETO, PUBBLICATO SU ROCKERILLA DI MARZO:

&quot;Arriva in libreria, dopo il lacerto pubblicato in antologia nel 1995, l’opera choc di Ivano Ferrari, Macello (Einaudi Poesia, 2004), caldeggiata da autori e critici abituati a sconvolgere le abitudini letterarie, quali Antonio Moresco, Tiziano Scarpa, Carla Benedetti. Ferrari (Mantova 1948), che ha lavorato in un mattatoio comunale, ci propone una smembrata allegoria della vita, colta nel punto in cui la vita stessa rasenta l’inorganico, l’inguardabile, l’osceno. Il macello diventa un luogo assoluto in cui, tra squartamenti, organi moribondi, liquami, miasmi, verminai, appare la luce livida dell’esistere, umano e animale, impressa su un gelatinoso occhio necroscopico. Lucidità iperrealista e ghigno espressionista si sovrappongono in questa catena di poesie, come nella galleria horror di Damien Hirst: «C’è un vitello che respira ancora / il colpo non ha sfondato il cranio / chi ha sbagliato gli afferra il collo / stringe la forma / i globi degli occhi bovini ballano / al ritmo del paranco»&quot;.

Alla citata Carla Benedetti suggerirei modestamente di rileggere la sezione conclusiva del mio libro del 1995 (Descrizione di una battaglia) intitolata Sconfinamento: &quot;Livida tela. I drammi del rasoio / sconquassano la piastra della schiena. / Non c&#039;è perché. Scola nel MATTATOIO / scarna carena&quot;.

Questa strofa saffica macellata (Necroscopia) è datata 1993.....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ANCORA SUL MACELLO DI FERRARI.<br />
DI ENZO MANSUETO, PUBBLICATO SU ROCKERILLA DI MARZO:</p>
<p>&#8220;Arriva in libreria, dopo il lacerto pubblicato in antologia nel 1995, l’opera choc di Ivano Ferrari, Macello (Einaudi Poesia, 2004), caldeggiata da autori e critici abituati a sconvolgere le abitudini letterarie, quali Antonio Moresco, Tiziano Scarpa, Carla Benedetti. Ferrari (Mantova 1948), che ha lavorato in un mattatoio comunale, ci propone una smembrata allegoria della vita, colta nel punto in cui la vita stessa rasenta l’inorganico, l’inguardabile, l’osceno. Il macello diventa un luogo assoluto in cui, tra squartamenti, organi moribondi, liquami, miasmi, verminai, appare la luce livida dell’esistere, umano e animale, impressa su un gelatinoso occhio necroscopico. Lucidità iperrealista e ghigno espressionista si sovrappongono in questa catena di poesie, come nella galleria horror di Damien Hirst: «C’è un vitello che respira ancora / il colpo non ha sfondato il cranio / chi ha sbagliato gli afferra il collo / stringe la forma / i globi degli occhi bovini ballano / al ritmo del paranco»&#8221;.</p>
<p>Alla citata Carla Benedetti suggerirei modestamente di rileggere la sezione conclusiva del mio libro del 1995 (Descrizione di una battaglia) intitolata Sconfinamento: &#8220;Livida tela. I drammi del rasoio / sconquassano la piastra della schiena. / Non c&#8217;è perché. Scola nel MATTATOIO / scarna carena&#8221;.</p>
<p>Questa strofa saffica macellata (Necroscopia) è datata 1993&#8230;..</p>
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		Di: Malatesta		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/05/07/nel-silenzio-di-carne/#comment-4159</link>

		<dc:creator><![CDATA[Malatesta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Secondo me Mattatoio è molto più avanti de La franca sostanza del degrado. C&#039;è un intento poematico più forte, una volontà di squadernare l&#039;evento-simbolo in  tutti i suoi risvolti, sfaccettarure, psicologismi, filosofemi, denunce ecc. Ne La Franca sostanza del degrado, che è fatto secondo me di alti e bassi (e giustamente l&#039;ultima sezione, quella dedicata al padre, è una delle migliori), è come se Ferrari non padroneggiasse al 100% la sua poesia. A volte, nella resa espressionistica, c&#039;è uno sbilanciamento a favore del metafisico, che fa perdere di forza e smalto l&#039;elemento reale, concreto, crudo. In Macello, invece, il connubio delle due componenti è perfetto.
E poi c&#039;è un discorso simbolico tutto sotteso: gli animali come uomini, la brutalità degli uomini sugli animali come cifra della brutalità umana tout court e chi più ne ha più ne metta.
A me personalmente, che sono vegetariano ormai convintissimo e guai a usare anche solo un mocassino o un cinturino che guaisca, questa poesia piace molto (a proposito, giusto a livello di informazione personale, mi piacerebbe sapere se Ferrari, dopo l&#039;esperienza del macello, è o non è diventato vegetariano...)
Poi il discorso dell&#039;apocalisse, certo... Ma  la poesia di Mattatoio di Ferrari mi fa pernsare a certi componimenti di Rebora, come quello sulla guerra in cui, in una mirabile forma espressionistica, il poeta tratteggia il volto tumefatto del soldato ucciso: il contenuto e lo stile, lo scombinamento del reale e quello espressionistico della lingua, allora fanno tutt&#039;uno. E ci riesce perfettamente, nel suo Mattatoio, anche il nostro Ferrari.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo me Mattatoio è molto più avanti de La franca sostanza del degrado. C&#8217;è un intento poematico più forte, una volontà di squadernare l&#8217;evento-simbolo in  tutti i suoi risvolti, sfaccettarure, psicologismi, filosofemi, denunce ecc. Ne La Franca sostanza del degrado, che è fatto secondo me di alti e bassi (e giustamente l&#8217;ultima sezione, quella dedicata al padre, è una delle migliori), è come se Ferrari non padroneggiasse al 100% la sua poesia. A volte, nella resa espressionistica, c&#8217;è uno sbilanciamento a favore del metafisico, che fa perdere di forza e smalto l&#8217;elemento reale, concreto, crudo. In Macello, invece, il connubio delle due componenti è perfetto.<br />
E poi c&#8217;è un discorso simbolico tutto sotteso: gli animali come uomini, la brutalità degli uomini sugli animali come cifra della brutalità umana tout court e chi più ne ha più ne metta.<br />
A me personalmente, che sono vegetariano ormai convintissimo e guai a usare anche solo un mocassino o un cinturino che guaisca, questa poesia piace molto (a proposito, giusto a livello di informazione personale, mi piacerebbe sapere se Ferrari, dopo l&#8217;esperienza del macello, è o non è diventato vegetariano&#8230;)<br />
Poi il discorso dell&#8217;apocalisse, certo&#8230; Ma  la poesia di Mattatoio di Ferrari mi fa pernsare a certi componimenti di Rebora, come quello sulla guerra in cui, in una mirabile forma espressionistica, il poeta tratteggia il volto tumefatto del soldato ucciso: il contenuto e lo stile, lo scombinamento del reale e quello espressionistico della lingua, allora fanno tutt&#8217;uno. E ci riesce perfettamente, nel suo Mattatoio, anche il nostro Ferrari.</p>
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		<title>
		Di: emma		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/05/07/nel-silenzio-di-carne/#comment-4160</link>

		<dc:creator><![CDATA[emma]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ringrazio Nick Names perché mi ha fatto scoprire la stupefacente propensione per la poesia di Forza Italia.
Ringrazio Lino Iannuzzi per la mirabolante recensione.
Non immaginavo che Ferrari fosse “veramente scapigliato”, “antiprogressista e decisamente affascinante”, “di un’asciuttezza vibrante e raffinata”.
Mi inchino alla citazione che Iannuzzi fa di Walcott (“Per cambiar lingua devi cambiar vita”). Lui (Iannuzzi) evidentemente se ne intende. Potrebbe farne uno splendido slogan elettorale.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio Nick Names perché mi ha fatto scoprire la stupefacente propensione per la poesia di Forza Italia.<br />
Ringrazio Lino Iannuzzi per la mirabolante recensione.<br />
Non immaginavo che Ferrari fosse “veramente scapigliato”, “antiprogressista e decisamente affascinante”, “di un’asciuttezza vibrante e raffinata”.<br />
Mi inchino alla citazione che Iannuzzi fa di Walcott (“Per cambiar lingua devi cambiar vita”). Lui (Iannuzzi) evidentemente se ne intende. Potrebbe farne uno splendido slogan elettorale.</p>
]]></content:encoded>
		
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