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	Commenti a: La scena della risposta #2	</title>
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		<title>
		Di: marco mantello		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/05/19/la-scena-della-risposta-2/#comment-4317</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco mantello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Faccio alcuen osservazioni dal punto di vista del &#039;lettore&#039;. Credo che i metodi per valutare un racconto, una poesia, etc. dipendano anche dall&#039;&#039;oggetto&#039; che si ha di fronte. E quindi possono cambiare. Detto questo e per quel che mi riguarda, è sempre necessario inquadrare storicamente il lavoro di qualcuno, tenendo conto che la consocenza che abbiamo dell&#039;autore di un&#039;opera influisce molto sul nostro giudizio. Esistono poesie come &#039;Puss my Daisy&#039;. Se la leggo e non so che è di Kerouac, posso pensare di averla scritta io da ubriaco. Se so che è di Kerouac prima di averla letta, potrebbe scattare in me (come in qualsisasi altro lettore)  &#039;precomprensione&#039;, &#039;pregiudizio&#039; &#039;odio&#039; o &#039;amore a priori&#039; (dipende dal lettore). Lasciando da parte elementi come l&#039;età, l&#039;umore, la attuale situazione finanziaria e sentimentale, sono convinto che buona parte delle cose che ho letto avrebbero altri significati se non avessi ricercato un costante &#039;dialogo&#039; con l&#039;autore (nel caso di un morto: con il resto delle sue opere, con le notizie che hai della sua vita e via dicendo). Il fatto che l&#039;autore sia conosciuto o sconosciuto, lo stesso modo in cui è valutato dalla critica, l&#039;averlo studiato a scuola: mi domando quanto elementi del genere  condizionino tuttora i miei giudizi. Insomma il mio personale problema è quantomai risaputo e risale a un&#039;interminabile adolescenza, fatta di sterili discussioni sulla &#039;letteratura&#039;. Se all&#039;esterno ti dicono: &#039;Questa è arte, anche se a te fa schifo&#039;, che si fa? Forse è per questo che ho inziato a scrivere. Per smettere un po&#039; di leggere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Faccio alcuen osservazioni dal punto di vista del &#8216;lettore&#8217;. Credo che i metodi per valutare un racconto, una poesia, etc. dipendano anche dall&#8221;oggetto&#8217; che si ha di fronte. E quindi possono cambiare. Detto questo e per quel che mi riguarda, è sempre necessario inquadrare storicamente il lavoro di qualcuno, tenendo conto che la consocenza che abbiamo dell&#8217;autore di un&#8217;opera influisce molto sul nostro giudizio. Esistono poesie come &#8216;Puss my Daisy&#8217;. Se la leggo e non so che è di Kerouac, posso pensare di averla scritta io da ubriaco. Se so che è di Kerouac prima di averla letta, potrebbe scattare in me (come in qualsisasi altro lettore)  &#8216;precomprensione&#8217;, &#8216;pregiudizio&#8217; &#8216;odio&#8217; o &#8216;amore a priori&#8217; (dipende dal lettore). Lasciando da parte elementi come l&#8217;età, l&#8217;umore, la attuale situazione finanziaria e sentimentale, sono convinto che buona parte delle cose che ho letto avrebbero altri significati se non avessi ricercato un costante &#8216;dialogo&#8217; con l&#8217;autore (nel caso di un morto: con il resto delle sue opere, con le notizie che hai della sua vita e via dicendo). Il fatto che l&#8217;autore sia conosciuto o sconosciuto, lo stesso modo in cui è valutato dalla critica, l&#8217;averlo studiato a scuola: mi domando quanto elementi del genere  condizionino tuttora i miei giudizi. Insomma il mio personale problema è quantomai risaputo e risale a un&#8217;interminabile adolescenza, fatta di sterili discussioni sulla &#8216;letteratura&#8217;. Se all&#8217;esterno ti dicono: &#8216;Questa è arte, anche se a te fa schifo&#8217;, che si fa? Forse è per questo che ho inziato a scrivere. Per smettere un po&#8217; di leggere.</p>
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		Di: elvis		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[elvis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Condivido la riflessione di Marco Mantello, e su questo blog volevo porre una riflessione a riguardo dell&#039;opera di Cattelan a Milano (non voglio fare l&#039;ennesima polemica, anzi...) ma sento di dire che quell&#039;opera fata da Cattelan è stata vista come un&#039;operazione intelligente e contemporanea, mentre se l&#039;avesse fatta un qualsiasi artista sconosciuto lo si avrebbe denigrato e &quot;mandato al suo paese&quot;, invece, avendola fatta Maurizio Cattelan, se ne scrive anche in prima pagina. Purtroppo il nome e quello che evoca quel nome ci condiziona, giustamente (?)...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Condivido la riflessione di Marco Mantello, e su questo blog volevo porre una riflessione a riguardo dell&#8217;opera di Cattelan a Milano (non voglio fare l&#8217;ennesima polemica, anzi&#8230;) ma sento di dire che quell&#8217;opera fata da Cattelan è stata vista come un&#8217;operazione intelligente e contemporanea, mentre se l&#8217;avesse fatta un qualsiasi artista sconosciuto lo si avrebbe denigrato e &#8220;mandato al suo paese&#8221;, invece, avendola fatta Maurizio Cattelan, se ne scrive anche in prima pagina. Purtroppo il nome e quello che evoca quel nome ci condiziona, giustamente (?)&#8230;</p>
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		Di: elena commessatti		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/05/19/la-scena-della-risposta-2/#comment-4319</link>

		<dc:creator><![CDATA[elena commessatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La scena precedente, quella della fine dell&#039;inseguimento, io la so a memoria. A parte la storia delle fiale americane, quelle per il fegato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La scena precedente, quella della fine dell&#8217;inseguimento, io la so a memoria. A parte la storia delle fiale americane, quelle per il fegato.</p>
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		Di: beppe s.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/05/19/la-scena-della-risposta-2/#comment-4320</link>

		<dc:creator><![CDATA[beppe s.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ho aperto dopo tempo nazione indiana, ho letto questa cosa di tiziano scarpa sull&#039;etica della risposta... e sono assolutamente, perfettamente d&#039;accordo. trattare l&#039;opera di un autore come cosa viva (di un autore giustamente vivo e presente, dice tiziano, non morto assente o sordomuto), è un discorso che assomiglia molto (lo dico a tiziano) a quello che ho svolto ormai parecchie volte sul volto, che è il contrario del ritratto. il ritratto obbedisce a una fisiognomica, a un tentativo di assoggettamento, di addomesticamento (dell&#039;altro), che neutralizza la frontalità e la presenza, e che storicamente si è giustificato ammantandosi di chiacchiere sull&#039;assenza (la morte), il simulacro o le vestigia di chi non c&#039;è piu&#039;, è assente... No, è vero il cointrario. Il volto è ciò che guarda, quindi ci riguarda, e a cui si deve rispondere (è questo che turba). E se si considerassero le opere come dei volti (anche i bambini di cattelan, perché no? anzi: i bambini di cattelan avevano occhi che guardavano e turbavano, e forse li hanno tirati giu&#039; per questo), dico se si btrattassero come volti anche le opere, quelle letterarie non solo ovviamente quelle plastiche, credo che avremmo un&#039;etica della risposta come quella che descrivi tu, tiziano. e invece i critici, appunto, sono abituati a fare &quot;ritratti&quot;, anche loro, per rassicurare innanzitutto se stessi, ma anche forse tutti gli altri, tutti noi, come se l&#039;assenza - in qualche modo connaturata a chi scrive (come dimostra anche questo blog, e questo mio &quot;post&quot;, testamentario come ogni scrittura) - servisse da alibi a un turbamento molto piu&#039; grande e impegnativo, che provvisoriamente potrei chiamare sporcarsi le mani o mettersi in gioco, o comunque qualcosa di rischioso, come un faccia-a-faccia appunto (ancora il volto). il mio amato Lévinas diceva che quando guardo qualcuno in faccia non mi ricordo né mi accorgo di che colore siano i suoi occhi, come siano il naso e la bocca, tutto preso come sono a fargli fronte, tutto preso come sono a questo rispetto e relazione che il volto instaura, e che per lui è la quintessenza dell&#039;etica come presenza e responsabilità (cioè risposta). ecco, mi chiedo cosa diventerebbe la critica se prendesse sul serio questo atteggiamento. credo che si potrebbero scrivere e leggere dei capolavori di risveglio, in tutti i casi degli scritti degni di attenzione... (ho screitto in fretta senza rileggere, spero che l&#039;esito non sia catastrofico). un caro saluto, beppe s.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ho aperto dopo tempo nazione indiana, ho letto questa cosa di tiziano scarpa sull&#8217;etica della risposta&#8230; e sono assolutamente, perfettamente d&#8217;accordo. trattare l&#8217;opera di un autore come cosa viva (di un autore giustamente vivo e presente, dice tiziano, non morto assente o sordomuto), è un discorso che assomiglia molto (lo dico a tiziano) a quello che ho svolto ormai parecchie volte sul volto, che è il contrario del ritratto. il ritratto obbedisce a una fisiognomica, a un tentativo di assoggettamento, di addomesticamento (dell&#8217;altro), che neutralizza la frontalità e la presenza, e che storicamente si è giustificato ammantandosi di chiacchiere sull&#8217;assenza (la morte), il simulacro o le vestigia di chi non c&#8217;è piu&#8217;, è assente&#8230; No, è vero il cointrario. Il volto è ciò che guarda, quindi ci riguarda, e a cui si deve rispondere (è questo che turba). E se si considerassero le opere come dei volti (anche i bambini di cattelan, perché no? anzi: i bambini di cattelan avevano occhi che guardavano e turbavano, e forse li hanno tirati giu&#8217; per questo), dico se si btrattassero come volti anche le opere, quelle letterarie non solo ovviamente quelle plastiche, credo che avremmo un&#8217;etica della risposta come quella che descrivi tu, tiziano. e invece i critici, appunto, sono abituati a fare &#8220;ritratti&#8221;, anche loro, per rassicurare innanzitutto se stessi, ma anche forse tutti gli altri, tutti noi, come se l&#8217;assenza &#8211; in qualche modo connaturata a chi scrive (come dimostra anche questo blog, e questo mio &#8220;post&#8221;, testamentario come ogni scrittura) &#8211; servisse da alibi a un turbamento molto piu&#8217; grande e impegnativo, che provvisoriamente potrei chiamare sporcarsi le mani o mettersi in gioco, o comunque qualcosa di rischioso, come un faccia-a-faccia appunto (ancora il volto). il mio amato Lévinas diceva che quando guardo qualcuno in faccia non mi ricordo né mi accorgo di che colore siano i suoi occhi, come siano il naso e la bocca, tutto preso come sono a fargli fronte, tutto preso come sono a questo rispetto e relazione che il volto instaura, e che per lui è la quintessenza dell&#8217;etica come presenza e responsabilità (cioè risposta). ecco, mi chiedo cosa diventerebbe la critica se prendesse sul serio questo atteggiamento. credo che si potrebbero scrivere e leggere dei capolavori di risveglio, in tutti i casi degli scritti degni di attenzione&#8230; (ho screitto in fretta senza rileggere, spero che l&#8217;esito non sia catastrofico). un caro saluto, beppe s.</p>
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