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	Commenti a: Rapato a zero. Un ricordo di Carlo Coccioli	</title>
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		Di: Holyday On Ice		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Holyday On Ice]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Brivido caldo???? E&#039; proprio quello che mi ci vuole! 
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Brivido caldo???? E&#8217; proprio quello che mi ci vuole! </p>
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		Di: andrea barbieri		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/07/24/rapato-a-zero-un-ricordo-di-carlo-coccioli/#comment-5151</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea barbieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Comunque il viso &quot;acuto&quot; è riferito all&#039;intelligenza, infatti è allo stesso tempo &quot;grasso&quot;. Poi soprattutto quella frase non significa che tutti gli ebrei polacchi hanno il viso &quot;sbiadito e acuto&quot;, ma che alcuni ce l&#039;hanno così, quindi è un buon mobile.
Oggi a Radio3 hanno dato il Tannhäuser in diretta dal Festival di Bayreuth. Un inviato italiano ha parlato un po&#039; male della regia, allora un critico importante (non lo conosco e non ricordo il nome, ma lo avvolgevano nei salamelecchi) sentendo il discorso dell&#039;inviato ha sentenziato, riferendosi al regista: ALLORA E&#039; UN CRETINO!
Secondo lui era un cretino perché aveva usato dei filmati nell’allestimento, per esempio delle immagini accelerate di un coniglio che si decomponeva. Il pubblico al contrario del critico celodurista pare abbia fatto una standing-ovation e parecchie ole allo spettacolo.
Tannhäuser 
under Sängerkrieg auf Wartburg
Dramma musicale in tre atti 
Musica e libretto di Richard Wagner 
Orchestra e Coro del Festival di Bayreuth
Direttore, Christian Thielemann 
Maestro del Coro, Eberhard Friedrich 
Regia e scene Philippe Arlaud]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Comunque il viso &#8220;acuto&#8221; è riferito all&#8217;intelligenza, infatti è allo stesso tempo &#8220;grasso&#8221;. Poi soprattutto quella frase non significa che tutti gli ebrei polacchi hanno il viso &#8220;sbiadito e acuto&#8221;, ma che alcuni ce l&#8217;hanno così, quindi è un buon mobile.<br />
Oggi a Radio3 hanno dato il Tannhäuser in diretta dal Festival di Bayreuth. Un inviato italiano ha parlato un po&#8217; male della regia, allora un critico importante (non lo conosco e non ricordo il nome, ma lo avvolgevano nei salamelecchi) sentendo il discorso dell&#8217;inviato ha sentenziato, riferendosi al regista: ALLORA E&#8217; UN CRETINO!<br />
Secondo lui era un cretino perché aveva usato dei filmati nell’allestimento, per esempio delle immagini accelerate di un coniglio che si decomponeva. Il pubblico al contrario del critico celodurista pare abbia fatto una standing-ovation e parecchie ole allo spettacolo.<br />
Tannhäuser<br />
under Sängerkrieg auf Wartburg<br />
Dramma musicale in tre atti<br />
Musica e libretto di Richard Wagner<br />
Orchestra e Coro del Festival di Bayreuth<br />
Direttore, Christian Thielemann<br />
Maestro del Coro, Eberhard Friedrich<br />
Regia e scene Philippe Arlaud</p>
]]></content:encoded>
		
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		<item>
		<title>
		Di: emma		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/07/24/rapato-a-zero-un-ricordo-di-carlo-coccioli/#comment-5150</link>

		<dc:creator><![CDATA[emma]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho letto – sono ormai diversi anni – “Piccolo Karma”. Trovato per caso su una bancarella (non attraverso Tondelli, del quale ignoro tutto o quasi), a metà prezzo. 
Mi aveva attirato il titolo, avevo fatto un viaggio in India e volevo sapere qualcosa di più sul buddismo e sull’induismo.
Una lettura stupefacente. Un libro a suo modo pericoloso. 
Fa venire voglia di scrivere. 
A ripensarci adesso, ho la (perversa?) tentazione di associarlo – naturalmente ponendolo, nel confronto, a un’altezza siderale – a certi diari in rete (i blog, sì).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto – sono ormai diversi anni – “Piccolo Karma”. Trovato per caso su una bancarella (non attraverso Tondelli, del quale ignoro tutto o quasi), a metà prezzo.<br />
Mi aveva attirato il titolo, avevo fatto un viaggio in India e volevo sapere qualcosa di più sul buddismo e sull’induismo.<br />
Una lettura stupefacente. Un libro a suo modo pericoloso.<br />
Fa venire voglia di scrivere.<br />
A ripensarci adesso, ho la (perversa?) tentazione di associarlo – naturalmente ponendolo, nel confronto, a un’altezza siderale – a certi diari in rete (i blog, sì).</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: gino tasca		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/07/24/rapato-a-zero-un-ricordo-di-carlo-coccioli/#comment-5149</link>

		<dc:creator><![CDATA[gino tasca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cara Gabriella, può anche darsi.
Anzi, di sicuro, è vero: cerco il pelo nell&#039;uovo. E sai perché? Perché sono io quello che fa le pulizie al Brera e tutte le mattine passo un panno di lino sull&#039;uovo che pende sulla Madonna di Piero.
Un po&#039; più serio (ma solo un po&#039;).
Credo mi capiti come a quelli che sono brutti ma hanno un acuto senso sella bellezza e, quindi, ne parlano con grande competenza e poi capita uno e gli fa: ma che parli della bellezza tu che sei brutto? 
Per dire che io non ho scritto mai nulla né mai scriverò niente eppure - quando leggo - ho questo lettore automatico per le forme retoriche che mi segue passo passo e - senza che io smetta di emozionarmi - lampeggia quando crede (ovvio, è un lettore muy personal) di vedere ... cosa? Sai che non so neanche come chiamarli ... infatti, sopra, ho scritto errori ma non ne sono per niente soddisfatto: proporrei &quot;peccati&quot;? Che te ne pare.
(Ti ricordavi dell&#039;ospedale ... beh, grazie. Non ci contavo proprio.)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Gabriella, può anche darsi.<br />
Anzi, di sicuro, è vero: cerco il pelo nell&#8217;uovo. E sai perché? Perché sono io quello che fa le pulizie al Brera e tutte le mattine passo un panno di lino sull&#8217;uovo che pende sulla Madonna di Piero.<br />
Un po&#8217; più serio (ma solo un po&#8217;).<br />
Credo mi capiti come a quelli che sono brutti ma hanno un acuto senso sella bellezza e, quindi, ne parlano con grande competenza e poi capita uno e gli fa: ma che parli della bellezza tu che sei brutto?<br />
Per dire che io non ho scritto mai nulla né mai scriverò niente eppure &#8211; quando leggo &#8211; ho questo lettore automatico per le forme retoriche che mi segue passo passo e &#8211; senza che io smetta di emozionarmi &#8211; lampeggia quando crede (ovvio, è un lettore muy personal) di vedere &#8230; cosa? Sai che non so neanche come chiamarli &#8230; infatti, sopra, ho scritto errori ma non ne sono per niente soddisfatto: proporrei &#8220;peccati&#8221;? Che te ne pare.<br />
(Ti ricordavi dell&#8217;ospedale &#8230; beh, grazie. Non ci contavo proprio.)</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: gabriella fuschini		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/07/24/rapato-a-zero-un-ricordo-di-carlo-coccioli/#comment-5148</link>

		<dc:creator><![CDATA[gabriella fuschini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Beh, diciamo che cerchi il pelo nell&#039;uovo. ;-)
E comunque mi sembra di capire che sei tornato in piena forma dopo il ricovero ospedaliero!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Beh, diciamo che cerchi il pelo nell&#8217;uovo. ;-)<br />
E comunque mi sembra di capire che sei tornato in piena forma dopo il ricovero ospedaliero!</p>
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		<title>
		Di: gino tasca		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/07/24/rapato-a-zero-un-ricordo-di-carlo-coccioli/#comment-5147</link>

		<dc:creator><![CDATA[gino tasca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Evitate di rispondermi: &quot;certamente!&quot;, please.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Evitate di rispondermi: &#8220;certamente!&#8221;, please.</p>
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		Di: gino tasca		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gino tasca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Evidentemente sto diventando un vecchio brontolone e insofferente e un po&#039; stronzo. E pensare che io ho un&#039;unica forma di razzismo: verso i vecchi brontoloni, insofferenti e un po&#039; stronzi.
Ma che ci posso fare? Leggo &quot;dal viso sbiadito e acuto degli ebrei polacchi&quot; e mi fermo e lì. Forse che non esistevano ebrei polacchi dal viso rossiccio quasi paonazzo e grassissimo?

Esisterà pure un&#039;etica del &quot;ben-fare&quot; anche nella scrittura? Se siamo dei falegnami bisognerà pure che eseguiamo tavoli e armadi comme il faut, no? E allora perché questo scrittore non ha sentito lo sbaglio di quel suo paragone?
No, no, dev&#039;essere che sono io un vecchio coglione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Evidentemente sto diventando un vecchio brontolone e insofferente e un po&#8217; stronzo. E pensare che io ho un&#8217;unica forma di razzismo: verso i vecchi brontoloni, insofferenti e un po&#8217; stronzi.<br />
Ma che ci posso fare? Leggo &#8220;dal viso sbiadito e acuto degli ebrei polacchi&#8221; e mi fermo e lì. Forse che non esistevano ebrei polacchi dal viso rossiccio quasi paonazzo e grassissimo?</p>
<p>Esisterà pure un&#8217;etica del &#8220;ben-fare&#8221; anche nella scrittura? Se siamo dei falegnami bisognerà pure che eseguiamo tavoli e armadi comme il faut, no? E allora perché questo scrittore non ha sentito lo sbaglio di quel suo paragone?<br />
No, no, dev&#8217;essere che sono io un vecchio coglione.</p>
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		<title>
		Di: gabriella fuschini		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/07/24/rapato-a-zero-un-ricordo-di-carlo-coccioli/#comment-5145</link>

		<dc:creator><![CDATA[gabriella fuschini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non conoscevo Coccioli e leggere queste righe mi spinge ad andare a cercare immediatamente qualcosa di suo da leggere... grazie a Vasta per averlo proposto e a Andrea per il suo post.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non conoscevo Coccioli e leggere queste righe mi spinge ad andare a cercare immediatamente qualcosa di suo da leggere&#8230; grazie a Vasta per averlo proposto e a Andrea per il suo post.</p>
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		<title>
		Di: andrea barbieri		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/07/24/rapato-a-zero-un-ricordo-di-carlo-coccioli/#comment-5144</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea barbieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[CARLO COCCIOLI

Pochi. giorni fa mi è arrivata, per via indiretta, una cartolina da San Antonio, Texas. Raffigura le gambe accavallate di un cow-boy 
appoggiate alla staccionata di un ranch. Dell&#039;uomo si possono scorgere solo gli stivali di pelle di serpente e una mano che sta scacciando uno scorpione posato proprio sulla caviglia. Le dita di questa mano stringono un sigaro acceso; all&#039;anulare c&#039;è un grosso 
anello dorato con la scritta LET&#039;S RODEO.
   La cartolina riporta un messaggio, scritto con una calligrafia precisa, quasi un corsivo d&#039;altri tempi. E firmata, con mia sorpresa, da uno scrittore italiano da decenni residente in Messico: Carlo Coccíoli. Nella parte centrale dice: &quot;Non so se queste parole le giungeranno; inviarle è quasi una sfida. Fiorino è morto e, più&quot; - romanticamente - &quot;solo che mai, giro in una jeep dai deserti all&#039;oceano. Confronto le mie inquietudini vane con l&#039;imperturbabilità del mondo.&quot;
   Non conosco personalmente Carlo Coccioli. Per questo, l&#039;arrivo del suo messaggio mi ha sorpreso. Non si tratta che di qualche, preziosa riga in risposta a una recensione di Piccolo Karma, il diario texano che, dopo l&#039;edizione spagnola e francese, è stato finalmente 
pubblicato in italiano nel 1987. Ho infilato la cartolina in un libro di Coccioli, che avevo già messo nello zaino delle vacanze, e sono 
partito.


   Nato a Livorno nel 1920, trasferitosi a Parigi nel 1949, &quot;perché non potevo sopportare il predominio di Moravia sulle lettere italiane, e non ero disposto a rendere omaggio né a lui, né a Píovene&quot;, dal 1953 residente a Città del Messico, Carlo Coccioli è autore di una quarantina di volumi, alcuni dei quali scritti direttamente in 
francese e in spagnolo e mai tradotti in Italia, dove è uno scrittore di non vastissimo pubblico come meriterebbe. Le cause di questo reciproco disamore saranno probabilmente complesse e molteplici. 
La tematica esistenziale e religiosa di Coccioli certo non poteva essere accettata dall&#039;establishment culturale di sinistra degli anni cinquanta. I suoi personaggi, sempre così combattuti fra le ragioni del Bene e del Male, fra i tormenti metafisici e quelli erotici, fra il peccato e l&#039;idea di purezza, (soprattutto gli sconfitti eroi omosessuali come Fabrizio Lupo, protagonista dell&#039;omonimo romanzo (1952),o
come il giovane suicida del Cielo e la terra (1950), forse erano paradossalmente fuori gioco, in un periodo storico dominato prima dall&#039;estetica neorealista, poi dallo sperimentalismo linguistico e formale. Resta il fatto che, in nessun autore italiano contemporaneo, è presente una così grande tensione interiore, un&#039;irrequietezza spirítuale che poi si traduce in un nomadismo culturale e metafisico assolutamente originale, per non dire eccentrico.
   Nel 1978, la rivelazione di Fabrizio Lupo, pubblicato in italiano a quasi vent&#039;anní dalla prima edizione francese, provocò un corto cir-
cuito assorto e meditabondo fra sensualità, eros, religione, fede, suicidio, autodistruzione alcolica, elegie contadine, miti metropolitani. Ancora una volta il dualismo assoluto e non comunicante, se non attraverso il gesto tragico, fra spiritualità e carnalità, fra le ragioní della fede e quelle dei sensi, fra misticismo e mondanítà. E si era troppo giovani, e inesperti, nonostante tutto quel cristianesimo impegnato e sociale, nonostante Jean Danielou e Karl Barth, Dietrich Bonhoeffer e addirittura Teilhard de Chardin, nonostante il catechismo olandese e la teologia della liberazione di monsignor 
Helder Càmara e di padre Camillo Torres, nonostante i discorsi del cardinale Michele Pellegrino, di don Primo Mazzolari e del pedagogo don Mílani; si era davvero troppo ingenui per non chiedersi come mai si facessero batraglie per liberare tutto e tutti, gli analfabeti e i disperati delle favelas, il popolo cileno e quello delle borgate romane, e non ci fosse una parola, nemmeno una giaculatoria, per liberare da quell&#039;insopportabile e devastante peso un ragazzino di sedici anni travolto interiormente dalla propria diversità: potevano liberarsi i popoli e gli stati, si poteva proclamare la rivolu
zione permanente, ma sempre purché fosse al di là dell&#039;oceano. Quanto a noi, nessuna liberazione interiore, nessuna rivoluzione in nome della felicità. E il Medioevo trionfava, sotto la cintura.
  Così si cominciò ad avere la sgradevole sensazione, come il don Ardito del Cielo e la terra, &quot;che nella Chiesa per uno come me non 
ci sia posto&quot;. Tutti parlavano di amore, ma non era permesso ínnamorarsi. Eravamo tutti fratelli, però giù le mani, ognuno a casa propria. Parole come queste, di Coccíoli, avrebbero infiammato gli animi e provocato l&#039;estasi mistica di quelle donnacce, tradite, che ci affliggevano fra la canonica e la sagrestia: &quot;Amare Dio, negli uomini: in ogni uomo. Dio non è solo nell&#039;alto del cielo, sparso fra le stelle; è qui in terra, fra gli uomini. È gli uomini. Amare la terra, gli 
uomini; anche se sono peccatori, e amare il loro peccato. Ho scoperto, Dio, che la tua soglia non si varca se tu non discendi qui da noi. E abbiamo una maniera per costringerti a discendere: l&#039;amore.&quot; Ma, in quanto alle nostre strategie, non sarebbero servite a nulla.
   Eppure, a riguardarli anche oggi, con tutt&#039;altra consapevolezza e compassione, come furono importanti e formativi quegli anni gíovaníli, dove le energie e l&#039;attivismo, e anche la fantasia e l&#039;intelligenza, erano inserite in un progetto collettivo, all&#039;interno del quale 
si lavorava, si sbagliava, si riprendeva, si cercava in ogni modo di costruire, giorno dopo giorno, quella situazione di salvezza conosciuta come &quot;regno di Dio&quot;. Avevamo una speranza e tutto aveva un senso, anche il dolore, anche la sofferenza e la prova. Ma qualcuno avrebbe dovuto, semplicemente, ricordarci Meíster Eckhart: 
&quot;Un&#039;anima non può salvarsi se non nel corpo che le è stato assegnato.&quot;
   L&#039;abbandono fu inevitabile. Certo, avremmo potuto far finta di niente, e il sabato pomeriggio correre a confessarci. Ma era questo 
compromesso ignobile la conseguenza dello &quot;splendente gioiello&quot; della fede? Anni dopo, parlando di tutto ciò con un amico rimasto nel giro, mi sentii rispondere seccamente, con un&#039;alzata di spalle: 
&quot;Ah, ma tu prendevi tutto troppo alla lettera!&quot; È vero, come i personaggí di Carlo Coccioli, come don Ardito, come Fabrizio, anch&#039;io prendevo tutto troppo alla lettera. Ma sulla parola di Dio, pensavo, si può forse contrattare come sulla scala mobile, o fare rivendícazíoni sindacali? Evidentemente il mio destino non era quello di rimanere nelle sagrestie a lucidare mobili, menare turiboli e portare la Madonna in processione, sotto gli sguardi malevoli dei compaesani, la sera del Venerdì Santo.
   Ritrovare nell&#039;opera di un autore italiano quei tormenti e quegli entusiasmi per una religiosità pura e íncorrotta, per una fede da vivere nella pienezza del proprio corpo e nell&#039;univocità della propria storia, (&quot;La purezza è una condotta: una condotta di rigore. E non accettare di essere lo schiavo dei sensi. Ma ho spesso avuto l&#039;impressione che si diventa schiavi dei sensi quando non si dà ai sensi la possibilità di concederci la pienezza che si ottiene dal servirsi dei sensi per la quiete dell&#039;anima&quot;, Piccolo karma), fu un&#039;illuminazione e, indubbiamente, contribuì a riformulare giudizi, a guardare a quelle inquíetudini con una lucidità nuova; soprattutto aiutò a capire che smettere con qualcosa non significa liberarsene, 
né risolvere. E che il mio karma mi avrebbe spinto a continuare a cercare.
   Quello che si ama nell&#039;opera di Carlo Coccioli non è solo, a ben guardare, l&#039;incessante tormento teologico che lo ha spinto ora verso il cristianesimo ultraortodosso, poi verso l&#039;ebraismo, quindi, fra gli Stati Uniti e il Messico, verso gli Hare Krishna della Casa di Tacubaya (1982), i riti indigeni, lo spiritismo, la psichedelia e gli Alcolisti Anonimi di Uomini in fuga (1973) e, finalmente, verso le filosofie e le religioni orientali, l&#039;induismo e il buddhismo Zen: &quot;Quanto ho dovuto camminare per ritrovarmi dove un indù analfabeta si trova quando viene al mondo! Che noi dell&#039;Occidente si debba spendere la vita per capire finalmente che dare da mangiare a un animale affamato è praticare Dio?» (Piccolo karma).
   Non solo il &quot;tormento esistenziale di natura teologíca&quot; dunque, ma anche lo stile di vita appartato, l&#039;amore per gli umili e i reietti, 
l&#039;assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una 
risposta, mai definitiva, alle ragioni del Bene e, più ancora, del Male. E poi, finalmente, la sensualità di molte sue pagine, l&#039;erotismo, la predilezione omosessuale: &quot;Avevo diciassette anni. [...] Alzai gli occhi dai miei appunti, chiusi il libro. (...] Notai che un 
grosso volume di una delle più importanti enciclopedie europee era stato abbandonato sulla tavola. Automaticamente lo trassi a me e, sempre in piedi, lo aprii a.caso e mi chinai per leggere. I miei occhi caddero su quella parola. E in quell&#039;istante la vita cambiò. [...] Nudi ed ebbri, i ragazzi dell&#039;ísola s&#039;impolverano il viso di farina per vincere le cinquanta lire messe in palio. I ragazzi di Singapore e di Vera Cruz si gettano nell&#039;acqua oleosa del porto, dall&#039;alto delle navi, per raccattare sul fondo di rena la moneta lanciata, per distrarsi, dai turisti. I ragazzi di Jean Cocteau hanno, corrucciati, 
fronte e labbra promínenti: fanno il bagno insieme nella vasca rococò. I ragazzi di Coblenza portano un berrettino con la visiera. I 
ragazzi di Aldo Palazzeschi si consacrano agli esercizi ginnici sorvegliati da una squallida imitazione di Charlie Chaplin. I ragazzi di 
Livorno hanno gli occhi verdi e (1949) ripuliscono i cadaveri degli americani morti; con gli americani vivi sono gentili. I ragazzi di 
Cassino, più riccioluti dei ragazzi di Luca della Robbia, suonano la cornamusa nelle macabre città del Nord. I ragazzi di Firenze si appoggiano ai parapetti dell&#039;Arno in attesa che un turista svizzero li inviti a passeggiare sui colli. I ragazzi di Losanna escono a frotte dalle scuole. I ragazzi di Parigi hanno un libro sotto il braccio nei dorati vialettí del Lussemburgo. I ragazzi di Siviglia figli degli anarchicí fucilati dai franchisti giuocano al calcio nei villaggi della Sologna. I ragazzi di Boston, lentigginosi e pensosi, corrono il rischio di 
farsi chiamare con un nome di ragazza quando non amano gli sport violenti. I ragazzi romani si lasciano avvicinare: siccome non credono a nulla sono intangibili. I ragazzi toscani si lasciano vivere, l&#039;estate, sitlla riva di un fiume avaro; si toccano il sesso pigramente; sorridono, vociano; sono perfidi, sono innocenti. I ragazzi di...&quot; 
(Fabrizio Lupo).

   La scrittura di Coccioli ha bisogno di lettori forti, disposti a sorvolare le idiosincrasie dell&#039;autore, l&#039;enfasi stílistica che, nel caso di 
Davide (1976), riscrittura di alcune parti della Bibbía, approda a una prosa poematica davvero ardua, oppure le ripetizioni e le puntualizzazioni, quel fissarsi su un articolare, su un dettaglio che ci appare trascurabile e battere pagine e pagine quando sarebbe più 
semplice lasciar perdere. Ma Coccioli, nonostante il suo puntiglio, nonostante la sua ossessivítà, piace ugualmente. E conforta. E la sua predilezione per le forme diaristiche ed epistolari, per una scrittura continua che diventa, ora dopo ora, il tentativo di svolgere l&#039;arte in preghiera, in riflessione compassionevole sul sé e sul mondo, tutto 
ciò continua a incantare. E non è un caso allora se si considera Piccolo karma uno dei vertici di tutta la sua produzione. Abbandonato 
il verseggiare e la speculazione filosofica, qui Coccíoli approda alla leggerezza del frammento e all&#039;ambigua pienezza dell&#039;appunto interiore. Il &quot;diarío in Texas&quot; evidenzia così, pagina dopo pagina, la grazia smaltata e incantata di un livre d&#039;heures medievale, il fascino 
di un breviario intimo in cui si rivelano, quasi con la scansione delle horae canonicae, l&#039;Uno e il Tutto. Ma, da vecchi lettori, non si di-
mentica quella dichiarazione di poetica, e di sensualità, di amore per la letteratura e dannazione, contenuta in Fabrizio Lupo, una pa-
gina che, in quegli anni, fu facile accostare al pathos linguistico della trilogia teatrale di Giovanni Testori: Ambleto, Macbetto, Edipus: &quot;Agosto. Ti sdrai dopo desínare sul letto di una casa di campagna. Più che il vino, t&#039;inebria l&#039;afa. Hai un libro accanto, ma le variopinte travicelle del soffitto ti attraggono. Una mano sul ventre, le osservi, le conti. Nella vallata era la piccola signora Carmela che 
dipingeva i tetti della sua immensa casa. Divideva le travícelle in sezione, dava a ognuna un colore diverso. Nudo sul letto duro, una 
mano sul ventre, beatamente turgido, e correndo il sublime rischio di aprirmi in un fiore, giuoco. Conto e riconto, per non fiorire, le 
travicelle del soffitto, e sbaglio il conto, e mi accende il sapore del mio imminente fiorire. Un&#039;ombra rovesciata passa sull&#039;alto della fi-
nestra. Anche la Toscana fiorisce: in siccità e in odori. Spogliarsi nudo per meglio espandere il felice torpore. Ronza un moscone collerico. Sul marmo del comodino, oltre a una chiave, í Sonetti di Shakespeare e Luce d&#039;agosto di Faulkner. Ma per la mia mano sul mio ventre, a questo rischio fragile, delizioso, sono incatenato, a questo mio rischio di fiorire. La folla di Faulkner mi circonda (invano). Amo il sangue di Faulkner (non ti muovere, non ti muovere, non ti muovere se non vuoi fiorire). L&#039;opera d&#039;arte che non odori di sangue (di sperma) non è degna dell&#039;uomo. Ronza il moscone collerico. Collerica l&#039;estate giace sulla Toscana, domina aestas, in un ronzare nella stanza in penombra. Oh, il prudente fremere, un fremere appena, della mia mano sul mio ventre. Se si raccoglie una manciata di terra, in estate, si sente odore di sangue. O di sperma: non è lo stesso? La mia mano sul mio ventre odora di 
sangue. Ma la folla è linfatica. Scalpita un cavallo: dove?, ed è possibile? È possibile tutto. E la signora Carmela... Fiorisco, sto fio-
rendo, sono fiorito.&quot;
   Il libro di Coccioli che ho portato con me in viaggio, e che ho letto, la sera, di fronte a certi tramonti dolcemente rosa della costa 
dalmata, si intitola Uno e altri amori (1984) ed è una raccolta di racconti scritti in un ampio arco di anni. È senza dubbio uno dei libri 
più indicati per accostarsi al suo lavoro: una trentina di racconti, alcuni anche brevi, che permettono una ricognizione sufficientemente approfondita delle tematiche dell&#039;autore. Le sue ossessioni, í suoi tormenti, ci sono tutti: dalle sette messicane alla magia, ai riti animistici; dall&#039;America del Sud alla Parigi degli anni cinquanta, alla Firenze dei ritorni a casa; dalle storie di animali e di insetti a una più generale atmosfera paranormale, fra apocalisse e occulti-
smo, che rende alcune storie piccoli capolavori di feroce ínquietudine. Ma anche il lirismo di certe situazioni, l&#039;amore per ogni creatura, la compassione, la difficoltà delle relazioni sentimentali. In sostanza, il mondo di un autore che non conosco personalmente, che non ho mai visto, ma che dall&#039;altra parte dell&#039;oceano mi manda, attraverso i suoi libri, messaggi che spesso ho interpretato come &quot;segni&quot;. Se la sua cartolina è infine arrivata qui, a Milano, è probabile che anche queste righe arrivino a qualcuno di voi. Molto spesso si 
scrive anche per questo: &quot;Inviare parole è quasi una sfida.&quot;

Pier Vittorio Tondelli, 1987,
Un Weekend Postmoderno - Bompiani 1998]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CARLO COCCIOLI</p>
<p>Pochi. giorni fa mi è arrivata, per via indiretta, una cartolina da San Antonio, Texas. Raffigura le gambe accavallate di un cow-boy<br />
appoggiate alla staccionata di un ranch. Dell&#8217;uomo si possono scorgere solo gli stivali di pelle di serpente e una mano che sta scacciando uno scorpione posato proprio sulla caviglia. Le dita di questa mano stringono un sigaro acceso; all&#8217;anulare c&#8217;è un grosso<br />
anello dorato con la scritta LET&#8217;S RODEO.<br />
   La cartolina riporta un messaggio, scritto con una calligrafia precisa, quasi un corsivo d&#8217;altri tempi. E firmata, con mia sorpresa, da uno scrittore italiano da decenni residente in Messico: Carlo Coccíoli. Nella parte centrale dice: &#8220;Non so se queste parole le giungeranno; inviarle è quasi una sfida. Fiorino è morto e, più&#8221; &#8211; romanticamente &#8211; &#8220;solo che mai, giro in una jeep dai deserti all&#8217;oceano. Confronto le mie inquietudini vane con l&#8217;imperturbabilità del mondo.&#8221;<br />
   Non conosco personalmente Carlo Coccioli. Per questo, l&#8217;arrivo del suo messaggio mi ha sorpreso. Non si tratta che di qualche, preziosa riga in risposta a una recensione di Piccolo Karma, il diario texano che, dopo l&#8217;edizione spagnola e francese, è stato finalmente<br />
pubblicato in italiano nel 1987. Ho infilato la cartolina in un libro di Coccioli, che avevo già messo nello zaino delle vacanze, e sono<br />
partito.</p>
<p>   Nato a Livorno nel 1920, trasferitosi a Parigi nel 1949, &#8220;perché non potevo sopportare il predominio di Moravia sulle lettere italiane, e non ero disposto a rendere omaggio né a lui, né a Píovene&#8221;, dal 1953 residente a Città del Messico, Carlo Coccioli è autore di una quarantina di volumi, alcuni dei quali scritti direttamente in<br />
francese e in spagnolo e mai tradotti in Italia, dove è uno scrittore di non vastissimo pubblico come meriterebbe. Le cause di questo reciproco disamore saranno probabilmente complesse e molteplici.<br />
La tematica esistenziale e religiosa di Coccioli certo non poteva essere accettata dall&#8217;establishment culturale di sinistra degli anni cinquanta. I suoi personaggi, sempre così combattuti fra le ragioni del Bene e del Male, fra i tormenti metafisici e quelli erotici, fra il peccato e l&#8217;idea di purezza, (soprattutto gli sconfitti eroi omosessuali come Fabrizio Lupo, protagonista dell&#8217;omonimo romanzo (1952),o<br />
come il giovane suicida del Cielo e la terra (1950), forse erano paradossalmente fuori gioco, in un periodo storico dominato prima dall&#8217;estetica neorealista, poi dallo sperimentalismo linguistico e formale. Resta il fatto che, in nessun autore italiano contemporaneo, è presente una così grande tensione interiore, un&#8217;irrequietezza spirítuale che poi si traduce in un nomadismo culturale e metafisico assolutamente originale, per non dire eccentrico.<br />
   Nel 1978, la rivelazione di Fabrizio Lupo, pubblicato in italiano a quasi vent&#8217;anní dalla prima edizione francese, provocò un corto cir-<br />
cuito assorto e meditabondo fra sensualità, eros, religione, fede, suicidio, autodistruzione alcolica, elegie contadine, miti metropolitani. Ancora una volta il dualismo assoluto e non comunicante, se non attraverso il gesto tragico, fra spiritualità e carnalità, fra le ragioní della fede e quelle dei sensi, fra misticismo e mondanítà. E si era troppo giovani, e inesperti, nonostante tutto quel cristianesimo impegnato e sociale, nonostante Jean Danielou e Karl Barth, Dietrich Bonhoeffer e addirittura Teilhard de Chardin, nonostante il catechismo olandese e la teologia della liberazione di monsignor<br />
Helder Càmara e di padre Camillo Torres, nonostante i discorsi del cardinale Michele Pellegrino, di don Primo Mazzolari e del pedagogo don Mílani; si era davvero troppo ingenui per non chiedersi come mai si facessero batraglie per liberare tutto e tutti, gli analfabeti e i disperati delle favelas, il popolo cileno e quello delle borgate romane, e non ci fosse una parola, nemmeno una giaculatoria, per liberare da quell&#8217;insopportabile e devastante peso un ragazzino di sedici anni travolto interiormente dalla propria diversità: potevano liberarsi i popoli e gli stati, si poteva proclamare la rivolu<br />
zione permanente, ma sempre purché fosse al di là dell&#8217;oceano. Quanto a noi, nessuna liberazione interiore, nessuna rivoluzione in nome della felicità. E il Medioevo trionfava, sotto la cintura.<br />
  Così si cominciò ad avere la sgradevole sensazione, come il don Ardito del Cielo e la terra, &#8220;che nella Chiesa per uno come me non<br />
ci sia posto&#8221;. Tutti parlavano di amore, ma non era permesso ínnamorarsi. Eravamo tutti fratelli, però giù le mani, ognuno a casa propria. Parole come queste, di Coccíoli, avrebbero infiammato gli animi e provocato l&#8217;estasi mistica di quelle donnacce, tradite, che ci affliggevano fra la canonica e la sagrestia: &#8220;Amare Dio, negli uomini: in ogni uomo. Dio non è solo nell&#8217;alto del cielo, sparso fra le stelle; è qui in terra, fra gli uomini. È gli uomini. Amare la terra, gli<br />
uomini; anche se sono peccatori, e amare il loro peccato. Ho scoperto, Dio, che la tua soglia non si varca se tu non discendi qui da noi. E abbiamo una maniera per costringerti a discendere: l&#8217;amore.&#8221; Ma, in quanto alle nostre strategie, non sarebbero servite a nulla.<br />
   Eppure, a riguardarli anche oggi, con tutt&#8217;altra consapevolezza e compassione, come furono importanti e formativi quegli anni gíovaníli, dove le energie e l&#8217;attivismo, e anche la fantasia e l&#8217;intelligenza, erano inserite in un progetto collettivo, all&#8217;interno del quale<br />
si lavorava, si sbagliava, si riprendeva, si cercava in ogni modo di costruire, giorno dopo giorno, quella situazione di salvezza conosciuta come &#8220;regno di Dio&#8221;. Avevamo una speranza e tutto aveva un senso, anche il dolore, anche la sofferenza e la prova. Ma qualcuno avrebbe dovuto, semplicemente, ricordarci Meíster Eckhart:<br />
&#8220;Un&#8217;anima non può salvarsi se non nel corpo che le è stato assegnato.&#8221;<br />
   L&#8217;abbandono fu inevitabile. Certo, avremmo potuto far finta di niente, e il sabato pomeriggio correre a confessarci. Ma era questo<br />
compromesso ignobile la conseguenza dello &#8220;splendente gioiello&#8221; della fede? Anni dopo, parlando di tutto ciò con un amico rimasto nel giro, mi sentii rispondere seccamente, con un&#8217;alzata di spalle:<br />
&#8220;Ah, ma tu prendevi tutto troppo alla lettera!&#8221; È vero, come i personaggí di Carlo Coccioli, come don Ardito, come Fabrizio, anch&#8217;io prendevo tutto troppo alla lettera. Ma sulla parola di Dio, pensavo, si può forse contrattare come sulla scala mobile, o fare rivendícazíoni sindacali? Evidentemente il mio destino non era quello di rimanere nelle sagrestie a lucidare mobili, menare turiboli e portare la Madonna in processione, sotto gli sguardi malevoli dei compaesani, la sera del Venerdì Santo.<br />
   Ritrovare nell&#8217;opera di un autore italiano quei tormenti e quegli entusiasmi per una religiosità pura e íncorrotta, per una fede da vivere nella pienezza del proprio corpo e nell&#8217;univocità della propria storia, (&#8220;La purezza è una condotta: una condotta di rigore. E non accettare di essere lo schiavo dei sensi. Ma ho spesso avuto l&#8217;impressione che si diventa schiavi dei sensi quando non si dà ai sensi la possibilità di concederci la pienezza che si ottiene dal servirsi dei sensi per la quiete dell&#8217;anima&#8221;, Piccolo karma), fu un&#8217;illuminazione e, indubbiamente, contribuì a riformulare giudizi, a guardare a quelle inquíetudini con una lucidità nuova; soprattutto aiutò a capire che smettere con qualcosa non significa liberarsene,<br />
né risolvere. E che il mio karma mi avrebbe spinto a continuare a cercare.<br />
   Quello che si ama nell&#8217;opera di Carlo Coccioli non è solo, a ben guardare, l&#8217;incessante tormento teologico che lo ha spinto ora verso il cristianesimo ultraortodosso, poi verso l&#8217;ebraismo, quindi, fra gli Stati Uniti e il Messico, verso gli Hare Krishna della Casa di Tacubaya (1982), i riti indigeni, lo spiritismo, la psichedelia e gli Alcolisti Anonimi di Uomini in fuga (1973) e, finalmente, verso le filosofie e le religioni orientali, l&#8217;induismo e il buddhismo Zen: &#8220;Quanto ho dovuto camminare per ritrovarmi dove un indù analfabeta si trova quando viene al mondo! Che noi dell&#8217;Occidente si debba spendere la vita per capire finalmente che dare da mangiare a un animale affamato è praticare Dio?» (Piccolo karma).<br />
   Non solo il &#8220;tormento esistenziale di natura teologíca&#8221; dunque, ma anche lo stile di vita appartato, l&#8217;amore per gli umili e i reietti,<br />
l&#8217;assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una<br />
risposta, mai definitiva, alle ragioni del Bene e, più ancora, del Male. E poi, finalmente, la sensualità di molte sue pagine, l&#8217;erotismo, la predilezione omosessuale: &#8220;Avevo diciassette anni. [&#8230;] Alzai gli occhi dai miei appunti, chiusi il libro. (&#8230;] Notai che un<br />
grosso volume di una delle più importanti enciclopedie europee era stato abbandonato sulla tavola. Automaticamente lo trassi a me e, sempre in piedi, lo aprii a.caso e mi chinai per leggere. I miei occhi caddero su quella parola. E in quell&#8217;istante la vita cambiò. [&#8230;] Nudi ed ebbri, i ragazzi dell&#8217;ísola s&#8217;impolverano il viso di farina per vincere le cinquanta lire messe in palio. I ragazzi di Singapore e di Vera Cruz si gettano nell&#8217;acqua oleosa del porto, dall&#8217;alto delle navi, per raccattare sul fondo di rena la moneta lanciata, per distrarsi, dai turisti. I ragazzi di Jean Cocteau hanno, corrucciati,<br />
fronte e labbra promínenti: fanno il bagno insieme nella vasca rococò. I ragazzi di Coblenza portano un berrettino con la visiera. I<br />
ragazzi di Aldo Palazzeschi si consacrano agli esercizi ginnici sorvegliati da una squallida imitazione di Charlie Chaplin. I ragazzi di<br />
Livorno hanno gli occhi verdi e (1949) ripuliscono i cadaveri degli americani morti; con gli americani vivi sono gentili. I ragazzi di<br />
Cassino, più riccioluti dei ragazzi di Luca della Robbia, suonano la cornamusa nelle macabre città del Nord. I ragazzi di Firenze si appoggiano ai parapetti dell&#8217;Arno in attesa che un turista svizzero li inviti a passeggiare sui colli. I ragazzi di Losanna escono a frotte dalle scuole. I ragazzi di Parigi hanno un libro sotto il braccio nei dorati vialettí del Lussemburgo. I ragazzi di Siviglia figli degli anarchicí fucilati dai franchisti giuocano al calcio nei villaggi della Sologna. I ragazzi di Boston, lentigginosi e pensosi, corrono il rischio di<br />
farsi chiamare con un nome di ragazza quando non amano gli sport violenti. I ragazzi romani si lasciano avvicinare: siccome non credono a nulla sono intangibili. I ragazzi toscani si lasciano vivere, l&#8217;estate, sitlla riva di un fiume avaro; si toccano il sesso pigramente; sorridono, vociano; sono perfidi, sono innocenti. I ragazzi di&#8230;&#8221;<br />
(Fabrizio Lupo).</p>
<p>   La scrittura di Coccioli ha bisogno di lettori forti, disposti a sorvolare le idiosincrasie dell&#8217;autore, l&#8217;enfasi stílistica che, nel caso di<br />
Davide (1976), riscrittura di alcune parti della Bibbía, approda a una prosa poematica davvero ardua, oppure le ripetizioni e le puntualizzazioni, quel fissarsi su un articolare, su un dettaglio che ci appare trascurabile e battere pagine e pagine quando sarebbe più<br />
semplice lasciar perdere. Ma Coccioli, nonostante il suo puntiglio, nonostante la sua ossessivítà, piace ugualmente. E conforta. E la sua predilezione per le forme diaristiche ed epistolari, per una scrittura continua che diventa, ora dopo ora, il tentativo di svolgere l&#8217;arte in preghiera, in riflessione compassionevole sul sé e sul mondo, tutto<br />
ciò continua a incantare. E non è un caso allora se si considera Piccolo karma uno dei vertici di tutta la sua produzione. Abbandonato<br />
il verseggiare e la speculazione filosofica, qui Coccíoli approda alla leggerezza del frammento e all&#8217;ambigua pienezza dell&#8217;appunto interiore. Il &#8220;diarío in Texas&#8221; evidenzia così, pagina dopo pagina, la grazia smaltata e incantata di un livre d&#8217;heures medievale, il fascino<br />
di un breviario intimo in cui si rivelano, quasi con la scansione delle horae canonicae, l&#8217;Uno e il Tutto. Ma, da vecchi lettori, non si di-<br />
mentica quella dichiarazione di poetica, e di sensualità, di amore per la letteratura e dannazione, contenuta in Fabrizio Lupo, una pa-<br />
gina che, in quegli anni, fu facile accostare al pathos linguistico della trilogia teatrale di Giovanni Testori: Ambleto, Macbetto, Edipus: &#8220;Agosto. Ti sdrai dopo desínare sul letto di una casa di campagna. Più che il vino, t&#8217;inebria l&#8217;afa. Hai un libro accanto, ma le variopinte travicelle del soffitto ti attraggono. Una mano sul ventre, le osservi, le conti. Nella vallata era la piccola signora Carmela che<br />
dipingeva i tetti della sua immensa casa. Divideva le travícelle in sezione, dava a ognuna un colore diverso. Nudo sul letto duro, una<br />
mano sul ventre, beatamente turgido, e correndo il sublime rischio di aprirmi in un fiore, giuoco. Conto e riconto, per non fiorire, le<br />
travicelle del soffitto, e sbaglio il conto, e mi accende il sapore del mio imminente fiorire. Un&#8217;ombra rovesciata passa sull&#8217;alto della fi-<br />
nestra. Anche la Toscana fiorisce: in siccità e in odori. Spogliarsi nudo per meglio espandere il felice torpore. Ronza un moscone collerico. Sul marmo del comodino, oltre a una chiave, í Sonetti di Shakespeare e Luce d&#8217;agosto di Faulkner. Ma per la mia mano sul mio ventre, a questo rischio fragile, delizioso, sono incatenato, a questo mio rischio di fiorire. La folla di Faulkner mi circonda (invano). Amo il sangue di Faulkner (non ti muovere, non ti muovere, non ti muovere se non vuoi fiorire). L&#8217;opera d&#8217;arte che non odori di sangue (di sperma) non è degna dell&#8217;uomo. Ronza il moscone collerico. Collerica l&#8217;estate giace sulla Toscana, domina aestas, in un ronzare nella stanza in penombra. Oh, il prudente fremere, un fremere appena, della mia mano sul mio ventre. Se si raccoglie una manciata di terra, in estate, si sente odore di sangue. O di sperma: non è lo stesso? La mia mano sul mio ventre odora di<br />
sangue. Ma la folla è linfatica. Scalpita un cavallo: dove?, ed è possibile? È possibile tutto. E la signora Carmela&#8230; Fiorisco, sto fio-<br />
rendo, sono fiorito.&#8221;<br />
   Il libro di Coccioli che ho portato con me in viaggio, e che ho letto, la sera, di fronte a certi tramonti dolcemente rosa della costa<br />
dalmata, si intitola Uno e altri amori (1984) ed è una raccolta di racconti scritti in un ampio arco di anni. È senza dubbio uno dei libri<br />
più indicati per accostarsi al suo lavoro: una trentina di racconti, alcuni anche brevi, che permettono una ricognizione sufficientemente approfondita delle tematiche dell&#8217;autore. Le sue ossessioni, í suoi tormenti, ci sono tutti: dalle sette messicane alla magia, ai riti animistici; dall&#8217;America del Sud alla Parigi degli anni cinquanta, alla Firenze dei ritorni a casa; dalle storie di animali e di insetti a una più generale atmosfera paranormale, fra apocalisse e occulti-<br />
smo, che rende alcune storie piccoli capolavori di feroce ínquietudine. Ma anche il lirismo di certe situazioni, l&#8217;amore per ogni creatura, la compassione, la difficoltà delle relazioni sentimentali. In sostanza, il mondo di un autore che non conosco personalmente, che non ho mai visto, ma che dall&#8217;altra parte dell&#8217;oceano mi manda, attraverso i suoi libri, messaggi che spesso ho interpretato come &#8220;segni&#8221;. Se la sua cartolina è infine arrivata qui, a Milano, è probabile che anche queste righe arrivino a qualcuno di voi. Molto spesso si<br />
scrive anche per questo: &#8220;Inviare parole è quasi una sfida.&#8221;</p>
<p>Pier Vittorio Tondelli, 1987,<br />
Un Weekend Postmoderno &#8211; Bompiani 1998</p>
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		<title>
		Di: ghiaccio123		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/07/24/rapato-a-zero-un-ricordo-di-carlo-coccioli/#comment-5143</link>

		<dc:creator><![CDATA[ghiaccio123]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ma il ghiaccio fa parte della poetica di questo scrittore?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ma il ghiaccio fa parte della poetica di questo scrittore?</p>
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