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	Commenti a: Genocidio culturale	</title>
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		<title>
		Di: Emanuele C:		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emanuele C:]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ah, e cmq inviterei a non sminuire lavori come Pericle il nero, che libretto qualunque non è, e che centomila copie se le è vendute. Non tanto grazie a D&#039;Orrico, quanto piuttosto a furberie di Adelphi e che sulle leccaculaggini di giornalisti e recensori qualcosa ne sa.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ah, e cmq inviterei a non sminuire lavori come Pericle il nero, che libretto qualunque non è, e che centomila copie se le è vendute. Non tanto grazie a D&#8217;Orrico, quanto piuttosto a furberie di Adelphi e che sulle leccaculaggini di giornalisti e recensori qualcosa ne sa.</p>
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		<title>
		Di: GiusCo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/01/18/genocidio-culturale/#comment-6949</link>

		<dc:creator><![CDATA[GiusCo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi pare che i commenti stiano scivolando sul piano inclinato di cosa sia utile pubblicare per far risparmiare tempo (a chi pubblica) e fatica (a chi legge), che nel post appare quale problema, mentre qui come dato di fatto da accettare. Io sono con Benedetti. Il compito di chi fa cultura è dare voce alle diversità, non massimizzare i profitti (propri) e minimizzare la fatica (propria e del pubblico); che poi gran parte del pubblico non sia interessata, o non ne voglia fare che pochissima, affari suoi: io voglio farne e ho diritto di trovare a prezzi ragionevoli il mio pane, musica classica, moresco, poesia, grandi inchieste o altro che sia. Ho il diritto! E venendomi incontro, la tecnologia abbatte i costi a valle, aumentando a monte le abilità/conoscenze che devo esercitare per soddisfarmelo. Non sono io l&#039;alieno o l&#039;&quot;iniziato&quot;, è il grande pubblico che arretra progressivamente e si bastardizza nell&#039;immediato soddisfacimento di bisogni elementari indotti dall&#039;esterno. Fra Fantozzi e Moravia, io ricordo Moravia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi pare che i commenti stiano scivolando sul piano inclinato di cosa sia utile pubblicare per far risparmiare tempo (a chi pubblica) e fatica (a chi legge), che nel post appare quale problema, mentre qui come dato di fatto da accettare. Io sono con Benedetti. Il compito di chi fa cultura è dare voce alle diversità, non massimizzare i profitti (propri) e minimizzare la fatica (propria e del pubblico); che poi gran parte del pubblico non sia interessata, o non ne voglia fare che pochissima, affari suoi: io voglio farne e ho diritto di trovare a prezzi ragionevoli il mio pane, musica classica, moresco, poesia, grandi inchieste o altro che sia. Ho il diritto! E venendomi incontro, la tecnologia abbatte i costi a valle, aumentando a monte le abilità/conoscenze che devo esercitare per soddisfarmelo. Non sono io l&#8217;alieno o l'&#8221;iniziato&#8221;, è il grande pubblico che arretra progressivamente e si bastardizza nell&#8217;immediato soddisfacimento di bisogni elementari indotti dall&#8217;esterno. Fra Fantozzi e Moravia, io ricordo Moravia.</p>
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		<title>
		Di: b.georg		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/01/18/genocidio-culturale/#comment-6948</link>

		<dc:creator><![CDATA[b.georg]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[scusate, mi ero scordato quello che volevo dire per davvero: un raccontino. Una volta Paolo Villaggio fu invitato da una prestigiosa accademia di Mosca di cui ignoro il nome, a quei tempi in Unione Sovietica si dice che la cultura fosse tenuta in grande considerazione, ovviamente ben purgata, ma insomma pare ci tenessero a far laureare un sacco di gente. Bene, Villaggio viene invitato per ritirare un premio che l&#039;accademia di letterati moscoviti assegna annualmente, credo, a scrittori italiani, e glielo vuole conferire per il suo libro &quot;Fantozzi&quot; (da non credere, eh?), che secondo loro è un feroce ed esilarante spaccato della burocrazia e del capitalismo occidentali che mutua la lezione della migliore tradizione letteraria russa (uh?). Incredibilmente quell&#039;anno, insieme a Villaggio, i cattedrattici premiano pure Moravia, per un suo libro che non ricordo. Dunque, Villaggio fa il viaggio in aereo assieme a Moravia. Ovviamente è in grande soggezione di fronte al famoso maestro, e soprattutto è vigorosamente imbarazzato nel ricevere un premio assieme a lui. Più volte durante il viaggio tenta, fantozzianamente, di rivolgergli la parola, anche solo per strisciare ai suoi piedi e manifestargli la sua ammirazione. Moravia non lo degna nemmeno di uno sguardo, solo ad un certo punto storce il naso e fa una smorfia come di disgusto, letteralmente schifato, e in verità sinceramente offeso di essere accostato nell&#039;opinione di siffatti letterati a un tale subvivente di scribacchino come Villaggio. Scesi dall&#039;aereo i due non si incrociano praticamente mai più.
Fine del racconto. 
Ah no, ecco: qualcuno ha più sentito parlare di Moravia, ultimamente?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>scusate, mi ero scordato quello che volevo dire per davvero: un raccontino. Una volta Paolo Villaggio fu invitato da una prestigiosa accademia di Mosca di cui ignoro il nome, a quei tempi in Unione Sovietica si dice che la cultura fosse tenuta in grande considerazione, ovviamente ben purgata, ma insomma pare ci tenessero a far laureare un sacco di gente. Bene, Villaggio viene invitato per ritirare un premio che l&#8217;accademia di letterati moscoviti assegna annualmente, credo, a scrittori italiani, e glielo vuole conferire per il suo libro &#8220;Fantozzi&#8221; (da non credere, eh?), che secondo loro è un feroce ed esilarante spaccato della burocrazia e del capitalismo occidentali che mutua la lezione della migliore tradizione letteraria russa (uh?). Incredibilmente quell&#8217;anno, insieme a Villaggio, i cattedrattici premiano pure Moravia, per un suo libro che non ricordo. Dunque, Villaggio fa il viaggio in aereo assieme a Moravia. Ovviamente è in grande soggezione di fronte al famoso maestro, e soprattutto è vigorosamente imbarazzato nel ricevere un premio assieme a lui. Più volte durante il viaggio tenta, fantozzianamente, di rivolgergli la parola, anche solo per strisciare ai suoi piedi e manifestargli la sua ammirazione. Moravia non lo degna nemmeno di uno sguardo, solo ad un certo punto storce il naso e fa una smorfia come di disgusto, letteralmente schifato, e in verità sinceramente offeso di essere accostato nell&#8217;opinione di siffatti letterati a un tale subvivente di scribacchino come Villaggio. Scesi dall&#8217;aereo i due non si incrociano praticamente mai più.<br />
Fine del racconto.<br />
Ah no, ecco: qualcuno ha più sentito parlare di Moravia, ultimamente?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: b.georg		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/01/18/genocidio-culturale/#comment-6947</link>

		<dc:creator><![CDATA[b.georg]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[non so se le (grandi) case editrici facciano davvero quello che dice Benedetti, cioè tagliare quello che non vende sotto una certa soglia a prescindere da giudizi sull&#039;opera, ma non mi stupirei: la stupidità e la tendenza al suicidio strategico è assai diffusa nelle aziende, credo che sia un fatto assodato in sociologia delle organizzazioni. 

Ritenere che questo distrugga tout court la cultura non mi pare però molto motivato. Al massimo distrugge il patrimonio di quegli editori, che disperdendo il proprio patrimonio, anche interno, aziendale, di cultura e sapere, stanno firmando per la propria fine (è nella logica: prima o poi saranno mangiati anche loro da uno più grosso). Chi legge certi libri è tuttavia e giocoforza un numero relativamente piccolo di persone, così come chi salta in alto due metri è meno di chi ne salta uno, questo lo capiscono tutti. Evidentemente ci vuole talento anche per leggere, e probabilmente si può campare bene anche senza saltare due metri o leggere foucault (e magari uno che legge faletti perché di letteratura non capisce una cippa, ha in biblioteca tutti i saggi sulla termodinamica e la fisica dei quanti, e li capisce pure, e io lo invidio). Ma il punto è che in passato le cose andavano molto ma molto peggio. O vogliamo pensare che 100 anni fa la letteratura di qualità fosse diffusissima? Ma se il 90% della gente era analfabeta? Ma di cosa state parlando? Semmai oggi il numero dei laureati  e in generale di chi può affrontare una lettura, non necessariamente di quel che piace a noi (giacché non di sola letteratura vive una società, e per fortuna) è un pochetto superiore e magari non sono tutti figli di possidenti. Sarebbe il caso di fare qualche riflessione un po&#039; matura su cosa sia la cultura - e la società - di massa, che nelle sue contraddizioni ha per lo meno il merito di garantire una maggiore uguaglianza di partenza ad un numero  maggiore di persone di quanto succedesse in passato. Se non va bene, ok, anche per me occorre riformare le cose, e profondamente, ma si dica come. E senza per cortesia imporre l&#039;etica per contratto. 

Finora accade che se qualche editore dismette certi mercati, altri editori intelligenti li occupano (posto che non stiano a lamentarsi sul destino cinico e baro). Nessuno pubblicava più Barth o Barthelme, per fare un&#039;esempio stupido, da decenni, minimum fax lo fa e ci campa benino, mi pare (non solo su quello, of course). Se certi critici non si occupano sui giornali di fare critica seria, l&#039;intelligenza e il desiderio di sapere e condivisione si riversano in rete (sempre che le si voglia esercitare positivamente e non solo per fare il pianto greco). In rete, dove tra l&#039;altro si comprano libri molto comodamente, di ogni tipo e sorta e te li portano pure a casa. 

Dei milioni che hanno letto faletti, quanti hanno sottratto tempo per leggere moresco? Azzardo: nemmeno uno. O si vuol dire che se moresco venisse strombazzato dal corriere sarebbe letto dalle masse? Ma andiamo. E poi a quale scopo? Il mondo salvato dalla (nostra) cultura? Posso dubitare sommessamente di fronte a questo idealismo spinto? Fosse letto dalle masse, poi, probabilmente moresco smetterebbe di scrivere :)
Il catastrofismo, si dovrebbe saperlo, è solo messianismo rovesciato. 

Mi trovo d&#039;accordo con quanto dice sopra Montanari nel suo ottimo e misurato intervento (molto meglio del mio, insomma): l&#039;idea del &quot;prodotto di laboratorio&quot; è secondo me piuttosto romantica. Parliamo piuttosto, nel caso specifico, di botta di culo e di fortunata coincidenza di fattori. E di un prodotto che tutto sommato si legge, dato che di amanti del genere in italia ce n&#039;è tanti (e cosa dobbiamo fare, ammazzarli? Rieducarli in siberia? Proibire i thriller? Legarli a una sedia e leggergli baudelaire per un mese? Perché queste critiche non danno mai soluzioni, anche solo per divertimento?). 
Il che non toglie quanto detto all&#039;inizio sull&#039;insipienza degli editori, semmai lo corrobora. 
Solo in un punto non concordo con Montanari: si ascolta meno musica classica di 50 anni fa? Forse, meglio, una fetta privilegiata di popolazione ne ascolta meno, perché la maggioranza già non l&#039;ascoltava manco prima. Forse, anzi, una fetta più vasta di popolazione ascolta una quota di musica più varia di quanto non succedesse 50 anni fa, tra cui musica colta, musica semicolta e musica pop, e se ci sono meno &quot;picchi&quot; di prima, c&#039;è anche un livello medio più alto. Forse, ancora, si ascolta poca musica colta &quot;contemporanea&quot; perché una buona maggioranza di quest&#039;ultima si è suicidata da tempo. Ma questo è un altro discorso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>non so se le (grandi) case editrici facciano davvero quello che dice Benedetti, cioè tagliare quello che non vende sotto una certa soglia a prescindere da giudizi sull&#8217;opera, ma non mi stupirei: la stupidità e la tendenza al suicidio strategico è assai diffusa nelle aziende, credo che sia un fatto assodato in sociologia delle organizzazioni. </p>
<p>Ritenere che questo distrugga tout court la cultura non mi pare però molto motivato. Al massimo distrugge il patrimonio di quegli editori, che disperdendo il proprio patrimonio, anche interno, aziendale, di cultura e sapere, stanno firmando per la propria fine (è nella logica: prima o poi saranno mangiati anche loro da uno più grosso). Chi legge certi libri è tuttavia e giocoforza un numero relativamente piccolo di persone, così come chi salta in alto due metri è meno di chi ne salta uno, questo lo capiscono tutti. Evidentemente ci vuole talento anche per leggere, e probabilmente si può campare bene anche senza saltare due metri o leggere foucault (e magari uno che legge faletti perché di letteratura non capisce una cippa, ha in biblioteca tutti i saggi sulla termodinamica e la fisica dei quanti, e li capisce pure, e io lo invidio). Ma il punto è che in passato le cose andavano molto ma molto peggio. O vogliamo pensare che 100 anni fa la letteratura di qualità fosse diffusissima? Ma se il 90% della gente era analfabeta? Ma di cosa state parlando? Semmai oggi il numero dei laureati  e in generale di chi può affrontare una lettura, non necessariamente di quel che piace a noi (giacché non di sola letteratura vive una società, e per fortuna) è un pochetto superiore e magari non sono tutti figli di possidenti. Sarebbe il caso di fare qualche riflessione un po&#8217; matura su cosa sia la cultura &#8211; e la società &#8211; di massa, che nelle sue contraddizioni ha per lo meno il merito di garantire una maggiore uguaglianza di partenza ad un numero  maggiore di persone di quanto succedesse in passato. Se non va bene, ok, anche per me occorre riformare le cose, e profondamente, ma si dica come. E senza per cortesia imporre l&#8217;etica per contratto. </p>
<p>Finora accade che se qualche editore dismette certi mercati, altri editori intelligenti li occupano (posto che non stiano a lamentarsi sul destino cinico e baro). Nessuno pubblicava più Barth o Barthelme, per fare un&#8217;esempio stupido, da decenni, minimum fax lo fa e ci campa benino, mi pare (non solo su quello, of course). Se certi critici non si occupano sui giornali di fare critica seria, l&#8217;intelligenza e il desiderio di sapere e condivisione si riversano in rete (sempre che le si voglia esercitare positivamente e non solo per fare il pianto greco). In rete, dove tra l&#8217;altro si comprano libri molto comodamente, di ogni tipo e sorta e te li portano pure a casa. </p>
<p>Dei milioni che hanno letto faletti, quanti hanno sottratto tempo per leggere moresco? Azzardo: nemmeno uno. O si vuol dire che se moresco venisse strombazzato dal corriere sarebbe letto dalle masse? Ma andiamo. E poi a quale scopo? Il mondo salvato dalla (nostra) cultura? Posso dubitare sommessamente di fronte a questo idealismo spinto? Fosse letto dalle masse, poi, probabilmente moresco smetterebbe di scrivere :)<br />
Il catastrofismo, si dovrebbe saperlo, è solo messianismo rovesciato. </p>
<p>Mi trovo d&#8217;accordo con quanto dice sopra Montanari nel suo ottimo e misurato intervento (molto meglio del mio, insomma): l&#8217;idea del &#8220;prodotto di laboratorio&#8221; è secondo me piuttosto romantica. Parliamo piuttosto, nel caso specifico, di botta di culo e di fortunata coincidenza di fattori. E di un prodotto che tutto sommato si legge, dato che di amanti del genere in italia ce n&#8217;è tanti (e cosa dobbiamo fare, ammazzarli? Rieducarli in siberia? Proibire i thriller? Legarli a una sedia e leggergli baudelaire per un mese? Perché queste critiche non danno mai soluzioni, anche solo per divertimento?).<br />
Il che non toglie quanto detto all&#8217;inizio sull&#8217;insipienza degli editori, semmai lo corrobora.<br />
Solo in un punto non concordo con Montanari: si ascolta meno musica classica di 50 anni fa? Forse, meglio, una fetta privilegiata di popolazione ne ascolta meno, perché la maggioranza già non l&#8217;ascoltava manco prima. Forse, anzi, una fetta più vasta di popolazione ascolta una quota di musica più varia di quanto non succedesse 50 anni fa, tra cui musica colta, musica semicolta e musica pop, e se ci sono meno &#8220;picchi&#8221; di prima, c&#8217;è anche un livello medio più alto. Forse, ancora, si ascolta poca musica colta &#8220;contemporanea&#8221; perché una buona maggioranza di quest&#8217;ultima si è suicidata da tempo. Ma questo è un altro discorso.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Elio Paoloni		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/01/18/genocidio-culturale/#comment-6946</link>

		<dc:creator><![CDATA[Elio Paoloni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Concordo: Faletti non è il solito &quot;personaggio televisivo&quot;. Non ho letto il libro, come molti di quelli che lo disprezzano per partito preso. Ma è sicuramente vero che non ha venduto solo grazie a D&#039;Orrico o al non brillantissimo passato televisivo. Probabilmente ha delle qualità. Ma lo scrittore - o il critico - serio non possono che vedere in lui il solito comico televisivo. Come se quasi tutti gli scrittori, di solito i più grandi, non facessero comunque un altro mestiere. Succede che molti oggi facciano il mestiere televisivo. Non è detto che siano dei cani come scrittori solo per questo.
Perchè un bancario, o un architetto, o un biologo, o un venditore di vernici, o l&#039;&quot;Ingegnere&quot;, avrebbero più titolo a scrivere?
Non sto discutendo di Faletti, ripeto. Non so nulla di lui. Ma del pregiudizio contro il &quot;comico&quot;, che non è di Carla Benedetti ma di molti con cui mi capita di parlare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Concordo: Faletti non è il solito &#8220;personaggio televisivo&#8221;. Non ho letto il libro, come molti di quelli che lo disprezzano per partito preso. Ma è sicuramente vero che non ha venduto solo grazie a D&#8217;Orrico o al non brillantissimo passato televisivo. Probabilmente ha delle qualità. Ma lo scrittore &#8211; o il critico &#8211; serio non possono che vedere in lui il solito comico televisivo. Come se quasi tutti gli scrittori, di solito i più grandi, non facessero comunque un altro mestiere. Succede che molti oggi facciano il mestiere televisivo. Non è detto che siano dei cani come scrittori solo per questo.<br />
Perchè un bancario, o un architetto, o un biologo, o un venditore di vernici, o l'&#8221;Ingegnere&#8221;, avrebbero più titolo a scrivere?<br />
Non sto discutendo di Faletti, ripeto. Non so nulla di lui. Ma del pregiudizio contro il &#8220;comico&#8221;, che non è di Carla Benedetti ma di molti con cui mi capita di parlare.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Raul Montanari		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/01/18/genocidio-culturale/#comment-6945</link>

		<dc:creator><![CDATA[Raul Montanari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=860#comment-6945</guid>

					<description><![CDATA[Un gran bel pezzo, Carla. La descrizione della monocultura è davvero agghiacciante. 
Ho alcune osservazioni da fare. 
 
1. Nell&#039;articolo non specifichi il grado di estensione di questo virus della monocultura. 
Per esempio: secondo te il mio attuale editore, Baldini Castoldi Dalai, fa monocultura? A me pare di no; anzi, Dalai mi ha detto esplicitamente che il successo di Faletti viene usato proprio per foraggiare libri di qualità. Ti posso fare l&#039;esempio del mio prossimo, per il quale Dalai ha accettato praticamente tutte le mie condizioni; ma questo esempio non è probante, perché tutto sommato io ho sempre fatto guadagnare i miei editori, con l&#039;eccezione di Rizzoli. 
Un esempio più azzeccato è la loro decisione di pubblicare il terzo romanzo di Franz Krauspenhaar, un artista della scrittura che sicuramente non garantisce una base di pubblico affidabile (Franz, al di là della sua bravura, potrebbe benissimo vendere 1000 o 2000 copie, se il pubblico non lo capisce; chiaro che gli auguro ben altro). 
Nel catalogo BCD, in mezzo alla solita confusione, vedo un sacco di proposte di qualità con le quali dubito enormemente che l&#039;editore passa stare non dico su un rendimento del 15%, ma neanche del 3 o 4.
 
2. Nel finale del pezzo ci sono tre affermazioni che mi hanno lasciato perplesso; la cosa buffa è che su due sono in disaccordo perché le trovo troppo negative, su una perché mi pare troppo ottimista!
 
2.1 Tu parli di un pubblico &quot;non da stimolare e conquistare libro dopo libro, ma già conquistato, da spremere e basta&quot;. 
Sai che non capisco cosa intendi? 
A me sembra invece che il best seller, per definizione, sia il tipo di libro che conquista una tantum (questo è il punto vero!) un lettore debole o debolissimo: quel genere di persona che non è affatto già abituata alla lettura (nemmeno alla lettura di un certo genere o sottogenere letterario), ma che di solito non legge e basta.
Su questo punto si apre sempre la stessa discussione: meglio che qualche milione di persone leggano, leggano comunque, anche una schifezza come la Tamaro, o sarebbe meglio a quel punto che non leggessero ma facessero qualcosa di più creativo, per esempio su Internet, oppure consumassero, non so, fumetti di qualità, musica e cinema di qualità, ecc.? 
Io sono della seconda opinione. 
Non ho per niente il feticismo del libro; non è vero che il libro è bene, di per sé, sempre e comunque, e non è assolutamente vero che anche un brutto libro può essere un ponte che guida il lettore occasionale verso un libro bello. 
Fra una persona che legge romanzi rosa e una che occupa lo stesso tempo facendo, per esempio, un blog divertente, intelligente, ingegnoso (o qualunque altra cosa a cui si applichi uno dei tre aggettivi), preferisco la seconda; e se scoprirò che non legge, pazienza.
 
2.2 Poco oltre, sempre riferendoti alla monocultura del bestseller, scrivi: &quot;Prima o poi questa follia verrà travolta. La specie umana non può sopravvivere senza trasmettere esperienza e pensiero attraverso la parola&quot;. 
Sai che qui invece mi sembri troppo ottimista? 
La specie umana può vivere tranquillamente senza i libri di Moresco, per citare un autore simbolo di una  narrativa di elevatissimo livello artistico che vende, in proporzione, relativamente poco. 
La scelta di leggere Moresco o chi per lui è legata a un&#039;educazione alla fatica, allo sforzo nella lettura (come nell&#039;ascolto della musica, per esempio) che sta andando in disfacimento, senza che si vedano effetti sulla specie umana tranne il suo impoverimento spirituale e a livello di capacità autocritica, cosa di cui importa ben poco a chi ha il potere. 
Fra vent&#039;anni, chi ascolterà la musica classica? I giornali ne parleranno ancora? I suoi spazi diminuiscono sempre più, perché non ha mercato: non ci sono &quot;novità&quot; nel campo della musica classica, solo reinterpretazioni e riproposte. La musica contemporanea è considerata, a torto o a ragione, un fatico esercizio di ascolto per iniziati; e la fatica è esattamente quello che la massa del pubblico cerca di evitare: Santo dio, torno a casa stanco, non mi dite che devo pure mettermi lì ad ascoltare Stockhausen! A leggere Moresco! A guardare la personale di De Oliveira!
 
2.3 &quot;Una ricetta infallibile: prendi un personaggio televisivo, affiancagli un buon editor, attieniti a certe formule compositive ritenute di successo, assicurati la promozione di un importante canale mediatico, paralizza la critica con alcuni argomenti populistici, ed è fatta.&quot; 
Mah! Vogliamo applicare questa &quot;ricetta&quot; a Faletti? 
Faletti era un personaggio televisivo completamente bollito, dimenticato dal pubblico. 
Sull&#039;editor si può discutere per anni, perché l&#039;editing al romanzo è stato fatto da Piero Gelli, che è tutto tranne uno specializzato nel creare macchine narrative dal successo garantito. 
Le formule compositive sono certamente riconoscibili, ma allora perché la gente ha scelto Faletti? Quanti thrilleroni sono stati scritti e non hanno avuto il successo di quello? Quanti romanzi sentimentalucci vengono scritti e non hanno neanche alla lontana il successo della Tamaro? 
La verità è che le formule sono sempre desunte a posteriori; è molto difficile dire a priori che un libro avrà successo, tranne quando si tratta di un autore consolidatissimo (vedi De Carlo, per capirci); ma per un&#039;opera prima come quella di Faletti, la scommessa era talmente rischiosa che, almeno a quanto risulta a me, l&#039;autore non ha preso UNA LIRA di anticipo: non stiamo certo parlando degli anticipi altissimi, rovinosi, che citi giustamente in un altro passo del tuo articolo.
Terminiamo con il canale mediatico e la critica. Il successo di Faletti è stato sicuramente favorito dall&#039;innamoramento di D&#039;Orrico, dalla copertina del &quot;Corriere della Sera Magazine&quot;. Però attenzione. Anzitutto D&#039;Orrico è ingovernabile. Fra lui e Dalai corre cattivo sangue da molti anni, e personalmente escludo nel modo più assoluto che per D&#039;Orrico si possa parlare di connivenza critico-editore. In secondo luogo D&#039;Orrico ha sparato forte anche su altri autori, senza avere l&#039;effetto dirompente che ha gratificato Faletti. Un esempio? Gianni Biondillo, a cui il critico del &quot;Corriere della Sera Magazine&quot; ha dedicato addirittura una recensione in due puntate, un vero (giustificatissimo, nel caso di Gianni!) ritratto d&#039;autore, pieno non solo di stima ma anche di una certa astuzia, di una ricerca di tonalità accattivanti, cordiali, gradevoli. Risultato: Biondillo è stato proiettato nel pantheon del noir italiano, sono fioccate le interviste e gli inviti a serate e dibattiti. Ma chiunque abbia tenuto sott&#039;occhio le classifiche ha potuto constatare che le vendite non sono decollate nemmeno lontanamente nelle dimensioni che a quel punto ci si poteva attendere. 
Come mai? 
Per me i motivi sono due: uno è che Biondillo è molto più bravo e raffinato di Faletti, e nonostante D&#039;Orrico abbia cercato di farne un ritratto pop non è affatto un autore pop; l&#039;altro motivo non riesco a definirlo, perché non è legato a Biondillo ma a Faletti stesso: è il motivo per cui Faletti ha funzionato (in termini di vendite massicce) e almeno cinquanta ottimi, in certi casi eccellenti autori noir italiani non si sono mai nemmeno avvicinati a quel tipo di impatto sul pubblico.
 
Tutto questo per dire che il caso può moltissimo, e che a volte, quando dipingiamo l&#039;editoria come una macchina da guerra bene oliata, perfettamente funzionante, in grado di essere usata bene (libri di qualità) o male (libracci imposti al pubblico con la certezza del successo) le attribuiamo un&#039;incisività e una potenza che sarebbe ben felice di avere, ma non ha. 
I meccanismi editoriali, visti dal di dentro, sono farraginosi, a volte penosi; le cose succedono o non succedono, un po&#039; a casaccio. 
Un art director può impuntarsi su una copertina che non funziona e ammazzare le vendite di un libro; il famoso critico non riceve le bozze e si incazza; l&#039;altro si incazza il doppio perché le riceve senza averle sollecitate; l&#039;autore fa un passaggio televisivo disastroso, oppure neutro, oppure incredibilmente brillante (ricordate Carmen Covito da Costanzo? La Covito aveva naturalmente anche un bel libro con un bellissimo titolo busiano e con un argomento azzeccatissimo); all&#039;ufficio stampa mettono una persona incompetente (parlo di cose che conosco); l&#039;editore cambia il sistema di distribuzione e per qualche mese il libro non è presente in libreria; eccetera eccetera.
Parlate con qualunque editor, e vi dirà questo: che fare narrativa è molto difficile, molto più che fare saggistica, per non parlare poi di quello che fanno i discografici con tutti i loro incredibili privilegi. Che le previsioni smentite - in senso positivo o negativo - sono all&#039;ordine del giorno. Che ci vuole fortuna, fortuna, fortuna. 
Anche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un gran bel pezzo, Carla. La descrizione della monocultura è davvero agghiacciante.<br />
Ho alcune osservazioni da fare. </p>
<p>1. Nell&#8217;articolo non specifichi il grado di estensione di questo virus della monocultura.<br />
Per esempio: secondo te il mio attuale editore, Baldini Castoldi Dalai, fa monocultura? A me pare di no; anzi, Dalai mi ha detto esplicitamente che il successo di Faletti viene usato proprio per foraggiare libri di qualità. Ti posso fare l&#8217;esempio del mio prossimo, per il quale Dalai ha accettato praticamente tutte le mie condizioni; ma questo esempio non è probante, perché tutto sommato io ho sempre fatto guadagnare i miei editori, con l&#8217;eccezione di Rizzoli.<br />
Un esempio più azzeccato è la loro decisione di pubblicare il terzo romanzo di Franz Krauspenhaar, un artista della scrittura che sicuramente non garantisce una base di pubblico affidabile (Franz, al di là della sua bravura, potrebbe benissimo vendere 1000 o 2000 copie, se il pubblico non lo capisce; chiaro che gli auguro ben altro).<br />
Nel catalogo BCD, in mezzo alla solita confusione, vedo un sacco di proposte di qualità con le quali dubito enormemente che l&#8217;editore passa stare non dico su un rendimento del 15%, ma neanche del 3 o 4.</p>
<p>2. Nel finale del pezzo ci sono tre affermazioni che mi hanno lasciato perplesso; la cosa buffa è che su due sono in disaccordo perché le trovo troppo negative, su una perché mi pare troppo ottimista!</p>
<p>2.1 Tu parli di un pubblico &#8220;non da stimolare e conquistare libro dopo libro, ma già conquistato, da spremere e basta&#8221;.<br />
Sai che non capisco cosa intendi?<br />
A me sembra invece che il best seller, per definizione, sia il tipo di libro che conquista una tantum (questo è il punto vero!) un lettore debole o debolissimo: quel genere di persona che non è affatto già abituata alla lettura (nemmeno alla lettura di un certo genere o sottogenere letterario), ma che di solito non legge e basta.<br />
Su questo punto si apre sempre la stessa discussione: meglio che qualche milione di persone leggano, leggano comunque, anche una schifezza come la Tamaro, o sarebbe meglio a quel punto che non leggessero ma facessero qualcosa di più creativo, per esempio su Internet, oppure consumassero, non so, fumetti di qualità, musica e cinema di qualità, ecc.?<br />
Io sono della seconda opinione.<br />
Non ho per niente il feticismo del libro; non è vero che il libro è bene, di per sé, sempre e comunque, e non è assolutamente vero che anche un brutto libro può essere un ponte che guida il lettore occasionale verso un libro bello.<br />
Fra una persona che legge romanzi rosa e una che occupa lo stesso tempo facendo, per esempio, un blog divertente, intelligente, ingegnoso (o qualunque altra cosa a cui si applichi uno dei tre aggettivi), preferisco la seconda; e se scoprirò che non legge, pazienza.</p>
<p>2.2 Poco oltre, sempre riferendoti alla monocultura del bestseller, scrivi: &#8220;Prima o poi questa follia verrà travolta. La specie umana non può sopravvivere senza trasmettere esperienza e pensiero attraverso la parola&#8221;.<br />
Sai che qui invece mi sembri troppo ottimista?<br />
La specie umana può vivere tranquillamente senza i libri di Moresco, per citare un autore simbolo di una  narrativa di elevatissimo livello artistico che vende, in proporzione, relativamente poco.<br />
La scelta di leggere Moresco o chi per lui è legata a un&#8217;educazione alla fatica, allo sforzo nella lettura (come nell&#8217;ascolto della musica, per esempio) che sta andando in disfacimento, senza che si vedano effetti sulla specie umana tranne il suo impoverimento spirituale e a livello di capacità autocritica, cosa di cui importa ben poco a chi ha il potere.<br />
Fra vent&#8217;anni, chi ascolterà la musica classica? I giornali ne parleranno ancora? I suoi spazi diminuiscono sempre più, perché non ha mercato: non ci sono &#8220;novità&#8221; nel campo della musica classica, solo reinterpretazioni e riproposte. La musica contemporanea è considerata, a torto o a ragione, un fatico esercizio di ascolto per iniziati; e la fatica è esattamente quello che la massa del pubblico cerca di evitare: Santo dio, torno a casa stanco, non mi dite che devo pure mettermi lì ad ascoltare Stockhausen! A leggere Moresco! A guardare la personale di De Oliveira!</p>
<p>2.3 &#8220;Una ricetta infallibile: prendi un personaggio televisivo, affiancagli un buon editor, attieniti a certe formule compositive ritenute di successo, assicurati la promozione di un importante canale mediatico, paralizza la critica con alcuni argomenti populistici, ed è fatta.&#8221;<br />
Mah! Vogliamo applicare questa &#8220;ricetta&#8221; a Faletti?<br />
Faletti era un personaggio televisivo completamente bollito, dimenticato dal pubblico.<br />
Sull&#8217;editor si può discutere per anni, perché l&#8217;editing al romanzo è stato fatto da Piero Gelli, che è tutto tranne uno specializzato nel creare macchine narrative dal successo garantito.<br />
Le formule compositive sono certamente riconoscibili, ma allora perché la gente ha scelto Faletti? Quanti thrilleroni sono stati scritti e non hanno avuto il successo di quello? Quanti romanzi sentimentalucci vengono scritti e non hanno neanche alla lontana il successo della Tamaro?<br />
La verità è che le formule sono sempre desunte a posteriori; è molto difficile dire a priori che un libro avrà successo, tranne quando si tratta di un autore consolidatissimo (vedi De Carlo, per capirci); ma per un&#8217;opera prima come quella di Faletti, la scommessa era talmente rischiosa che, almeno a quanto risulta a me, l&#8217;autore non ha preso UNA LIRA di anticipo: non stiamo certo parlando degli anticipi altissimi, rovinosi, che citi giustamente in un altro passo del tuo articolo.<br />
Terminiamo con il canale mediatico e la critica. Il successo di Faletti è stato sicuramente favorito dall&#8217;innamoramento di D&#8217;Orrico, dalla copertina del &#8220;Corriere della Sera Magazine&#8221;. Però attenzione. Anzitutto D&#8217;Orrico è ingovernabile. Fra lui e Dalai corre cattivo sangue da molti anni, e personalmente escludo nel modo più assoluto che per D&#8217;Orrico si possa parlare di connivenza critico-editore. In secondo luogo D&#8217;Orrico ha sparato forte anche su altri autori, senza avere l&#8217;effetto dirompente che ha gratificato Faletti. Un esempio? Gianni Biondillo, a cui il critico del &#8220;Corriere della Sera Magazine&#8221; ha dedicato addirittura una recensione in due puntate, un vero (giustificatissimo, nel caso di Gianni!) ritratto d&#8217;autore, pieno non solo di stima ma anche di una certa astuzia, di una ricerca di tonalità accattivanti, cordiali, gradevoli. Risultato: Biondillo è stato proiettato nel pantheon del noir italiano, sono fioccate le interviste e gli inviti a serate e dibattiti. Ma chiunque abbia tenuto sott&#8217;occhio le classifiche ha potuto constatare che le vendite non sono decollate nemmeno lontanamente nelle dimensioni che a quel punto ci si poteva attendere.<br />
Come mai?<br />
Per me i motivi sono due: uno è che Biondillo è molto più bravo e raffinato di Faletti, e nonostante D&#8217;Orrico abbia cercato di farne un ritratto pop non è affatto un autore pop; l&#8217;altro motivo non riesco a definirlo, perché non è legato a Biondillo ma a Faletti stesso: è il motivo per cui Faletti ha funzionato (in termini di vendite massicce) e almeno cinquanta ottimi, in certi casi eccellenti autori noir italiani non si sono mai nemmeno avvicinati a quel tipo di impatto sul pubblico.</p>
<p>Tutto questo per dire che il caso può moltissimo, e che a volte, quando dipingiamo l&#8217;editoria come una macchina da guerra bene oliata, perfettamente funzionante, in grado di essere usata bene (libri di qualità) o male (libracci imposti al pubblico con la certezza del successo) le attribuiamo un&#8217;incisività e una potenza che sarebbe ben felice di avere, ma non ha.<br />
I meccanismi editoriali, visti dal di dentro, sono farraginosi, a volte penosi; le cose succedono o non succedono, un po&#8217; a casaccio.<br />
Un art director può impuntarsi su una copertina che non funziona e ammazzare le vendite di un libro; il famoso critico non riceve le bozze e si incazza; l&#8217;altro si incazza il doppio perché le riceve senza averle sollecitate; l&#8217;autore fa un passaggio televisivo disastroso, oppure neutro, oppure incredibilmente brillante (ricordate Carmen Covito da Costanzo? La Covito aveva naturalmente anche un bel libro con un bellissimo titolo busiano e con un argomento azzeccatissimo); all&#8217;ufficio stampa mettono una persona incompetente (parlo di cose che conosco); l&#8217;editore cambia il sistema di distribuzione e per qualche mese il libro non è presente in libreria; eccetera eccetera.<br />
Parlate con qualunque editor, e vi dirà questo: che fare narrativa è molto difficile, molto più che fare saggistica, per non parlare poi di quello che fanno i discografici con tutti i loro incredibili privilegi. Che le previsioni smentite &#8211; in senso positivo o negativo &#8211; sono all&#8217;ordine del giorno. Che ci vuole fortuna, fortuna, fortuna.<br />
Anche.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: graziano dell'anna		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/01/18/genocidio-culturale/#comment-6944</link>

		<dc:creator><![CDATA[graziano dell'anna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Oltre all&#039;articolo in sé, trovo interessante che nella pubblicazione dell&#039;Espresso manchi proprio la parte dell&#039;articolo in cui la Benedetti critica i &#039;quotidiani-editori&#039;, riferendosi anche esplicitamente a Repubblica. Interessante sarebbe anche sapere se si tratta di censura operata dai &#039;piani alti&#039; della rivista, o di &#039;autocensura&#039; della Benedetti? Con stima

g.d.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oltre all&#8217;articolo in sé, trovo interessante che nella pubblicazione dell&#8217;Espresso manchi proprio la parte dell&#8217;articolo in cui la Benedetti critica i &#8216;quotidiani-editori&#8217;, riferendosi anche esplicitamente a Repubblica. Interessante sarebbe anche sapere se si tratta di censura operata dai &#8216;piani alti&#8217; della rivista, o di &#8216;autocensura&#8217; della Benedetti? Con stima</p>
<p>g.d.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/01/18/genocidio-culturale/#comment-6943</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[due osservazioni: seguendo l&#039;impostazione fornita da Carla Benedetti sarebbe necessario un lavoro di natura propriamente sociologica, con tanto di ricerca empirica, per delineare come avviene questo mutamento all&#039;interno delle diverse case editrici e delle testate giornalistiche che ad esse si appoggiano; ma esistono lavori di questo tipo in Italia? La domanda non è retorica, ma a me non viene in  mente alcun titolo. E innanzitutto la rivolgerei a Carla. In Francia, Bourdieu aveva realizzato ricerche di questo tipo.

I critici infatti, da noi, hanno spesso la tendenza a fare sociologia &quot;intuitiva&quot;. E forse è già meglio che niente, ma gli strumenti del critico non sono quelli del sociologo. Quanto ai critici, essi dovrebbero senz&#039;altro occuparsi di valutare questo tipo di &quot;libro-merce&quot;, dal punto di vista stilistico, narratologico, ecc. come suggerisce Carla. E se ne vedrebbero allora delle belle! Ma non mi sembra il caso di colpevolizzare quei critici - neppure tantissimi - che continuano ad occuparsi di libri che non rispondono a criteri commerciali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>due osservazioni: seguendo l&#8217;impostazione fornita da Carla Benedetti sarebbe necessario un lavoro di natura propriamente sociologica, con tanto di ricerca empirica, per delineare come avviene questo mutamento all&#8217;interno delle diverse case editrici e delle testate giornalistiche che ad esse si appoggiano; ma esistono lavori di questo tipo in Italia? La domanda non è retorica, ma a me non viene in  mente alcun titolo. E innanzitutto la rivolgerei a Carla. In Francia, Bourdieu aveva realizzato ricerche di questo tipo.</p>
<p>I critici infatti, da noi, hanno spesso la tendenza a fare sociologia &#8220;intuitiva&#8221;. E forse è già meglio che niente, ma gli strumenti del critico non sono quelli del sociologo. Quanto ai critici, essi dovrebbero senz&#8217;altro occuparsi di valutare questo tipo di &#8220;libro-merce&#8221;, dal punto di vista stilistico, narratologico, ecc. come suggerisce Carla. E se ne vedrebbero allora delle belle! Ma non mi sembra il caso di colpevolizzare quei critici &#8211; neppure tantissimi &#8211; che continuano ad occuparsi di libri che non rispondono a criteri commerciali.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: GiusCo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/01/18/genocidio-culturale/#comment-6942</link>

		<dc:creator><![CDATA[GiusCo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pienamente condivisibile, da far riflettere anche su molto di quello che si legge in rete e che viene spacciato per grande letteratura: nel piccolo e quasi gratuito di internet vale lo stesso principio, in &quot;contatti&quot; e citazioni incrociate. La ganga dei poverelli.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pienamente condivisibile, da far riflettere anche su molto di quello che si legge in rete e che viene spacciato per grande letteratura: nel piccolo e quasi gratuito di internet vale lo stesso principio, in &#8220;contatti&#8221; e citazioni incrociate. La ganga dei poverelli.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: beppe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/01/18/genocidio-culturale/#comment-6941</link>

		<dc:creator><![CDATA[beppe]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ottimo. Giustissimo. Mentre lo leggevo pensavo: perché Carla non lo dà anche all&#039;Unità? Poi ho visto che è già uscito sull&#039;Espresso. Bene. Un caro saluto, beppe s.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ottimo. Giustissimo. Mentre lo leggevo pensavo: perché Carla non lo dà anche all&#8217;Unità? Poi ho visto che è già uscito sull&#8217;Espresso. Bene. Un caro saluto, beppe s.</p>
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