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	Commenti a: Gradi di scrittura	</title>
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		<title>
		Di: .		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ma non ti sembra che nei tuoi intenti ci sia una programmaticità assai poco vitale?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ma non ti sembra che nei tuoi intenti ci sia una programmaticità assai poco vitale?</p>
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		Di: emilia		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[emilia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[in una di queste fantomatiche scuole di scrittura (che possono anche non servire, come dicono molti, ma questa nello specifico servì a varie e molte cose) uno dei due &quot;professori&quot; portò in classe un discorso di Sandro Veronesi, che aveva parlato ad altrettanti aspiranti, ad altrettanti giovani, quantomeno. Veronesi parlò di &quot;INGOMBRI&quot;, intendendo con questa parola tutta quella serie di paletti mentali (scuse) che lo scrittore, o aspirante tale, mette tra se&#039; e l&#039;opera. spesso la vita stessa è un &quot;ingombro&quot; perchè usata come scusa per non scrivere. Anche se sono sempre molto affascinata da una figura ricorrente del mondo anglosassone: lo scrittore insegnante di liceo. Perchè poi di qualcosa (e in qualche modo) si deve pur vivere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>in una di queste fantomatiche scuole di scrittura (che possono anche non servire, come dicono molti, ma questa nello specifico servì a varie e molte cose) uno dei due &#8220;professori&#8221; portò in classe un discorso di Sandro Veronesi, che aveva parlato ad altrettanti aspiranti, ad altrettanti giovani, quantomeno. Veronesi parlò di &#8220;INGOMBRI&#8221;, intendendo con questa parola tutta quella serie di paletti mentali (scuse) che lo scrittore, o aspirante tale, mette tra se&#8217; e l&#8217;opera. spesso la vita stessa è un &#8220;ingombro&#8221; perchè usata come scusa per non scrivere. Anche se sono sempre molto affascinata da una figura ricorrente del mondo anglosassone: lo scrittore insegnante di liceo. Perchè poi di qualcosa (e in qualche modo) si deve pur vivere.</p>
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		Di: sergio nelli		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sergio nelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Che frittata indigesta, che dispendio cattivo di psicologia, di psicologismi, e in così poche righe!
Francamente, me ne infischio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che frittata indigesta, che dispendio cattivo di psicologia, di psicologismi, e in così poche righe!<br />
Francamente, me ne infischio.</p>
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		Di: Elio Paoloni		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Paoloni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ma perché uno che se ne infischia (francamente) perde tempo a digitare insulti? A mezzanotte, poi. Ubriachezza forse. Acidità di stomaco, di sicuro. Fatti una gastroscopia, Nelli. Anche i migliori beccano l’ulcera.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma perché uno che se ne infischia (francamente) perde tempo a digitare insulti? A mezzanotte, poi. Ubriachezza forse. Acidità di stomaco, di sicuro. Fatti una gastroscopia, Nelli. Anche i migliori beccano l’ulcera.</p>
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		Di: Sergio Nelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/03/07/gradi-di-scrittura/#comment-7918</link>

		<dc:creator><![CDATA[Sergio Nelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando ci si annusa e ci sono problemi di riconoscimento, scattano a volte reazioni aggressive. Mi dispiace. Ma questa storia dei gradi di scrittura confonde, deprime; e sembra più la storia di un &quot;ingombro&quot;, nel senso indicato da Veronesi in una riflessione comparsa anche qui su N. I. e citata, a proposito, anche nel commento di Emmina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando ci si annusa e ci sono problemi di riconoscimento, scattano a volte reazioni aggressive. Mi dispiace. Ma questa storia dei gradi di scrittura confonde, deprime; e sembra più la storia di un &#8220;ingombro&#8221;, nel senso indicato da Veronesi in una riflessione comparsa anche qui su N. I. e citata, a proposito, anche nel commento di Emmina.</p>
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		<title>
		Di: Elio Paoloni		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/03/07/gradi-di-scrittura/#comment-7919</link>

		<dc:creator><![CDATA[Elio Paoloni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sarà pure deprimente ma questi sono i due estremi dell’atteggiamento verso la scrittura. Li ho ricordati sommariamente, per collocarmi, con qualche forzatura, da un lato. 
Immagino che la maggior parte degli scriventi si collochi in realtà tra i due estremi, con molte sfumature. Questa riflessione sul mio atteggiamento voleva sollecitare altre dichiarazioni, tutto qui. Io parlo di andare a caccia, di stare al sole come le lucertole. Di posporre la scrittura. Oppure di anteporla a tutto. Lo psicologismo dove sarebbe? 
Il mio pezzo è una frittata? Sono un cuoco di campagna, non a caso ho intitolato Timballo uno zibaldone che sta in rete. Se il mio rimuginare non ha i requisiti della haute cuisine, concentrati sull’argomento. Ammesso che ti interessi e che tu abbia voglia di dichiarare come vivi quotidianamente la scrittura.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarà pure deprimente ma questi sono i due estremi dell’atteggiamento verso la scrittura. Li ho ricordati sommariamente, per collocarmi, con qualche forzatura, da un lato.<br />
Immagino che la maggior parte degli scriventi si collochi in realtà tra i due estremi, con molte sfumature. Questa riflessione sul mio atteggiamento voleva sollecitare altre dichiarazioni, tutto qui. Io parlo di andare a caccia, di stare al sole come le lucertole. Di posporre la scrittura. Oppure di anteporla a tutto. Lo psicologismo dove sarebbe?<br />
Il mio pezzo è una frittata? Sono un cuoco di campagna, non a caso ho intitolato Timballo uno zibaldone che sta in rete. Se il mio rimuginare non ha i requisiti della haute cuisine, concentrati sull’argomento. Ammesso che ti interessi e che tu abbia voglia di dichiarare come vivi quotidianamente la scrittura.</p>
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		Di: livio romano		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/03/07/gradi-di-scrittura/#comment-7920</link>

		<dc:creator><![CDATA[livio romano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Eravamo a Roma, ricordo, e avevamo fatto una presentazione. L’indomani saremmo andati a Saxa Rubra a registrare un’intervista per una radio della Rai. Giulio Mozzi disse: “Mi piacerebbe scrivere delle cose che servano a qualcosa”, e in quell’affermazione c’era tutta una dichiarazione di poetica che Mozzi stesso ha infuso nel progetto Indicativo Presente. Ecco, questo faccio io, scrittore in terza. Scrivere storie che servano. Raccontare la vita delle persone così che qualcuno ci si possa immedesimare. Non mi importa nulla della letteratura, e ancor meno della Storia. Una narrazione deve funzionare e comunicare con il maggior numero di uomini e donne possibile. E deve farlo adesso, qui, mentre io stesso son vivo e vegeto così che possa osservare la reazione che hanno i lettori e, se del caso, risponder loro, dialogarci, spesso diventarne amico. Scrivere per me  ha a che fare con il riferire. È bisogno di comunicazione. È mettere in scena situazioni che altrimenti rimarrebbero confinate al racconto da rivista patinata o da quotidiano. Far muovere su un teatrino personaggi e sentimenti che incarnino topoi dell’immaginario colletivo. 
Dopo che sono usciti Mistandivò e Porto di mare sono fioccate a diecine le lettere da parte di gente che mi diceva sostanzialmente: “Hai raccontato di me e della mia vita”. Questo volevo esattamente. Non volevo dimostrare a nessuno di saper scrivere, e al contrario d’un sacco di ragazzotti che vedo scambiare le grosse case editrici per Dio (anche questa espressione è di Mozzi). I quali vedo trasfigurarsi in poche battute in semidei baciati dal successo per il sol fatto d’essere usciti con una major. Al contrario di tutta questa pletora di gente innamorata, più che dello scrivere, più che del lettore, della figura romantica dello scrittore. Beh, al contrario, a me è successo che le insicurezze mi si son moltiplicate. Che la responsabilità di essere una brava persona s’è acuita. Son diventato ancor più gentile con il genere umano. D’altro canto io propriamente servo il genere umano nel momento in cui mi propongo di raccontare le storie che succedono fra gli uomini. E così faccio politica, faccio figli, assisto malati, lavoro duramente dall’alba a notte fonda per guadagnarmi da vivere, non sto fermo un attimo. Me fotto infinitamente che Torino nei Quaranta era un crocevia di intellettuali che hanno lasciato un segno nella letteratura patria. Me ne fotto enormemente se non vivo in una delle capitali della cultura europea bensì in una brutta cittadina dell’estremo meridione d’Italia, se invece di girare il mondo a rastrellare gettoni di presenza e a bearmi della gente che mi dice “Oh quanto sei bravo”: faccio il patetico mestiere del maestro di scuola. Non mi importa neppure se non ho letto cinquecento scaffali di libri, come suggerisce Scarpa in “Che cos’è questo fracasso”. Foster Wallace mi fa vomitare e trovo Piperno bravissimo. A Pynchon preferisco Brigitte Jones. Conosco la grammatica italiana e tanto mi basta per raccontare delle persone che mi hanno fatto ridere, di quelle che mi hanno fatto incazzare, di quelle che mi hanno fatto piangere, di quelle che ho amato e di quelle che ho detestato. Scrivo quasi ogni giorno. Articoli, interventi, reportage, elzeviri, opere teatrali, racconti, progetti, sceneggiature. Riporto. Mi impregno delle storie e ne racconto. 
Un mio caro amico veneziano una sera stava per picchiarsi con uno psichiatra che lo aveva insultato in un bar. I due presero a offendersi pesantemente. Il veneziano a un certo punto disse, in dialetto: “Ma vattene via ché non hai mai cresciuto figli”. Non so se fosse un’espressione veneta tipica oppure se se la fosse inventata lì per lì. Ma ho l’impressione che all’intera boheme che sermoneggia sull’idea di scittura di destra e su quella di sinistra, si possa facilmente replicare: “Non avete diritto di dire una sola parola sulla vita perché non avete mai cresciuto un figlio”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Eravamo a Roma, ricordo, e avevamo fatto una presentazione. L’indomani saremmo andati a Saxa Rubra a registrare un’intervista per una radio della Rai. Giulio Mozzi disse: “Mi piacerebbe scrivere delle cose che servano a qualcosa”, e in quell’affermazione c’era tutta una dichiarazione di poetica che Mozzi stesso ha infuso nel progetto Indicativo Presente. Ecco, questo faccio io, scrittore in terza. Scrivere storie che servano. Raccontare la vita delle persone così che qualcuno ci si possa immedesimare. Non mi importa nulla della letteratura, e ancor meno della Storia. Una narrazione deve funzionare e comunicare con il maggior numero di uomini e donne possibile. E deve farlo adesso, qui, mentre io stesso son vivo e vegeto così che possa osservare la reazione che hanno i lettori e, se del caso, risponder loro, dialogarci, spesso diventarne amico. Scrivere per me  ha a che fare con il riferire. È bisogno di comunicazione. È mettere in scena situazioni che altrimenti rimarrebbero confinate al racconto da rivista patinata o da quotidiano. Far muovere su un teatrino personaggi e sentimenti che incarnino topoi dell’immaginario colletivo.<br />
Dopo che sono usciti Mistandivò e Porto di mare sono fioccate a diecine le lettere da parte di gente che mi diceva sostanzialmente: “Hai raccontato di me e della mia vita”. Questo volevo esattamente. Non volevo dimostrare a nessuno di saper scrivere, e al contrario d’un sacco di ragazzotti che vedo scambiare le grosse case editrici per Dio (anche questa espressione è di Mozzi). I quali vedo trasfigurarsi in poche battute in semidei baciati dal successo per il sol fatto d’essere usciti con una major. Al contrario di tutta questa pletora di gente innamorata, più che dello scrivere, più che del lettore, della figura romantica dello scrittore. Beh, al contrario, a me è successo che le insicurezze mi si son moltiplicate. Che la responsabilità di essere una brava persona s’è acuita. Son diventato ancor più gentile con il genere umano. D’altro canto io propriamente servo il genere umano nel momento in cui mi propongo di raccontare le storie che succedono fra gli uomini. E così faccio politica, faccio figli, assisto malati, lavoro duramente dall’alba a notte fonda per guadagnarmi da vivere, non sto fermo un attimo. Me fotto infinitamente che Torino nei Quaranta era un crocevia di intellettuali che hanno lasciato un segno nella letteratura patria. Me ne fotto enormemente se non vivo in una delle capitali della cultura europea bensì in una brutta cittadina dell’estremo meridione d’Italia, se invece di girare il mondo a rastrellare gettoni di presenza e a bearmi della gente che mi dice “Oh quanto sei bravo”: faccio il patetico mestiere del maestro di scuola. Non mi importa neppure se non ho letto cinquecento scaffali di libri, come suggerisce Scarpa in “Che cos’è questo fracasso”. Foster Wallace mi fa vomitare e trovo Piperno bravissimo. A Pynchon preferisco Brigitte Jones. Conosco la grammatica italiana e tanto mi basta per raccontare delle persone che mi hanno fatto ridere, di quelle che mi hanno fatto incazzare, di quelle che mi hanno fatto piangere, di quelle che ho amato e di quelle che ho detestato. Scrivo quasi ogni giorno. Articoli, interventi, reportage, elzeviri, opere teatrali, racconti, progetti, sceneggiature. Riporto. Mi impregno delle storie e ne racconto.<br />
Un mio caro amico veneziano una sera stava per picchiarsi con uno psichiatra che lo aveva insultato in un bar. I due presero a offendersi pesantemente. Il veneziano a un certo punto disse, in dialetto: “Ma vattene via ché non hai mai cresciuto figli”. Non so se fosse un’espressione veneta tipica oppure se se la fosse inventata lì per lì. Ma ho l’impressione che all’intera boheme che sermoneggia sull’idea di scittura di destra e su quella di sinistra, si possa facilmente replicare: “Non avete diritto di dire una sola parola sulla vita perché non avete mai cresciuto un figlio”.</p>
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		Di: Elio Paoloni		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/03/07/gradi-di-scrittura/#comment-7921</link>

		<dc:creator><![CDATA[Elio Paoloni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scopro oggi grazie a Magris (l&#039;articolo è di qualche giorno fa) che per Kafka il padre di famiglia ebraico, con la sua responsabilità, rappresentava un modello umano più alto dello scrittore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scopro oggi grazie a Magris (l&#8217;articolo è di qualche giorno fa) che per Kafka il padre di famiglia ebraico, con la sua responsabilità, rappresentava un modello umano più alto dello scrittore.</p>
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