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	Commenti a: Piccoli torinesi coraggiosi	</title>
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		Di: sergio garufi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sergio garufi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jul 2005 00:25:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Complimenti Helena, analisi molto suggestiva. Tre piccole glosse a margine. Anch&#039;io penso che la passione per i minori, il desiderio di segnalare quelli appena pervenuti alla periferia di un nome, sia diventata una moda così tirannica e massificata da suggerire di proporre quei pachidermi ingombranti che sono i classici, cioè quei libri che ormai non legge più nessuno perché si crede di conoscerli anche senza averli mai sfogliati. Rimettere in discussione formule critiche consolidate dal tempo - come ha fatto Carla Benedetti con Gadda -, più che insistere sula loro presunta attualità, è forse l&#039;unico modo per ridare ai classici un futuro, per sottrarli al mesto oblio del confino accademico. 
Per quanto riguarda i primi approcci di Mathis con la suora, la fase cioè del corteggiamento e dell&#039;innamoramento, non è così anomalo che lui non provi un&#039;attrazione fisica nei suoi confronti, perché pare che nell&#039;uomo
l&#039;innamoramento corrisponda a un&#039;idealizzazione della figura amata e a un conseguente calo della libido; cosa che invece non avviene a ruoli invertiti. 
Sui &quot;segnali quasi impercettibili di inverosimiglianza&quot; disseminati in un romanzo c.d. realista, mi è venuto in mente un parallelo artistico con Vittore Carpaccio, di cui il Vasari diceva che &quot;era molto bravo nel dipingere dal vero&quot;, e che per questa ragione fu in seguito preso a modello dai vedutisti settecenteschi come Canaletto e Bellotto per le loro ambientazioni cittadine della Serenissima. In realtà (!) Carpaccio si prese molte licenze poetiche e inserì diversi capricci architettonici all&#039;interno dei suoi grandi teleri veneziani, e il segnale di inverosimiglianza lo dichiarò in una delle parti più neglette dei suoi quadri, cioè nella firma. Mentre gli altri usavano forme codificate dal tempo (ad es. &quot;Titianus pinxit&quot; o &quot;pingebat&quot;), Carpaccio cambiava una semplice consonante e faceva al contempo una dichiarazione rivoluzionaria di poetica, firmando &quot;Carpathius finxit&quot; o &quot;fingebat&quot;. L&#039;arte non come mimesi della realtà, ma come finzione, piccola menzogna nascosta; insomma un lontano precursore di Borges e Manganelli.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Complimenti Helena, analisi molto suggestiva. Tre piccole glosse a margine. Anch&#8217;io penso che la passione per i minori, il desiderio di segnalare quelli appena pervenuti alla periferia di un nome, sia diventata una moda così tirannica e massificata da suggerire di proporre quei pachidermi ingombranti che sono i classici, cioè quei libri che ormai non legge più nessuno perché si crede di conoscerli anche senza averli mai sfogliati. Rimettere in discussione formule critiche consolidate dal tempo &#8211; come ha fatto Carla Benedetti con Gadda -, più che insistere sula loro presunta attualità, è forse l&#8217;unico modo per ridare ai classici un futuro, per sottrarli al mesto oblio del confino accademico.<br />
Per quanto riguarda i primi approcci di Mathis con la suora, la fase cioè del corteggiamento e dell&#8217;innamoramento, non è così anomalo che lui non provi un&#8217;attrazione fisica nei suoi confronti, perché pare che nell&#8217;uomo<br />
l&#8217;innamoramento corrisponda a un&#8217;idealizzazione della figura amata e a un conseguente calo della libido; cosa che invece non avviene a ruoli invertiti.<br />
Sui &#8220;segnali quasi impercettibili di inverosimiglianza&#8221; disseminati in un romanzo c.d. realista, mi è venuto in mente un parallelo artistico con Vittore Carpaccio, di cui il Vasari diceva che &#8220;era molto bravo nel dipingere dal vero&#8221;, e che per questa ragione fu in seguito preso a modello dai vedutisti settecenteschi come Canaletto e Bellotto per le loro ambientazioni cittadine della Serenissima. In realtà (!) Carpaccio si prese molte licenze poetiche e inserì diversi capricci architettonici all&#8217;interno dei suoi grandi teleri veneziani, e il segnale di inverosimiglianza lo dichiarò in una delle parti più neglette dei suoi quadri, cioè nella firma. Mentre gli altri usavano forme codificate dal tempo (ad es. &#8220;Titianus pinxit&#8221; o &#8220;pingebat&#8221;), Carpaccio cambiava una semplice consonante e faceva al contempo una dichiarazione rivoluzionaria di poetica, firmando &#8220;Carpathius finxit&#8221; o &#8220;fingebat&#8221;. L&#8217;arte non come mimesi della realtà, ma come finzione, piccola menzogna nascosta; insomma un lontano precursore di Borges e Manganelli.</p>
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