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	Commenti a: Sulla forma paranoica	</title>
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		<title>
		Di: Nazione Indiana &#187; Blog Archive &#187; STATEMENT BY AMIRI BARAKA, NEW JERSEY POET LAUREATE 10/2/2002		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/09/15/sulla-forma-paranoica/#comment-21077</link>

		<dc:creator><![CDATA[Nazione Indiana &#187; Blog Archive &#187; STATEMENT BY AMIRI BARAKA, NEW JERSEY POET LAUREATE 10/2/2002]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Jan 2006 14:12:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] [Vorrei aver letto questa vibrante, elettrificata autodifesa di Baraka prima di scrivere quello che ho scritto. Ringrazio Effeeffe di averla segnalata. Voglio tuttavia mettere qui il testo originale - e invito caldamente i lettori a fare lo sforzo di avventurarvisi - perché la traduzione italiana - che sembra fatta con un traduttore automatico - è davvero troppo free jazz : rende incomprensibile, a tratti addirittura ridicolo, un discorso in cui invece ogni parola pesa. Ribadisco pero&#8217; che la mia riflessione porta soprattutto sull&#8217;utilità e il danno dell&#8217;uso di &#8220;forme paranoiche&#8221; in poesia, e non sulla verità o falsità del &#8220;fatto in sé&#8221; - &#8220;verità&#8221; che comunque si conoscerà, se va bene, fra un paio di secoli. Da questo punto di vista, mantengo le mie riserve su questa poesia. a.r. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] [Vorrei aver letto questa vibrante, elettrificata autodifesa di Baraka prima di scrivere quello che ho scritto. Ringrazio Effeeffe di averla segnalata. Voglio tuttavia mettere qui il testo originale &#8211; e invito caldamente i lettori a fare lo sforzo di avventurarvisi &#8211; perché la traduzione italiana &#8211; che sembra fatta con un traduttore automatico &#8211; è davvero troppo free jazz : rende incomprensibile, a tratti addirittura ridicolo, un discorso in cui invece ogni parola pesa. Ribadisco pero&#8217; che la mia riflessione porta soprattutto sull&#8217;utilità e il danno dell&#8217;uso di &#8220;forme paranoiche&#8221; in poesia, e non sulla verità o falsità del &#8220;fatto in sé&#8221; &#8211; &#8220;verità&#8221; che comunque si conoscerà, se va bene, fra un paio di secoli. Da questo punto di vista, mantengo le mie riserve su questa poesia. a.r. [&#8230;]</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: effeffe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/09/15/sulla-forma-paranoica/#comment-12855</link>

		<dc:creator><![CDATA[effeffe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Sep 2005 08:11:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@Tashtego

&quot;Non occorre essere una “comunità solidale” per costruire uno spazio di questo genere, fisico, mediatico o virtuale che sia, ma basta che abbia determinate caratteristiche di dislocazione e che ne sia possibile a certe condizioni e secondo norma, l’uso collettivo.&quot;
Quel che dici è vero e concordo con il maestro Raos, l&#039;immagine delle macchine acquario è strordinaria. Anzi se ci scrivi un pezzo per sud, per il prossimo dedicato al tema dei &quot;resti&quot; sarebbe una bella cosa. 
Però mi inquieta un pò l&#039;immagine o ideologia dello spazio - Che ne pensi di jean Nouvel?- che proponi, cioè come completamente avulso dalla storia. Un luogo è anche la storia di chi lo abita. In questo senso si dovrebbe intendere &quot;centro storico&quot;. Non tutte le periferie sono contro la storia - anche se molte di esse vivono di cronaca nera- come per esempio barriera di Milano qui a Torino,(vd. Storia della barriera di Milano, ed città di Torino, autori Angelo Catrovilli, Carmelo Seminara). Se però prendi per esempio la storia del rione Terra, vicino Pozzuoli, con l&#039;evacuazione in massa dei suoi abitanti in un quartiere inventato per far fronte al bradisismo, Monte Ruscello, cioè con una popolazione che è sottratta alla propria storia dei luoghi, e che esplode nei nuovi spazi, ti rendi conto di come il sogno americano di costruire città di sana pianta, sia una presa per il culo. Ma allora come fare perchè tutti i luoghi abbiano una storia?
effeffe
ps
da cinque anni non ho la tv e vi giuro che si vive meglio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@Tashtego</p>
<p>&#8220;Non occorre essere una “comunità solidale” per costruire uno spazio di questo genere, fisico, mediatico o virtuale che sia, ma basta che abbia determinate caratteristiche di dislocazione e che ne sia possibile a certe condizioni e secondo norma, l’uso collettivo.&#8221;<br />
Quel che dici è vero e concordo con il maestro Raos, l&#8217;immagine delle macchine acquario è strordinaria. Anzi se ci scrivi un pezzo per sud, per il prossimo dedicato al tema dei &#8220;resti&#8221; sarebbe una bella cosa.<br />
Però mi inquieta un pò l&#8217;immagine o ideologia dello spazio &#8211; Che ne pensi di jean Nouvel?- che proponi, cioè come completamente avulso dalla storia. Un luogo è anche la storia di chi lo abita. In questo senso si dovrebbe intendere &#8220;centro storico&#8221;. Non tutte le periferie sono contro la storia &#8211; anche se molte di esse vivono di cronaca nera- come per esempio barriera di Milano qui a Torino,(vd. Storia della barriera di Milano, ed città di Torino, autori Angelo Catrovilli, Carmelo Seminara). Se però prendi per esempio la storia del rione Terra, vicino Pozzuoli, con l&#8217;evacuazione in massa dei suoi abitanti in un quartiere inventato per far fronte al bradisismo, Monte Ruscello, cioè con una popolazione che è sottratta alla propria storia dei luoghi, e che esplode nei nuovi spazi, ti rendi conto di come il sogno americano di costruire città di sana pianta, sia una presa per il culo. Ma allora come fare perchè tutti i luoghi abbiano una storia?<br />
effeffe<br />
ps<br />
da cinque anni non ho la tv e vi giuro che si vive meglio</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: andrea raos		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/09/15/sulla-forma-paranoica/#comment-12851</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Sep 2005 22:41:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[assolutamente no. insomma, non sempre. non certo su questa storia dei pesci nelle automobili. è meravigliosa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>assolutamente no. insomma, non sempre. non certo su questa storia dei pesci nelle automobili. è meravigliosa.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/09/15/sulla-forma-paranoica/#comment-12848</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Sep 2005 20:27:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[raos mi prende per il c.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>raos mi prende per il c.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: andrea raos		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/09/15/sulla-forma-paranoica/#comment-12827</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2005 17:07:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[tashtego, bellissima l&#039;immagine delle automobili in fondo all&#039;oceano. te la frego! e dal fondo (fondale?) della mia falsa coscienza, ti ringrazio,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>tashtego, bellissima l&#8217;immagine delle automobili in fondo all&#8217;oceano. te la frego! e dal fondo (fondale?) della mia falsa coscienza, ti ringrazio,</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: zangrando		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/09/15/sulla-forma-paranoica/#comment-12823</link>

		<dc:creator><![CDATA[zangrando]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2005 14:23:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Volevo dire &quot;sbagliando&quot;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Volevo dire &#8220;sbagliando&#8221;.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: zangrando		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/09/15/sulla-forma-paranoica/#comment-12822</link>

		<dc:creator><![CDATA[zangrando]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2005 14:22:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Hai ragione, Andrea (mi tocca dare ragione a tutti, ostia: dove sto sbagliano?), io avevo in mente un &quot;gusto dominante&quot; più orientato alla prosa narrativa e saggistica, e non solo italiana, e ho confusamente esteso questa mia impressione al dominio della poesia, che tu conosci molto meglio di me, essendo del mestiere; mi scuso perciò dell&#039;imprecisione. Io stesso, dal canto mio, quando dieci anni fa scelsi di provarmi nella poesia (con esiti assai modesti, come tu sai), ricordo di aver avuto come polo di confronto negativo, e come bersaglio polemico, tutto ciò che in Italia mi appariva purista, petrarchista o peggio: arcadico - e al tempo stesso dominante. Evidentemente le cose non sono cambiate. Anche per questo, tutto sommato, condivido il tuo richiamo a Fortini, del quale peraltro sarebbe bello parlare più spesso e più a fondo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hai ragione, Andrea (mi tocca dare ragione a tutti, ostia: dove sto sbagliano?), io avevo in mente un &#8220;gusto dominante&#8221; più orientato alla prosa narrativa e saggistica, e non solo italiana, e ho confusamente esteso questa mia impressione al dominio della poesia, che tu conosci molto meglio di me, essendo del mestiere; mi scuso perciò dell&#8217;imprecisione. Io stesso, dal canto mio, quando dieci anni fa scelsi di provarmi nella poesia (con esiti assai modesti, come tu sai), ricordo di aver avuto come polo di confronto negativo, e come bersaglio polemico, tutto ciò che in Italia mi appariva purista, petrarchista o peggio: arcadico &#8211; e al tempo stesso dominante. Evidentemente le cose non sono cambiate. Anche per questo, tutto sommato, condivido il tuo richiamo a Fortini, del quale peraltro sarebbe bello parlare più spesso e più a fondo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: temperanza		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/09/15/sulla-forma-paranoica/#comment-12819</link>

		<dc:creator><![CDATA[temperanza]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2005 12:08:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@Tashtego
Si, così mi è più chiaro. Probabilmente ho un occhio antico, di abitante di città europee, con centri storici ancora in parte funzionanti e forse, come tu dici, anche con il mito della comunità solidale, sia pure parzialmente.
Continuo però a sentire, forse per questo, una differenza tra la TV e internet che sono luoghi direttamente comunicativi,  mentre i centri commerciali non lo sono ai miei occhi in modo così evidente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@Tashtego<br />
Si, così mi è più chiaro. Probabilmente ho un occhio antico, di abitante di città europee, con centri storici ancora in parte funzionanti e forse, come tu dici, anche con il mito della comunità solidale, sia pure parzialmente.<br />
Continuo però a sentire, forse per questo, una differenza tra la TV e internet che sono luoghi direttamente comunicativi,  mentre i centri commerciali non lo sono ai miei occhi in modo così evidente.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/09/15/sulla-forma-paranoica/#comment-12814</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2005 10:18:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@Temp, aggiungo.
Lo spazio civile lo definirei un luogo capace di accoglierci come cives, vale a dire come membri di una civitas, una comunità insediata.
Non occorre essere una “comunità solidale” per costruire uno spazio di questo genere, fisico, mediatico o virtuale che sia, ma basta che abbia determinate caratteristiche di dislocazione e che ne sia possibile a certe condizioni e secondo norma, l’uso collettivo.
Incontrarsi e comunicare pubblico, per piccoli, medi e grandi gruppi, ecco quello che accade in uno spazio civile “riconosciuto”.
Ora nelle grandi città d’occidente, accade spesso che in contesti di insediamento periferico degradati, privi di qualità spaziale e di ogni altra qualità, l’arrivo di un centro commerciale con spazi interni che magari puntino a riprodurre strade e piazze pedonali tipiche di un centro storico, assumano da subito un ruolo di riferimento e di incontro, soprattutto per i giovani.
Diventino cioè un luogo dove andare.
Un surrogato di città, se funziona lo stesso, diventa, a tutti gli effetti, “città”, che ci piaccia o meno, che vi si svolgano discussioni filosofiche, politiche o meno.
Non è la qualità dell’uso che li qualifica, ma il TIPO di uso che ne facciamo e la conformazione dello spazio capace di accoglierlo.
Faccio un esempio forse improprio: parecchi anni fa si è scoperto che mucchi di carcasse di automobili gettate in mare funzionano bene per ripopolare i fondali, fungendo perfettamente da scogliere: i pesci le percepiscono come tali e le abitano con immediata naturalezza, senza percepirne estraneità, falsità, artificialità e la diversità di conformazione dalle scogliere naturali.
Credo che per la città contemporanea accada più o meno lo stesso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@Temp, aggiungo.<br />
Lo spazio civile lo definirei un luogo capace di accoglierci come cives, vale a dire come membri di una civitas, una comunità insediata.<br />
Non occorre essere una “comunità solidale” per costruire uno spazio di questo genere, fisico, mediatico o virtuale che sia, ma basta che abbia determinate caratteristiche di dislocazione e che ne sia possibile a certe condizioni e secondo norma, l’uso collettivo.<br />
Incontrarsi e comunicare pubblico, per piccoli, medi e grandi gruppi, ecco quello che accade in uno spazio civile “riconosciuto”.<br />
Ora nelle grandi città d’occidente, accade spesso che in contesti di insediamento periferico degradati, privi di qualità spaziale e di ogni altra qualità, l’arrivo di un centro commerciale con spazi interni che magari puntino a riprodurre strade e piazze pedonali tipiche di un centro storico, assumano da subito un ruolo di riferimento e di incontro, soprattutto per i giovani.<br />
Diventino cioè un luogo dove andare.<br />
Un surrogato di città, se funziona lo stesso, diventa, a tutti gli effetti, “città”, che ci piaccia o meno, che vi si svolgano discussioni filosofiche, politiche o meno.<br />
Non è la qualità dell’uso che li qualifica, ma il TIPO di uso che ne facciamo e la conformazione dello spazio capace di accoglierlo.<br />
Faccio un esempio forse improprio: parecchi anni fa si è scoperto che mucchi di carcasse di automobili gettate in mare funzionano bene per ripopolare i fondali, fungendo perfettamente da scogliere: i pesci le percepiscono come tali e le abitano con immediata naturalezza, senza percepirne estraneità, falsità, artificialità e la diversità di conformazione dalle scogliere naturali.<br />
Credo che per la città contemporanea accada più o meno lo stesso.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/09/15/sulla-forma-paranoica/#comment-12813</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2005 10:17:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Riprendo qualche spunto a pezzi, anche se queste fitti dialoghi hanno lo svantaggio della dispersione, e dunque si ritorna poi sempre sui propri passi, come se non si avesse detto nulla; Zangrando scrive:

&quot;Da questo punto di vista, tuttavia, credo sia altrettanto corretto riconoscere che l’adesione a una prospettiva esteticamente “impura”, a una poesia “militante” come quella di Baraka, sia essa o no paranoica, è l’indizio di una partecipazione più o meno consapevole al gusto dominante (che non è quello dei “potenti”, ma quello della cosidetta “intellettualità diffusa”, perché i potenti di oggi, mi pare, sono privi di un qualsivoglia gusto); è esattamente questa impurità, infatti, questa militanza, ciò che oggi viene apprezzato dal cosiddetto “pubblico” sopra ogni altro valore estetico o formale.&quot;

Questo, oggi, in Italia, per quanto riguarda la poesia, non è oggettivamente vero. In Italia, piace e stravince un certa poesia, che non è certo quella che ha, da noi, in Di Ruscio o in Majorino, degli ottimi esempi. Il pretrarchismo da noi è ancora egemone nel gusto. Mi sembra che tu stia parlando di un altro mondo, non quello reale e attuale della poesia italiana. Anche perché tu mi sembra finisci per confondere delle linee divergenti: Baraka, nonostante quanto hanno scritto in molti, è per me più vicino a certo Pasolini che alla nostra neovanguardia. Ma veniamo a noi: per dirimere la questione tra militanza, retorica civile, neoavanguardia, intellettualità diffusa, è secondo me centrale Fortini. Se rimaniamo nell&#039;ambito della poesia, non abbiamo davvero bisogno di andare molto lontano per avere maestri, punti di riferimento fondamentali, con i quali confrontarci. Fortini, in questo ambito, ci parla molto di più di Gombrowicz, ovviamente. Diverso discorso vale per il romanzo. A me pare, Stefano, che tu parli di poesia, pensando al romanzo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riprendo qualche spunto a pezzi, anche se queste fitti dialoghi hanno lo svantaggio della dispersione, e dunque si ritorna poi sempre sui propri passi, come se non si avesse detto nulla; Zangrando scrive:</p>
<p>&#8220;Da questo punto di vista, tuttavia, credo sia altrettanto corretto riconoscere che l’adesione a una prospettiva esteticamente “impura”, a una poesia “militante” come quella di Baraka, sia essa o no paranoica, è l’indizio di una partecipazione più o meno consapevole al gusto dominante (che non è quello dei “potenti”, ma quello della cosidetta “intellettualità diffusa”, perché i potenti di oggi, mi pare, sono privi di un qualsivoglia gusto); è esattamente questa impurità, infatti, questa militanza, ciò che oggi viene apprezzato dal cosiddetto “pubblico” sopra ogni altro valore estetico o formale.&#8221;</p>
<p>Questo, oggi, in Italia, per quanto riguarda la poesia, non è oggettivamente vero. In Italia, piace e stravince un certa poesia, che non è certo quella che ha, da noi, in Di Ruscio o in Majorino, degli ottimi esempi. Il pretrarchismo da noi è ancora egemone nel gusto. Mi sembra che tu stia parlando di un altro mondo, non quello reale e attuale della poesia italiana. Anche perché tu mi sembra finisci per confondere delle linee divergenti: Baraka, nonostante quanto hanno scritto in molti, è per me più vicino a certo Pasolini che alla nostra neovanguardia. Ma veniamo a noi: per dirimere la questione tra militanza, retorica civile, neoavanguardia, intellettualità diffusa, è secondo me centrale Fortini. Se rimaniamo nell&#8217;ambito della poesia, non abbiamo davvero bisogno di andare molto lontano per avere maestri, punti di riferimento fondamentali, con i quali confrontarci. Fortini, in questo ambito, ci parla molto di più di Gombrowicz, ovviamente. Diverso discorso vale per il romanzo. A me pare, Stefano, che tu parli di poesia, pensando al romanzo.</p>
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