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	Commenti a: FICTIONSCAPE. Splendori e miserie della fiction televisiva italiana #2	</title>
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		Di: magda		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[magda]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Nov 2005 15:43:04 +0000</pubDate>
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		Di: wovoka		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[wovoka]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Nov 2005 10:15:35 +0000</pubDate>
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		Di: Rodrigo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rodrigo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Nov 2005 02:38:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Simon Le Bon (1958-   ) scrisse &#039;Wild Boys&#039; nel 1984, suo articolo di punta e quinto capitolo della raccolta di saggi &#039;Arena&#039;, curata insieme al collettivo di artisti militanti Duran Duran.
Questo artista e sociologo inglese era stato ispirato nella stesura del saggio dalle folle ribelli degli operai scatenatesi nel 1971 e in seguito, durante i moti del 1980 di Liverpool, in piena era Thatcheriana. 
Negli anni &#039;80 il successo delle idee di Le Bon fu immenso presso le masse popolari e sulla musica pop mondiale, pur fondandosi su due distorsioni piuttosto complesse: una di tipo sociologico (il cosiddetto postulato della groupie) e una di prospettiva storico-interpretativa (la teoria della mediazione tra istanze positivistiche delle prime scienze sociali e istanze di osservazione partecipata dell&#039;artista al fenomeno &#039;massa&#039;, con la conseguente preoccupazione di capirne le esigenze per sfruttarle appieno commercialmente; e la trasformazione conseguente dell&#039;artista da artista impegnato ad artista impiegato).
In una groupie la personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee si orientano lungo una sola direzione: l&#039;idolo. Più groupies formano così una sorta di anima collettiva. L&#039;anima di un gruppo di groupies è formata quindi da un substrato inconscio che accomuna tutte le fan che, per esempio, morirebbero per un pelo di culo di John Taylor o, in un altro sottogruppo di groupies, per una ciglia finta di Nick Rhodes; ma nel complesso le loro individualità si annullano. L&#039;insieme delle groupies è sempre intellettualmente inferiore al lead singer, ha la spontaneità della violenza, la ferocia e anche gli entusiasmi e gli eroismi di esseri ingenui e primordiali quali i rocker emiliani degli anni &#039;80 o dei più attuali self made writers delle stesse zone. &quot;Le groupies&quot;, dichiarava Le Bon in un&#039;intervista recenziore rilasciata a Cioè &quot;si accendevano d&#039;entusiasmo per la gloria e perdevano volentieri l&#039;onore per essa, si potevano trascinare nei camerini senza passi stampa o resistenze&quot;

E fu ragionando su questi semplici temi &#039;dal basso&#039; che Le Bon giunse all&#039;elaborazione della seconda prospettiva: esiste un momento in cui lo scienziato sociale che guardi il fenomeno &#039;folla dei fan&#039; non potrà che traslare quelle facce di folla su uno sfondo sociale di emergenza, e quella che nel decennio precedente poteva essere un&#039;urgenza etica diventerà ora un&#039;operazione ambigua, in cui l&#039;inconscio groupie emergerà carsicamente.
Le Bon del resto non poteva sottrarsi a questo sovrapposizione, data la solida educazione ricevuta nei church choirs di voci bianche , e all&#039;esperienza successiva in un kibbutz israeliano.Ma sono l&#039;università di Birmingham e l&#039;esperienza dei moti studenteschi a segnare per lui il passo decisivo: in questa attitudine al sincretismo post new age lo vediamo mediare magistralmente cultura pop e strascichi di ribellismo giovanile, i sogni e le vaghezze del movimento new romantic britannico con le istanze politiche del Red Wedge anti Thatcheriano. Così tra le righe di Wild Boys, dall&#039;osservazione positivista e distaccata dello scienziato sociale Le Bon nella prima strofe, si giunge tramite un progressivo avvicinamento del punto di vista, più attento, partecipato, addirittura commosso nel riconoscimento dell&#039;orrore sanguinario ai bordi delle strade e di un mondo &#039;dolente&#039; e &#039;spaurito&#039;. Tuttavia, tramite una presa di distanza alternata nei toni politici, Le Bon si dichiara parte del movimento ribellista (&#039;hanno provato a spezzarci&#039;, ed è il culmine dell&#039;identificazione con l&#039;oggetto di studio), ma subito dopo dichiara pessimisticamente, poco progressisticamente &#039;ci proveranno ancora&#039;, con un tocco di understatement tipicamente anni &#039;80. E&#039; la fine del periodo degli eccessi, sembra un richiamo al messaggio pre-reclame dei conduttori tv coevi (&#039;ma non finisce qui, restate con noi&#039;).
Il resto suona più come un&#039;esortazione che come descrizione, ed è soltanto un&#039;eco sbiadita delle lotte degli anni precedenti. Il fulcro del saggio &#039;Wild Boys&#039; rimane tuttavia il passaggio &#039;Wild Boys, always shine&#039;, due emistichi che il canto strozzato di Le Bon tenta di unire malamente, ma che restano divaricati: uno appartiene al decennio trascorso, l&#039;altro è ormai pienamente rispondente all&#039;estetica sociale degli anni &#039;80, con quello &#039;shine&#039; che brilla ovunque, dalle melense canzoni di &#039;Fame&#039;, al correlato spot dell&#039;acqua Panna, a tutti i lustrini dello spettacolo dai Muppet Show alla Carrà (scintillante anche nel cognome tronco). Un brillare sicuramente diminutivo rispetto alla gloria che pure si tenta di evocare, e che approderà a evocare orizzonti di memoria orrorifica in Stephen King. 

Dedicato a Magda, con la preghiera di non rispondere con una biografia di Simon Le Bon copiata da internet.

Cenni biografici reali tratti da en.wikipedia.org 
Cenni biografici fittizi tutti ritrattabili.
Cenni storici www.bbc.co.uk

Il testo qui sotto riprodotto non ha nessun riscontro filologico valido, ma vale come vulgata :


&quot;Wild Boys&quot;

 The wild boys are calling 
 On their way back from the fire
 In august moon&#039;s surrender to 
 A dust cloud on the rise
 Wild boys fallen far from glory
 Reckless and so hungered 
 On the razors edge you trail
 Because there&#039;s murder by the roadside 
 In a sore afraid new world

 They tried to break us, 
 Looks like they&#039;ll try again

 Wild boys never lose it
 Wild boys never chose this way
 Wild boys never close your eyes
 Wild boys always shine

 You got sirens for a welcome 
 There&#039;s bloodstain for your pain
 And your telephone been ringing while 
 You&#039;re dancing in the rain
 Wild boys wonder where is glory
 Where is all you angels 
 Now the figureheads have fell
 And lovers war with arrows over 
 Secrets they could tell

 They tried to tame you 
 Looks like they&#039;ll try again

 Wild boys never lose it
 Wild boys never chose this way
 Wild boys never close your eyes
 Wild boys always shine]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Simon Le Bon (1958-   ) scrisse &#8216;Wild Boys&#8217; nel 1984, suo articolo di punta e quinto capitolo della raccolta di saggi &#8216;Arena&#8217;, curata insieme al collettivo di artisti militanti Duran Duran.<br />
Questo artista e sociologo inglese era stato ispirato nella stesura del saggio dalle folle ribelli degli operai scatenatesi nel 1971 e in seguito, durante i moti del 1980 di Liverpool, in piena era Thatcheriana.<br />
Negli anni &#8217;80 il successo delle idee di Le Bon fu immenso presso le masse popolari e sulla musica pop mondiale, pur fondandosi su due distorsioni piuttosto complesse: una di tipo sociologico (il cosiddetto postulato della groupie) e una di prospettiva storico-interpretativa (la teoria della mediazione tra istanze positivistiche delle prime scienze sociali e istanze di osservazione partecipata dell&#8217;artista al fenomeno &#8216;massa&#8217;, con la conseguente preoccupazione di capirne le esigenze per sfruttarle appieno commercialmente; e la trasformazione conseguente dell&#8217;artista da artista impegnato ad artista impiegato).<br />
In una groupie la personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee si orientano lungo una sola direzione: l&#8217;idolo. Più groupies formano così una sorta di anima collettiva. L&#8217;anima di un gruppo di groupies è formata quindi da un substrato inconscio che accomuna tutte le fan che, per esempio, morirebbero per un pelo di culo di John Taylor o, in un altro sottogruppo di groupies, per una ciglia finta di Nick Rhodes; ma nel complesso le loro individualità si annullano. L&#8217;insieme delle groupies è sempre intellettualmente inferiore al lead singer, ha la spontaneità della violenza, la ferocia e anche gli entusiasmi e gli eroismi di esseri ingenui e primordiali quali i rocker emiliani degli anni &#8217;80 o dei più attuali self made writers delle stesse zone. &#8220;Le groupies&#8221;, dichiarava Le Bon in un&#8217;intervista recenziore rilasciata a Cioè &#8220;si accendevano d&#8217;entusiasmo per la gloria e perdevano volentieri l&#8217;onore per essa, si potevano trascinare nei camerini senza passi stampa o resistenze&#8221;</p>
<p>E fu ragionando su questi semplici temi &#8216;dal basso&#8217; che Le Bon giunse all&#8217;elaborazione della seconda prospettiva: esiste un momento in cui lo scienziato sociale che guardi il fenomeno &#8216;folla dei fan&#8217; non potrà che traslare quelle facce di folla su uno sfondo sociale di emergenza, e quella che nel decennio precedente poteva essere un&#8217;urgenza etica diventerà ora un&#8217;operazione ambigua, in cui l&#8217;inconscio groupie emergerà carsicamente.<br />
Le Bon del resto non poteva sottrarsi a questo sovrapposizione, data la solida educazione ricevuta nei church choirs di voci bianche , e all&#8217;esperienza successiva in un kibbutz israeliano.Ma sono l&#8217;università di Birmingham e l&#8217;esperienza dei moti studenteschi a segnare per lui il passo decisivo: in questa attitudine al sincretismo post new age lo vediamo mediare magistralmente cultura pop e strascichi di ribellismo giovanile, i sogni e le vaghezze del movimento new romantic britannico con le istanze politiche del Red Wedge anti Thatcheriano. Così tra le righe di Wild Boys, dall&#8217;osservazione positivista e distaccata dello scienziato sociale Le Bon nella prima strofe, si giunge tramite un progressivo avvicinamento del punto di vista, più attento, partecipato, addirittura commosso nel riconoscimento dell&#8217;orrore sanguinario ai bordi delle strade e di un mondo &#8216;dolente&#8217; e &#8216;spaurito&#8217;. Tuttavia, tramite una presa di distanza alternata nei toni politici, Le Bon si dichiara parte del movimento ribellista (&#8216;hanno provato a spezzarci&#8217;, ed è il culmine dell&#8217;identificazione con l&#8217;oggetto di studio), ma subito dopo dichiara pessimisticamente, poco progressisticamente &#8216;ci proveranno ancora&#8217;, con un tocco di understatement tipicamente anni &#8217;80. E&#8217; la fine del periodo degli eccessi, sembra un richiamo al messaggio pre-reclame dei conduttori tv coevi (&#8216;ma non finisce qui, restate con noi&#8217;).<br />
Il resto suona più come un&#8217;esortazione che come descrizione, ed è soltanto un&#8217;eco sbiadita delle lotte degli anni precedenti. Il fulcro del saggio &#8216;Wild Boys&#8217; rimane tuttavia il passaggio &#8216;Wild Boys, always shine&#8217;, due emistichi che il canto strozzato di Le Bon tenta di unire malamente, ma che restano divaricati: uno appartiene al decennio trascorso, l&#8217;altro è ormai pienamente rispondente all&#8217;estetica sociale degli anni &#8217;80, con quello &#8216;shine&#8217; che brilla ovunque, dalle melense canzoni di &#8216;Fame&#8217;, al correlato spot dell&#8217;acqua Panna, a tutti i lustrini dello spettacolo dai Muppet Show alla Carrà (scintillante anche nel cognome tronco). Un brillare sicuramente diminutivo rispetto alla gloria che pure si tenta di evocare, e che approderà a evocare orizzonti di memoria orrorifica in Stephen King. </p>
<p>Dedicato a Magda, con la preghiera di non rispondere con una biografia di Simon Le Bon copiata da internet.</p>
<p>Cenni biografici reali tratti da en.wikipedia.org<br />
Cenni biografici fittizi tutti ritrattabili.<br />
Cenni storici <a href="http://www.bbc.co.uk" rel="nofollow ugc">http://www.bbc.co.uk</a></p>
<p>Il testo qui sotto riprodotto non ha nessun riscontro filologico valido, ma vale come vulgata :</p>
<p>&#8220;Wild Boys&#8221;</p>
<p> The wild boys are calling<br />
 On their way back from the fire<br />
 In august moon&#8217;s surrender to<br />
 A dust cloud on the rise<br />
 Wild boys fallen far from glory<br />
 Reckless and so hungered<br />
 On the razors edge you trail<br />
 Because there&#8217;s murder by the roadside<br />
 In a sore afraid new world</p>
<p> They tried to break us,<br />
 Looks like they&#8217;ll try again</p>
<p> Wild boys never lose it<br />
 Wild boys never chose this way<br />
 Wild boys never close your eyes<br />
 Wild boys always shine</p>
<p> You got sirens for a welcome<br />
 There&#8217;s bloodstain for your pain<br />
 And your telephone been ringing while<br />
 You&#8217;re dancing in the rain<br />
 Wild boys wonder where is glory<br />
 Where is all you angels<br />
 Now the figureheads have fell<br />
 And lovers war with arrows over<br />
 Secrets they could tell</p>
<p> They tried to tame you<br />
 Looks like they&#8217;ll try again</p>
<p> Wild boys never lose it<br />
 Wild boys never chose this way<br />
 Wild boys never close your eyes<br />
 Wild boys always shine</p>
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		<title>
		Di: magda		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/28/fictionscape-splendori-e-miserie-della-fiction-televisiva-italiana-2/#comment-14749</link>

		<dc:creator><![CDATA[magda]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2005 22:10:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gustave Le Bon (1841-1931) scrisse la &quot;Psicologia delle folle&quot; nel 1895. Questo giornalista francese era stato molto colpito dalle folle rivoluzionarie dal 1789 a quelle di Parigi del 1871 e degli anni successivi. Nel 1900 il successo delle idee di Le Bon è stato immenso nelle scienze sociali ed in politica, poiché si fonda su due distorsioni: una di tipo politico (pregiudizio contro le folle) ed una di prospettiva interpretativa (gli atti della folla visti dall’esterno, senza preoccuparsi di coglierne le ragioni.


Nella folla la personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee si orientano lungo una sola direzione, formando così una sorta di anima collettiva. L&#039;anima della folla è formata da un substrato inconscio che accomuna tutti gli individui di una stessa razza o cultura, ma le loro individualità si annullano. La folla è sempre intellettualmente inferiore all&#039;uomo isolato, ha la spontaneità, la violenza, la ferocia, ed anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi. “Le folle si possono accendere d&#039;entusiasmo per la gloria e l&#039;onore, si possono trascinare in guerra senza pane e senz&#039;armi&quot;. L&#039;Individuo in folla acquista un sentimento di potenza per il solo fatto del numero di presenti, quindi può facilmente cedere a istinti e compiere azioni che da solo non avrebbe mai compiuto. Inoltre essendo la folla anonima scompare anche il senso di responsabilità, e ogni atto diventa facilmente contagioso, tanto che l&#039;individuo sacrifica il proprio interesse per quello comune. Le azioni delle folle sono un qualcosa di istintivo, perché esse sono completamente dominate dall&#039;aspetto inconscio degli individui. L&#039;assenza dell&#039;aspetto cosciente priva le folle di capacità critica, spingendole ad accettare giudizi imposti e mai contestati, e a farsi suggestionare dalle cose più inverosimili. All&#039;interno di un gruppo, poi, la volontà personale si annulla, e così le persone tendono a ricercare d&#039;istinto l&#039;autorità di un capo, di un trascinatore. La maggior parte degli individui è incapace di auto-governarsi, quindi è da qui che nasce il culto del capo che fa loro da guida. La folla antepone l&#039;istintività al giudizio, all&#039;educazione e alla timidezza, pertanto il &quot;capopopolo&quot; deve presentarsi ad essa con un linguaggio adeguato alla recettività del destinatario. Pertanto è fondamentale che segua alcuni principi comunicativi. La semplicità del lessico e della sintassi poiché la folla si presenta per istinto, restia a parole difficili, ai meandri del ragionamento, rifiutando l&#039;esercizio attivo del pensiero; l&#039;affermazione, che senza alcun dubbio è un mezzo sicuro per far penetrare un&#039;idea nelle folle, deve essere laconica, concisa, categorica, pregnante di significato, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore è la sua autorevolezza; la ripetizione, per penetrare nelle zone più profonde dell&#039;inconscio diventando così una verità inviolabile; le immagini, il potere di una parola non dipende dal suo significato, ma dall&#039;immagine che essa suscita; il contagio, &quot;quando un&#039;affermazione è stata ripetuta a sufficienza, e sempre allo stesso modo, si forma ciò che viene chiamata una corrente di opinione e interviene il potente meccanismo del contagio. Le idee, i sentimenti, le emozioni, le credenze, possiedono tra le folle un potere contagioso intenso e ciò fa sì che tali opinioni si radichino maggiormente (teoria della dissonanza cognitiva)&quot; . Infine non bisogna tralasciare l&#039;azione esercitata dal prestigio di un capo. Il prestigio è una sorta di fascino che un individuo o una dottrina esercitano sull&#039;uomo, paralizzandone ogni sua capacità critica. Il prestigio può suscitare sentimenti dì ammirazione o di timore, e tende ad essere imitato inconsciamente, determinando una completa sottomissione e accettazione del capo. &quot; Sulla base di questi precetti si venne quindi formando un vero e proprio &quot;linguaggio&quot; che Mussolini utilizzò nei suoi discorsi propagandistici.
Siamo in retrocessione di almeno millenni!!!!!!!!!
 

ps non è tutto mio ma non mi ricordo l&#039;autore....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gustave Le Bon (1841-1931) scrisse la &#8220;Psicologia delle folle&#8221; nel 1895. Questo giornalista francese era stato molto colpito dalle folle rivoluzionarie dal 1789 a quelle di Parigi del 1871 e degli anni successivi. Nel 1900 il successo delle idee di Le Bon è stato immenso nelle scienze sociali ed in politica, poiché si fonda su due distorsioni: una di tipo politico (pregiudizio contro le folle) ed una di prospettiva interpretativa (gli atti della folla visti dall’esterno, senza preoccuparsi di coglierne le ragioni.</p>
<p>Nella folla la personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee si orientano lungo una sola direzione, formando così una sorta di anima collettiva. L&#8217;anima della folla è formata da un substrato inconscio che accomuna tutti gli individui di una stessa razza o cultura, ma le loro individualità si annullano. La folla è sempre intellettualmente inferiore all&#8217;uomo isolato, ha la spontaneità, la violenza, la ferocia, ed anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi. “Le folle si possono accendere d&#8217;entusiasmo per la gloria e l&#8217;onore, si possono trascinare in guerra senza pane e senz&#8217;armi&#8221;. L&#8217;Individuo in folla acquista un sentimento di potenza per il solo fatto del numero di presenti, quindi può facilmente cedere a istinti e compiere azioni che da solo non avrebbe mai compiuto. Inoltre essendo la folla anonima scompare anche il senso di responsabilità, e ogni atto diventa facilmente contagioso, tanto che l&#8217;individuo sacrifica il proprio interesse per quello comune. Le azioni delle folle sono un qualcosa di istintivo, perché esse sono completamente dominate dall&#8217;aspetto inconscio degli individui. L&#8217;assenza dell&#8217;aspetto cosciente priva le folle di capacità critica, spingendole ad accettare giudizi imposti e mai contestati, e a farsi suggestionare dalle cose più inverosimili. All&#8217;interno di un gruppo, poi, la volontà personale si annulla, e così le persone tendono a ricercare d&#8217;istinto l&#8217;autorità di un capo, di un trascinatore. La maggior parte degli individui è incapace di auto-governarsi, quindi è da qui che nasce il culto del capo che fa loro da guida. La folla antepone l&#8217;istintività al giudizio, all&#8217;educazione e alla timidezza, pertanto il &#8220;capopopolo&#8221; deve presentarsi ad essa con un linguaggio adeguato alla recettività del destinatario. Pertanto è fondamentale che segua alcuni principi comunicativi. La semplicità del lessico e della sintassi poiché la folla si presenta per istinto, restia a parole difficili, ai meandri del ragionamento, rifiutando l&#8217;esercizio attivo del pensiero; l&#8217;affermazione, che senza alcun dubbio è un mezzo sicuro per far penetrare un&#8217;idea nelle folle, deve essere laconica, concisa, categorica, pregnante di significato, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore è la sua autorevolezza; la ripetizione, per penetrare nelle zone più profonde dell&#8217;inconscio diventando così una verità inviolabile; le immagini, il potere di una parola non dipende dal suo significato, ma dall&#8217;immagine che essa suscita; il contagio, &#8220;quando un&#8217;affermazione è stata ripetuta a sufficienza, e sempre allo stesso modo, si forma ciò che viene chiamata una corrente di opinione e interviene il potente meccanismo del contagio. Le idee, i sentimenti, le emozioni, le credenze, possiedono tra le folle un potere contagioso intenso e ciò fa sì che tali opinioni si radichino maggiormente (teoria della dissonanza cognitiva)&#8221; . Infine non bisogna tralasciare l&#8217;azione esercitata dal prestigio di un capo. Il prestigio è una sorta di fascino che un individuo o una dottrina esercitano sull&#8217;uomo, paralizzandone ogni sua capacità critica. Il prestigio può suscitare sentimenti dì ammirazione o di timore, e tende ad essere imitato inconsciamente, determinando una completa sottomissione e accettazione del capo. &#8221; Sulla base di questi precetti si venne quindi formando un vero e proprio &#8220;linguaggio&#8221; che Mussolini utilizzò nei suoi discorsi propagandistici.<br />
Siamo in retrocessione di almeno millenni!!!!!!!!!</p>
<p>ps non è tutto mio ma non mi ricordo l&#8217;autore&#8230;.</p>
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		Di: Rodrigo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/28/fictionscape-splendori-e-miserie-della-fiction-televisiva-italiana-2/#comment-14734</link>

		<dc:creator><![CDATA[Rodrigo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2005 20:38:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[to Wovoka

Riguardo l&#039;ammasso di coscienze che costituisce un pubblico, pertinentissimo citare Freud e Canetti, ma anche, sopra tutti, quel grande conoscitore di pubblici ammassati che è stato Simon Le Bon.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>to Wovoka</p>
<p>Riguardo l&#8217;ammasso di coscienze che costituisce un pubblico, pertinentissimo citare Freud e Canetti, ma anche, sopra tutti, quel grande conoscitore di pubblici ammassati che è stato Simon Le Bon.</p>
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		<title>
		Di: Ezio		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/28/fictionscape-splendori-e-miserie-della-fiction-televisiva-italiana-2/#comment-14616</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ezio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2005 10:09:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A questo punto, scendendo più sul terra terra, mi piacerebbe che venissero alla luce i meccanismi produttivi che sono stati continuamente evocati, ma che sono rimasti in uno stato fantasmatico.
I committenti.
Come funziona oggi la produzione di fiction in Italia? Chi è, di norma, la testa pensante? Il produttore TV (RAI-Mediaset)? Il produttore privato? Non capita mai (non capita più) che l&#039;autore, come un tempo, si presenti con le due paginette di &quot;concept&quot; sottobraccio dal produttore amico?
Da quello che so, per esempio (ma potrei sbagliarmi), &quot;Elisa di Rivombrosa&quot; è nata dalla mente di un autore, non di una ipotetica committenza. E&#039; stato un enorme, quanto imprevisto successo. Di chi il merito? E come collocarla nella graduatoria artistica?
La domanda non mi sembra di secondaria importanza.  Nella attribuzione delle responsabilità del generale scadimento di valore nella produzione di fiction in Italia, come dobbiamo pesare i contributi di tutti gli attori in gioco? Se, come penso, gli autori non rivestono un ruolo di mera sussidiarietà, non sarebbe il caso di valutare, intanto, le proprie?
Questo per l&#039;&quot;idea di partenza&quot;.
Poi ci sono le &quot;direttive&quot; che riguardano la scrittura quotidiana; non metto in dubbio che per quanto riguarda questo aspetto il potere persuasivo della produzione sia maggiore, e che il peso politico dell&#039;autore sia infinitamente più scarso. E qui credo che il discorso sulla &quot;terra di nessuno&quot; di Koch sia estremamente interessante.
Gli esiti di questa conquista del West possono essere scoraggianti o esaltanti (io, molti anni fa, quando il contesto era troppo diverso da oggi - si facevano poche fiction, si preferiva comprarle - ho sperimentato soltanto i primi, e ho preferito, per il bene della mia salute e dei miei familiari, lasciar perdere).
Ezio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A questo punto, scendendo più sul terra terra, mi piacerebbe che venissero alla luce i meccanismi produttivi che sono stati continuamente evocati, ma che sono rimasti in uno stato fantasmatico.<br />
I committenti.<br />
Come funziona oggi la produzione di fiction in Italia? Chi è, di norma, la testa pensante? Il produttore TV (RAI-Mediaset)? Il produttore privato? Non capita mai (non capita più) che l&#8217;autore, come un tempo, si presenti con le due paginette di &#8220;concept&#8221; sottobraccio dal produttore amico?<br />
Da quello che so, per esempio (ma potrei sbagliarmi), &#8220;Elisa di Rivombrosa&#8221; è nata dalla mente di un autore, non di una ipotetica committenza. E&#8217; stato un enorme, quanto imprevisto successo. Di chi il merito? E come collocarla nella graduatoria artistica?<br />
La domanda non mi sembra di secondaria importanza.  Nella attribuzione delle responsabilità del generale scadimento di valore nella produzione di fiction in Italia, come dobbiamo pesare i contributi di tutti gli attori in gioco? Se, come penso, gli autori non rivestono un ruolo di mera sussidiarietà, non sarebbe il caso di valutare, intanto, le proprie?<br />
Questo per l'&#8221;idea di partenza&#8221;.<br />
Poi ci sono le &#8220;direttive&#8221; che riguardano la scrittura quotidiana; non metto in dubbio che per quanto riguarda questo aspetto il potere persuasivo della produzione sia maggiore, e che il peso politico dell&#8217;autore sia infinitamente più scarso. E qui credo che il discorso sulla &#8220;terra di nessuno&#8221; di Koch sia estremamente interessante.<br />
Gli esiti di questa conquista del West possono essere scoraggianti o esaltanti (io, molti anni fa, quando il contesto era troppo diverso da oggi &#8211; si facevano poche fiction, si preferiva comprarle &#8211; ho sperimentato soltanto i primi, e ho preferito, per il bene della mia salute e dei miei familiari, lasciar perdere).<br />
Ezio</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: gianni biondillo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/28/fictionscape-splendori-e-miserie-della-fiction-televisiva-italiana-2/#comment-14611</link>

		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2005 19:59:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Se la mia stessa coscienza è un fenomeno enigmatico (...) perché mai non dovrebbe esserlo l’inconcepibile (...) ammasso di coscienze (...) che costituisce un pubblico? 

Molto bella questa domanda. E non sto sfottendo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se la mia stessa coscienza è un fenomeno enigmatico (&#8230;) perché mai non dovrebbe esserlo l’inconcepibile (&#8230;) ammasso di coscienze (&#8230;) che costituisce un pubblico? </p>
<p>Molto bella questa domanda. E non sto sfottendo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Wovoka		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/28/fictionscape-splendori-e-miserie-della-fiction-televisiva-italiana-2/#comment-14608</link>

		<dc:creator><![CDATA[Wovoka]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2005 19:11:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sempre più bello. Vasta sa allestire delle formulazioni molto intriganti, tipiche di chi ha saputo assimilare molti grandi autori (a partire dal Foucault delle sue amate &quot;torsioni&quot;) però mi rimane l&#039;impressione che tutto questo allestimento racchiuda un nucleo tutto sommato banale, come in fondo tipico di quei pensatori che sembrano dimenticare troppo presto che i &quot;sistemi di pensiero&quot; di quegli stessi grandi autori in verità sarebbero, per la gran parte, mutuamente esclusivi: o questo, o quello. Ma la logica, la scientificità, annoia, esclude ed intristisce: meglio un uso creativo, criptodadaista: prendiamo una leva da questo, un ingranaggio da quell&#039;altro, ed assembliamo la nostra installazione, un bel cristallo di erudizione postmoderna, la perla al cui interno scopriremo il granellino di buon senso.

Possibile, mi chiedo, attraversare tanto testo per ritrovare l&#039;ovvietà che l&#039;arte modernamente intesa si gioca sul &quot;come&quot; e non sul &quot;cosa&quot;, sulle connotazioni e non sulle denotazioni (che diventano così facilmente pretesto)? E, ancor peggio, che questa ovvietà la si ritrovi ammantata da quella stucchevole enfasi pseudomitologica che è ormai filtrata fino dentro ai cataloghi della più infima delle esposizioni artistiche? 

&#062; &quot;Noi siamo la chiave di volta dei linguaggi, non dei contenuti. Per questo possiamo svuotare i linguaggi dei contenuti imposti e metterci i nostri, spostando di fatto anche il linguaggio.&quot;

Ma questa è retorica, per la madonna! Modulare la forma, il significante, la strutturazione (ad uno qualunque dei suoi tanti livelli) per farci scaturire nuove possibilità di proiezione psichica, tanto di significati quanto di emozioni, non equivale certo a &quot;creare nuovi linguaggi&quot;, ma semplicemente a fare ciò che si è sempre fatto (più o meno consapevolmente): operare per tentativi, sulla scorta di un insieme di abitudini, più o meno tramandate (cioè selezionate da processi più ampi) oppure accidentali e idiosincrasiche, e sedimentate infine nelle coordinazioni inconsce che costituiscono lo stile. Insomma: provare e vedere cosa succede, senza voler dare a bere di essere in grado di aprire la scatola nera!
 
Perché i linguaggi veri sono pochi, sono largamente condivisi, e sono il risultato di processi filogenetici che ci sfuggono in larga parte (anche perché sono ciò che ci costituisce!). Ma non è certo dalle oneste e caute formulazioni di linguisti, neurologi, o antropologi che può derivare questa titanica pretesa di &quot;spostare&quot; o addirittura &quot;creare&quot; un linguaggio (operazione che per lo più si confonde con la creazione di qualche inutile grammatica priva di semantica). Più probabile che derivi dai noti deliri di artisti &quot;concettuali&quot; che, visti da vicino, appaiono per lo più ignorantissimi, letteralmente ubriacati da termini che neppure comprendono (penso che fra qualche secolo rileggendo il Menna della &quot;linea analitica&quot; sarà inevitabile ridere di gusto).

Dunque pensare che un pubblico possa essere conosciuto in maniera quasi &quot;entomologica&quot; (e  da un produttore di fiction per giunta!) non so, mi pare un problema altamente artificiale, forse una semplice esagerazione per fini retorici. Così le metafore del dribbling e della mandria mi sembrano un po&#039; sprecate, ancorché suggestive. Se la mia stessa coscienza è un fenomeno enigmatico - non posso proprio dire se domani mi convertirò a qualche fede, impazzirò, realizzerò le mie opere più belle oppure brucerò tutto quanto, perché mai non dovrebbe esserlo l&#039;inconcepibile (per tutti, Le Bon, Freud e Canetti compresi) ammasso di coscienze (che ho buoni motivi di ritenere abbastanza simili alla mia) che costituisce un pubblico? Soltanto perché il mio cervello si può anche pesare, o un pubblico può essere sottoposto ad un sondaggio? Boh. A me tutto questo suona, a dispetto dell&#039;erudizione, un pochino ingenuo, oppure fintamente ingenuo.

NB - per evitare possibili incomprensioni, specifico che stavolta la mia riflessione non sollecita larvatamente alcuna replica: essa è sufficiente a se stessa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sempre più bello. Vasta sa allestire delle formulazioni molto intriganti, tipiche di chi ha saputo assimilare molti grandi autori (a partire dal Foucault delle sue amate &#8220;torsioni&#8221;) però mi rimane l&#8217;impressione che tutto questo allestimento racchiuda un nucleo tutto sommato banale, come in fondo tipico di quei pensatori che sembrano dimenticare troppo presto che i &#8220;sistemi di pensiero&#8221; di quegli stessi grandi autori in verità sarebbero, per la gran parte, mutuamente esclusivi: o questo, o quello. Ma la logica, la scientificità, annoia, esclude ed intristisce: meglio un uso creativo, criptodadaista: prendiamo una leva da questo, un ingranaggio da quell&#8217;altro, ed assembliamo la nostra installazione, un bel cristallo di erudizione postmoderna, la perla al cui interno scopriremo il granellino di buon senso.</p>
<p>Possibile, mi chiedo, attraversare tanto testo per ritrovare l&#8217;ovvietà che l&#8217;arte modernamente intesa si gioca sul &#8220;come&#8221; e non sul &#8220;cosa&#8221;, sulle connotazioni e non sulle denotazioni (che diventano così facilmente pretesto)? E, ancor peggio, che questa ovvietà la si ritrovi ammantata da quella stucchevole enfasi pseudomitologica che è ormai filtrata fino dentro ai cataloghi della più infima delle esposizioni artistiche? </p>
<p>&gt; &#8220;Noi siamo la chiave di volta dei linguaggi, non dei contenuti. Per questo possiamo svuotare i linguaggi dei contenuti imposti e metterci i nostri, spostando di fatto anche il linguaggio.&#8221;</p>
<p>Ma questa è retorica, per la madonna! Modulare la forma, il significante, la strutturazione (ad uno qualunque dei suoi tanti livelli) per farci scaturire nuove possibilità di proiezione psichica, tanto di significati quanto di emozioni, non equivale certo a &#8220;creare nuovi linguaggi&#8221;, ma semplicemente a fare ciò che si è sempre fatto (più o meno consapevolmente): operare per tentativi, sulla scorta di un insieme di abitudini, più o meno tramandate (cioè selezionate da processi più ampi) oppure accidentali e idiosincrasiche, e sedimentate infine nelle coordinazioni inconsce che costituiscono lo stile. Insomma: provare e vedere cosa succede, senza voler dare a bere di essere in grado di aprire la scatola nera!</p>
<p>Perché i linguaggi veri sono pochi, sono largamente condivisi, e sono il risultato di processi filogenetici che ci sfuggono in larga parte (anche perché sono ciò che ci costituisce!). Ma non è certo dalle oneste e caute formulazioni di linguisti, neurologi, o antropologi che può derivare questa titanica pretesa di &#8220;spostare&#8221; o addirittura &#8220;creare&#8221; un linguaggio (operazione che per lo più si confonde con la creazione di qualche inutile grammatica priva di semantica). Più probabile che derivi dai noti deliri di artisti &#8220;concettuali&#8221; che, visti da vicino, appaiono per lo più ignorantissimi, letteralmente ubriacati da termini che neppure comprendono (penso che fra qualche secolo rileggendo il Menna della &#8220;linea analitica&#8221; sarà inevitabile ridere di gusto).</p>
<p>Dunque pensare che un pubblico possa essere conosciuto in maniera quasi &#8220;entomologica&#8221; (e  da un produttore di fiction per giunta!) non so, mi pare un problema altamente artificiale, forse una semplice esagerazione per fini retorici. Così le metafore del dribbling e della mandria mi sembrano un po&#8217; sprecate, ancorché suggestive. Se la mia stessa coscienza è un fenomeno enigmatico &#8211; non posso proprio dire se domani mi convertirò a qualche fede, impazzirò, realizzerò le mie opere più belle oppure brucerò tutto quanto, perché mai non dovrebbe esserlo l&#8217;inconcepibile (per tutti, Le Bon, Freud e Canetti compresi) ammasso di coscienze (che ho buoni motivi di ritenere abbastanza simili alla mia) che costituisce un pubblico? Soltanto perché il mio cervello si può anche pesare, o un pubblico può essere sottoposto ad un sondaggio? Boh. A me tutto questo suona, a dispetto dell&#8217;erudizione, un pochino ingenuo, oppure fintamente ingenuo.</p>
<p>NB &#8211; per evitare possibili incomprensioni, specifico che stavolta la mia riflessione non sollecita larvatamente alcuna replica: essa è sufficiente a se stessa.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: franz krauspenhaar		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/28/fictionscape-splendori-e-miserie-della-fiction-televisiva-italiana-2/#comment-14593</link>

		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2005 12:18:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E grazie a quel mirabile paraculogista di Adriano Celentano, per aver dato l&#039;opportunità al Maestro Benigni (il Chaplin dei tempi moderni...) di essersi fatto la dovuta (a lui, a noi) pubblicità per il lancio dell&#039;ennesimo capolavoro...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E grazie a quel mirabile paraculogista di Adriano Celentano, per aver dato l&#8217;opportunità al Maestro Benigni (il Chaplin dei tempi moderni&#8230;) di essersi fatto la dovuta (a lui, a noi) pubblicità per il lancio dell&#8217;ennesimo capolavoro&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: magda		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/10/28/fictionscape-splendori-e-miserie-della-fiction-televisiva-italiana-2/#comment-14585</link>

		<dc:creator><![CDATA[magda]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2005 08:30:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[O.T. (ma neanche tanto).
approfitto del colpo di teatro di Benigni per dire qualcosa in merito ai fuori scena, a schemi rotti e a beneauguranti giullari infangatori di intellettualismi e sobrietà.

CANCRO BENIGNO  
Che grande invenzione la follia!
 
la Divina mania platonica, recitata, raccontata, ballata,sposata o simulata è l&#039;unica vera soluzione alla mediocrità e alla mancanza di spirito.
Ed è proprio con colpi di teatro che Roberto Benigni, unico istrione giano bifronte, ha dato una svolta al pantano massmediale-politico- istituzionale di questi giorni.
Il giullare di corte è figura eterna, ubiqua, onnipotente, sacra, senza sesso e senza età a cui è permesso sfidare tempo e spazio, operare giunture di senso laddove non sono date.
L&#039;arte, la poesia, diventano miracolosi espediente per entrare in empatia con gli eventi, modificarli e mediarli.
La banalità del quotidiano viene polverizzata in chiave lirica, metaforica, ironica sino a rendere il grigiore burocratico motivo di esaltazione attraverso il riso catartico e liberatorio.
E&#039; con l&#039;arma e la maschera della finzione teatrale che si puo&#039; travasare cosi abilmente la farsa nel dramma, la satira nella filosofia, la vita nella morte,il tragico nel comico spostandosi dal riso di Pan al pianto di Socrate, messaggero ai posteri dell&#039;odierna morale.
E tra uno stile e l&#039;altro passano forti i segnali di Voltaire:&quot;io non la penso come te, ma darei la vita perchè tu possa continuare a esprimerlo&quot;, di Socrate:&quot;io muoio per rispettare la legge che ho sempre difeso&quot; ed è grazie a persone come queste che noi oggi possiamo discutere, parlare e interrogarci di democrazia, giustizia o libertà.
 
Grazie Benigni, per avere portato un po&#039; della nostra anima folle sul palkoscenico di rockpolitic, per avere ricordato i nostri motti, per essere sempre sintonizzato con spiriti guizzanti deliranti come te, e dare loro voce.
 
Perchè &quot;ci vuole talento per invecchiare senza diventare adulti&quot; (Leo Ferre&#039;)
 
Magda Mantecca]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>O.T. (ma neanche tanto).<br />
approfitto del colpo di teatro di Benigni per dire qualcosa in merito ai fuori scena, a schemi rotti e a beneauguranti giullari infangatori di intellettualismi e sobrietà.</p>
<p>CANCRO BENIGNO<br />
Che grande invenzione la follia!</p>
<p>la Divina mania platonica, recitata, raccontata, ballata,sposata o simulata è l&#8217;unica vera soluzione alla mediocrità e alla mancanza di spirito.<br />
Ed è proprio con colpi di teatro che Roberto Benigni, unico istrione giano bifronte, ha dato una svolta al pantano massmediale-politico- istituzionale di questi giorni.<br />
Il giullare di corte è figura eterna, ubiqua, onnipotente, sacra, senza sesso e senza età a cui è permesso sfidare tempo e spazio, operare giunture di senso laddove non sono date.<br />
L&#8217;arte, la poesia, diventano miracolosi espediente per entrare in empatia con gli eventi, modificarli e mediarli.<br />
La banalità del quotidiano viene polverizzata in chiave lirica, metaforica, ironica sino a rendere il grigiore burocratico motivo di esaltazione attraverso il riso catartico e liberatorio.<br />
E&#8217; con l&#8217;arma e la maschera della finzione teatrale che si puo&#8217; travasare cosi abilmente la farsa nel dramma, la satira nella filosofia, la vita nella morte,il tragico nel comico spostandosi dal riso di Pan al pianto di Socrate, messaggero ai posteri dell&#8217;odierna morale.<br />
E tra uno stile e l&#8217;altro passano forti i segnali di Voltaire:&#8221;io non la penso come te, ma darei la vita perchè tu possa continuare a esprimerlo&#8221;, di Socrate:&#8221;io muoio per rispettare la legge che ho sempre difeso&#8221; ed è grazie a persone come queste che noi oggi possiamo discutere, parlare e interrogarci di democrazia, giustizia o libertà.</p>
<p>Grazie Benigni, per avere portato un po&#8217; della nostra anima folle sul palkoscenico di rockpolitic, per avere ricordato i nostri motti, per essere sempre sintonizzato con spiriti guizzanti deliranti come te, e dare loro voce.</p>
<p>Perchè &#8220;ci vuole talento per invecchiare senza diventare adulti&#8221; (Leo Ferre&#8217;)</p>
<p>Magda Mantecca</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
	</channel>
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