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	Commenti a: Il futuro di un paese	</title>
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		<title>
		Di: gianni biondillo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/10/il-futuro-di-un-paese/#comment-15666</link>

		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2005 13:57:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tash, sono in partenza. Ma ti prometto che, se ci riesco, già settimana prossima, posto qualcosa che ho nel cassetto che fa il paio con quello che scrivi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tash, sono in partenza. Ma ti prometto che, se ci riesco, già settimana prossima, posto qualcosa che ho nel cassetto che fa il paio con quello che scrivi.</p>
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		Di: tashtego		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/10/il-futuro-di-un-paese/#comment-15665</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2005 13:27:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Biondillo: in realtà mi occupo di urbanistica solo di recente, ma non ho una formazione specifica in materia di territorio, essendomi prevalentemente dedicato alla pratica del progetto architettonico.
Chiudo la nota auto-biografica e segnalo: Bernardo Secchi, La città del ventesimo secolo, Laterza 2005, ubi, tra l’altro, viene analizzato l’esempio del grand ensemble di Les Hauts de Rouen, con le dinamiche che l’hanno investito.
È un libro che restituisce tutta la complessità e la problematicità della città contemporanea, delle spinte e delle culture che l’hanno costruita così come la vediamo noi, oggi.
Il disprezzo generalizzato per gli architetti che intride la società contemporanea, anche e soprattutto la società dei colti, degli intellettuali, nasce dall’idea che siano gli architetti (e gli urbanisti) gli autori di questa metropoli che non ci piace, dove è difficile vivere, anche se la parola inferno il più delle volte (ma non in tutte) è eccessiva.
Ma è un’idea sbagliata. 
La città andrebbe considerata come una sorta di “secrezione” della società nel suo insieme, del suo assetto politico ed economico, della cultura alta e della cultura de massa, delle spinte spesso violentissime che investono ciclicamente i territori urbanizzati d’Europa, eccetera.
Gli architetti e gli urbanisti sono solo una componente del gioco, spesso nemmeno la peggiore, sicuramente non la più importante.
La cultura architettonica del Novecento è stata assillata fino all’ossessione dal tipo di risposte che potevano essere date alle spinte di cui sopra, ma è sempre arrivata troppo presto o troppo tardi.
Sono giunto alla conclusione che la città si fa da sé, o meglio la costruiamo noi tutti attraverso il perseguimento dei nostri interessi particolari, mediante la cultura condivisa e quella che individualmente possediamo, mediante le nostre razionalità individuali che messe assieme però diventano una sorta di fenomeno naturale che è anche specchio di quello che siamo e siamo stati. 
Ma contiene anche brandelli di quello che avremmo voluto essere, senza riuscirci.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Biondillo: in realtà mi occupo di urbanistica solo di recente, ma non ho una formazione specifica in materia di territorio, essendomi prevalentemente dedicato alla pratica del progetto architettonico.<br />
Chiudo la nota auto-biografica e segnalo: Bernardo Secchi, La città del ventesimo secolo, Laterza 2005, ubi, tra l’altro, viene analizzato l’esempio del grand ensemble di Les Hauts de Rouen, con le dinamiche che l’hanno investito.<br />
È un libro che restituisce tutta la complessità e la problematicità della città contemporanea, delle spinte e delle culture che l’hanno costruita così come la vediamo noi, oggi.<br />
Il disprezzo generalizzato per gli architetti che intride la società contemporanea, anche e soprattutto la società dei colti, degli intellettuali, nasce dall’idea che siano gli architetti (e gli urbanisti) gli autori di questa metropoli che non ci piace, dove è difficile vivere, anche se la parola inferno il più delle volte (ma non in tutte) è eccessiva.<br />
Ma è un’idea sbagliata.<br />
La città andrebbe considerata come una sorta di “secrezione” della società nel suo insieme, del suo assetto politico ed economico, della cultura alta e della cultura de massa, delle spinte spesso violentissime che investono ciclicamente i territori urbanizzati d’Europa, eccetera.<br />
Gli architetti e gli urbanisti sono solo una componente del gioco, spesso nemmeno la peggiore, sicuramente non la più importante.<br />
La cultura architettonica del Novecento è stata assillata fino all’ossessione dal tipo di risposte che potevano essere date alle spinte di cui sopra, ma è sempre arrivata troppo presto o troppo tardi.<br />
Sono giunto alla conclusione che la città si fa da sé, o meglio la costruiamo noi tutti attraverso il perseguimento dei nostri interessi particolari, mediante la cultura condivisa e quella che individualmente possediamo, mediante le nostre razionalità individuali che messe assieme però diventano una sorta di fenomeno naturale che è anche specchio di quello che siamo e siamo stati.<br />
Ma contiene anche brandelli di quello che avremmo voluto essere, senza riuscirci.</p>
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		<title>
		Di: Carlo Capone		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/10/il-futuro-di-un-paese/#comment-15642</link>

		<dc:creator><![CDATA[Carlo Capone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2005 09:37:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ma come si fa, guardando  questa tragedia  da guasti  sociali e urbanistici, per citare un precedente  post,  come è possibile che nessuno pensi   al disastro di Scampia? nacque come legge di intervento abitativo, si produsse come orrenda fungaia, si tradusse in  deportazione in  una landa da sempre  gravida di sterpi e terriccio- non a caso vicina a  Capo de Chio, l&#039;odierna Capodichino,   dove un tempo rizzavano forche e i morti pendevano a pubblico ammonire - come si fa a non dedurre che le stesse tecniche, contro le stesse specie di inermi disperati ( l&#039;elemento etnico religioso non c&#039;entra , c&#039;è un humus  di sprezzo e rimozione  collettivi che accomuna le odierne periferie) rappresentano la risposta di un capitalismo renano al suicidio? 
 Il sabato sera i disperati di Scampia prendono il metrò più bello di Europa e sciamano per il Centro cittadino. E scippano, minacciano, sequestrano bus,  frantumano vetrine, in fuga da un  vivere bestiale.  E qui Parigi val meno di Napoli. A Scampia almeno la scuola non brucia, e il Comune inaugura centri di aggregazione sociale , inerme tuttavia nei confronti del libero Antistato di Kamorra. Che  dobbiamo persino ringraziare, se  a Scampia non incendiano auto o  scuole. Manco la speranza di una assurda rivolta c&#039;hanno i disperati di Scampia.  Due volte schiavi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma come si fa, guardando  questa tragedia  da guasti  sociali e urbanistici, per citare un precedente  post,  come è possibile che nessuno pensi   al disastro di Scampia? nacque come legge di intervento abitativo, si produsse come orrenda fungaia, si tradusse in  deportazione in  una landa da sempre  gravida di sterpi e terriccio- non a caso vicina a  Capo de Chio, l&#8217;odierna Capodichino,   dove un tempo rizzavano forche e i morti pendevano a pubblico ammonire &#8211; come si fa a non dedurre che le stesse tecniche, contro le stesse specie di inermi disperati ( l&#8217;elemento etnico religioso non c&#8217;entra , c&#8217;è un humus  di sprezzo e rimozione  collettivi che accomuna le odierne periferie) rappresentano la risposta di un capitalismo renano al suicidio?<br />
 Il sabato sera i disperati di Scampia prendono il metrò più bello di Europa e sciamano per il Centro cittadino. E scippano, minacciano, sequestrano bus,  frantumano vetrine, in fuga da un  vivere bestiale.  E qui Parigi val meno di Napoli. A Scampia almeno la scuola non brucia, e il Comune inaugura centri di aggregazione sociale , inerme tuttavia nei confronti del libero Antistato di Kamorra. Che  dobbiamo persino ringraziare, se  a Scampia non incendiano auto o  scuole. Manco la speranza di una assurda rivolta c&#8217;hanno i disperati di Scampia.  Due volte schiavi.</p>
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		<title>
		Di: magda mantecca		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/10/il-futuro-di-un-paese/#comment-15639</link>

		<dc:creator><![CDATA[magda mantecca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2005 09:13:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si pero&#039; ragiona in termini globali ed è intelligente
a quel genio di Buttiglione gli ha fatto fare delle figure di merda non da poco.
A parte che anche mia zia Pina sarebbe piu&#039; acuta di Buttiglione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si pero&#8217; ragiona in termini globali ed è intelligente<br />
a quel genio di Buttiglione gli ha fatto fare delle figure di merda non da poco.<br />
A parte che anche mia zia Pina sarebbe piu&#8217; acuta di Buttiglione.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: magda mantecca		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/10/il-futuro-di-un-paese/#comment-15638</link>

		<dc:creator><![CDATA[magda mantecca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2005 09:12:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Spazio-Filosofico-Zen= Peter Zumthorn, cosa pensi di  Vals?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Spazio-Filosofico-Zen= Peter Zumthorn, cosa pensi di  Vals?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: gianni biondillo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/10/il-futuro-di-un-paese/#comment-15636</link>

		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2005 09:06:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ah-ha, Tash, lo sapevo!!! Sei un architetto, me lo immaginavo, eri troppo ficcante in certi argomenti!
(ovviamente hai ragionissima. Spero di riuscire a trovare il tempo di riprendere il discorso)

Fuksas, comunque, è tutto tranne che un urbanista.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ah-ha, Tash, lo sapevo!!! Sei un architetto, me lo immaginavo, eri troppo ficcante in certi argomenti!<br />
(ovviamente hai ragionissima. Spero di riuscire a trovare il tempo di riprendere il discorso)</p>
<p>Fuksas, comunque, è tutto tranne che un urbanista.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/10/il-futuro-di-un-paese/#comment-15635</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2005 08:43:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[un qualsiasi urbanista sono io, per dire.
no fuksas, please.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>un qualsiasi urbanista sono io, per dire.<br />
no fuksas, please.</p>
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		<title>
		Di: magda mantecca		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/10/il-futuro-di-un-paese/#comment-15632</link>

		<dc:creator><![CDATA[magda mantecca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2005 08:02:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La classe 68 è diventata tante cose.
Primcipalemente assorbita, ammorbidita, glorificata con cariche istituzionali, o impieghi statali.
Insomma la sana propulsione alla rivolta è stata sopita prima con le droghe e poi con la gloria.
In regione, in provincia, nei comuni ci sono innumerevoli reduci.
Il ragionamento delle istituzioni è stato questo: i rivoluzionari non possono andare a lavorare sotto padrone, quindi li parcheggiamo nelle istituzioni cosi li neutralizziamo.
Questo esercito pero&#039; continua ininterrottamente la sua militanza nell&#039;illusione che possa ancora produrre qualcosa, non accorgendosi che nel frattempo il mondo è cambiato e il rancore è anacronistico.
Si trovano esuli del passato e orfani di futuro.
Poi, la condizione abitativa è molto determinante sulle condizioni sociali, senti un qualsiasi urbanista. A me è piaciuto il discorso di Fuksas.
Addirittura ci sono filoni di pensiero che attribuiscono agli architetti la bruttura delle emerginazioni sociali rispecchiante e conseguente alla bruttura delle loro costruzioni.
Philippe Daverio ne sa&#039; molto, sui quartieri periferici.Abbiamo parlato di Quarto Oggiaro mi pare qui tempo fa.
Ma non è il modulo villetta, quindi il modulo abitativo, ma il quadro di riferimento urbanistico, quindi la capacità dell&#039;architetto di &quot;pensare lo spazio&quot; in cui si muovono relazioni sociali economiche politiche culturali.
Sono le città che vanno pensate olisticamente e in modo integrativo.
Come i centri sociali messi in posti squallidi, li&#039; se anche uno non volesse, diventa un disadattato sociale comunque
Vedi Paci Paciana a Bergamo plurincendiato o altri in lombardia.

Vota Antonio vita Antonio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La classe 68 è diventata tante cose.<br />
Primcipalemente assorbita, ammorbidita, glorificata con cariche istituzionali, o impieghi statali.<br />
Insomma la sana propulsione alla rivolta è stata sopita prima con le droghe e poi con la gloria.<br />
In regione, in provincia, nei comuni ci sono innumerevoli reduci.<br />
Il ragionamento delle istituzioni è stato questo: i rivoluzionari non possono andare a lavorare sotto padrone, quindi li parcheggiamo nelle istituzioni cosi li neutralizziamo.<br />
Questo esercito pero&#8217; continua ininterrottamente la sua militanza nell&#8217;illusione che possa ancora produrre qualcosa, non accorgendosi che nel frattempo il mondo è cambiato e il rancore è anacronistico.<br />
Si trovano esuli del passato e orfani di futuro.<br />
Poi, la condizione abitativa è molto determinante sulle condizioni sociali, senti un qualsiasi urbanista. A me è piaciuto il discorso di Fuksas.<br />
Addirittura ci sono filoni di pensiero che attribuiscono agli architetti la bruttura delle emerginazioni sociali rispecchiante e conseguente alla bruttura delle loro costruzioni.<br />
Philippe Daverio ne sa&#8217; molto, sui quartieri periferici.Abbiamo parlato di Quarto Oggiaro mi pare qui tempo fa.<br />
Ma non è il modulo villetta, quindi il modulo abitativo, ma il quadro di riferimento urbanistico, quindi la capacità dell&#8217;architetto di &#8220;pensare lo spazio&#8221; in cui si muovono relazioni sociali economiche politiche culturali.<br />
Sono le città che vanno pensate olisticamente e in modo integrativo.<br />
Come i centri sociali messi in posti squallidi, li&#8217; se anche uno non volesse, diventa un disadattato sociale comunque<br />
Vedi Paci Paciana a Bergamo plurincendiato o altri in lombardia.</p>
<p>Vota Antonio vita Antonio</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/11/10/il-futuro-di-un-paese/#comment-15629</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2005 07:07:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Bello e interessante. 
Ma mi suscita un ininterrotto impulso all&#039;obiezione, su certi piani del discorso che più mi stanno a cuore.
Le banlieues sono davvero &quot;remote location postumane&quot;?
Se fossero costruite secondo principi insediativi diversi il problema non si sarebbe presentato?
Chi ha vissuto in banlieue prima degli immigrati, se non i francesi stessi?
Esiste un&#039;equazione tra forma dell&#039;abitare e forma sociale?
Esiste una conseguenzialità automatica tra questi due termini?
Oppure no?
Se la banlieue fosse invece costruita a villette uni-famigliari, ciò comporterebbe integrazione e lavoro per tutti gli abitanti?
Non sarà invece il disprezzo borghese, bianco, intellettuale, per la banlieue (disprezzo sociale, innanzi tutto, poi per i &quot;casermoni&quot;) a farla tale?
Voglio dire: non sarà venuto il momento di separare il mollusco sociale dalla conchiglia abitativa?
Non sarà venuto il momento di dirsi che la banlieue francese è frutto di un grande programma sociale degli anni sessanta (HLM e Grand Ensembles) e settanta per far fronte all&#039;emergenza casa e che allora, come oggi, ci sono poche alternative a quei modelli insediativi?
In che modo si deve costruire lo spazio della nuova città contemporanea?
Queste non sono domande retoriche, sono domande VERE, nel senso che ne stiamo ancora cercando le risposte, che non sono facili.

E poi. 
Perché si è convinti che la generazione del sessantotto sia diventata classe dirigente?
Sulla base di quali indizi, prove, dati?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bello e interessante.<br />
Ma mi suscita un ininterrotto impulso all&#8217;obiezione, su certi piani del discorso che più mi stanno a cuore.<br />
Le banlieues sono davvero &#8220;remote location postumane&#8221;?<br />
Se fossero costruite secondo principi insediativi diversi il problema non si sarebbe presentato?<br />
Chi ha vissuto in banlieue prima degli immigrati, se non i francesi stessi?<br />
Esiste un&#8217;equazione tra forma dell&#8217;abitare e forma sociale?<br />
Esiste una conseguenzialità automatica tra questi due termini?<br />
Oppure no?<br />
Se la banlieue fosse invece costruita a villette uni-famigliari, ciò comporterebbe integrazione e lavoro per tutti gli abitanti?<br />
Non sarà invece il disprezzo borghese, bianco, intellettuale, per la banlieue (disprezzo sociale, innanzi tutto, poi per i &#8220;casermoni&#8221;) a farla tale?<br />
Voglio dire: non sarà venuto il momento di separare il mollusco sociale dalla conchiglia abitativa?<br />
Non sarà venuto il momento di dirsi che la banlieue francese è frutto di un grande programma sociale degli anni sessanta (HLM e Grand Ensembles) e settanta per far fronte all&#8217;emergenza casa e che allora, come oggi, ci sono poche alternative a quei modelli insediativi?<br />
In che modo si deve costruire lo spazio della nuova città contemporanea?<br />
Queste non sono domande retoriche, sono domande VERE, nel senso che ne stiamo ancora cercando le risposte, che non sono facili.</p>
<p>E poi.<br />
Perché si è convinti che la generazione del sessantotto sia diventata classe dirigente?<br />
Sulla base di quali indizi, prove, dati?</p>
]]></content:encoded>
		
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