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	Commenti a: Il discrimine	</title>
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		<title>
		Di: Alessandro Canzian		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/16/il-discrimine/#comment-23047</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Canzian]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2006 18:19:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Perché Nazione Indiana non promuove una &quot;consultazione&quot; (non so come altrimenti chiamarla) e invita gli autori che, detestandone e avversandone l&#039;azionista di maggioranza, si ritrovano comunque a pubblicare con Einaudi, Mondadori, Piemme, Sperling &#038; Kupfer etc.? 
Finora si sono espressi solo i Wu Ming. In sostanza, loro dicono che vale la pena resistere dentro le strutture (parlano nello specifico di Einaudi, parlando anche della storia e dell&#039;identità di quella casa editrice), cercando di costruire o almeno rendere possibile il post-Berlusconi. Altre prese di posizione non ne ho viste.
Stavo dicendo: perché Nazione Indiana non invita a scrivere un&#039;analisi della situazione e una spiegazione del loro progetto culturale (li cito alla rinfusa scorrendo il catalogo Einaudi in pdf) Marco Paolini, Moni Ovadia, Valerio Evangelisti, Tiziano Scarpa, Dario Fo, Paul Ginsborg, Vittorio Foa, Marco Revelli, Rossana Rossanda, Paolo Flores D&#039;Arcais, Carlo Lucarelli, Alberto Asor Rosa, Sebastiano Vassalli, Niccolò Ammaniti, Sergio Luzzatto, Giorgio Boatti, Ivano Fossati, Enzo Jannacci, Andrea Bajani, Mario Rigoni Stern, Giuseppe Vacca, Antonio Pascale, Sandrone Dazieri, José Saramago,  Marco Lodoli, Mario Perniola, Francesco Guccini, Loredana Lipperini, Vincenzo Cerami, Carlo Formenti...? 
Non ne verrebbe fuori una fantastica inchiesta?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché Nazione Indiana non promuove una &#8220;consultazione&#8221; (non so come altrimenti chiamarla) e invita gli autori che, detestandone e avversandone l&#8217;azionista di maggioranza, si ritrovano comunque a pubblicare con Einaudi, Mondadori, Piemme, Sperling &amp; Kupfer etc.?<br />
Finora si sono espressi solo i Wu Ming. In sostanza, loro dicono che vale la pena resistere dentro le strutture (parlano nello specifico di Einaudi, parlando anche della storia e dell&#8217;identità di quella casa editrice), cercando di costruire o almeno rendere possibile il post-Berlusconi. Altre prese di posizione non ne ho viste.<br />
Stavo dicendo: perché Nazione Indiana non invita a scrivere un&#8217;analisi della situazione e una spiegazione del loro progetto culturale (li cito alla rinfusa scorrendo il catalogo Einaudi in pdf) Marco Paolini, Moni Ovadia, Valerio Evangelisti, Tiziano Scarpa, Dario Fo, Paul Ginsborg, Vittorio Foa, Marco Revelli, Rossana Rossanda, Paolo Flores D&#8217;Arcais, Carlo Lucarelli, Alberto Asor Rosa, Sebastiano Vassalli, Niccolò Ammaniti, Sergio Luzzatto, Giorgio Boatti, Ivano Fossati, Enzo Jannacci, Andrea Bajani, Mario Rigoni Stern, Giuseppe Vacca, Antonio Pascale, Sandrone Dazieri, José Saramago,  Marco Lodoli, Mario Perniola, Francesco Guccini, Loredana Lipperini, Vincenzo Cerami, Carlo Formenti&#8230;?<br />
Non ne verrebbe fuori una fantastica inchiesta?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: mag		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/16/il-discrimine/#comment-23011</link>

		<dc:creator><![CDATA[mag]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2006 15:10:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[diciamo schizofrenia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>diciamo schizofrenia</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/16/il-discrimine/#comment-23008</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2006 14:46:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La definizione di intellettuale come “professionista dell&#039;intelletto” non ne individua la principale funzione sociale, che è sempre stata quella di usare il rapporto conflittuale tra il potere e le masse per frapporvi le sua capacità narrative (in senso largo), per consigliare, indirizzare, programmare, convincere, imbonire, informare, narrare in senso proprio, eccetera. Ma anche per esercitare opposizione e critica, ove possibile. 
Il prodotto intellettuale, (forse con la sola eccezione del “puro” intrattenimento) non è capace di esistere per sé, di auto sostentarsi, ma ha sempre bisogno di un potere politico/economico esterno a sé cui appoggiarsi e dal quale essere in qualche modo garantito. L’intellettuale difficilmente sopravvive, come figura attiva e incidente, senza un’appartenenza. 
Se questo è vero, allora ogni affermazione sulla necessità dell’intellettuale di esercitare la propria funzione nella libertà e nell’indipendenza, è viziata all’origine, perché si presenterebbe come un “dover essere” senza riscontro fattuale. 
Di fatto la maggior parte degli intellettuali, per come la vedo io, presta la propria opera in condizioni di dissenso, parziale o totale, rispetto al committente/datore di lavoro. 
In questo quadro è rilevante l’entità dello stato di dissenso, che se diventa molto alta, genera una sofferenza, una frustrazione, contraddizioni e senso di impotenza di cui alla fine soffrono i prodotti, che sono l’unica cosa che conta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La definizione di intellettuale come “professionista dell&#8217;intelletto” non ne individua la principale funzione sociale, che è sempre stata quella di usare il rapporto conflittuale tra il potere e le masse per frapporvi le sua capacità narrative (in senso largo), per consigliare, indirizzare, programmare, convincere, imbonire, informare, narrare in senso proprio, eccetera. Ma anche per esercitare opposizione e critica, ove possibile.<br />
Il prodotto intellettuale, (forse con la sola eccezione del “puro” intrattenimento) non è capace di esistere per sé, di auto sostentarsi, ma ha sempre bisogno di un potere politico/economico esterno a sé cui appoggiarsi e dal quale essere in qualche modo garantito. L’intellettuale difficilmente sopravvive, come figura attiva e incidente, senza un’appartenenza.<br />
Se questo è vero, allora ogni affermazione sulla necessità dell’intellettuale di esercitare la propria funzione nella libertà e nell’indipendenza, è viziata all’origine, perché si presenterebbe come un “dover essere” senza riscontro fattuale.<br />
Di fatto la maggior parte degli intellettuali, per come la vedo io, presta la propria opera in condizioni di dissenso, parziale o totale, rispetto al committente/datore di lavoro.<br />
In questo quadro è rilevante l’entità dello stato di dissenso, che se diventa molto alta, genera una sofferenza, una frustrazione, contraddizioni e senso di impotenza di cui alla fine soffrono i prodotti, che sono l’unica cosa che conta.</p>
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		<title>
		Di: F.K.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/16/il-discrimine/#comment-22992</link>

		<dc:creator><![CDATA[F.K.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2006 12:36:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Messa la questione in questi termini (grazie per le precisazioni) sono sostanzialmente d&#039;accordo con te.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Messa la questione in questi termini (grazie per le precisazioni) sono sostanzialmente d&#8217;accordo con te.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Trespolo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/16/il-discrimine/#comment-22934</link>

		<dc:creator><![CDATA[Trespolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Feb 2006 22:40:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@Franz: i &quot;professionisti dell&#039;intelletto&quot; che, non condividendo le opinioni politiche del loro datore di lavoro (e questo è il punto) si prestano per contribuire a ripulirne l&#039;immagine, commettono l&#039;errore peggiore che un &quot;professionista dell&#039;intelletto&quot; possa commettere: farsi usare!
Il resto, almeno per l&#039;approccio personale che ho sempre con questioni simili, è solo un ammasso di fandonie.
Vorrei comunque evidenziare un aspetto: questo vale sia per i &quot;professionisti dell&#039;intelletto&quot; che prestano la loro opera a Berlusconi, sia per quelli che la prestano a De Benedetti: non c&#039;è alcuna differenza se non ne condividono le idee.
E un simile agire è tanto più grave tanto più è stato fortunato il percorso che li ha portati a diventare &quot;professionisti dell&#039;intelletto&quot;. Più grave perché, in quanto &quot;professionisti dell&#039;intelletto&quot;, hanno molti più mezzi e metri di giudizio delle persone &quot;normali&quot; e dovrebbero utilizzarli e non sfruttarli.

Personalmente mi fanno ridere i &quot;professionisti dell&#039;intelletto&quot; alla Santoro che, prima sbandierano il terzo polo televisivo e poi, per evitare di doverci mettere il proprio culo (traduci in DENARO), preferiscono un sano contratto miliardario e la polemica buona per tutte le stagioni.
Possiamo continuare a giustificarli in tutti i modi e con tutte le più belle frasi retoriche che la letteratura possa inventare, ma non otterremo mai di farli diventare quello che non sono: persone coerenti.

Per quanto riguarda invece la polemica del dominio mediatico sono un po&#039; perplesso. Vedo di chiarire le mie perplessità partendo da una constatazione che prendo per buona: in Italia la comunicazione televisiva è controllata da RAI e Mediaset. Bene, cioé male.
Però, e c&#039;è sempre un però, non riesco a capire come mai la &quot;struttura economica&quot; di &quot;sinistra&quot; (scusate l&#039;abuso delle virgolette, ma sono termini forzati e che da soli meriterebbero un&#039;enciclopedia) non abbia mai, con le risorse economiche che ha a disposizione (vedi tentativo di scalata a BNL) pensato di aprirsi un&#039;alternativa.
Mi suona strano quando ci penso anche perché: le teste a disposizione ci sono (è vero o non è vero che la maggior parte dei &quot;professionisti dell&#039;intelletto&quot; si professano di &quot;sinistra&quot;?), le capacità tecniche si comperano sul mercato e non mancano, i soldi nemmeno. Parrebbe un ragionamento logico ed è uno dei settori che, assieme alla sicurezza e allo sfruttamento delle fonti primarie (leggi acqua), ha le migliori prospettive di crescita per il prossimo decennio (fonte IDC, Gartner, Forrester Research e altri).

Sarà anche un dubbio barbino il mio e che esce dalla testa di uno che fa impresa da 23 anni ed è portato a ragionare in quei termini, ma proprio non riesco a capire il perché. Mi sfugge.

O forse è molto più comodo continuare la strada del lamento per poter continuare a dire: &quot;Avevo ragione io?&quot;.
Ovvio che non mi riferisco alle persone presenti, ma al sistema che in Italia si definisce di &quot;sinistra&quot;, però mi concedete che trovi quanto meno strano un simile atteggiamento?

Buona notte. Trespolo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@Franz: i &#8220;professionisti dell&#8217;intelletto&#8221; che, non condividendo le opinioni politiche del loro datore di lavoro (e questo è il punto) si prestano per contribuire a ripulirne l&#8217;immagine, commettono l&#8217;errore peggiore che un &#8220;professionista dell&#8217;intelletto&#8221; possa commettere: farsi usare!<br />
Il resto, almeno per l&#8217;approccio personale che ho sempre con questioni simili, è solo un ammasso di fandonie.<br />
Vorrei comunque evidenziare un aspetto: questo vale sia per i &#8220;professionisti dell&#8217;intelletto&#8221; che prestano la loro opera a Berlusconi, sia per quelli che la prestano a De Benedetti: non c&#8217;è alcuna differenza se non ne condividono le idee.<br />
E un simile agire è tanto più grave tanto più è stato fortunato il percorso che li ha portati a diventare &#8220;professionisti dell&#8217;intelletto&#8221;. Più grave perché, in quanto &#8220;professionisti dell&#8217;intelletto&#8221;, hanno molti più mezzi e metri di giudizio delle persone &#8220;normali&#8221; e dovrebbero utilizzarli e non sfruttarli.</p>
<p>Personalmente mi fanno ridere i &#8220;professionisti dell&#8217;intelletto&#8221; alla Santoro che, prima sbandierano il terzo polo televisivo e poi, per evitare di doverci mettere il proprio culo (traduci in DENARO), preferiscono un sano contratto miliardario e la polemica buona per tutte le stagioni.<br />
Possiamo continuare a giustificarli in tutti i modi e con tutte le più belle frasi retoriche che la letteratura possa inventare, ma non otterremo mai di farli diventare quello che non sono: persone coerenti.</p>
<p>Per quanto riguarda invece la polemica del dominio mediatico sono un po&#8217; perplesso. Vedo di chiarire le mie perplessità partendo da una constatazione che prendo per buona: in Italia la comunicazione televisiva è controllata da RAI e Mediaset. Bene, cioé male.<br />
Però, e c&#8217;è sempre un però, non riesco a capire come mai la &#8220;struttura economica&#8221; di &#8220;sinistra&#8221; (scusate l&#8217;abuso delle virgolette, ma sono termini forzati e che da soli meriterebbero un&#8217;enciclopedia) non abbia mai, con le risorse economiche che ha a disposizione (vedi tentativo di scalata a BNL) pensato di aprirsi un&#8217;alternativa.<br />
Mi suona strano quando ci penso anche perché: le teste a disposizione ci sono (è vero o non è vero che la maggior parte dei &#8220;professionisti dell&#8217;intelletto&#8221; si professano di &#8220;sinistra&#8221;?), le capacità tecniche si comperano sul mercato e non mancano, i soldi nemmeno. Parrebbe un ragionamento logico ed è uno dei settori che, assieme alla sicurezza e allo sfruttamento delle fonti primarie (leggi acqua), ha le migliori prospettive di crescita per il prossimo decennio (fonte IDC, Gartner, Forrester Research e altri).</p>
<p>Sarà anche un dubbio barbino il mio e che esce dalla testa di uno che fa impresa da 23 anni ed è portato a ragionare in quei termini, ma proprio non riesco a capire il perché. Mi sfugge.</p>
<p>O forse è molto più comodo continuare la strada del lamento per poter continuare a dire: &#8220;Avevo ragione io?&#8221;.<br />
Ovvio che non mi riferisco alle persone presenti, ma al sistema che in Italia si definisce di &#8220;sinistra&#8221;, però mi concedete che trovi quanto meno strano un simile atteggiamento?</p>
<p>Buona notte. Trespolo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: magda mantecca		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/16/il-discrimine/#comment-22911</link>

		<dc:creator><![CDATA[magda mantecca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Feb 2006 19:02:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caludio
le tue sono domande retoriche e provocatorie alle quali rispondo molto volentieri.
Molto articolata come analisi e piuttosto vera, non sono del tutto daccordo sull&#039;immagine che dai di questo neocolonialismo capitalistico, per il semplice modito che rispecchia l&#039;Italia o meglio il mondo degli anni 80, non quello odierno.
Adesso i governi che puntano la loro stabilità sul sistema capitalistico legato ai consumi, partono perdenti, per il semplice motico che negli ultimi 5 anni c&#039;è stata una vistosissima inversione di tendenza sugli stili di vita del cittadino globale, data la caduta abissale dei consumi materiali e l&#039;apparente aumento dei servizi.
Esistono delle forze politico economiche ancora in forma tribale, che noto strutturare i rapporti economici con metodi medioevali, ossia con lo scambio di favori....l&#039;antico baratto.
Non è un buon segno, anche se puo&#039; essere un momentaneo paravento alla disfatta del capitalismo.
perchè un sistema che si alimenta ormai a forza di scambi bellici, istallando un regime mediatico, speculando e ormai non avendo piu&#039; nessuna credibilità produttiva, è in cancrena , destinato a breve esaurimento.
Fortunatamente esistono settori economici mai sfruttati adeguatamente, ma che richiedono classi imprenditoriali e politiche di ben altra levatura.
mi riferisco al sitema turistico, culturale, paesaggistico, specialmente in Italia.
per il resto è necessario un colpo di stato, culturale ovviamente.
intanto va istituita una forma di governo superpartes che stabilisca dei criteri minimi con i quali si possa accedere a cariche pubbliche, e questo deve esulare dal sistema partito.
Diventare un politico deve diventare una fatica tale, da essere equiparato ad una qualsiasi altra carriera dirigenziali paragonamibile per volume economiche, umane ad uno Stato, perchè il politico si occupa di 50.000 milioni di &quot;cittadini&quot;.
quindi, preparazione economica ineccepibile, culturale, geopolitica, finanziaria, diplomatica, e grande carisma umano e da leader.
una preparazione che implicherebbe almeno 15- 20 anni della propria vita.
Immediatamente si applicherebbe una soglia talmente faticosa da inibire i berlusconi della situazione cioè tutti.
l&#039;individuo non ha libertà in stato di regime, la maggiorparte va guidata un po&#039; con la forza versi i cambiamenti,.....algi altri si puo&#039; spiegare con le adeguate motivazioni.
l&#039;ampiezza è data dalla  diffusione autonoma dell&#039;informazione e la forza è data dall&#039;autorevolezza degli argomenti e dall&#039;autorità di chi li pone.
la memoria storica puo&#039; essere importante ma siccome questo momento non ha precedenti, la storia non serve, serve piu&#039; operare sulle singole prese di coscienza della nuova inedita e pericolosa situazione.
il consumo per definizione non produce storia ma oblio.
se cosi non  fosse non si ricreerebbero consumi fittizzi per bisogni inesistenti.
 gli intellettuali non sono coloro che si occupano della cultura, nemmeno gli insegnanti di filosofia, tantomeno gli opinionisti del regime ufficiale che si definiscono giornalisti ma che potrebbero fare i giornalai tanta è la loro similitudine per lo spirito mercenario che li accomuna alla carta stampata.
l&#039;intellettuale, secondo me, è colui che, utilizzando la propria attitudine, lungimiranza, acume, sensibilità, con gli strumenti che possiede, che possono essere i piu&#039; svariati, dal pennelo alla penna, dal pixell al pulpito, dalla toga alla divisa, producano nel sistema in cui vivono, Grandi e significativi cambiamentui  di senso tali  da apportare variazioni di orientamenti , mentalità e concezioni, su scala universale.

questo passa alla storia, non certo il cosumo.
l&#039;intellettuale è eterno, il capitale è corruttibile.

grazie 

magda]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caludio<br />
le tue sono domande retoriche e provocatorie alle quali rispondo molto volentieri.<br />
Molto articolata come analisi e piuttosto vera, non sono del tutto daccordo sull&#8217;immagine che dai di questo neocolonialismo capitalistico, per il semplice modito che rispecchia l&#8217;Italia o meglio il mondo degli anni 80, non quello odierno.<br />
Adesso i governi che puntano la loro stabilità sul sistema capitalistico legato ai consumi, partono perdenti, per il semplice motico che negli ultimi 5 anni c&#8217;è stata una vistosissima inversione di tendenza sugli stili di vita del cittadino globale, data la caduta abissale dei consumi materiali e l&#8217;apparente aumento dei servizi.<br />
Esistono delle forze politico economiche ancora in forma tribale, che noto strutturare i rapporti economici con metodi medioevali, ossia con lo scambio di favori&#8230;.l&#8217;antico baratto.<br />
Non è un buon segno, anche se puo&#8217; essere un momentaneo paravento alla disfatta del capitalismo.<br />
perchè un sistema che si alimenta ormai a forza di scambi bellici, istallando un regime mediatico, speculando e ormai non avendo piu&#8217; nessuna credibilità produttiva, è in cancrena , destinato a breve esaurimento.<br />
Fortunatamente esistono settori economici mai sfruttati adeguatamente, ma che richiedono classi imprenditoriali e politiche di ben altra levatura.<br />
mi riferisco al sitema turistico, culturale, paesaggistico, specialmente in Italia.<br />
per il resto è necessario un colpo di stato, culturale ovviamente.<br />
intanto va istituita una forma di governo superpartes che stabilisca dei criteri minimi con i quali si possa accedere a cariche pubbliche, e questo deve esulare dal sistema partito.<br />
Diventare un politico deve diventare una fatica tale, da essere equiparato ad una qualsiasi altra carriera dirigenziali paragonamibile per volume economiche, umane ad uno Stato, perchè il politico si occupa di 50.000 milioni di &#8220;cittadini&#8221;.<br />
quindi, preparazione economica ineccepibile, culturale, geopolitica, finanziaria, diplomatica, e grande carisma umano e da leader.<br />
una preparazione che implicherebbe almeno 15- 20 anni della propria vita.<br />
Immediatamente si applicherebbe una soglia talmente faticosa da inibire i berlusconi della situazione cioè tutti.<br />
l&#8217;individuo non ha libertà in stato di regime, la maggiorparte va guidata un po&#8217; con la forza versi i cambiamenti,&#8230;..algi altri si puo&#8217; spiegare con le adeguate motivazioni.<br />
l&#8217;ampiezza è data dalla  diffusione autonoma dell&#8217;informazione e la forza è data dall&#8217;autorevolezza degli argomenti e dall&#8217;autorità di chi li pone.<br />
la memoria storica puo&#8217; essere importante ma siccome questo momento non ha precedenti, la storia non serve, serve piu&#8217; operare sulle singole prese di coscienza della nuova inedita e pericolosa situazione.<br />
il consumo per definizione non produce storia ma oblio.<br />
se cosi non  fosse non si ricreerebbero consumi fittizzi per bisogni inesistenti.<br />
 gli intellettuali non sono coloro che si occupano della cultura, nemmeno gli insegnanti di filosofia, tantomeno gli opinionisti del regime ufficiale che si definiscono giornalisti ma che potrebbero fare i giornalai tanta è la loro similitudine per lo spirito mercenario che li accomuna alla carta stampata.<br />
l&#8217;intellettuale, secondo me, è colui che, utilizzando la propria attitudine, lungimiranza, acume, sensibilità, con gli strumenti che possiede, che possono essere i piu&#8217; svariati, dal pennelo alla penna, dal pixell al pulpito, dalla toga alla divisa, producano nel sistema in cui vivono, Grandi e significativi cambiamentui  di senso tali  da apportare variazioni di orientamenti , mentalità e concezioni, su scala universale.</p>
<p>questo passa alla storia, non certo il cosumo.<br />
l&#8217;intellettuale è eterno, il capitale è corruttibile.</p>
<p>grazie </p>
<p>magda</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: claudio		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/16/il-discrimine/#comment-22885</link>

		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Feb 2006 14:44:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nuovo regime. Rischio reale o allucinazione collettiva ?


Prendo spunto dall&#039;interessante testo di Francesco Pecoraro per fare alcune considerazioni.

Un punto che vorrei subito chiarire è la troppa facilità con cui è stato usato il termine “intellettuale”. Un eccesso che infastidisce. Non conosco i parametri con i quali si possa giudicare un intellettuale ( e non mi sogno di stilarli) , certo è che definire intellettuali un “gruppo di sceneggiatori” di soap..beh.. è un poco esagerato. A mio avviso costoro non sono che operai specializzati del settore. Svolgono il loro lavoro all’interno della fabbrica dell’intrattenimento. Tutto il rispetto, ma che non si parli di intellettuali per cortesia. 
Comunque non è di questo che vorrei discorrere. A differenza di Francesco secondo me è  più che necessario operare uno sforzo per descrivere e aggiornare il concetto di regime. E’ vero, quando si parla del regime attuale ci si riferisce innanzi tutto all’informazione, ai media e anche al concetto di consenso. 
“Il consenso non si ottiene con la forza, ma per via mediatica, eccetera.”

La frase, di per sé dice qualcosa, ma troppo poco se davvero si vuole scomodare un concetto come quello di consenso. 

(E’ risaputo che ogni regime, anche quello democratico, si fonda sul consenso dei governati. Che poi questi vengano chiamati, classi subalterne, sottomessi o altro è un aspetto puramente ideologico. Così come si sa che spesso chi governa si arricchisce su chi è governato.)

* * *

A mio avviso quello che sta accadendo nel nostro paese è una vera e propria rivoluzione politica di cui non riusciamo a percepire che lontani riflessi. Riflessi che tuttavia ci accecano e ci impediscono di vedere con chiarezza. Forse si tratta di un rischio reale o di una mera allucinazione, vale comunque la pena analizzare meglio alcuni passaggi.

Partiamo da un dato basilare.
Se regime è, si tratta di un regime mediatico. Su questo credo siamo tutti d’accordo. 
A questo punto bisogna porsi delle domande.
Il concetto di CONSENSO che conosciamo, può applicarsi anche in un cosiddetto regime mediatico ?
Più in generale, le categorie, i concetti, le procedure tipiche della politica classica rimangono le stesse in un regime mediatico? Possiamo traslare i loro contenuti senza che questi subiscano alcuna modifica ?
Se nella monarchia/dittatura troviamo il suddito e nella repubblica/democrazia il cittadino, cosa accade al governato nel regime mediatico ? 

Detto molto semplicemente, c’è il rischio che gli strumenti della scienza politica classica possano non essere sufficienti a far chiarezza. Non so, ma è come se il potere abbia sviluppato tecniche all’avanguardia rispetto a chi questo potere è costretto a subirlo, e quindi a contenerlo (ma forse il potere in quanto tale è sempre all’avanguardia ..)

Non intendo rispondere a tutte le questioni sollevate, ma cercherò di delineare brevemente quello che penso.

1.	La rivoluzione che sta sconvolgendo il sistema politico italiano non ha precedenti o esempi nel resto del mondo. Esistono numerosi dittatori e governi più o meno autoritari sparsi nei cinque continenti, ma di questi regimi nessuno ha le caratteristiche di quello che si sta delineando in Italia. 
Il nostro attuale Presidente del Consiglio, com’è noto è uno degli uomini più ricchi del paese e controlla direttamente o indirettamente i maggiori mezzi di informazione. Già questo dovrebbe allertare il mondo libero (è risaputo che l’Italia ha visto sciogliersi come neve al sole le forze di una legittima Destra liberale), tuttavia non è questa la sua peculiarità. La sua specificità risiede nel fatto che costui non proviene dal mondo della politica o dell’industria pesante ( vedi gli amici Putin e Bush), non conosce affatto le regole della politica, mentre è un grandissimo professionista nell’ambito delle televisioni commerciali. Che bisogna sottolineare, è la base su cui ha iniziato a costruire il suo impero. 
2.	Dire regime mediatico non è del tutto corretto. Di fatto non chiarisce la situazione, anzi alla lunga finisce per creare confusione. Sarebbe bene iniziare a parlare di REGIME COMMERCIALE o “di mercato”. Questo non significa che i media escono dal gioco, tutt’altro. Solo che con la nuova categoria risulta più facile e naturale rispondere a certe domande.
Vediamo:

Se il concetto di CONSENSO ha ancora senso in un regime mediatico, non lo ha più in un regime commerciale, dove tende ad essere sostituito da quello di CONSUMO.

Il governatore, dittatore, despota che vive ancora nel regime mediatico, non è che il produttore/prodotto del regime commerciale. La sua non sarà più una campagna elettorale, bensì una campagna pubblicitaria. Qualcuno potrebbe irrigidirsi e affermare a gran voce: Ehi, ma questo non è che una parodia del  sistema di mercato capitalistico-consumistico. 
In effetti la rivoluzione in atto non è che l’ennesima fase di trasformazione del tessuto politico otto-novecenteso in un tessuto che potremmo chiamare effettivamente capitalistico-commerciale.

Tessuto nel quale le regole del mercato hanno definitivamente preso piede anche nella vita politica. Si tratta dunque di osservare come i vari soggetti politici rispondono al variare dell’ambiente circostante. Come e quali rischi si corrono a fronte di un tale stravolgimento di mentalità.
Per quanto riguarda i governati, essi cessano di essere appunto dei governati – sudditi o cittadini – acquisendo il nuovo ruolo di CONSUMATORI.
Il giochetto non è scevro da rischi abominevoli. Il suddito del peggior tiranno ha sempre la possibilità di ribellarsi e di non accettare la sottomissione, il consumatore non ha questa opzione. Egli perde la possibilità di prendere scelte puramente politiche, si limita a consumare o non consumare, non conosce il significato del termine opposizione. Ci si può opporre a un consumo ? Forse questo sarà il futuro di quella che ora si chiama “lotta politica” e che sporadicamente, ma sempre più spesso vediamo concretizzarsi nei vari appelli al sabotaggio di determinati prodotti. La stragrande maggioranza però ancora non riconosce dignità di lotta legittima e soprattutto di lotta politica a questa azione. In effetti non sarà facile abbandonare le vecchie forme di lotta, ma dovremo adeguarci in fretta, visto che il potere commerciale s’è da tempo lasciato alle spalle certe dispute novecentesche.

La maggioranza politica tende a connotarsi come una situazione di monopolio nel mercato, la competizione politica si confonde sempre più con la competitività commerciale (analisi tutte da approfondire)

Sorgono necessariamente quesiti di non facile soluzione, esempio:

Come si attua un colpo di stato in un regime siffatto ?
Di che natura e grado è la libertà di ogni individuo-consumatore ? Quali fattori ne determinano l’ampiezza e la forza ?
Che ruolo e funzione ha la memoria storica in un regime in cui regna il consumo ?
Il consumo produce storia ?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nuovo regime. Rischio reale o allucinazione collettiva ?</p>
<p>Prendo spunto dall&#8217;interessante testo di Francesco Pecoraro per fare alcune considerazioni.</p>
<p>Un punto che vorrei subito chiarire è la troppa facilità con cui è stato usato il termine “intellettuale”. Un eccesso che infastidisce. Non conosco i parametri con i quali si possa giudicare un intellettuale ( e non mi sogno di stilarli) , certo è che definire intellettuali un “gruppo di sceneggiatori” di soap..beh.. è un poco esagerato. A mio avviso costoro non sono che operai specializzati del settore. Svolgono il loro lavoro all’interno della fabbrica dell’intrattenimento. Tutto il rispetto, ma che non si parli di intellettuali per cortesia.<br />
Comunque non è di questo che vorrei discorrere. A differenza di Francesco secondo me è  più che necessario operare uno sforzo per descrivere e aggiornare il concetto di regime. E’ vero, quando si parla del regime attuale ci si riferisce innanzi tutto all’informazione, ai media e anche al concetto di consenso.<br />
“Il consenso non si ottiene con la forza, ma per via mediatica, eccetera.”</p>
<p>La frase, di per sé dice qualcosa, ma troppo poco se davvero si vuole scomodare un concetto come quello di consenso. </p>
<p>(E’ risaputo che ogni regime, anche quello democratico, si fonda sul consenso dei governati. Che poi questi vengano chiamati, classi subalterne, sottomessi o altro è un aspetto puramente ideologico. Così come si sa che spesso chi governa si arricchisce su chi è governato.)</p>
<p>* * *</p>
<p>A mio avviso quello che sta accadendo nel nostro paese è una vera e propria rivoluzione politica di cui non riusciamo a percepire che lontani riflessi. Riflessi che tuttavia ci accecano e ci impediscono di vedere con chiarezza. Forse si tratta di un rischio reale o di una mera allucinazione, vale comunque la pena analizzare meglio alcuni passaggi.</p>
<p>Partiamo da un dato basilare.<br />
Se regime è, si tratta di un regime mediatico. Su questo credo siamo tutti d’accordo.<br />
A questo punto bisogna porsi delle domande.<br />
Il concetto di CONSENSO che conosciamo, può applicarsi anche in un cosiddetto regime mediatico ?<br />
Più in generale, le categorie, i concetti, le procedure tipiche della politica classica rimangono le stesse in un regime mediatico? Possiamo traslare i loro contenuti senza che questi subiscano alcuna modifica ?<br />
Se nella monarchia/dittatura troviamo il suddito e nella repubblica/democrazia il cittadino, cosa accade al governato nel regime mediatico ? </p>
<p>Detto molto semplicemente, c’è il rischio che gli strumenti della scienza politica classica possano non essere sufficienti a far chiarezza. Non so, ma è come se il potere abbia sviluppato tecniche all’avanguardia rispetto a chi questo potere è costretto a subirlo, e quindi a contenerlo (ma forse il potere in quanto tale è sempre all’avanguardia ..)</p>
<p>Non intendo rispondere a tutte le questioni sollevate, ma cercherò di delineare brevemente quello che penso.</p>
<p>1.	La rivoluzione che sta sconvolgendo il sistema politico italiano non ha precedenti o esempi nel resto del mondo. Esistono numerosi dittatori e governi più o meno autoritari sparsi nei cinque continenti, ma di questi regimi nessuno ha le caratteristiche di quello che si sta delineando in Italia.<br />
Il nostro attuale Presidente del Consiglio, com’è noto è uno degli uomini più ricchi del paese e controlla direttamente o indirettamente i maggiori mezzi di informazione. Già questo dovrebbe allertare il mondo libero (è risaputo che l’Italia ha visto sciogliersi come neve al sole le forze di una legittima Destra liberale), tuttavia non è questa la sua peculiarità. La sua specificità risiede nel fatto che costui non proviene dal mondo della politica o dell’industria pesante ( vedi gli amici Putin e Bush), non conosce affatto le regole della politica, mentre è un grandissimo professionista nell’ambito delle televisioni commerciali. Che bisogna sottolineare, è la base su cui ha iniziato a costruire il suo impero.<br />
2.	Dire regime mediatico non è del tutto corretto. Di fatto non chiarisce la situazione, anzi alla lunga finisce per creare confusione. Sarebbe bene iniziare a parlare di REGIME COMMERCIALE o “di mercato”. Questo non significa che i media escono dal gioco, tutt’altro. Solo che con la nuova categoria risulta più facile e naturale rispondere a certe domande.<br />
Vediamo:</p>
<p>Se il concetto di CONSENSO ha ancora senso in un regime mediatico, non lo ha più in un regime commerciale, dove tende ad essere sostituito da quello di CONSUMO.</p>
<p>Il governatore, dittatore, despota che vive ancora nel regime mediatico, non è che il produttore/prodotto del regime commerciale. La sua non sarà più una campagna elettorale, bensì una campagna pubblicitaria. Qualcuno potrebbe irrigidirsi e affermare a gran voce: Ehi, ma questo non è che una parodia del  sistema di mercato capitalistico-consumistico.<br />
In effetti la rivoluzione in atto non è che l’ennesima fase di trasformazione del tessuto politico otto-novecenteso in un tessuto che potremmo chiamare effettivamente capitalistico-commerciale.</p>
<p>Tessuto nel quale le regole del mercato hanno definitivamente preso piede anche nella vita politica. Si tratta dunque di osservare come i vari soggetti politici rispondono al variare dell’ambiente circostante. Come e quali rischi si corrono a fronte di un tale stravolgimento di mentalità.<br />
Per quanto riguarda i governati, essi cessano di essere appunto dei governati – sudditi o cittadini – acquisendo il nuovo ruolo di CONSUMATORI.<br />
Il giochetto non è scevro da rischi abominevoli. Il suddito del peggior tiranno ha sempre la possibilità di ribellarsi e di non accettare la sottomissione, il consumatore non ha questa opzione. Egli perde la possibilità di prendere scelte puramente politiche, si limita a consumare o non consumare, non conosce il significato del termine opposizione. Ci si può opporre a un consumo ? Forse questo sarà il futuro di quella che ora si chiama “lotta politica” e che sporadicamente, ma sempre più spesso vediamo concretizzarsi nei vari appelli al sabotaggio di determinati prodotti. La stragrande maggioranza però ancora non riconosce dignità di lotta legittima e soprattutto di lotta politica a questa azione. In effetti non sarà facile abbandonare le vecchie forme di lotta, ma dovremo adeguarci in fretta, visto che il potere commerciale s’è da tempo lasciato alle spalle certe dispute novecentesche.</p>
<p>La maggioranza politica tende a connotarsi come una situazione di monopolio nel mercato, la competizione politica si confonde sempre più con la competitività commerciale (analisi tutte da approfondire)</p>
<p>Sorgono necessariamente quesiti di non facile soluzione, esempio:</p>
<p>Come si attua un colpo di stato in un regime siffatto ?<br />
Di che natura e grado è la libertà di ogni individuo-consumatore ? Quali fattori ne determinano l’ampiezza e la forza ?<br />
Che ruolo e funzione ha la memoria storica in un regime in cui regna il consumo ?<br />
Il consumo produce storia ?</p>
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		Di: mag		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/16/il-discrimine/#comment-22875</link>

		<dc:creator><![CDATA[mag]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Feb 2006 09:56:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Guai a chi canta le lodi di chi lo paga.]]></description>
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		Di: tashtego		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Feb 2006 18:15:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[sono prosaico: non dimenticherei che indirettamente stiamo parlando di soldi: soldi per berlusconi e il suo gruppo di serventi ai pezzi, soldi per i narratori di prima seconda terza fascia, e così via, soldi per i tecnici, e sopratutto soldi per il &quot;blocco sociale&quot; inchiavardato al Dispositivo berlusconiano, in cui pare si contino qualche milione di ricchi e nuovi ricchi o aspiranti tali.
berlusconi non è destra in senso stretto, non gliene frega nulla della destra o della sinistra, dei comunisti, della democrazia, non gliene frega di niente: la sola cosa che interessa tutti quelli del Dispositivo è estendere potere e dominanza, non per il potere in sé, ma per fare soldi.
quello che conta è questo obbiettivo: allearsi coi troskisti, o coi nazisti è indifferente, perché i berlusconiani al fondo sono indifferenti alla politica: l&#039;unica cosa che per loro conta, che ha valore perché misura un essere umano, sono i soldi.
prendersi il paese per far soldi per poter rifare le regole a proprio esclusivo vantaggio non senza distribuire briciole in giro: destra e sinistra non c&#039;entrano, se non per il fatto che la melma sociale che vota questa gente è &quot;naturalmente&quot; di destra, capisce solo discorsi basicamente di destra e si incanta alle favole.
chi gliele racconta le favole?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>sono prosaico: non dimenticherei che indirettamente stiamo parlando di soldi: soldi per berlusconi e il suo gruppo di serventi ai pezzi, soldi per i narratori di prima seconda terza fascia, e così via, soldi per i tecnici, e sopratutto soldi per il &#8220;blocco sociale&#8221; inchiavardato al Dispositivo berlusconiano, in cui pare si contino qualche milione di ricchi e nuovi ricchi o aspiranti tali.<br />
berlusconi non è destra in senso stretto, non gliene frega nulla della destra o della sinistra, dei comunisti, della democrazia, non gliene frega di niente: la sola cosa che interessa tutti quelli del Dispositivo è estendere potere e dominanza, non per il potere in sé, ma per fare soldi.<br />
quello che conta è questo obbiettivo: allearsi coi troskisti, o coi nazisti è indifferente, perché i berlusconiani al fondo sono indifferenti alla politica: l&#8217;unica cosa che per loro conta, che ha valore perché misura un essere umano, sono i soldi.<br />
prendersi il paese per far soldi per poter rifare le regole a proprio esclusivo vantaggio non senza distribuire briciole in giro: destra e sinistra non c&#8217;entrano, se non per il fatto che la melma sociale che vota questa gente è &#8220;naturalmente&#8221; di destra, capisce solo discorsi basicamente di destra e si incanta alle favole.<br />
chi gliele racconta le favole?</p>
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		<title>
		Di: lucianone freud		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/16/il-discrimine/#comment-22853</link>

		<dc:creator><![CDATA[lucianone freud]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Feb 2006 18:04:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[mo&#039; m&#039;arzo dar divano e vegno subbito, so lucianone freud er bisnipote der mago de vienna, cose de pazzi (roberto, vedi ar vibbrisse) cose dell&#039;aspromonte (vedi calabbria).
ciao]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>mo&#8217; m&#8217;arzo dar divano e vegno subbito, so lucianone freud er bisnipote der mago de vienna, cose de pazzi (roberto, vedi ar vibbrisse) cose dell&#8217;aspromonte (vedi calabbria).<br />
ciao</p>
]]></content:encoded>
		
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