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	Commenti a: Le macchine liriche: sei poeti francesi della contemporaneità (3)	</title>
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		Di: LaGiardiniera		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[LaGiardiniera]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2006 10:54:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Andrea: non ho detto che è illeggibile... ma figurati. Si legge persino Sollers. :-) 
Ho detto che &quot;ho difficoltà a leggerlo&quot;, visto che se un poeta non mi convince, né mi appassiona, non vedo perché devo impegnarmi a &quot;giustificarlo&quot; dal punto di vista teorico.
Riguardo al problema dell&#039;oscurità: voi nel vostro saggio parlate di &quot;soluzioni&quot; linguistiche non adeguate. Quello che mi chiedevo è: come si può dire che un&#039;opzione linguistica sia giusta o meno, a prescindere dal risultato, cioè i versi che abbiamo davanti?
In effetti ciò che scriveva marco lo condivido: ma voi? Non avete introdotto questi sei poeti con un saggio critico in cui si fondava come valore positivo la &quot;novità&quot;, lo &quot;sperimentalismo&quot; e la forzatura dei confini del genere? Non è una tipica dinamica dualistica tra tradizione e avanguardia, questa?
Riguardo al discorso sulla &quot;novità&quot; e il supposto &quot;tradizionalismo&quot;, reagivo a cose lette nei commenti (come specificavo), ma non da voi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea: non ho detto che è illeggibile&#8230; ma figurati. Si legge persino Sollers. :-)<br />
Ho detto che &#8220;ho difficoltà a leggerlo&#8221;, visto che se un poeta non mi convince, né mi appassiona, non vedo perché devo impegnarmi a &#8220;giustificarlo&#8221; dal punto di vista teorico.<br />
Riguardo al problema dell&#8217;oscurità: voi nel vostro saggio parlate di &#8220;soluzioni&#8221; linguistiche non adeguate. Quello che mi chiedevo è: come si può dire che un&#8217;opzione linguistica sia giusta o meno, a prescindere dal risultato, cioè i versi che abbiamo davanti?<br />
In effetti ciò che scriveva marco lo condivido: ma voi? Non avete introdotto questi sei poeti con un saggio critico in cui si fondava come valore positivo la &#8220;novità&#8221;, lo &#8220;sperimentalismo&#8221; e la forzatura dei confini del genere? Non è una tipica dinamica dualistica tra tradizione e avanguardia, questa?<br />
Riguardo al discorso sulla &#8220;novità&#8221; e il supposto &#8220;tradizionalismo&#8221;, reagivo a cose lette nei commenti (come specificavo), ma non da voi.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: lilia		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[lilia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2006 10:09:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Andrea, io credo, anche, e parlo in base alla mia esperienza e alle mie letture, che la contrapposizione tradizione/avanguardia sia un falso problema, nel senso che l&#039;avanguardia è parte integrante del canone novecentesco, pur rappresentandone, per una breve stagione, una sorta di smottamento, di scossa di assestamento. Il problema dello &quot;sperimentalismo&quot; a tutti i costi, e della relativa conseguente &quot;oscurità&quot;, da più parti denunciato con alti lai o con ostentata derisione, non è che un corollario a sostegno della supposta inesistente contrapposizione. Forse, al tirar delle somme, il problema lo aveva già risolto Dante (penso, tra l&#039;altro, alle attualissime riflessioni contenute nell&#039;Epistola XIII), o lo stesso Leopardi in alcune mirabili (e profetiche) pagine dello Zibaldone, un&#039;opera che tutti citano, ma che pochi hanno letto e meditato nella sua tensione inappagata a definire &quot;mappe dell&#039;alterità&quot;; ma la stragrande maggioranza dei critici (o presunti tali) attuali legge solo ciò che fa comodo, ignorando volutamente la profonda interazione e intersecazione di campi del sapere e di esperienze che oggi anima il dibattito artistico-culturale più avanzato e più aperto alla ricerca di nuovi orizzonti di senso. L&#039;oscurità programmatica, poi, mi sembra un parametro critico improponibile, visto che muove dal presupposto teorico che il &quot;caos&quot; sia razionalizzabile, o attraversabile con strumenti concettualmente definiti dal punto di vista logico. Un assurdo: che impedisce, oltretutto, di cogliere in questi poeti (siano francesi, italiani o altro) i sensi altri che la loro scrittura dischiude: a partire dall&#039;idea, concretamente operante in alcuni di loro, che la tradizione (proprio come la sua accezione etimologica detta) sia sostanzialmente uno spingere oltre, presuppone un &quot;attraversamento&quot; che può avere senso e futuro solo a patto di esplorare le &quot;zone in ombra&quot;, gli anfratti e le voragini che ogni canone, per sua necessità strutturale, crea e oblìa, lasciandoli al deserto delle possibilità, al silenzio e, in definitiva, alla rimozione. Questi poeti mi sembrano proprio in piena traversata del deserto: alla scoperta di tutte le &quot;voci&quot; che la matrice silenziosa delle sabbie contiene, e che dona solo alla vista e all&#039;udito di chi sa &quot;porsi in ascolto&quot;, cioè sa spogliarsi della singolarità dei suoi strumenti e delle sue coordinate, e aprirsi agli orizzonti di una oralità nuova, tutta incentrata sullo scambio e sull&#039;apertura all&#039;altro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea, io credo, anche, e parlo in base alla mia esperienza e alle mie letture, che la contrapposizione tradizione/avanguardia sia un falso problema, nel senso che l&#8217;avanguardia è parte integrante del canone novecentesco, pur rappresentandone, per una breve stagione, una sorta di smottamento, di scossa di assestamento. Il problema dello &#8220;sperimentalismo&#8221; a tutti i costi, e della relativa conseguente &#8220;oscurità&#8221;, da più parti denunciato con alti lai o con ostentata derisione, non è che un corollario a sostegno della supposta inesistente contrapposizione. Forse, al tirar delle somme, il problema lo aveva già risolto Dante (penso, tra l&#8217;altro, alle attualissime riflessioni contenute nell&#8217;Epistola XIII), o lo stesso Leopardi in alcune mirabili (e profetiche) pagine dello Zibaldone, un&#8217;opera che tutti citano, ma che pochi hanno letto e meditato nella sua tensione inappagata a definire &#8220;mappe dell&#8217;alterità&#8221;; ma la stragrande maggioranza dei critici (o presunti tali) attuali legge solo ciò che fa comodo, ignorando volutamente la profonda interazione e intersecazione di campi del sapere e di esperienze che oggi anima il dibattito artistico-culturale più avanzato e più aperto alla ricerca di nuovi orizzonti di senso. L&#8217;oscurità programmatica, poi, mi sembra un parametro critico improponibile, visto che muove dal presupposto teorico che il &#8220;caos&#8221; sia razionalizzabile, o attraversabile con strumenti concettualmente definiti dal punto di vista logico. Un assurdo: che impedisce, oltretutto, di cogliere in questi poeti (siano francesi, italiani o altro) i sensi altri che la loro scrittura dischiude: a partire dall&#8217;idea, concretamente operante in alcuni di loro, che la tradizione (proprio come la sua accezione etimologica detta) sia sostanzialmente uno spingere oltre, presuppone un &#8220;attraversamento&#8221; che può avere senso e futuro solo a patto di esplorare le &#8220;zone in ombra&#8221;, gli anfratti e le voragini che ogni canone, per sua necessità strutturale, crea e oblìa, lasciandoli al deserto delle possibilità, al silenzio e, in definitiva, alla rimozione. Questi poeti mi sembrano proprio in piena traversata del deserto: alla scoperta di tutte le &#8220;voci&#8221; che la matrice silenziosa delle sabbie contiene, e che dona solo alla vista e all&#8217;udito di chi sa &#8220;porsi in ascolto&#8221;, cioè sa spogliarsi della singolarità dei suoi strumenti e delle sue coordinate, e aprirsi agli orizzonti di una oralità nuova, tutta incentrata sullo scambio e sull&#8217;apertura all&#8217;altro.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: andrea raos		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2006 09:28:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mille volte meglio di me ha già chiosato Marco. Solo due cosine:

In effetti, opponendo tradizione ad avanguardia non si va da nessuna parte. Ancora meno, opponendo leggibilità a illeggibilità; in cosa non è &quot;leggibile&quot; Viton? o Dubois (una poesia che per di più è anche fortemente narrativa)? O tutti gli altri, o chiunque altro? Cosa è leggibile? Una poesia programmaticamente intimista? 

Dubito alquanto, peraltro, che la presunta &quot;difficoltà&quot; o &quot;facilità&quot; di qualcosa respingano o attraggano il lettore; 
ma che la non-lettura di talune cose in Italia dipenda dalla polverizzazione di un certo ceto intellettuale in seguito a taluni eventi politici degli ultimi decenni;
più in generale, che si viva in un regime di separatezza dei saperi (anche all&#039;interno dello stesso &quot;genere&quot; poesia, per non parlare di tutto il resto) che, in sostanza, rende &quot;illeggibile&quot; ogni cosa;
che crediamo di leggere, ma che in realtà sogniamo di farlo; 
[...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mille volte meglio di me ha già chiosato Marco. Solo due cosine:</p>
<p>In effetti, opponendo tradizione ad avanguardia non si va da nessuna parte. Ancora meno, opponendo leggibilità a illeggibilità; in cosa non è &#8220;leggibile&#8221; Viton? o Dubois (una poesia che per di più è anche fortemente narrativa)? O tutti gli altri, o chiunque altro? Cosa è leggibile? Una poesia programmaticamente intimista? </p>
<p>Dubito alquanto, peraltro, che la presunta &#8220;difficoltà&#8221; o &#8220;facilità&#8221; di qualcosa respingano o attraggano il lettore;<br />
ma che la non-lettura di talune cose in Italia dipenda dalla polverizzazione di un certo ceto intellettuale in seguito a taluni eventi politici degli ultimi decenni;<br />
più in generale, che si viva in un regime di separatezza dei saperi (anche all&#8217;interno dello stesso &#8220;genere&#8221; poesia, per non parlare di tutto il resto) che, in sostanza, rende &#8220;illeggibile&#8221; ogni cosa;<br />
che crediamo di leggere, ma che in realtà sogniamo di farlo;<br />
[&#8230;]</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: marco		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/20/le-macchine-liriche-sei-poeti-francesi-della-contemporaneita-3/#comment-23111</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2006 22:07:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[
questo fatto, e la tradizione di opere non certo solo letterarie che ne deriva, rende complicato liquidare metà Ottocento e tutto il Novecento come un abbaglio (o come una cosa di radici superficiali); e rende impraticabile sia una lettura univoca e prescrittiva di certi oggetti d&#039;arte, sia il polarizzare e sintonizzare tale lettura su un codice solo binario: &lt;em&gt;ricerca versus tradizione&lt;/em&gt;.

anzi. &quot;si cerca di formare dei concetti dall’articolazione fine, o molto differenziata, per sfuggire alle grosse nozioni dualiste&quot; (&lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2005/11/15/gilles-deleuze-versione-italiana-trad-effeffe/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;Deleuze&lt;/a&gt;)
]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<br />
questo fatto, e la tradizione di opere non certo solo letterarie che ne deriva, rende complicato liquidare metà Ottocento e tutto il Novecento come un abbaglio (o come una cosa di radici superficiali); e rende impraticabile sia una lettura univoca e prescrittiva di certi oggetti d&#8217;arte, sia il polarizzare e sintonizzare tale lettura su un codice solo binario: <em>ricerca versus tradizione</em>.</p>
<p>anzi. &#8220;si cerca di formare dei concetti dall’articolazione fine, o molto differenziata, per sfuggire alle grosse nozioni dualiste&#8221; (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/11/15/gilles-deleuze-versione-italiana-trad-effeffe/" rel="nofollow">Deleuze</a>)<br />
]</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: marco		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/20/le-macchine-liriche-sei-poeti-francesi-della-contemporaneita-3/#comment-23110</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2006 21:58:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;[...] Proprio in un momento come questo, in cui tutto e il contrario di tutto (tutto dal punto di vista teorico e formale) rientra nelle possibilità della poesia [...]&quot;

quel &quot;momento&quot;, a mio avviso, data dal 1839, circa. ossia da quando, con la nascita della fotografia, &quot;tutto e il contrario di tutto&quot; è diventato l&#039;enigmatico e &lt;em&gt;possibile&lt;/em&gt; oggetto di uno sguardo persuaso.

più o meno da quel &#039;momento&#039; (non si sa perché, tutti si interrogano su questa faccenda da allora) l&#039;&lt;em&gt;oggetto estetico&lt;/em&gt;  e le sue forme e apparizioni e vuoti hanno preso a farsi ed esser percepiti come &lt;em&gt;più&lt;/em&gt; problematici - e magari inquietanti - di quanto risultassero fino a pochi decenni prima.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;[&#8230;] Proprio in un momento come questo, in cui tutto e il contrario di tutto (tutto dal punto di vista teorico e formale) rientra nelle possibilità della poesia [&#8230;]&#8221;</p>
<p>quel &#8220;momento&#8221;, a mio avviso, data dal 1839, circa. ossia da quando, con la nascita della fotografia, &#8220;tutto e il contrario di tutto&#8221; è diventato l&#8217;enigmatico e <em>possibile</em> oggetto di uno sguardo persuaso.</p>
<p>più o meno da quel &#8216;momento&#8217; (non si sa perché, tutti si interrogano su questa faccenda da allora) l&#8217;<em>oggetto estetico</em>  e le sue forme e apparizioni e vuoti hanno preso a farsi ed esser percepiti come <em>più</em> problematici &#8211; e magari inquietanti &#8211; di quanto risultassero fino a pochi decenni prima.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: lilia		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/20/le-macchine-liriche-sei-poeti-francesi-della-contemporaneita-3/#comment-23099</link>

		<dc:creator><![CDATA[lilia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2006 16:15:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;Il ciclo di attitudini e gesti dà il tempo ripetuto che
realizza lo sguardo&quot;.

Abissale, pur nella semplice, elementare tessitura del dettato lirico: la scrittura di Suchère somiglia mirabilmente all&#039;opera di un bambino che riscrive le geometrie e l&#039;alfabeto inesplorato delle cose con un tratto di matita: una macchia di azzurro nei deserti assolati del foglio: è quella è l&#039;acqua delle origini e della fine: l&#039;acqua per sempre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Il ciclo di attitudini e gesti dà il tempo ripetuto che<br />
realizza lo sguardo&#8221;.</p>
<p>Abissale, pur nella semplice, elementare tessitura del dettato lirico: la scrittura di Suchère somiglia mirabilmente all&#8217;opera di un bambino che riscrive le geometrie e l&#8217;alfabeto inesplorato delle cose con un tratto di matita: una macchia di azzurro nei deserti assolati del foglio: è quella è l&#8217;acqua delle origini e della fine: l&#8217;acqua per sempre.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: LaGiardiniera		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/02/20/le-macchine-liriche-sei-poeti-francesi-della-contemporaneita-3/#comment-23097</link>

		<dc:creator><![CDATA[LaGiardiniera]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2006 15:59:08 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/02/20/le-macchine-liriche-sei-poeti-francesi-della-contemporaneita-3/#comment-23097</guid>

					<description><![CDATA[Di fronte a queste poesie, ciò che istintivamente mi verrebbe da porre è una serie di domande. Siccome sono più o meno le stesse che poneva @temperanza, ve le risparmio.
Intanto direi che queste poesie, da lettrice di poesia, non mi convincono, non mi appassionano, sento anche una notevole difficoltà a portare in fondo la lettura (in particolare di Suchère e Viton). 
Non comprendo la necessità di difendere questo tipo di &quot;sperimentazione&quot; su varî livelli. Proprio in un momento come questo, in cui tutto e il contrario di tutto (tutto dal punto di vista teorico e formale) rientra nelle possibilità  della poesia, non vedo come si possa fondare un&#039;argomentazione teorica o critica sul fatto che l&#039;io biografico-psicologico sia o meno dismesso o la lingua comune utilizzata in maniera straniante. Come si può dire, ormai, che lo scarto minimo rispetto alla lingua d&#039;uso sia meno auspicabile dello scarto massimo, o viceversa? Che un contenuto o una forma, o una non-forma, siano &quot;una soluzione&quot; rispetto ad altri?
Perché ritenere centrale in poesia il meccanismo dell&#039;enunciazione linguistica? Sono decenni che leggiamo poesie in cui massimo è lo scarto rispetto alla lingua d&#039;uso, massima è la sperimentazione sul verso, sul non-verso (anche la Rosselli, per fare un esempio, andava a capo dopo un numero fisso di battute, o meglio, avrebbe voluto, visto che poi la sua volontà non è stata accolta dagli editori), sulla sintassi, numerosissimi i discorsi metapoetici e massima la concentrazione sui meccanismi dell&#039;enunciazione. Tutto è pacificamente accettato, possibile, auspicabile, e ovviamente non c&#039;è che da rallegrarsene.
Ma, proprio per questo motivo, a me pare che questa opzione &quot;sperimentale&quot; non sia ormai che un&#039;opzione &quot;tradizionale&quot; (conta una sua tradizione ormai decennale, ha degli &quot;epigoni&quot;), motivo per cui non mi pare che questi testi, oggi, forzino più di tanto i confini del genere, o debbano essere giudicati con la categoria della novità. Dico questo perché ho notato, con sincero sconcerto, che spuntavano in diversi commenti del thread dei supposti &quot;tradizionalisti&quot;, che osteggerebbero la supposta &quot;sperimentazione&quot; e/o &quot;novità&quot;.
Del resto, quando leggo una nuova voce poetica che mi piace, trovo sempre che abbia aggiunto a suo modo qualcosa ai secoli di tradizione del genere, che sia sempre in qualche modo nuova (mi pare che qualcun altro qui l&#039;abbia detto, ma non ricordo chi).
Mi piacerebbe capire come si può fare critica della poesia contemporanea in una tale situazione di simultaneità: forse solo scommettendo – consapevoli della propria parzialità – su una via  (un &quot;paradigma&quot;) e portandola coerentemente avanti… In questo caso io avrei scelto certamente un&#039;altra via. 
Penso, ma è una mia opinione, che decenni di poesia che gioca su un significante oscuro e &quot;sperimentale&quot; (nel senso in cui si usa nel vostro saggio), su un eccesso di teoria e di intellettualismo, al punto da far apparire il linguaggio della poesia come un gergo da iniziati, siano tra le cause della scarsità di lettori che costituisce il triste primato di questo genere. Di questo non incolpo ovviamente Inglese e Raos (ci mancherebbe), però è uno dei motivi per cui l&#039;oscurità programmatica m&#039;infastidisce.
Scusate davvero la lunghezza, ma gli argomenti messi in campo mi sembrano molti e importanti.
SN]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di fronte a queste poesie, ciò che istintivamente mi verrebbe da porre è una serie di domande. Siccome sono più o meno le stesse che poneva @temperanza, ve le risparmio.<br />
Intanto direi che queste poesie, da lettrice di poesia, non mi convincono, non mi appassionano, sento anche una notevole difficoltà a portare in fondo la lettura (in particolare di Suchère e Viton).<br />
Non comprendo la necessità di difendere questo tipo di &#8220;sperimentazione&#8221; su varî livelli. Proprio in un momento come questo, in cui tutto e il contrario di tutto (tutto dal punto di vista teorico e formale) rientra nelle possibilità  della poesia, non vedo come si possa fondare un&#8217;argomentazione teorica o critica sul fatto che l&#8217;io biografico-psicologico sia o meno dismesso o la lingua comune utilizzata in maniera straniante. Come si può dire, ormai, che lo scarto minimo rispetto alla lingua d&#8217;uso sia meno auspicabile dello scarto massimo, o viceversa? Che un contenuto o una forma, o una non-forma, siano &#8220;una soluzione&#8221; rispetto ad altri?<br />
Perché ritenere centrale in poesia il meccanismo dell&#8217;enunciazione linguistica? Sono decenni che leggiamo poesie in cui massimo è lo scarto rispetto alla lingua d&#8217;uso, massima è la sperimentazione sul verso, sul non-verso (anche la Rosselli, per fare un esempio, andava a capo dopo un numero fisso di battute, o meglio, avrebbe voluto, visto che poi la sua volontà non è stata accolta dagli editori), sulla sintassi, numerosissimi i discorsi metapoetici e massima la concentrazione sui meccanismi dell&#8217;enunciazione. Tutto è pacificamente accettato, possibile, auspicabile, e ovviamente non c&#8217;è che da rallegrarsene.<br />
Ma, proprio per questo motivo, a me pare che questa opzione &#8220;sperimentale&#8221; non sia ormai che un&#8217;opzione &#8220;tradizionale&#8221; (conta una sua tradizione ormai decennale, ha degli &#8220;epigoni&#8221;), motivo per cui non mi pare che questi testi, oggi, forzino più di tanto i confini del genere, o debbano essere giudicati con la categoria della novità. Dico questo perché ho notato, con sincero sconcerto, che spuntavano in diversi commenti del thread dei supposti &#8220;tradizionalisti&#8221;, che osteggerebbero la supposta &#8220;sperimentazione&#8221; e/o &#8220;novità&#8221;.<br />
Del resto, quando leggo una nuova voce poetica che mi piace, trovo sempre che abbia aggiunto a suo modo qualcosa ai secoli di tradizione del genere, che sia sempre in qualche modo nuova (mi pare che qualcun altro qui l&#8217;abbia detto, ma non ricordo chi).<br />
Mi piacerebbe capire come si può fare critica della poesia contemporanea in una tale situazione di simultaneità: forse solo scommettendo – consapevoli della propria parzialità – su una via  (un &#8220;paradigma&#8221;) e portandola coerentemente avanti… In questo caso io avrei scelto certamente un&#8217;altra via.<br />
Penso, ma è una mia opinione, che decenni di poesia che gioca su un significante oscuro e &#8220;sperimentale&#8221; (nel senso in cui si usa nel vostro saggio), su un eccesso di teoria e di intellettualismo, al punto da far apparire il linguaggio della poesia come un gergo da iniziati, siano tra le cause della scarsità di lettori che costituisce il triste primato di questo genere. Di questo non incolpo ovviamente Inglese e Raos (ci mancherebbe), però è uno dei motivi per cui l&#8217;oscurità programmatica m&#8217;infastidisce.<br />
Scusate davvero la lunghezza, ma gli argomenti messi in campo mi sembrano molti e importanti.<br />
SN</p>
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