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	Commenti a: Leccare la lingua altrui come quando ci si bacia/ 2a parte	</title>
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		Di: Tagliatoredirighe		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tagliatoredirighe]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Mar 2006 13:59:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[una riflessione (a partire da Aldo Nove) sull&#039;uso degli &quot;esterismi&quot; amati/odiati... 
le lingue (si sa) sono sempre in movemento, ed è giusto che anche l&#039;italiano si evolva, senza banali rimpianti o stupide chiusure di frontiera alla franese.
Il &quot;prestito&quot; dalle lingue straniere costituisce da sempre uno dei principali fattori di sviluppo e rinnovamento delle lingue, e poi c&#039;è da sottolineare che non si tratta mai di un semplice uso di termini stranieri, ma di una ricontestualizzazione degli stessi.. è da questo processo creativo che nascono parole quali &quot;downlodare&quot;, &quot;cliccare&quot; o &quot;chattare&quot;. Ma le stesse parole sono utilizzate in maniera differente ed assumono significati differenti, per i parlanti della nuova lingua in cui il termine viene adottato.. penso alla parola mouse, che per la stragante maggioranza degli italiani è solo un termine che indica uno strumento tecnico, senza alcun referente ulteriore. Questo mi pare un caso evidente in cui insistere sull&#039;uso di termini italiani non ha molto senso, proporre &quot;topo&quot; al posto di &quot;mouse&quot;, così come avviene in spagna con &quot;raton&quot; adesso farebbe sorridere.
Il prestito inoltre è frutto dei tempi e della cultura, è costituisce una fondamentale testimonianza a livello &quot;storio-sociale&quot;, degli scambi e delle relazioni tra gli Stati e tra le diverse culture nazionali.. si pensi a tutta la terminologia musicale, che è presa in prestito, in quasi tutte le lingue, dalla terminologia tecnica italiana (andante, allegretto, moderato e così via), a testimonianza di una lunga tradizione e di un dominio culturale italiano, nel settore musicale. (anche i cuginetti spagnoli, oggi così attenti a limitare l&#039;ulitilizzo di esterismi - hanno un potentissimo istituto nazionale che impedisce la temuta invasione di termini stranieri -, utilizzano il vocabolario tecnico italiano). O se vogliamo riferirci a usi più recenti di termini italiani nelle lingue straniere, si pensi al settore alimentare, dove la nostra cucina detta legge, con parole come pasta, maccheroni, spaghetti, pizza, mozzarella utilizzati un po&#039; dovunque nel mondo, magari storpiati, ma appunto questo è il bello del processo di assimilazione in una lingua straniera. Dunque se gli Usa sono la grande potenza mondiale della tecnologia, che ben vengano parole inglesi, italianizzate. Ma soprattutto se l&#039;inglese diventa lingua &quot;universale&quot;, ben vengano quegli stili capaci di testimoniarne i processi e gli effetti, sperimentando, ricostruendo o proponendo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>una riflessione (a partire da Aldo Nove) sull&#8217;uso degli &#8220;esterismi&#8221; amati/odiati&#8230;<br />
le lingue (si sa) sono sempre in movemento, ed è giusto che anche l&#8217;italiano si evolva, senza banali rimpianti o stupide chiusure di frontiera alla franese.<br />
Il &#8220;prestito&#8221; dalle lingue straniere costituisce da sempre uno dei principali fattori di sviluppo e rinnovamento delle lingue, e poi c&#8217;è da sottolineare che non si tratta mai di un semplice uso di termini stranieri, ma di una ricontestualizzazione degli stessi.. è da questo processo creativo che nascono parole quali &#8220;downlodare&#8221;, &#8220;cliccare&#8221; o &#8220;chattare&#8221;. Ma le stesse parole sono utilizzate in maniera differente ed assumono significati differenti, per i parlanti della nuova lingua in cui il termine viene adottato.. penso alla parola mouse, che per la stragante maggioranza degli italiani è solo un termine che indica uno strumento tecnico, senza alcun referente ulteriore. Questo mi pare un caso evidente in cui insistere sull&#8217;uso di termini italiani non ha molto senso, proporre &#8220;topo&#8221; al posto di &#8220;mouse&#8221;, così come avviene in spagna con &#8220;raton&#8221; adesso farebbe sorridere.<br />
Il prestito inoltre è frutto dei tempi e della cultura, è costituisce una fondamentale testimonianza a livello &#8220;storio-sociale&#8221;, degli scambi e delle relazioni tra gli Stati e tra le diverse culture nazionali.. si pensi a tutta la terminologia musicale, che è presa in prestito, in quasi tutte le lingue, dalla terminologia tecnica italiana (andante, allegretto, moderato e così via), a testimonianza di una lunga tradizione e di un dominio culturale italiano, nel settore musicale. (anche i cuginetti spagnoli, oggi così attenti a limitare l&#8217;ulitilizzo di esterismi &#8211; hanno un potentissimo istituto nazionale che impedisce la temuta invasione di termini stranieri -, utilizzano il vocabolario tecnico italiano). O se vogliamo riferirci a usi più recenti di termini italiani nelle lingue straniere, si pensi al settore alimentare, dove la nostra cucina detta legge, con parole come pasta, maccheroni, spaghetti, pizza, mozzarella utilizzati un po&#8217; dovunque nel mondo, magari storpiati, ma appunto questo è il bello del processo di assimilazione in una lingua straniera. Dunque se gli Usa sono la grande potenza mondiale della tecnologia, che ben vengano parole inglesi, italianizzate. Ma soprattutto se l&#8217;inglese diventa lingua &#8220;universale&#8221;, ben vengano quegli stili capaci di testimoniarne i processi e gli effetti, sperimentando, ricostruendo o proponendo.</p>
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		Di: stefano zangrando		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stefano zangrando]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Mar 2006 21:11:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;svincolata&quot;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;svincolata&#8221;</p>
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		Di: stefano zangrando		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stefano zangrando]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Mar 2006 21:10:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;ha radicato&quot;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;ha radicato&#8221;</p>
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		Di: stefano zangrando		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stefano zangrando]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Mar 2006 21:08:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono solo di passaggio, almeno fino a mercoledì, ma permettetemi di integrare, come promesso, la dichiarazione di poetica di Volponi con un brano di un suo romanzo contemporaneo a quelle parole, anche perché in tal modo credo di poter riportare il confronto sul terreno auspicato da Alessandro qui sopra.
E&#039; un estratto abbastanza lungo da &quot;La macchina mondiale&quot;, il più utopico tra i romanzi di Volponi, ma non il più sperimentale sul piano linguistico; spero mi scusiate e abbiate buon tempo per godervelo:

&quot;Molte volte, alla sera, lei veniva vicino a me e mi diceva: -Perché anche tu non fai come gli altri?- Oppure, quando credeva che io fossi più ben disposto, dopo averla amata per tutta la notte, verso l&#039;alba mi diceva: -Perché non ti rassegni?- Io mi sentivo trapassare dal dolore e guardavo verso le finestre la luce chiara che cominciava a entrare; poi mi mettevo ad ascoltare il canto del gallo e le cantate di tutti i galli e poi i colpi dei bovi sulla mangiatoia; oppure mi rivoltavo verso il muro e guardavo il cassone scuro, e pensavo che anch&#039;io potevo correre il rischio di fare la stessa fine, di rimanere cioè inerte, senza pensiero, usato soltanto male, da altri, adoperato come se non avessi un pensiero, ma niente altro che le mani e la bocca. Ma poi in quelle mattine mi alzavo e andavo nell&#039;ordine assoluto della stanza della casa, e di ogni altra cosa intorno e di tutto il paesaggio, come è assoluto l&#039;ordine che è stato la notte e che si annulla tra la notte e il giorno nella perfetta sospensione di ogni forza, nella calata dell&#039;inerzia, quando ogni cosa aspetta l&#039;ingresso della luce e del calore e del comandamento di fare ciò che ogni cosa deve fare. Anche gli uomini in quel momento si disuniscono e pezzo per pezzo stanno fermi davanti al camino, oppure pezzo per pezzo avanzano verso le finestre. Allora il pensiero deve essere ripreso, avvoltolato e stretto come una cintura e la bocca assaporata come una foglia dell&#039;albero della vita. Intanto fuori la luce dilaga e si stende, ed ogni cosa lentamente si riconosce nel suo covaccio, finché entrano anche le ombre sospettose. Allora ogni cosa si scuote e comincia e un altro giorno balza in avanti, verso quel tempo nuovo che, fino a poco prima, la notte aveva voluto negare. Dico la notte non per se stessa, ma intendo coloro che si servono della notte per spaventare, per dimostrare come ogni cosa finisca tanto spesso e come ogni cosa si acquieti e poi ricominci allo stesso modo e quindi tutto sia uguale e sempre uguale, una cosa dietro l&#039;altra, e quindi come sia giusto lo spavento e la regola dello spavento di lasciare tutto come si trova.
Io superavo quell&#039;incantamento dell&#039;inerzia con uno sforzo che mano a mano mi riusciva sempre più facile e che sempre più velocemente mi metteva di fronte alla mia tesi, a cercare, mentre guardavo le cose, di prendere subito un pensiero su di esse ed anche per esse. Ripensavo un momento al cassone e pensavo che quello era lo schema più elementare di una macchina e che certo esso non aveva e non avrebbe mai avuto un pensiero e che era fatto soltanto della sua materia e del suo vuoto e della sua utilità e umiltà. Ma se io, o qualcun altro più esperto e più capace di me, avessi cominciato a dare anche al cassone un pensiero, cioè un&#039;altra possibilità e una possibilità propria, non comandata, anche il cassone avrebbe potuto cominciare ad esercitare l&#039;alternativa, a caricarsi intanto di quel mistero vigoroso che è la realtà di apparire coperto dalla possibilità di scegliere e di fare. Si tratta di scoprire e poi di dare e di fare esercitare un pensiero anche alle macchine e quindi di costruire tante macchine nella corrente sfrenata dell&#039;invenzione, che possano servirci, aiutarci, esaltarci ed anche superarci; altrimenti, continuando a costruire macchine e sempre più macchine per uno scopo bloccato dalle regole che la nostra società a radicato intorno a noi, queste macchine non saranno altro che bestiali, cioè monotone ed inerti, immutabili; cioè sceme ed aggressive, con il loro unico gesto ripetuto, tagliente, e quanto più ripetuto più tagliente, fino a diventare una minaccia, un blocco levato su di noi fino a quando la bestialità meccanica, ripetendosi e scaricandosi, non ci travolga tutti insieme. Le macchine vanno fermate e indirizzate dando loro un pensiero, dando loro cioè un sistema felice, come è felice il sistema del pensiero. E questa operazione ambiziosa, come ha detto il vescovo, non è anche impossibile, come ha detto il vescovo, anche se è sacrilega, e questo è così vero tanto che anche il vescovo lo ha capito. Bisogna impegnarsi ad esercitare fino in fondo, e per tutte le figurazioni possibili, il pensiero dell&#039;uomo; bisogna costruire una società nella quale ogni pensiero possa essere collettivamente esercitato senza nessun timore, mosso dietro tutte le invenzioni più sfrenate quali possono essere quelle fatte anche dal pensiero individuale; allora tutte le invenzioni, una volta discusse e raccolte ed anche composte insieme, non saranno altro che la scienza, la quale sarà finalmente, essa stessa, base della vita e vita.&quot;

P.S. Massimiliano Manganelli ha parlato per questo romanzo di &quot;una lingua &#039;ingenua&#039;, vicina all&#039;universo mentale e materiale del protagonista [che è un &quot;diverso&quot;, un contadino marchigiano ribelle e un po&#039; folle], vincolata da tentazioni naturalistiche, anzi concepita in vista di un loro definitivo superamento&quot;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono solo di passaggio, almeno fino a mercoledì, ma permettetemi di integrare, come promesso, la dichiarazione di poetica di Volponi con un brano di un suo romanzo contemporaneo a quelle parole, anche perché in tal modo credo di poter riportare il confronto sul terreno auspicato da Alessandro qui sopra.<br />
E&#8217; un estratto abbastanza lungo da &#8220;La macchina mondiale&#8221;, il più utopico tra i romanzi di Volponi, ma non il più sperimentale sul piano linguistico; spero mi scusiate e abbiate buon tempo per godervelo:</p>
<p>&#8220;Molte volte, alla sera, lei veniva vicino a me e mi diceva: -Perché anche tu non fai come gli altri?- Oppure, quando credeva che io fossi più ben disposto, dopo averla amata per tutta la notte, verso l&#8217;alba mi diceva: -Perché non ti rassegni?- Io mi sentivo trapassare dal dolore e guardavo verso le finestre la luce chiara che cominciava a entrare; poi mi mettevo ad ascoltare il canto del gallo e le cantate di tutti i galli e poi i colpi dei bovi sulla mangiatoia; oppure mi rivoltavo verso il muro e guardavo il cassone scuro, e pensavo che anch&#8217;io potevo correre il rischio di fare la stessa fine, di rimanere cioè inerte, senza pensiero, usato soltanto male, da altri, adoperato come se non avessi un pensiero, ma niente altro che le mani e la bocca. Ma poi in quelle mattine mi alzavo e andavo nell&#8217;ordine assoluto della stanza della casa, e di ogni altra cosa intorno e di tutto il paesaggio, come è assoluto l&#8217;ordine che è stato la notte e che si annulla tra la notte e il giorno nella perfetta sospensione di ogni forza, nella calata dell&#8217;inerzia, quando ogni cosa aspetta l&#8217;ingresso della luce e del calore e del comandamento di fare ciò che ogni cosa deve fare. Anche gli uomini in quel momento si disuniscono e pezzo per pezzo stanno fermi davanti al camino, oppure pezzo per pezzo avanzano verso le finestre. Allora il pensiero deve essere ripreso, avvoltolato e stretto come una cintura e la bocca assaporata come una foglia dell&#8217;albero della vita. Intanto fuori la luce dilaga e si stende, ed ogni cosa lentamente si riconosce nel suo covaccio, finché entrano anche le ombre sospettose. Allora ogni cosa si scuote e comincia e un altro giorno balza in avanti, verso quel tempo nuovo che, fino a poco prima, la notte aveva voluto negare. Dico la notte non per se stessa, ma intendo coloro che si servono della notte per spaventare, per dimostrare come ogni cosa finisca tanto spesso e come ogni cosa si acquieti e poi ricominci allo stesso modo e quindi tutto sia uguale e sempre uguale, una cosa dietro l&#8217;altra, e quindi come sia giusto lo spavento e la regola dello spavento di lasciare tutto come si trova.<br />
Io superavo quell&#8217;incantamento dell&#8217;inerzia con uno sforzo che mano a mano mi riusciva sempre più facile e che sempre più velocemente mi metteva di fronte alla mia tesi, a cercare, mentre guardavo le cose, di prendere subito un pensiero su di esse ed anche per esse. Ripensavo un momento al cassone e pensavo che quello era lo schema più elementare di una macchina e che certo esso non aveva e non avrebbe mai avuto un pensiero e che era fatto soltanto della sua materia e del suo vuoto e della sua utilità e umiltà. Ma se io, o qualcun altro più esperto e più capace di me, avessi cominciato a dare anche al cassone un pensiero, cioè un&#8217;altra possibilità e una possibilità propria, non comandata, anche il cassone avrebbe potuto cominciare ad esercitare l&#8217;alternativa, a caricarsi intanto di quel mistero vigoroso che è la realtà di apparire coperto dalla possibilità di scegliere e di fare. Si tratta di scoprire e poi di dare e di fare esercitare un pensiero anche alle macchine e quindi di costruire tante macchine nella corrente sfrenata dell&#8217;invenzione, che possano servirci, aiutarci, esaltarci ed anche superarci; altrimenti, continuando a costruire macchine e sempre più macchine per uno scopo bloccato dalle regole che la nostra società a radicato intorno a noi, queste macchine non saranno altro che bestiali, cioè monotone ed inerti, immutabili; cioè sceme ed aggressive, con il loro unico gesto ripetuto, tagliente, e quanto più ripetuto più tagliente, fino a diventare una minaccia, un blocco levato su di noi fino a quando la bestialità meccanica, ripetendosi e scaricandosi, non ci travolga tutti insieme. Le macchine vanno fermate e indirizzate dando loro un pensiero, dando loro cioè un sistema felice, come è felice il sistema del pensiero. E questa operazione ambiziosa, come ha detto il vescovo, non è anche impossibile, come ha detto il vescovo, anche se è sacrilega, e questo è così vero tanto che anche il vescovo lo ha capito. Bisogna impegnarsi ad esercitare fino in fondo, e per tutte le figurazioni possibili, il pensiero dell&#8217;uomo; bisogna costruire una società nella quale ogni pensiero possa essere collettivamente esercitato senza nessun timore, mosso dietro tutte le invenzioni più sfrenate quali possono essere quelle fatte anche dal pensiero individuale; allora tutte le invenzioni, una volta discusse e raccolte ed anche composte insieme, non saranno altro che la scienza, la quale sarà finalmente, essa stessa, base della vita e vita.&#8221;</p>
<p>P.S. Massimiliano Manganelli ha parlato per questo romanzo di &#8220;una lingua &#8216;ingenua&#8217;, vicina all&#8217;universo mentale e materiale del protagonista [che è un &#8220;diverso&#8221;, un contadino marchigiano ribelle e un po&#8217; folle], vincolata da tentazioni naturalistiche, anzi concepita in vista di un loro definitivo superamento&#8221;.</p>
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		<title>
		Di: temperanza		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[temperanza]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Mar 2006 09:13:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A dire il vero, quando io ho dichiarato la mia affinità al discorso di Sartori, molti post fa, per me era evidente che l&#039;attenzione sulla lingua era la base dell&#039;attenzione appunto a &quot;quel che se ne fa&quot;, o anche, se la si vuole chiamare così alla poetica, ma in ogni caso non a un discorso chiuso in una dimensione puramente formale.

Anche perché, ma qui parlo per me sola, occuparmi  delle soluzioni formali di uno scrittore che considero mediocre non mi dà molta soddisfazione, lo farei soltabnto profumatamente pagata. Mentre se dall&#039;analisi formale di un autore persino mediocre o minore, arrivo a indagare &quot;quel che ne fa&quot; o i suoi rapporti con &quot;quel che altri ne fanno&quot;, la cosa cambia e mi posso sorbire anche il romanzetto perché è una spia delle cose che a me interessano.

Non credo alla letteratura isolata dalla complessità del tempo. Credo che per indagare la complessità del tempo ci vogliano strumenti  adatti e affilati come bisturi, anche se poi il taglio non si vede a occhio nudo. Ma è compito del lettore attento vedere la cicatrice invisibile.

Il formalismo può dare soddisfazioni tecniche, ma sono soddisfazioni superficiali, almeno per me, perché è evidente che non voglio imporre il mio punto di vista a nessuno, e tanto meno alla discussione.

Per essere ancora più chiara, io sono affascinata dal lavoro di Contini, o  di padre Pozzi, ma anche nei momenti in apparenza più ardui ed eburnei;-) mai ho avuto l&#039;impressione che fossero fini a se stessi, che mi separassero dalla complessità di un autore. Al contrario, mi hanno insegnato a leggere un autore (persino a me, lettrice non specializzata) molto al di là del qui e ora, e soprattutto a vedere con grande lucidità i trucchetti mediocri o cheap.

Certo, mi hanno levato l&#039;ingenuità, e forse per questo, se già non ci sono, andranno all&#039;Inferno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A dire il vero, quando io ho dichiarato la mia affinità al discorso di Sartori, molti post fa, per me era evidente che l&#8217;attenzione sulla lingua era la base dell&#8217;attenzione appunto a &#8220;quel che se ne fa&#8221;, o anche, se la si vuole chiamare così alla poetica, ma in ogni caso non a un discorso chiuso in una dimensione puramente formale.</p>
<p>Anche perché, ma qui parlo per me sola, occuparmi  delle soluzioni formali di uno scrittore che considero mediocre non mi dà molta soddisfazione, lo farei soltabnto profumatamente pagata. Mentre se dall&#8217;analisi formale di un autore persino mediocre o minore, arrivo a indagare &#8220;quel che ne fa&#8221; o i suoi rapporti con &#8220;quel che altri ne fanno&#8221;, la cosa cambia e mi posso sorbire anche il romanzetto perché è una spia delle cose che a me interessano.</p>
<p>Non credo alla letteratura isolata dalla complessità del tempo. Credo che per indagare la complessità del tempo ci vogliano strumenti  adatti e affilati come bisturi, anche se poi il taglio non si vede a occhio nudo. Ma è compito del lettore attento vedere la cicatrice invisibile.</p>
<p>Il formalismo può dare soddisfazioni tecniche, ma sono soddisfazioni superficiali, almeno per me, perché è evidente che non voglio imporre il mio punto di vista a nessuno, e tanto meno alla discussione.</p>
<p>Per essere ancora più chiara, io sono affascinata dal lavoro di Contini, o  di padre Pozzi, ma anche nei momenti in apparenza più ardui ed eburnei;-) mai ho avuto l&#8217;impressione che fossero fini a se stessi, che mi separassero dalla complessità di un autore. Al contrario, mi hanno insegnato a leggere un autore (persino a me, lettrice non specializzata) molto al di là del qui e ora, e soprattutto a vedere con grande lucidità i trucchetti mediocri o cheap.</p>
<p>Certo, mi hanno levato l&#8217;ingenuità, e forse per questo, se già non ci sono, andranno all&#8217;Inferno.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Alessandro Canzian		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/14/leccare-la-lingua-altrui-come-quando-ci-si-bacia-2a-parte/#comment-25296</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Canzian]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Mar 2006 22:54:50 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/03/14/leccare-la-lingua-altrui-come-quando-ci-si-bacia-2a-parte/#comment-25296</guid>

					<description><![CDATA[A me sembrava che fin dall&#039;inizio fosse questa la questione, anche negli interventi che hanno avviato la querelle, e anche in modo piuttosto esplicito: la lingua perché, la lingua come, la lingua per dire cosa? Però, dal momento che si invocavano gli esempi concreti, le analisi specifiche e a fondo e le riflessioni degli scrittori, si è cercato di rimanere sul concreto, sugli esempi, su questo o quel libro, su questo o quello stile. Ecco l&#039;idea dei florilegi. Cosa che però, oggettivamente, non funziona come stimolo, perlomeno non a breve termine. Non funziona, perché se il libro preso in esame non è patrimonio comune di tutti i partecipanti alla discussione, quelle spese dall&#039;autore suonano come parole al vento. Forse una cosa del genere potrebbe funzionare in un forum monotematico, dedicato all&#039;opera di un singolo autore: io posto un collage di dichiarazioni dell&#039;autore Pinco Pallino (di cui tutti quanti i presenti sono lettori) sulla lingua usata nel suo ultimo romanzo e chiedo: dopo averlo letto, vi sembra che il risultato rispecchi l&#039;intenzione? Ecco che tutti risponderanno, perché si trovano su un terreno comune. Qui non è così. Con il contributo di Zangrando su Volponi, si è di fatto esteso il discorso, ma più sul piano del metodo che del merito: cioè ci si è messi a parlare delle poetiche senza però fare esempi specifici, su un piano più generale (ma anche più generico, secondo me), senza citare questo o quel libro, questa o quella soluzione. Zangrando lo ha scritto testualmente: &quot;niente sarebbe più facile che concentrare le lezioni sul linguaggio [di Volponi], ma non lo faccio, perché mi sembrerebbe di dare agli studenti una ricetta incompleta&quot;. Va bene, così diventa un classicissimo confronto tra dichiarazioni di poetica, che funziona sempre perché il piano è più astratto e meno vincolato alla conoscenza di questa o quell&#039;opera specifica. Però questa non è più la stessa discussione iniziata settimane fa. Di fatto, è un&#039;altra cosa. Forse, mentre si procede in questa, bisognerebbe anche riprendere i fili dell&#039;altra discussione, magari con un&#039;idea più stimolante di un cut-up di affermazioni che possono anche apparire masturbatorie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A me sembrava che fin dall&#8217;inizio fosse questa la questione, anche negli interventi che hanno avviato la querelle, e anche in modo piuttosto esplicito: la lingua perché, la lingua come, la lingua per dire cosa? Però, dal momento che si invocavano gli esempi concreti, le analisi specifiche e a fondo e le riflessioni degli scrittori, si è cercato di rimanere sul concreto, sugli esempi, su questo o quel libro, su questo o quello stile. Ecco l&#8217;idea dei florilegi. Cosa che però, oggettivamente, non funziona come stimolo, perlomeno non a breve termine. Non funziona, perché se il libro preso in esame non è patrimonio comune di tutti i partecipanti alla discussione, quelle spese dall&#8217;autore suonano come parole al vento. Forse una cosa del genere potrebbe funzionare in un forum monotematico, dedicato all&#8217;opera di un singolo autore: io posto un collage di dichiarazioni dell&#8217;autore Pinco Pallino (di cui tutti quanti i presenti sono lettori) sulla lingua usata nel suo ultimo romanzo e chiedo: dopo averlo letto, vi sembra che il risultato rispecchi l&#8217;intenzione? Ecco che tutti risponderanno, perché si trovano su un terreno comune. Qui non è così. Con il contributo di Zangrando su Volponi, si è di fatto esteso il discorso, ma più sul piano del metodo che del merito: cioè ci si è messi a parlare delle poetiche senza però fare esempi specifici, su un piano più generale (ma anche più generico, secondo me), senza citare questo o quel libro, questa o quella soluzione. Zangrando lo ha scritto testualmente: &#8220;niente sarebbe più facile che concentrare le lezioni sul linguaggio [di Volponi], ma non lo faccio, perché mi sembrerebbe di dare agli studenti una ricetta incompleta&#8221;. Va bene, così diventa un classicissimo confronto tra dichiarazioni di poetica, che funziona sempre perché il piano è più astratto e meno vincolato alla conoscenza di questa o quell&#8217;opera specifica. Però questa non è più la stessa discussione iniziata settimane fa. Di fatto, è un&#8217;altra cosa. Forse, mentre si procede in questa, bisognerebbe anche riprendere i fili dell&#8217;altra discussione, magari con un&#8217;idea più stimolante di un cut-up di affermazioni che possono anche apparire masturbatorie.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: temperanza		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/14/leccare-la-lingua-altrui-come-quando-ci-si-bacia-2a-parte/#comment-25287</link>

		<dc:creator><![CDATA[temperanza]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Mar 2006 20:09:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cerco di capire meglio, perché il discorso sulla lingua  a me interessa in modo particolare. Mi interessa per svariate ragioni, attraverso il cambiamento della lingua (che mette a fuoco non solo cambiamenti di superficie e in qualche modo caduchi, ma anche approcci più complessi al mondo che ci circonda e la nostra posizione in quel mondo e la nostra critica o valutazione di quel mondo)  passa non solo la singola ricerca di un autore, ma anche la nostra, di tutti noi, &quot;tenuta&quot;.
Credo che qui molti la pensino come me, o almeno lo spero.
Ma non mi interessa tanto se Tizio usa sempre il presente, o se Caio usa le emergenze dialettali o se Sempronio scardina la sintassi.
Mi interessa sapere cosa cercano di fare, con questi mezzi. 

A cosa mirano? A una sperimentazione un po&#039; fine a se stessa che li situi in una certa posizione rispetto all&#039;orizzonte letterario attuale e basta?
O questa loro ricerca ha un obiettivo più ampio e anche più serio, e perciò più cruciale, e cioè quello di trovare uno strumento che mostri davvero la contraddizione, o il punto critico o comunque il punto debole non solo della forma narrativa, ma del mondo che quella forma narrativa vuole svelare?

Se io sono spesso critica verso le forme del post-moderno di derivazione americana è perché spesso si tratta solo di imitazione, di deriva, lenta, comoda e acritica.
Non perché rifiuto la cultura o la letteratura americana, ma perché vivo qui, sono nata qui, parlo e abito qui, e vorrei che gli scrittori nella mia lingua fossero radicati qui, anche se questo comporta un naufragio, una marginalità,    l&#039;accettazione di non essere &quot;al centro&quot;.

E spesso in certe sperimentazioni vedo quest&#039;ansia, l&#039;ansia di essere ai confini dell&#039;impero, ai confini del senso, confini che fanno paura perché uno magari crede che in questo modo non toccherà mai quel centro vivo che uno scrittore vuole toccare.

Io credo che la vera iattura sia quest&#039;ansia, la ricerca di scorciatoie. 

Ma a parte quello che credo io, vorrei  conoscere, più che l&#039;armamentario, che cosa si vuol fare, con quell&#039;armamentario.

Certo, in questo modo il discorso si allarga a dismisura e diventa più arduo. Ma a che serve, altrimenti?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cerco di capire meglio, perché il discorso sulla lingua  a me interessa in modo particolare. Mi interessa per svariate ragioni, attraverso il cambiamento della lingua (che mette a fuoco non solo cambiamenti di superficie e in qualche modo caduchi, ma anche approcci più complessi al mondo che ci circonda e la nostra posizione in quel mondo e la nostra critica o valutazione di quel mondo)  passa non solo la singola ricerca di un autore, ma anche la nostra, di tutti noi, &#8220;tenuta&#8221;.<br />
Credo che qui molti la pensino come me, o almeno lo spero.<br />
Ma non mi interessa tanto se Tizio usa sempre il presente, o se Caio usa le emergenze dialettali o se Sempronio scardina la sintassi.<br />
Mi interessa sapere cosa cercano di fare, con questi mezzi. </p>
<p>A cosa mirano? A una sperimentazione un po&#8217; fine a se stessa che li situi in una certa posizione rispetto all&#8217;orizzonte letterario attuale e basta?<br />
O questa loro ricerca ha un obiettivo più ampio e anche più serio, e perciò più cruciale, e cioè quello di trovare uno strumento che mostri davvero la contraddizione, o il punto critico o comunque il punto debole non solo della forma narrativa, ma del mondo che quella forma narrativa vuole svelare?</p>
<p>Se io sono spesso critica verso le forme del post-moderno di derivazione americana è perché spesso si tratta solo di imitazione, di deriva, lenta, comoda e acritica.<br />
Non perché rifiuto la cultura o la letteratura americana, ma perché vivo qui, sono nata qui, parlo e abito qui, e vorrei che gli scrittori nella mia lingua fossero radicati qui, anche se questo comporta un naufragio, una marginalità,    l&#8217;accettazione di non essere &#8220;al centro&#8221;.</p>
<p>E spesso in certe sperimentazioni vedo quest&#8217;ansia, l&#8217;ansia di essere ai confini dell&#8217;impero, ai confini del senso, confini che fanno paura perché uno magari crede che in questo modo non toccherà mai quel centro vivo che uno scrittore vuole toccare.</p>
<p>Io credo che la vera iattura sia quest&#8217;ansia, la ricerca di scorciatoie. </p>
<p>Ma a parte quello che credo io, vorrei  conoscere, più che l&#8217;armamentario, che cosa si vuol fare, con quell&#8217;armamentario.</p>
<p>Certo, in questo modo il discorso si allarga a dismisura e diventa più arduo. Ma a che serve, altrimenti?</p>
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		<title>
		Di: Alessandro Canzian		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/14/leccare-la-lingua-altrui-come-quando-ci-si-bacia-2a-parte/#comment-25245</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Canzian]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Mar 2006 13:32:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il frammento di Volponi allarga la prospettiva, e a questo punto va accettato quel piano, anche se è di &quot;presa&quot; più difficile. Il paragone coi &quot;florilegi&quot; è improprio: quei montaggi erano &quot;tarati&quot; su un aspetto più specifico dello scrivere (non proprio &quot;glottocentrico&quot;, ma sicuramente glotto-orientato), e mille altre citazioni sarebbero state possibili: sul rapporto tra società e narrazione, tra romanzo e vita, tra lingua e memoria, tra racconto e non-detto. Non credo che gli scrittori italiani delle ultime generazioni si siano risparmiati o siano stati elusivi nel riflettere sulla natura, sulle origini, sullle poetiche e sui risultati del loro scrivere, solo che è ancora tutto troppo &quot;qui&quot;, troppo presente: mancano il distacco e la prospettiva che permettono di verificare in modo lucido (e immediato, e senza equivoci) la consonanza tra quel che Volponi dichiarava e quello che i suoi libri ci hanno detto. Con libri scritti da poco e il cui impatto prosegue nel momento stesso in cui ci riflettiamo sopra, è una cosa più sfuggente, per questo il compito è così arduo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il frammento di Volponi allarga la prospettiva, e a questo punto va accettato quel piano, anche se è di &#8220;presa&#8221; più difficile. Il paragone coi &#8220;florilegi&#8221; è improprio: quei montaggi erano &#8220;tarati&#8221; su un aspetto più specifico dello scrivere (non proprio &#8220;glottocentrico&#8221;, ma sicuramente glotto-orientato), e mille altre citazioni sarebbero state possibili: sul rapporto tra società e narrazione, tra romanzo e vita, tra lingua e memoria, tra racconto e non-detto. Non credo che gli scrittori italiani delle ultime generazioni si siano risparmiati o siano stati elusivi nel riflettere sulla natura, sulle origini, sullle poetiche e sui risultati del loro scrivere, solo che è ancora tutto troppo &#8220;qui&#8221;, troppo presente: mancano il distacco e la prospettiva che permettono di verificare in modo lucido (e immediato, e senza equivoci) la consonanza tra quel che Volponi dichiarava e quello che i suoi libri ci hanno detto. Con libri scritti da poco e il cui impatto prosegue nel momento stesso in cui ci riflettiamo sopra, è una cosa più sfuggente, per questo il compito è così arduo.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: andrea raos		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/14/leccare-la-lingua-altrui-come-quando-ci-si-bacia-2a-parte/#comment-25242</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Mar 2006 13:11:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Stefano,
già che siamo qui ti rispondo in pubblico anziché in privato: il tuo saggio è bello, ma - in effetti - forse troppo lungo per NI; se me ne fai una versione breve te lo pubblico con piacere. 
Ciao,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Stefano,<br />
già che siamo qui ti rispondo in pubblico anziché in privato: il tuo saggio è bello, ma &#8211; in effetti &#8211; forse troppo lungo per NI; se me ne fai una versione breve te lo pubblico con piacere.<br />
Ciao,</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: stefano zangrando		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/14/leccare-la-lingua-altrui-come-quando-ci-si-bacia-2a-parte/#comment-25210</link>

		<dc:creator><![CDATA[stefano zangrando]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Mar 2006 09:32:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono d&#039;accordo con te, Temp, e anch&#039;io sento di avere ancora almeno cinque o sei dita dei piedi nel Novecento.

Volponi è meno conosciuto e letto, ancora oggi, anche proprio per come ha declinato la difficoltà di cui parla nel brano citato. Ma, benché non sia certo Proust, tra gli italiani rimane per me un paradigma vitale: ogni volta che torno a dialogare con i suoi testi la mia crapa cambia davvero certi modi del pensiero, si apre ad altre logiche e possibilità espressive e semantiche, insomma non è più quella di prima. Mi è accaduto con pochi altri, finora.

Adesso devo salutarvi, ma magari quando torno vi porto un estratto da un suo romanzo. Buon proseguimento.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono d&#8217;accordo con te, Temp, e anch&#8217;io sento di avere ancora almeno cinque o sei dita dei piedi nel Novecento.</p>
<p>Volponi è meno conosciuto e letto, ancora oggi, anche proprio per come ha declinato la difficoltà di cui parla nel brano citato. Ma, benché non sia certo Proust, tra gli italiani rimane per me un paradigma vitale: ogni volta che torno a dialogare con i suoi testi la mia crapa cambia davvero certi modi del pensiero, si apre ad altre logiche e possibilità espressive e semantiche, insomma non è più quella di prima. Mi è accaduto con pochi altri, finora.</p>
<p>Adesso devo salutarvi, ma magari quando torno vi porto un estratto da un suo romanzo. Buon proseguimento.</p>
]]></content:encoded>
		
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