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	Commenti a: A Gamba Tesa/ Andrea Di Consoli	</title>
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		<title>
		Di: andrea di consoli		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea di consoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Apr 2006 10:10:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie per quello che dite. Se vi va, potete scrivermi. Mi fa piacere conoscervi. Saluti. Andrea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per quello che dite. Se vi va, potete scrivermi. Mi fa piacere conoscervi. Saluti. Andrea</p>
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		Di: p.p.p.		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[p.p.p.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Apr 2006 20:57:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di Consoli, bando alle amarezze e alle ciance variamente assortite: il tuo pezzo è molto bello, ben scritto, un invito alla riflessione seria, motivato e profondo. Sono i retropensieri fintamente argomentati a stimolare bisogni fisiologici, non certo il tuo scritto. Grazie anche per il gran bel libro che mi hai dato modo di leggere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Consoli, bando alle amarezze e alle ciance variamente assortite: il tuo pezzo è molto bello, ben scritto, un invito alla riflessione seria, motivato e profondo. Sono i retropensieri fintamente argomentati a stimolare bisogni fisiologici, non certo il tuo scritto. Grazie anche per il gran bel libro che mi hai dato modo di leggere.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: A. P.Massara		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[A. P.Massara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Apr 2006 13:40:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Andrea Di Consoli...le volevo solo dire che &quot;Shakespeare&quot; è uno dei racconti più forti che abbia mai letto. Per dirla con un espressione di Hemingway, è &quot;la punta di un iceberg&quot;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea Di Consoli&#8230;le volevo solo dire che &#8220;Shakespeare&#8221; è uno dei racconti più forti che abbia mai letto. Per dirla con un espressione di Hemingway, è &#8220;la punta di un iceberg&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: db		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[db]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Apr 2006 07:27:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@Di Consoli

Mi ricordo che il nostro discorso fu interrotto da una sirenache correva lontana chissà dove. Io ebbi paura, come semprequando sento questo suono penso a qualcosa di grave e non mi rendevo conto che per me, per te, Arminio e Forlani non poteva accadere nulla di più grave del nostro lasciarci allora come ora. La maestranza sai è come il vento, che fa dimenticare chi non s&#039;ama…

db]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@Di Consoli</p>
<p>Mi ricordo che il nostro discorso fu interrotto da una sirenache correva lontana chissà dove. Io ebbi paura, come semprequando sento questo suono penso a qualcosa di grave e non mi rendevo conto che per me, per te, Arminio e Forlani non poteva accadere nulla di più grave del nostro lasciarci allora come ora. La maestranza sai è come il vento, che fa dimenticare chi non s&#8217;ama…</p>
<p>db</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: db		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/a-gamba-tesa-andrea-di-consoli/#comment-26157</link>

		<dc:creator><![CDATA[db]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Apr 2006 15:08:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[il pezzo di effeeffe è in piena sintonia col post, il quale già di suo si spiegava benissimo. interessante come sia stato recepito da alcuni. hegel diceva che a differenza dall&#039;antica grecia, ora i discepoli non sono vergini-vuoti, ma pieni di pregiudizi. dA QUESTO PUNTO DI VISTA, IL VERO MAEStRO SAREBBE NON CHI AGGIUNGE-VERSA SAPERE (TEORICO O tecnico che sia), ma chi toglie (i pregiudizi appunto), e lascia un vuoto che è anche la fine del maestro. a ciò l&#039;ubarchia affianca la possibilità di una maestranza reciproca (ma mai in contemporanea)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>il pezzo di effeeffe è in piena sintonia col post, il quale già di suo si spiegava benissimo. interessante come sia stato recepito da alcuni. hegel diceva che a differenza dall&#8217;antica grecia, ora i discepoli non sono vergini-vuoti, ma pieni di pregiudizi. dA QUESTO PUNTO DI VISTA, IL VERO MAEStRO SAREBBE NON CHI AGGIUNGE-VERSA SAPERE (TEORICO O tecnico che sia), ma chi toglie (i pregiudizi appunto), e lascia un vuoto che è anche la fine del maestro. a ciò l&#8217;ubarchia affianca la possibilità di una maestranza reciproca (ma mai in contemporanea)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: arminio		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/a-gamba-tesa-andrea-di-consoli/#comment-26142</link>

		<dc:creator><![CDATA[arminio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Apr 2006 10:59:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[caro francesco,
bel pezzo. ovviamente apre tante questioni piuttosto che chiuderle.
qui ti devo anche confessare che io la rivista sud non l&#039;ho mai vista e mi piacerebbbe entrarci in contatto in qualche modo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>caro francesco,<br />
bel pezzo. ovviamente apre tante questioni piuttosto che chiuderle.<br />
qui ti devo anche confessare che io la rivista sud non l&#8217;ho mai vista e mi piacerebbbe entrarci in contatto in qualche modo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: francesco forlani		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/a-gamba-tesa-andrea-di-consoli/#comment-26134</link>

		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Apr 2006 08:54:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Carissimo Arminio, questo era l&#039;editoriale firmato collettivamente per quel numero di Sud dedicato ai maestri. Ci sono degli spunti che secondo me restano interessanti anche grazie ai contributi di scrittori come Andrea


Tutte le riviste hanno numeri da mostrare a lettori, si spera, impazienti. C’è il numero del mago o della donna barbuta, c’è quello dei domatori e c’è quello del funambolo. Che in punta di piedi attraversa il baratro, e perdendo l’equilibrio, giunge all’altro capo della corda tesa. La gente, quasi inconsciamente, vorrebbe vederlo cadere, ma se riesce nel guado è proprio per onorare il pubblico. 
Il numero due (tre, con lo zero) di “Sud” è dedicato ai maestri. Perché la condizione esistenziale dominante dei nostri tempi si ritrova forse nel sentirsi orfani. A tratti sembra di vivere in un enorme brefotrofio. Di maestri in giro non se ne vedono: quelli che ci sono non stanno troppo bene (per parafrasare Groucho) o se ne sono andati via già da un bel pezzo. All’idea della morte di Dio è seguita, debitamente, la percezione della morte del maestro. L’abdicazione alla responsabilità, il rifiuto dello stesso concetto di influenza percepito come minaccia allo sviluppo della personalità – ma gli allievi della Scuola di Barbiana si vantavano di essere ‘influenzati’ dall’educatore – hanno mostrato la deriva di una società priva di maestri, producendo una generazione orfana di figli, costretta a chiudere le scuole per mancanza d’iscritti.   
In questi nostri tempi, statura morale (non meno di disciplina interiore, del resto), con quanto ne deriva, non è espressione politically correct. Eppure, nonostante tutto, in modi spesso poco appariscenti o simbolici, sembra proprio che ancora in molti si sentano orfani e vivano alla perenne ricerca di un punto di riferimento. E di ciò non si può fare una colpa a nessuno.
Va altresì detto che nell’era dell’evanescenza di questa figura, molto del maestro sopravvive nel mastro. Dal punto di vista linguistico, Mastro è già qualcosa in meno di Maestro: sparisce una vocale, aumenta il peso dei ruvidi suoni consonantici, si torna verso quelle che, nelle lingue semitiche, sarebbero le ‘radici’ del termine. Per sottrazione, la figura del mastro custodisce ed esalta le qualità essenziali della relazione pedagogica, non ancora inquinate dagli orpelli dello status e dalla cristallizzazione di un ceto di ‘maestri’. E sarà il tempo a decidere se i mastri daranno vita alle maestranze, risorse attive nel progresso sociale, o a mostri destinati alla solitudine del vaniloquio.
Il mastro è colui che si fa portatore di un sapere essenzialmente pratico da trasmettere per apprendistato, a volte per iniziazione: il «miglior fabbro» di dantesca memoria o la più dimessa figura di Geppetto, che si appassiona alla materia manipolata fino a riconoscerne l’autonomia e il diritto alla vita. Non la gamba di un tavolo, ma un burattino da amare come un figlio. Ancora loro…
Il sapere del mastro comporta una trasmissione in verticale che si costituisce in quanto tecnica, maestria, mestiere. Ma è solo il possesso e l’esercizio del mestiere che autorizza la sua trasmissione, non l’aristocrazia del ruolo o la gelosa salvaguardia dei suoi emblemi. È la trasmissione delle competenze, prendere il tempo di spiegare senza spazientirsi: è precisione, lavoro fatto ad arte.   
Nella bottega dell’artigiano, foss’anche Michelangelo (che tuttavia amava definirsi un semplice ‘dipintore’), la gerarchia tra mastro e apprendista si dissolve di fronte al compito da eseguire che riconosce un solo valore: quello dell’abilità, del tocco, della maestria che a volte può rivelarsi anche nel colpo di martello fortunato o geniale del garzone.
Il lato positivo è la cura, la passione del mestiere, che si travasa nell’oggetto d’artigianato e che rende proficua la comunicazione tra il mastro e l’iniziato, in quanto colui che impara per imitazione porterà all’oggetto uguale o – auspicabilmente – superiore intensità qualitativa. Insomma, il mastro e l’apprendista entrano in comunicazione in quanto individui complessi attraverso l’oggetto che entrambi contribuiscono a forgiare. L’eredità che l’apprendista ha in dono è in questo senso ineguagliabile: l’autorevolezza del mastro elude ogni pericolo di integralismo dell’autorità. Come dice Muñoz nel suo racconto, è l’autorevolezza del maestro, e non la sua autorità, che fa la differenza. Il pericolo è quello di dimenticare che l’educazione non si svolge solo al livello cognitivo, ma prevede anche (sempre) il coinvolgimento delle sfere emotive e affettive dei due partecipanti alla dialettica educativa.  Il rischio che questa struttura di potere implica va ricondotto, in definitiva, al medesimo, più generale, che lo sviluppo ipertrofico della tecnica ha comportato per la cultura occidentale: nel fare vengono sublimate le correnti di potere che scorrono tra il soggetto portatore di sapere e l’iniziato, ma la sublimazione resta pur sempre un meccanismo di difesa.
Il nostro modo di vedere il lavoro di rivista prova nel concreto a farsi laboratorio di un modo diverso di vivere la vacanza del ‘soggetto supposto sapere’. All’incirca, potremmo invocare la pur asettica espressione di ‘magistero orizzontale’: ciascuno si pone all’ascolto dell’altro con la medesima dedizione che si porta a un maestro, con lo stesso senso critico che si richiede al proprio discepolo per non abusare del potere che si incarna. Ecco: vorremmo che il secondo numero di “Sud” si interrogasse su questo mistero: è questa un’epoca di fine dei maestri? Se sì, è vero che questa assenza si tramuta in una cattiva rimozione (il mostruoso dei buoni maestri) che nasconde, in definitiva, la frustrazione del desiderio? Ci chiediamo se sia possibile, dunque, correggere le aspettative e cercare un maestro secolare nel compagno di strada, con cui costruire un rapporto continuamente sottoposto a verifica ma finalmente libero, paritario. Come faremmo con uno di noi, insomma.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Carissimo Arminio, questo era l&#8217;editoriale firmato collettivamente per quel numero di Sud dedicato ai maestri. Ci sono degli spunti che secondo me restano interessanti anche grazie ai contributi di scrittori come Andrea</p>
<p>Tutte le riviste hanno numeri da mostrare a lettori, si spera, impazienti. C’è il numero del mago o della donna barbuta, c’è quello dei domatori e c’è quello del funambolo. Che in punta di piedi attraversa il baratro, e perdendo l’equilibrio, giunge all’altro capo della corda tesa. La gente, quasi inconsciamente, vorrebbe vederlo cadere, ma se riesce nel guado è proprio per onorare il pubblico.<br />
Il numero due (tre, con lo zero) di “Sud” è dedicato ai maestri. Perché la condizione esistenziale dominante dei nostri tempi si ritrova forse nel sentirsi orfani. A tratti sembra di vivere in un enorme brefotrofio. Di maestri in giro non se ne vedono: quelli che ci sono non stanno troppo bene (per parafrasare Groucho) o se ne sono andati via già da un bel pezzo. All’idea della morte di Dio è seguita, debitamente, la percezione della morte del maestro. L’abdicazione alla responsabilità, il rifiuto dello stesso concetto di influenza percepito come minaccia allo sviluppo della personalità – ma gli allievi della Scuola di Barbiana si vantavano di essere ‘influenzati’ dall’educatore – hanno mostrato la deriva di una società priva di maestri, producendo una generazione orfana di figli, costretta a chiudere le scuole per mancanza d’iscritti.<br />
In questi nostri tempi, statura morale (non meno di disciplina interiore, del resto), con quanto ne deriva, non è espressione politically correct. Eppure, nonostante tutto, in modi spesso poco appariscenti o simbolici, sembra proprio che ancora in molti si sentano orfani e vivano alla perenne ricerca di un punto di riferimento. E di ciò non si può fare una colpa a nessuno.<br />
Va altresì detto che nell’era dell’evanescenza di questa figura, molto del maestro sopravvive nel mastro. Dal punto di vista linguistico, Mastro è già qualcosa in meno di Maestro: sparisce una vocale, aumenta il peso dei ruvidi suoni consonantici, si torna verso quelle che, nelle lingue semitiche, sarebbero le ‘radici’ del termine. Per sottrazione, la figura del mastro custodisce ed esalta le qualità essenziali della relazione pedagogica, non ancora inquinate dagli orpelli dello status e dalla cristallizzazione di un ceto di ‘maestri’. E sarà il tempo a decidere se i mastri daranno vita alle maestranze, risorse attive nel progresso sociale, o a mostri destinati alla solitudine del vaniloquio.<br />
Il mastro è colui che si fa portatore di un sapere essenzialmente pratico da trasmettere per apprendistato, a volte per iniziazione: il «miglior fabbro» di dantesca memoria o la più dimessa figura di Geppetto, che si appassiona alla materia manipolata fino a riconoscerne l’autonomia e il diritto alla vita. Non la gamba di un tavolo, ma un burattino da amare come un figlio. Ancora loro…<br />
Il sapere del mastro comporta una trasmissione in verticale che si costituisce in quanto tecnica, maestria, mestiere. Ma è solo il possesso e l’esercizio del mestiere che autorizza la sua trasmissione, non l’aristocrazia del ruolo o la gelosa salvaguardia dei suoi emblemi. È la trasmissione delle competenze, prendere il tempo di spiegare senza spazientirsi: è precisione, lavoro fatto ad arte.<br />
Nella bottega dell’artigiano, foss’anche Michelangelo (che tuttavia amava definirsi un semplice ‘dipintore’), la gerarchia tra mastro e apprendista si dissolve di fronte al compito da eseguire che riconosce un solo valore: quello dell’abilità, del tocco, della maestria che a volte può rivelarsi anche nel colpo di martello fortunato o geniale del garzone.<br />
Il lato positivo è la cura, la passione del mestiere, che si travasa nell’oggetto d’artigianato e che rende proficua la comunicazione tra il mastro e l’iniziato, in quanto colui che impara per imitazione porterà all’oggetto uguale o – auspicabilmente – superiore intensità qualitativa. Insomma, il mastro e l’apprendista entrano in comunicazione in quanto individui complessi attraverso l’oggetto che entrambi contribuiscono a forgiare. L’eredità che l’apprendista ha in dono è in questo senso ineguagliabile: l’autorevolezza del mastro elude ogni pericolo di integralismo dell’autorità. Come dice Muñoz nel suo racconto, è l’autorevolezza del maestro, e non la sua autorità, che fa la differenza. Il pericolo è quello di dimenticare che l’educazione non si svolge solo al livello cognitivo, ma prevede anche (sempre) il coinvolgimento delle sfere emotive e affettive dei due partecipanti alla dialettica educativa.  Il rischio che questa struttura di potere implica va ricondotto, in definitiva, al medesimo, più generale, che lo sviluppo ipertrofico della tecnica ha comportato per la cultura occidentale: nel fare vengono sublimate le correnti di potere che scorrono tra il soggetto portatore di sapere e l’iniziato, ma la sublimazione resta pur sempre un meccanismo di difesa.<br />
Il nostro modo di vedere il lavoro di rivista prova nel concreto a farsi laboratorio di un modo diverso di vivere la vacanza del ‘soggetto supposto sapere’. All’incirca, potremmo invocare la pur asettica espressione di ‘magistero orizzontale’: ciascuno si pone all’ascolto dell’altro con la medesima dedizione che si porta a un maestro, con lo stesso senso critico che si richiede al proprio discepolo per non abusare del potere che si incarna. Ecco: vorremmo che il secondo numero di “Sud” si interrogasse su questo mistero: è questa un’epoca di fine dei maestri? Se sì, è vero che questa assenza si tramuta in una cattiva rimozione (il mostruoso dei buoni maestri) che nasconde, in definitiva, la frustrazione del desiderio? Ci chiediamo se sia possibile, dunque, correggere le aspettative e cercare un maestro secolare nel compagno di strada, con cui costruire un rapporto continuamente sottoposto a verifica ma finalmente libero, paritario. Come faremmo con uno di noi, insomma.</p>
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		<title>
		Di: arminio		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/a-gamba-tesa-andrea-di-consoli/#comment-26131</link>

		<dc:creator><![CDATA[arminio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Apr 2006 08:12:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[caro andrea, caro francesco,
direi che il tema merita di essere approfondito. forse è la parola &quot;maestro&quot; che crea equivoci. mi pare che in questi tempi di autismo di massa ognuno è un pò il maestro e l&#039;allievo di se stesso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>caro andrea, caro francesco,<br />
direi che il tema merita di essere approfondito. forse è la parola &#8220;maestro&#8221; che crea equivoci. mi pare che in questi tempi di autismo di massa ognuno è un pò il maestro e l&#8217;allievo di se stesso.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: Giorgio Cini		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/a-gamba-tesa-andrea-di-consoli/#comment-26121</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Cini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2006 19:14:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E adesso anche la litania dell&#039;&quot;attacco&quot;, della persecuzione &quot;feroce&quot; e dell&#039;&quot;odio&quot;... quando è chiaro a tutti che qui si son mosse solo delle critiche a una posizione intellettuale anodina e inutilemnte provocatoria, senza ottenere alcuna risposta in cambio. Ma non mi scandalizzo, era tutto prevedibilissimo: Berlusconi, con i suoi piagnistei, ha davvero fatto più scuola di quello che pensiamo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E adesso anche la litania dell'&#8221;attacco&#8221;, della persecuzione &#8220;feroce&#8221; e dell'&#8221;odio&#8221;&#8230; quando è chiaro a tutti che qui si son mosse solo delle critiche a una posizione intellettuale anodina e inutilemnte provocatoria, senza ottenere alcuna risposta in cambio. Ma non mi scandalizzo, era tutto prevedibilissimo: Berlusconi, con i suoi piagnistei, ha davvero fatto più scuola di quello che pensiamo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea di consoli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/a-gamba-tesa-andrea-di-consoli/#comment-26118</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea di consoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2006 18:17:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Franco (e, di rimando, cari Tashtego e Francesco),
ti scriverò presto, anche perché questi attacchi così colmi di odio, così feroci, non m&#039;interessano. Per come sono abituato io a discutere, mi sembrano attacchi allucinanti, risentiti. Caro Franco, a un certo punto ci mettono insieme in un&#039;accoppiata (noi che neanche ci conosciamo di persona!). sappi solo che sono appena tornato dal lago Sirino, quindi puoi capire con che stato d&#039;animo legga questi attacchi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Franco (e, di rimando, cari Tashtego e Francesco),<br />
ti scriverò presto, anche perché questi attacchi così colmi di odio, così feroci, non m&#8217;interessano. Per come sono abituato io a discutere, mi sembrano attacchi allucinanti, risentiti. Caro Franco, a un certo punto ci mettono insieme in un&#8217;accoppiata (noi che neanche ci conosciamo di persona!). sappi solo che sono appena tornato dal lago Sirino, quindi puoi capire con che stato d&#8217;animo legga questi attacchi.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
	</channel>
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