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	Commenti a: Gli anni di piombo, Berlusconi, la lingua	</title>
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		Di: r.r.		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[r.r.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Apr 2006 08:11:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[leggo e fedelmente riporto (nel tono tutto di sintesi, ma utile, e SISTEMATICO, e implacabile per gli addentellati con l&#039;oggi.... - per chi li voglia vedere):

&quot;accanto a questa ipotesi disseminata e aproblematica di testualità [il rilancio dell&#039;io, dalla &#039;parola innamorata&#039; in poi...], coinvolgente poeti, filosofi e critici (divenuti a loro volta mezzo poeti e mezzo filosofi in un clima che esclude a priori la CRITICA [ieri come oggi, mi pare, tendenzialmente...], vive e prospera il parallelo rapporto con il mercato editoriale, nel quale sono coinvolti soprattutto i narratori (con l&#039;esclusione di quelli sperimentali, ridotti alla condizione iniziatica - per addetti ai lavori - dei poeti) [ieri come oggi, mutatis mutandis: cfr i &#039;letterati&#039; alla wu ming, eccetera, nei RISCHI del loro sperimentalismo iniziatico e sostanzialmente rifondativo del &#039;ruolo&#039; dello scrittore...]. Per questi può valere la pena di tentare la strada del bestseller dosando gli ingredienti opportuni, compresi quelli, indispensabili, extraletterari (da guadagnarsi con i giornali o meglio con la TV) [e con il web, oggi...]. Il romanzo intellettualmente impegnativo - al passo con il clima culturale (....) e leggibile (...) o quello tradizionale  e&#039;ben fatto&#039; (...) o quello minimalista con presunzione microfilosofica. (...) Sulla beata innocenza della STRAGRANDE produzione narrativa, ai suoi buoni livelli di decoro [di genere, o, all&#039;opposto, ma specularmente, di ultrasperimentazione formale], si riflette intera l&#039;ombra della passività (culturale e FORMALE)&quot; - P. Cataldi, Le idee della letteratura,&#039;94.

trattasi di uno spaccato della situazione letteraria (narrativa, poetica e della critica: e quindi della dimensione LINGUISTICA tout court ), della nostra cultura tra fine anni &#039;70 e &#039;80. se non si parte da questa (rigorosa) descrizione della realtà letteraria (dagli anni &#039;70, appunto), da questo severo approccio nell&#039;affrontare il nostro passato letterario fino ad oggi (la sua PASSIVITà), è difficile, sinceramente, proseguire. mi sembra che si abbia qualche difficoltà ad affrontare per primo questo snodo. propedeutico agli elenchi di chi c&#039;era e di chi c&#039;è, a riflessioni sul piano linguistico degli eventi letterari...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>leggo e fedelmente riporto (nel tono tutto di sintesi, ma utile, e SISTEMATICO, e implacabile per gli addentellati con l&#8217;oggi&#8230;. &#8211; per chi li voglia vedere):</p>
<p>&#8220;accanto a questa ipotesi disseminata e aproblematica di testualità [il rilancio dell&#8217;io, dalla &#8216;parola innamorata&#8217; in poi&#8230;], coinvolgente poeti, filosofi e critici (divenuti a loro volta mezzo poeti e mezzo filosofi in un clima che esclude a priori la CRITICA [ieri come oggi, mi pare, tendenzialmente&#8230;], vive e prospera il parallelo rapporto con il mercato editoriale, nel quale sono coinvolti soprattutto i narratori (con l&#8217;esclusione di quelli sperimentali, ridotti alla condizione iniziatica &#8211; per addetti ai lavori &#8211; dei poeti) [ieri come oggi, mutatis mutandis: cfr i &#8216;letterati&#8217; alla wu ming, eccetera, nei RISCHI del loro sperimentalismo iniziatico e sostanzialmente rifondativo del &#8216;ruolo&#8217; dello scrittore&#8230;]. Per questi può valere la pena di tentare la strada del bestseller dosando gli ingredienti opportuni, compresi quelli, indispensabili, extraletterari (da guadagnarsi con i giornali o meglio con la TV) [e con il web, oggi&#8230;]. Il romanzo intellettualmente impegnativo &#8211; al passo con il clima culturale (&#8230;.) e leggibile (&#8230;) o quello tradizionale  e&#8217;ben fatto&#8217; (&#8230;) o quello minimalista con presunzione microfilosofica. (&#8230;) Sulla beata innocenza della STRAGRANDE produzione narrativa, ai suoi buoni livelli di decoro [di genere, o, all&#8217;opposto, ma specularmente, di ultrasperimentazione formale], si riflette intera l&#8217;ombra della passività (culturale e FORMALE)&#8221; &#8211; P. Cataldi, Le idee della letteratura,&#8217;94.</p>
<p>trattasi di uno spaccato della situazione letteraria (narrativa, poetica e della critica: e quindi della dimensione LINGUISTICA tout court ), della nostra cultura tra fine anni &#8217;70 e &#8217;80. se non si parte da questa (rigorosa) descrizione della realtà letteraria (dagli anni &#8217;70, appunto), da questo severo approccio nell&#8217;affrontare il nostro passato letterario fino ad oggi (la sua PASSIVITà), è difficile, sinceramente, proseguire. mi sembra che si abbia qualche difficoltà ad affrontare per primo questo snodo. propedeutico agli elenchi di chi c&#8217;era e di chi c&#8217;è, a riflessioni sul piano linguistico degli eventi letterari&#8230;</p>
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		<title>
		Di: Alessandro Canzian		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26122</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Canzian]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2006 20:36:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Soverchiato dagli spunti, mi ritiro ufficialmente a rimuginare :-)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Soverchiato dagli spunti, mi ritiro ufficialmente a rimuginare :-)</p>
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		<title>
		Di: Giacomo S.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26115</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giacomo S.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2006 11:29:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[naturalmente &quot;il Fuggitivo&quot;, di Carlotto, sta in realtà per &quot;il Fuggiasco&quot; (proustiano lapsus serale)!;

@Baldrati, che mi chiede di chiarire il punto 10) delle mie precisazioni:
come dire, a un critico si chiede che, prima di parlare, abbia letto TUTTI i testi che hanno a che fare con il tema di cui si parla, visto che è il suo mestiere, e visto che è il suo metodo deve essere rigoroso; con gli scrittori invece si può invece benissimo, secondo me, tollerare anche qualche buco, perchè il loro approccio è diverso, più pragmatico (centrato sulla propria scrittura, appunto) e spesso più labirintico, più &quot;intuitivo&quot;;
gs]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>naturalmente &#8220;il Fuggitivo&#8221;, di Carlotto, sta in realtà per &#8220;il Fuggiasco&#8221; (proustiano lapsus serale)!;</p>
<p>@Baldrati, che mi chiede di chiarire il punto 10) delle mie precisazioni:<br />
come dire, a un critico si chiede che, prima di parlare, abbia letto TUTTI i testi che hanno a che fare con il tema di cui si parla, visto che è il suo mestiere, e visto che è il suo metodo deve essere rigoroso; con gli scrittori invece si può invece benissimo, secondo me, tollerare anche qualche buco, perchè il loro approccio è diverso, più pragmatico (centrato sulla propria scrittura, appunto) e spesso più labirintico, più &#8220;intuitivo&#8221;;<br />
gs</p>
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		<title>
		Di: Giacomo S.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26108</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giacomo S.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2006 00:00:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ alessandro c.: 
in realtà capisco benissimo le tue perplessità, e per certi versi le condivido. Ogni raggruppamento di autori, ogni ipotesi cronologica o di altro tipo, ogni tentativo di esplicitare delle dinamiche generali, è in realtà - tanto più trattandosi di &quot;materiali&quot; così vicini a noi - una mostruosa e per certi versi inammissibile forzatura. Andando a vedere da vicino i casi particolari, i singoli testi, si scopre che le cose sono molto meno semplici di quello che si ipotizzava, che, come dici tu, le &quot;eccezioni possono essere più numerose della regola&quot;. Senza contare che, trattandosi di narrativa, i &quot;singoli testi&quot; sono poi al fondo, e anche qui siamo d&#039;accordo, la sola cosa che conta. E quindi andrebbero analizzati con calma e approfonditamente uno per uno.
Resta il fatto che, con tutti i limiti, le ipotesi, se non altro come strumento (provvisorio) di lavoro, possono essere utili. Sarà che io, che ho una formazione scientifica, lavoro in un campo dove per l&#039;appunto le tassonomie e i modelli, pur essendo naturalmente utilizzati - perchè non se ne può fare a meno - sostanzialmente non funzionano, in quanto per l&#039;appunto le eccezioni sono sempre più numerose dei casi che &quot;rientrano&quot; nelle regole. E quindi sono abituato a non dare poi eccessivo peso ai modelli stessi, a considerarli dei semplici strumenti, in continuo divenire.

Nel caso presente la mia ipotesi si poteva riassumere così: per più di 25 anni pochissimi testi narrativi (tu continui a non essere d&#039;accordo, ma i nomi che sono saltati fuori a me sembrano pur sempre pochi) hanno avuto come tema centrale gli anni del terrorismo, e questo può essere ritenuto sintomatico di qualcosa, nella fattispecie una difficoltà a affrontate certi temi/registri, che dipende forse da una incapacità a prendere le distanze, a trovare in altre parola una lingua che consenta di tenere questa distanza, cosa che la lingua comune non consente di fare. Da questa ipotesi certo grezza, è venuta fuori una discussione che a me non sembra affatto disprezzabile. E&#039; saltata fuori in particolare la persona (cosa non da poco!) che ha dedicato del tempo ai non pochi scrittori che dal 2003 hanno parlato di terrorismo. La quale ha confermato che anche in questi testi osserva una tendenza a &quot;sfuggire&quot; dal registro tragico. Io in questo vedo una conferma della mia ipotesi. Perchè appunto ritengo che uno dei registri dove la lingua &quot;comune&quot; italiana attuale si rivela tendenzialmente inadeguata è per l&#039;appunto quello grave/tragico (senza sconfinare nel &quot;tragicismo&quot; verista e neorealista e/o nel melodramma, dove invece - anche proprio per il peso della tradizione - la lingua ritrova la propria baldanza, e non pochi, anche negli scrittori di adesso, adepti).  

La mia ipotesi, per restare a quella, non implica necessariamente che (approfitto per rispondere a francesco f., che mi chiedeva: ma tu allora che lingua che useresti?) per parlare di quegli anni la soluzione sarebbe quella di sfornare un uniforme registro cupo/tragico, per carità (come dice tashtego in quegli stessi anni non c&#039;era solo il terrorismo, e proprio questa articolazione sarebbe interessante da cogliere), ma pur sempre una paletta capace di inglobare anche il tragico [tuttociò naturalmente è puro delirio - già mi vedo tashtego che si soffoca dall&#039;indignazione causata dalla mia sconfinata dabbenaggine - perchè una lingua non preesiste a un testo, ma è proprio in un testo determinato che trova se stessa]. Secondo me, tanto per intenderci il Fuggitivo (che è pur sempre un testo con una sua sobrietà e &quot;necessità&quot;, a differenza degli altri di Carlotto) semplicemente &quot;elude&quot; la gravità che si intuisce sullo sfondo, non tanto perchè la fa diventare solo un affare personale (i problemi di sopravvivenza del latitante), ma perchè questo affare personale si materializza più in &quot;una lezione&quot; al lettore, a tratti autocompiaciuta, dove la sofferenza è detta (proprio per il tono/lingua impiegati), per dirla con James, più che mostrata; proprio per questo, anche per questo, è un testo che, a mio modesto parere, non ci insegna nulla e si dimentica in fondo abbastanza in fretta. [curioso che una non dissimilissima tendenza a &quot;mostrarsi&quot;, dove aleggia sempre un che di autompiacimento, seppure in lui &quot;le storie&quot; siano molto più vivide, si ritrovi anche in uno scrittore peraltro molto diverso, Battisti] Ma mi scuso dell&#039;accenno così rapido. Il problema è che per parlare dei singoli testi ci vuole tempo e concentrazione (e andrebbero tirati fuori, riletti...), perchè non c&#039;è nulla di peggio delle scomuniche sentenziose.

Tu dici che le lingue del movimento erano anche molto vive/creative. Questa non è la mia esperienza. Certo, c&#039;è stato anche il 77 e Radio Alice e i cantautori (pochissimo in rapporto per es. alla Francia, dove l&#039;ondata più propriamente ideologica del 68 ha convissuto e si è innestata su delle solidissime tradizioni surrealiste/patafisiche/oulipiane/esistenzialiste/debordiane/artaudiane...). Senza togliere niente all&#039;importanza storica e antropologica di quegli anni (la democratizzazione, il divorzio...), resto convinto (ne avevo parlato in un colloquio su NI con Andra Raos) della incredibile povertà culturale e linguistica, non solo dalla parte del potere, ma anche da quella del movimento.  Basta prendere in mano - senza addentrarsi nell&#039;ulteriore chiusura culturale e linguistica dei terroristi - Lotta Continua o un qualsiasi altro giornale/documento dell&#039;epoca. La forza dirompente di Ecce Bombo, si basava proprio su questo. Il problema è che di Moretti ce n&#039;è uno solo, o insomma pochi (certo si potrebbe tirare fuori Boccalone di Palandri, appunto dei cantantautori...).

Ma tu, che non sei soddisfatto dalla mia ipotesi di partenza, puoi sfornare un&#039;ipotesi più valida, e hai forse adesso qualche elemento in più per farlo. Certo che in discussioni come questa, che di per sè lasciano il tempo che trovano, sono d&#039;accordo, ed è proprio a questo che volevo arrivare, quello che sarebbe interessante sarebbe riferirsi continuamente ai testi. O almeno, visto che nessuno di noi può dedicarsi più di tanto a questo (ma la tua iniziativa dei florilegi secondo me e mi sembra anche secondo altri è molto interessante, e quindi andrebbe assolutamente continuata/potenziata, non scoraggiarti), almeno riuscire a coinvolgere delle persone che hanno lavorato e lavorano sui testi con più sistematicità. Questa volta, mi sembra, un po&#039; è successo. Mi pare già molto, non condivido il tuo giudizio così negativo.
[ho provato a contattarti diverse volte, ma i messaggi tornano indietro; la mia mail: sartori@wanadoo.fr]
gs]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ alessandro c.:<br />
in realtà capisco benissimo le tue perplessità, e per certi versi le condivido. Ogni raggruppamento di autori, ogni ipotesi cronologica o di altro tipo, ogni tentativo di esplicitare delle dinamiche generali, è in realtà &#8211; tanto più trattandosi di &#8220;materiali&#8221; così vicini a noi &#8211; una mostruosa e per certi versi inammissibile forzatura. Andando a vedere da vicino i casi particolari, i singoli testi, si scopre che le cose sono molto meno semplici di quello che si ipotizzava, che, come dici tu, le &#8220;eccezioni possono essere più numerose della regola&#8221;. Senza contare che, trattandosi di narrativa, i &#8220;singoli testi&#8221; sono poi al fondo, e anche qui siamo d&#8217;accordo, la sola cosa che conta. E quindi andrebbero analizzati con calma e approfonditamente uno per uno.<br />
Resta il fatto che, con tutti i limiti, le ipotesi, se non altro come strumento (provvisorio) di lavoro, possono essere utili. Sarà che io, che ho una formazione scientifica, lavoro in un campo dove per l&#8217;appunto le tassonomie e i modelli, pur essendo naturalmente utilizzati &#8211; perchè non se ne può fare a meno &#8211; sostanzialmente non funzionano, in quanto per l&#8217;appunto le eccezioni sono sempre più numerose dei casi che &#8220;rientrano&#8221; nelle regole. E quindi sono abituato a non dare poi eccessivo peso ai modelli stessi, a considerarli dei semplici strumenti, in continuo divenire.</p>
<p>Nel caso presente la mia ipotesi si poteva riassumere così: per più di 25 anni pochissimi testi narrativi (tu continui a non essere d&#8217;accordo, ma i nomi che sono saltati fuori a me sembrano pur sempre pochi) hanno avuto come tema centrale gli anni del terrorismo, e questo può essere ritenuto sintomatico di qualcosa, nella fattispecie una difficoltà a affrontate certi temi/registri, che dipende forse da una incapacità a prendere le distanze, a trovare in altre parola una lingua che consenta di tenere questa distanza, cosa che la lingua comune non consente di fare. Da questa ipotesi certo grezza, è venuta fuori una discussione che a me non sembra affatto disprezzabile. E&#8217; saltata fuori in particolare la persona (cosa non da poco!) che ha dedicato del tempo ai non pochi scrittori che dal 2003 hanno parlato di terrorismo. La quale ha confermato che anche in questi testi osserva una tendenza a &#8220;sfuggire&#8221; dal registro tragico. Io in questo vedo una conferma della mia ipotesi. Perchè appunto ritengo che uno dei registri dove la lingua &#8220;comune&#8221; italiana attuale si rivela tendenzialmente inadeguata è per l&#8217;appunto quello grave/tragico (senza sconfinare nel &#8220;tragicismo&#8221; verista e neorealista e/o nel melodramma, dove invece &#8211; anche proprio per il peso della tradizione &#8211; la lingua ritrova la propria baldanza, e non pochi, anche negli scrittori di adesso, adepti).  </p>
<p>La mia ipotesi, per restare a quella, non implica necessariamente che (approfitto per rispondere a francesco f., che mi chiedeva: ma tu allora che lingua che useresti?) per parlare di quegli anni la soluzione sarebbe quella di sfornare un uniforme registro cupo/tragico, per carità (come dice tashtego in quegli stessi anni non c&#8217;era solo il terrorismo, e proprio questa articolazione sarebbe interessante da cogliere), ma pur sempre una paletta capace di inglobare anche il tragico [tuttociò naturalmente è puro delirio &#8211; già mi vedo tashtego che si soffoca dall&#8217;indignazione causata dalla mia sconfinata dabbenaggine &#8211; perchè una lingua non preesiste a un testo, ma è proprio in un testo determinato che trova se stessa]. Secondo me, tanto per intenderci il Fuggitivo (che è pur sempre un testo con una sua sobrietà e &#8220;necessità&#8221;, a differenza degli altri di Carlotto) semplicemente &#8220;elude&#8221; la gravità che si intuisce sullo sfondo, non tanto perchè la fa diventare solo un affare personale (i problemi di sopravvivenza del latitante), ma perchè questo affare personale si materializza più in &#8220;una lezione&#8221; al lettore, a tratti autocompiaciuta, dove la sofferenza è detta (proprio per il tono/lingua impiegati), per dirla con James, più che mostrata; proprio per questo, anche per questo, è un testo che, a mio modesto parere, non ci insegna nulla e si dimentica in fondo abbastanza in fretta. [curioso che una non dissimilissima tendenza a &#8220;mostrarsi&#8221;, dove aleggia sempre un che di autompiacimento, seppure in lui &#8220;le storie&#8221; siano molto più vivide, si ritrovi anche in uno scrittore peraltro molto diverso, Battisti] Ma mi scuso dell&#8217;accenno così rapido. Il problema è che per parlare dei singoli testi ci vuole tempo e concentrazione (e andrebbero tirati fuori, riletti&#8230;), perchè non c&#8217;è nulla di peggio delle scomuniche sentenziose.</p>
<p>Tu dici che le lingue del movimento erano anche molto vive/creative. Questa non è la mia esperienza. Certo, c&#8217;è stato anche il 77 e Radio Alice e i cantautori (pochissimo in rapporto per es. alla Francia, dove l&#8217;ondata più propriamente ideologica del 68 ha convissuto e si è innestata su delle solidissime tradizioni surrealiste/patafisiche/oulipiane/esistenzialiste/debordiane/artaudiane&#8230;). Senza togliere niente all&#8217;importanza storica e antropologica di quegli anni (la democratizzazione, il divorzio&#8230;), resto convinto (ne avevo parlato in un colloquio su NI con Andra Raos) della incredibile povertà culturale e linguistica, non solo dalla parte del potere, ma anche da quella del movimento.  Basta prendere in mano &#8211; senza addentrarsi nell&#8217;ulteriore chiusura culturale e linguistica dei terroristi &#8211; Lotta Continua o un qualsiasi altro giornale/documento dell&#8217;epoca. La forza dirompente di Ecce Bombo, si basava proprio su questo. Il problema è che di Moretti ce n&#8217;è uno solo, o insomma pochi (certo si potrebbe tirare fuori Boccalone di Palandri, appunto dei cantantautori&#8230;).</p>
<p>Ma tu, che non sei soddisfatto dalla mia ipotesi di partenza, puoi sfornare un&#8217;ipotesi più valida, e hai forse adesso qualche elemento in più per farlo. Certo che in discussioni come questa, che di per sè lasciano il tempo che trovano, sono d&#8217;accordo, ed è proprio a questo che volevo arrivare, quello che sarebbe interessante sarebbe riferirsi continuamente ai testi. O almeno, visto che nessuno di noi può dedicarsi più di tanto a questo (ma la tua iniziativa dei florilegi secondo me e mi sembra anche secondo altri è molto interessante, e quindi andrebbe assolutamente continuata/potenziata, non scoraggiarti), almeno riuscire a coinvolgere delle persone che hanno lavorato e lavorano sui testi con più sistematicità. Questa volta, mi sembra, un po&#8217; è successo. Mi pare già molto, non condivido il tuo giudizio così negativo.<br />
[ho provato a contattarti diverse volte, ma i messaggi tornano indietro; la mia mail: <a href="mailto:sartori@wanadoo.fr">sartori@wanadoo.fr</a>]<br />
gs</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: gianni biondillo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26097</link>

		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2006 16:55:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[cazz&#039;èvvero!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>cazz&#8217;èvvero!</p>
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		<title>
		Di: "Aldo Biscardi"		</title>
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		<dc:creator><![CDATA["Aldo Biscardi"]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2006 16:03:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[il discorso tutto, a partire dall&#039;articolo di sartori, mi sembra, in qualche modo, collimare a un dibattito che tempo fa (uno, due anni) passò qui per nazione indiana, riguardo alla maggiore o minore &quot;mitopoieticità&quot; (emh... dio mi perdoni), della narrativa italiana: recuperatelo!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>il discorso tutto, a partire dall&#8217;articolo di sartori, mi sembra, in qualche modo, collimare a un dibattito che tempo fa (uno, due anni) passò qui per nazione indiana, riguardo alla maggiore o minore &#8220;mitopoieticità&#8221; (emh&#8230; dio mi perdoni), della narrativa italiana: recuperatelo!</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: pippo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26094</link>

		<dc:creator><![CDATA[pippo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2006 15:15:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[se io fossi uno scrittore racconterei gli anni settanta (ma anche la realtà odierna) tramite gli occhi di una persona semplice e onesta, un lavoratore, un emarginato, uno/una che si fatica dignitosamente la giornata ma allo stesso tempo non vuole rinunciare a capire quello che sta capitando intorno a lui e perché le cose vanno in un certo modo, perché si accorge che ogni volta che ha a che fare col potere deve subire delle umiliazioni, e ogni volta che capita a contatto con quelli che lo contestano si trova disorientato e perplesso. eccetera. questa persona semplice poi potrebbe trovare sulla sua strada un dotto, qualcuno che ha studiato ma che discende anche lui da persone semplici e oneste e anche se le cose le sa e ne capisce a fondo la complessità non ha perso la sua semplicità e la sua umanità. tanto per fare un esempio. il problema degli scrittori odierni è che non si pongono più, l&#039;hanno rimosso, il problema delle origini, dei nostri nonni contadini ed emigranti. bisogna in qualche modo superare questo stereotipo della precarietà per denunciare il riemergere di un senso di nostalgia per l&#039;antico patriarcato distrutto, anche se rimosso. ed è questo che rende insicure le giovani generazioni. si sentono abbandonate anche perché inconsciamente vorrebbero qualcuno che li comanda, che li indirizza in modo autorevole-autoritario, ma allo stesso tempo a livello conscio e razionale rifiutano questa prospettiva. anche il rapporto con il padre-padrone Berlusconi è più complesso di quello che sembra. tanti suoi detrattori lavorano, hanno il pane, magari non direttamente ma attraverso le sue imprese e specialmente nelle sue case editrici lavorano molte persone di sinistra, che hanno studiato nei licei di provincia eccetera. conosco molti dirigenti e ex dirigenti diessini che hanno lavorato per Mondadori o per Einaudi o per la Fininvest. non voglio naturalmente criminalizzarli, ci mancherebbe, anche perché queste imprese sono state estorte anche con l&#039;inganno dall&#039;attuale venditore di dentiere, ma non raccontatemi che si può volere veramente male, nel profondo, a chi ti ha dato il pane per tanti anni. come la sinistra profonda ha rimosso il problema Geronzi, tanto per dire, perché ha salvato e tenuto nella sua mano il manifesto, il partito diessino schiantato dai debiti e tanti tanti altri. bisognerebbe semplicemente raccontare le cose come stanno veramente, senza rimozioni di comodo. ma non vi da&#039; fastidio che sia l&#039;avvocato-parlamentare dei Ds Guido Calvi a difendere maninpasta Geronzi? la sinistra che si porta gli avvocati in parlamento esattamente come B. non è un tema da scrittori per le relazioni di potere che evoca, anzi che scoperchia? lo iato scandaloso tra le parole e l&#039;immoralità corrente della sinistra non è un tema da scrittori? eppure è una cosa che dovrebbe farvi incazzare ben più delle dentate sempre molto scontate del capo delle dentiere. visto che siamo a una settimana dal voto preciso: il capo delle dentiere mandiamolo a casa  ma poi occupiamoci della realtà delle cose che riguarda anche e soprattutto noi per favore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>se io fossi uno scrittore racconterei gli anni settanta (ma anche la realtà odierna) tramite gli occhi di una persona semplice e onesta, un lavoratore, un emarginato, uno/una che si fatica dignitosamente la giornata ma allo stesso tempo non vuole rinunciare a capire quello che sta capitando intorno a lui e perché le cose vanno in un certo modo, perché si accorge che ogni volta che ha a che fare col potere deve subire delle umiliazioni, e ogni volta che capita a contatto con quelli che lo contestano si trova disorientato e perplesso. eccetera. questa persona semplice poi potrebbe trovare sulla sua strada un dotto, qualcuno che ha studiato ma che discende anche lui da persone semplici e oneste e anche se le cose le sa e ne capisce a fondo la complessità non ha perso la sua semplicità e la sua umanità. tanto per fare un esempio. il problema degli scrittori odierni è che non si pongono più, l&#8217;hanno rimosso, il problema delle origini, dei nostri nonni contadini ed emigranti. bisogna in qualche modo superare questo stereotipo della precarietà per denunciare il riemergere di un senso di nostalgia per l&#8217;antico patriarcato distrutto, anche se rimosso. ed è questo che rende insicure le giovani generazioni. si sentono abbandonate anche perché inconsciamente vorrebbero qualcuno che li comanda, che li indirizza in modo autorevole-autoritario, ma allo stesso tempo a livello conscio e razionale rifiutano questa prospettiva. anche il rapporto con il padre-padrone Berlusconi è più complesso di quello che sembra. tanti suoi detrattori lavorano, hanno il pane, magari non direttamente ma attraverso le sue imprese e specialmente nelle sue case editrici lavorano molte persone di sinistra, che hanno studiato nei licei di provincia eccetera. conosco molti dirigenti e ex dirigenti diessini che hanno lavorato per Mondadori o per Einaudi o per la Fininvest. non voglio naturalmente criminalizzarli, ci mancherebbe, anche perché queste imprese sono state estorte anche con l&#8217;inganno dall&#8217;attuale venditore di dentiere, ma non raccontatemi che si può volere veramente male, nel profondo, a chi ti ha dato il pane per tanti anni. come la sinistra profonda ha rimosso il problema Geronzi, tanto per dire, perché ha salvato e tenuto nella sua mano il manifesto, il partito diessino schiantato dai debiti e tanti tanti altri. bisognerebbe semplicemente raccontare le cose come stanno veramente, senza rimozioni di comodo. ma non vi da&#8217; fastidio che sia l&#8217;avvocato-parlamentare dei Ds Guido Calvi a difendere maninpasta Geronzi? la sinistra che si porta gli avvocati in parlamento esattamente come B. non è un tema da scrittori per le relazioni di potere che evoca, anzi che scoperchia? lo iato scandaloso tra le parole e l&#8217;immoralità corrente della sinistra non è un tema da scrittori? eppure è una cosa che dovrebbe farvi incazzare ben più delle dentate sempre molto scontate del capo delle dentiere. visto che siamo a una settimana dal voto preciso: il capo delle dentiere mandiamolo a casa  ma poi occupiamoci della realtà delle cose che riguarda anche e soprattutto noi per favore.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: christian raimo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26088</link>

		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2006 07:31:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[un paio di anni fa avrei scritto lo stesso identico articolo che ha scritto sartori, rintracciavo pochissimi testi di quegli scrittori degli anni &#039;80 che parlassero di quello che era appena accaduto. &quot;il bambino scettico&quot; di albinati, &quot;la via del ritorno&quot; di palandri. busi, tondelli, lodoli, veronesi, de carlo... è vero andavano altrove parlavano di viaggi di europa, di città vuote, di ripiegamenti personali, di perdigiorno. e tutto questo è poi sempre un discorso generico. 
ma poi effettivamente c&#039;è stata un&#039;impennata nella fuoriuscita dei titoli sugli anni di piombo. anzi, almeno nel genere noir pareva a un certo punto che fosse IL tema. come oggi pare che questo tema venda, in nome credo della morbosità per il sangue, e perché - leggendo - si amano i conflitti e le contrapposizioni invece della noia. &quot;cuori neri&quot; di telese è un libro che va in questa tendenza, per dire. e se uno guarda il catalogo stile libero, veramente sembra lo sdoganamento del terrorismo come fonte narrativa. 
qui non si è trovata la lingua? dice sartori. il punto - e provo ad abbozzare - una discussione, e che le grandi sperimentazioni sulla lingua cadono nel vuoto molto spesso. scrittori come aldo busi o michele mari quanto sono letti? ci si mette allora a cercare un italiano ibrido, che sia medio e accessibile pur non essendo televisivo. in questo senso se fino a qualche anno fa reputavo sciatteria gli ultimi libri di de carlo o di baricco o di ammaniti, oggi è vero devo riconoscergli la capacità di aver trovato una lingua che va verso la comprensione, un italiano finto artificiale ma comprensibile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>un paio di anni fa avrei scritto lo stesso identico articolo che ha scritto sartori, rintracciavo pochissimi testi di quegli scrittori degli anni &#8217;80 che parlassero di quello che era appena accaduto. &#8220;il bambino scettico&#8221; di albinati, &#8220;la via del ritorno&#8221; di palandri. busi, tondelli, lodoli, veronesi, de carlo&#8230; è vero andavano altrove parlavano di viaggi di europa, di città vuote, di ripiegamenti personali, di perdigiorno. e tutto questo è poi sempre un discorso generico.<br />
ma poi effettivamente c&#8217;è stata un&#8217;impennata nella fuoriuscita dei titoli sugli anni di piombo. anzi, almeno nel genere noir pareva a un certo punto che fosse IL tema. come oggi pare che questo tema venda, in nome credo della morbosità per il sangue, e perché &#8211; leggendo &#8211; si amano i conflitti e le contrapposizioni invece della noia. &#8220;cuori neri&#8221; di telese è un libro che va in questa tendenza, per dire. e se uno guarda il catalogo stile libero, veramente sembra lo sdoganamento del terrorismo come fonte narrativa.<br />
qui non si è trovata la lingua? dice sartori. il punto &#8211; e provo ad abbozzare &#8211; una discussione, e che le grandi sperimentazioni sulla lingua cadono nel vuoto molto spesso. scrittori come aldo busi o michele mari quanto sono letti? ci si mette allora a cercare un italiano ibrido, che sia medio e accessibile pur non essendo televisivo. in questo senso se fino a qualche anno fa reputavo sciatteria gli ultimi libri di de carlo o di baricco o di ammaniti, oggi è vero devo riconoscergli la capacità di aver trovato una lingua che va verso la comprensione, un italiano finto artificiale ma comprensibile.</p>
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		<title>
		Di: Paolo S		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26078</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paolo S]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 14:59:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[r. r., sottoscrivo abbastanza.Credo che il delicato equilibrio tra radici, materia e linguaggio nel romanzo non abbia ancora dato i frutti migliori. Nel cinema, direi che siamo lontani.
Con speranza e interesse guardo ai narratori a teatro, Paolini, Celestini, Enia (che non sono solo narratori a teatro).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>r. r., sottoscrivo abbastanza.Credo che il delicato equilibrio tra radici, materia e linguaggio nel romanzo non abbia ancora dato i frutti migliori. Nel cinema, direi che siamo lontani.<br />
Con speranza e interesse guardo ai narratori a teatro, Paolini, Celestini, Enia (che non sono solo narratori a teatro).</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: r.r.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26071</link>

		<dc:creator><![CDATA[r.r.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 13:25:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[proponevo di inserire il problema linguistico del romanzo (o di altre fome artistiche come il cinema) italiano dentro uno scenario più ampio. da non trascurare. da investigare. Canzian, quando dice: &quot;Purtroppo la stereotipizzazione ha appiattito lo scenario e sembra che tutto fosse uguale a tutto&quot;, dà per scontato uno scenario complesso che sta dietro aquella &#039;stereotipizzazione&#039;. a questi processi non meglio indagati, non meglio nominati se non, appunto, ricorrendo ad uno stereotipo. perchè non affrontare questo scenario complesso - cosa accade, alla radice, nella cultura italiana dagli anni Settanta ad oggi? - , o almeno sfiorarlo, quando si parla  del problema del linguaggio nel romanzo italiano e nella sua nuova (presunta: ma la quantità è garanzia di &quot;qualità&quot;?) ondata? Per questo credo che il lavoro di  demetrio sia interessante, promettente e fertile. Perchè affronta il problema da punti di vista non restrittivi (come gli elenchi potenzialmente infiniti di nomi), e non tendenzialmente, pericolosamente specialistici (il mero dato linguistico).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>proponevo di inserire il problema linguistico del romanzo (o di altre fome artistiche come il cinema) italiano dentro uno scenario più ampio. da non trascurare. da investigare. Canzian, quando dice: &#8220;Purtroppo la stereotipizzazione ha appiattito lo scenario e sembra che tutto fosse uguale a tutto&#8221;, dà per scontato uno scenario complesso che sta dietro aquella &#8216;stereotipizzazione&#8217;. a questi processi non meglio indagati, non meglio nominati se non, appunto, ricorrendo ad uno stereotipo. perchè non affrontare questo scenario complesso &#8211; cosa accade, alla radice, nella cultura italiana dagli anni Settanta ad oggi? &#8211; , o almeno sfiorarlo, quando si parla  del problema del linguaggio nel romanzo italiano e nella sua nuova (presunta: ma la quantità è garanzia di &#8220;qualità&#8221;?) ondata? Per questo credo che il lavoro di  demetrio sia interessante, promettente e fertile. Perchè affronta il problema da punti di vista non restrittivi (come gli elenchi potenzialmente infiniti di nomi), e non tendenzialmente, pericolosamente specialistici (il mero dato linguistico).</p>
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