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	Commenti a: Da: Impronte sull&#8217;acqua #1	</title>
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		<title>
		Di: DG		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[DG]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2006 21:24:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[stendo la mia dolce gabbana su di lei, ma rotte, perché un po&#039; di tepore ci accomuni in questa ahimè notturna traversata (ma tenga giù le mani, non faccia l&#039;Alcibiade...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>stendo la mia dolce gabbana su di lei, ma rotte, perché un po&#8217; di tepore ci accomuni in questa ahimè notturna traversata (ma tenga giù le mani, non faccia l&#8217;Alcibiade&#8230;)</p>
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		Di: Francesco Marotta		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Marotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2006 21:21:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ DG

Ho scritto senza aver letto i due ultimi commenti. Aggiungo solo che mi &quot;confortano&quot;.

Un saluto riconoscente a tutti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ DG</p>
<p>Ho scritto senza aver letto i due ultimi commenti. Aggiungo solo che mi &#8220;confortano&#8221;.</p>
<p>Un saluto riconoscente a tutti.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Francesco Marotta		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/da-impronte-sullacqua-1/#comment-46585</link>

		<dc:creator><![CDATA[Francesco Marotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2006 21:15:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Dolce Gabbana

Andiamo con ordine.
Non so perché lei mi &quot;addebiti&quot; una predilezione per il meridiano di C. tradotto da B.: ha i suoi indubbi pregi, ma anche, per quanto riguarda talune raccolte, una ragguardevole quantità di &quot;derive&quot; sulle quali non sono affatto d&#039;accordo. Ma può contare qualcosa? Interessare qualcuno? Io posseggo quasi tutte le opere di C. in originale (perché mi piace leggere la poesia straniera nella lingua in cui è scritta, quando la conosco, o riesco anche appena a seguirla); essendomi speso per lunghi anni su quei testi (quasi sempre unicamente per me stesso), il lavoro di B. (su C.), che pure apprezzo nel complesso, ha rappresentato a lungo l&#039;unico raffronto possibile per le mie esercitazioni &quot;domestiche&quot;. La traduzione doch/gebrochen-esca del testo tratto da &quot;Atemwende&quot;, ad esempio, la ritengo di gran lunga superiore, così come altre che lei ha avuto la bontà di regalare, insieme ad alcuni amici, a tutti i lettori del bellissimo post su C. avviato da Helena Janeczek. Non ho potuto seguire, come avrei desiderato, solo perché questo è un periodo che &quot;butta&quot; veramente male, per svariati motivi personali.

La ringrazio, poi, per le preoccupazioni che riguardano il mio &quot;avvenire&quot; e ne terrò sicuramente conto. Ma mi preme rassicurarla su una cosa: ho sempre cercato di rimanere me stesso in ogni ambiente frequentato, anche quando la cosa sembrava impossibile, e per un motivo essenzialmente, molto semplice, se vuole: perché al &quot;silenzio&quot; in cui la parola poetica va &quot;tenuta, limata, costruita&quot;, io ci sono abituato, da sempre (mi concedo l&#039;avverbio solo perché, mi creda, mi appartiene davvero), e ci ritorno ogni volta come alla &quot;mia&quot; dimora naturale (esattamente come farò nel momento esatto in cui questa &quot;avventura&quot; sarà conclusa): chi ha ascoltato fin da bambino l&#039;eco di &quot;certi&quot; canti, e la musica di certi strumenti (una &quot;fisarmonica&quot;, forse); chi ha imparato da subito che la &quot;matematica&quot; non è solo materia da libri, ma che è possibile studiarla anche &quot;leggendo&quot; le cicatrici degli arti superiori di coloro che ti hanno generato, sa bene qual è il suo posto: per il semplice motivo che non ve ne sono altri, per lui: &quot;gli in-/sepolti, non contati, lassù&quot; sono sempre pronti a ricordarglielo, qualora se ne dimenticasse.

Termini pure il suo &quot;abitino&quot; per Celan, le assicuro che sono in tanti ad aspettare che il lavoro di sartoria sia completato, per osservare il modello realizzato in tutta la sua pienezza, pieghe e risvolti compresi.

Non posseggo lo &quot;Shibbolet&quot; di Derrida, ma ricordo di aver letto da qualche parte che crea una sorta di vuoto pneumatico a tratti insostenibile intorno a quella &quot;spiga&quot; sanguinante: e la cosa non mi è affatto piaciuta, anche se non ho potuto verificare direttamente. Non so lei come abbia fatto, né per quale indicibile casualità abbia citato quel testo: infatti sono versi che porterò stampati per sempre in me, fino alla fine dei (miei) giorni.

Un caro saluto.

p.s.

Chiedo scusa, ad eventuali lettori, per l&#039;estrema &quot;oscurità&quot; di questo commento e chiedo venga considerato come un OT. Si dice così, non è vero?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Dolce Gabbana</p>
<p>Andiamo con ordine.<br />
Non so perché lei mi &#8220;addebiti&#8221; una predilezione per il meridiano di C. tradotto da B.: ha i suoi indubbi pregi, ma anche, per quanto riguarda talune raccolte, una ragguardevole quantità di &#8220;derive&#8221; sulle quali non sono affatto d&#8217;accordo. Ma può contare qualcosa? Interessare qualcuno? Io posseggo quasi tutte le opere di C. in originale (perché mi piace leggere la poesia straniera nella lingua in cui è scritta, quando la conosco, o riesco anche appena a seguirla); essendomi speso per lunghi anni su quei testi (quasi sempre unicamente per me stesso), il lavoro di B. (su C.), che pure apprezzo nel complesso, ha rappresentato a lungo l&#8217;unico raffronto possibile per le mie esercitazioni &#8220;domestiche&#8221;. La traduzione doch/gebrochen-esca del testo tratto da &#8220;Atemwende&#8221;, ad esempio, la ritengo di gran lunga superiore, così come altre che lei ha avuto la bontà di regalare, insieme ad alcuni amici, a tutti i lettori del bellissimo post su C. avviato da Helena Janeczek. Non ho potuto seguire, come avrei desiderato, solo perché questo è un periodo che &#8220;butta&#8221; veramente male, per svariati motivi personali.</p>
<p>La ringrazio, poi, per le preoccupazioni che riguardano il mio &#8220;avvenire&#8221; e ne terrò sicuramente conto. Ma mi preme rassicurarla su una cosa: ho sempre cercato di rimanere me stesso in ogni ambiente frequentato, anche quando la cosa sembrava impossibile, e per un motivo essenzialmente, molto semplice, se vuole: perché al &#8220;silenzio&#8221; in cui la parola poetica va &#8220;tenuta, limata, costruita&#8221;, io ci sono abituato, da sempre (mi concedo l&#8217;avverbio solo perché, mi creda, mi appartiene davvero), e ci ritorno ogni volta come alla &#8220;mia&#8221; dimora naturale (esattamente come farò nel momento esatto in cui questa &#8220;avventura&#8221; sarà conclusa): chi ha ascoltato fin da bambino l&#8217;eco di &#8220;certi&#8221; canti, e la musica di certi strumenti (una &#8220;fisarmonica&#8221;, forse); chi ha imparato da subito che la &#8220;matematica&#8221; non è solo materia da libri, ma che è possibile studiarla anche &#8220;leggendo&#8221; le cicatrici degli arti superiori di coloro che ti hanno generato, sa bene qual è il suo posto: per il semplice motivo che non ve ne sono altri, per lui: &#8220;gli in-/sepolti, non contati, lassù&#8221; sono sempre pronti a ricordarglielo, qualora se ne dimenticasse.</p>
<p>Termini pure il suo &#8220;abitino&#8221; per Celan, le assicuro che sono in tanti ad aspettare che il lavoro di sartoria sia completato, per osservare il modello realizzato in tutta la sua pienezza, pieghe e risvolti compresi.</p>
<p>Non posseggo lo &#8220;Shibbolet&#8221; di Derrida, ma ricordo di aver letto da qualche parte che crea una sorta di vuoto pneumatico a tratti insostenibile intorno a quella &#8220;spiga&#8221; sanguinante: e la cosa non mi è affatto piaciuta, anche se non ho potuto verificare direttamente. Non so lei come abbia fatto, né per quale indicibile casualità abbia citato quel testo: infatti sono versi che porterò stampati per sempre in me, fino alla fine dei (miei) giorni.</p>
<p>Un caro saluto.</p>
<p>p.s.</p>
<p>Chiedo scusa, ad eventuali lettori, per l&#8217;estrema &#8220;oscurità&#8221; di questo commento e chiedo venga considerato come un OT. Si dice così, non è vero?</p>
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		<title>
		Di: DG		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/da-impronte-sullacqua-1/#comment-46558</link>

		<dc:creator><![CDATA[DG]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2006 20:21:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[tra il primo e il secondo incendio, sta la bilancia della dea giustizia che li soppesa sui due piatti (bianco è il colore estremo del fuoco). il poeta le aveva portato diversi materiali, ma lei sceglie i due incandescenti: il massimo di bellezza e il massimo di orrore. e ne trionfa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>tra il primo e il secondo incendio, sta la bilancia della dea giustizia che li soppesa sui due piatti (bianco è il colore estremo del fuoco). il poeta le aveva portato diversi materiali, ma lei sceglie i due incandescenti: il massimo di bellezza e il massimo di orrore. e ne trionfa.</p>
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		<title>
		Di: DG		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/da-impronte-sullacqua-1/#comment-46556</link>

		<dc:creator><![CDATA[DG]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2006 20:14:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ho commesso un&#039;imprudenza dicendo che C con umbetten giocava: diciamo che è un gioco serissimo = pura poesia. chiamando infatti umgebettet le faville (ma come le chiama il Pascoli in una poesia famosa?), le paragona non a salme, ma a bambini. il significato primario infatti è spostare di letto qualcuno, ossia normalmente un bambino. se andiamo alla terza strofa, noi ritroviamo i bambini, che fanno lo stesso identico movimento delle faville: dall&#039;alto infatti si buttano giù - via libera! perciò C parla nell&#039;ultimo verso di secondo incendio. il primo essendo lo sfavillare tenero del candelabro, il secondo quello orrendo dell&#039;olocausto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ho commesso un&#8217;imprudenza dicendo che C con umbetten giocava: diciamo che è un gioco serissimo = pura poesia. chiamando infatti umgebettet le faville (ma come le chiama il Pascoli in una poesia famosa?), le paragona non a salme, ma a bambini. il significato primario infatti è spostare di letto qualcuno, ossia normalmente un bambino. se andiamo alla terza strofa, noi ritroviamo i bambini, che fanno lo stesso identico movimento delle faville: dall&#8217;alto infatti si buttano giù &#8211; via libera! perciò C parla nell&#8217;ultimo verso di secondo incendio. il primo essendo lo sfavillare tenero del candelabro, il secondo quello orrendo dell&#8217;olocausto.</p>
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		<title>
		Di: Francesco Marotta		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/da-impronte-sullacqua-1/#comment-46533</link>

		<dc:creator><![CDATA[Francesco Marotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2006 17:32:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mio dolce (posso osare tanto?) Dolce Gabbana, io non avevo proposto nessuna traduzione di Celan; solo che, leggendo e rileggendo la richiesta del dott. Doch Gebrochen (!), che io considero un überübersetzer, di quelli coi fiocchi, e non un timido untersetzer, mi era venuto spontaneo postare quei versi, al solo scopo di dare il mio assenso (erano i primi che mi erano riaffiorati alla mente) alla sua opera in fieri. Infatti, riducevo il tutto a un semplice invito: Erhört. Alle Bahnen sind frei.
Per il resto, risponderò con più calma, visto che sto uscendo in questo momento e lei merita una risposta come si deve. Non mi ha detto, però, se &quot;Klangwasserspuren&quot; la soddisfacesse. La ringrazio, comunque, la sua lettura mi onora.

@ Enrico De Lea

Grazie di cuore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mio dolce (posso osare tanto?) Dolce Gabbana, io non avevo proposto nessuna traduzione di Celan; solo che, leggendo e rileggendo la richiesta del dott. Doch Gebrochen (!), che io considero un überübersetzer, di quelli coi fiocchi, e non un timido untersetzer, mi era venuto spontaneo postare quei versi, al solo scopo di dare il mio assenso (erano i primi che mi erano riaffiorati alla mente) alla sua opera in fieri. Infatti, riducevo il tutto a un semplice invito: Erhört. Alle Bahnen sind frei.<br />
Per il resto, risponderò con più calma, visto che sto uscendo in questo momento e lei merita una risposta come si deve. Non mi ha detto, però, se &#8220;Klangwasserspuren&#8221; la soddisfacesse. La ringrazio, comunque, la sua lettura mi onora.</p>
<p>@ Enrico De Lea</p>
<p>Grazie di cuore.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: enricodelea		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/da-impronte-sullacqua-1/#comment-46525</link>

		<dc:creator><![CDATA[enricodelea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2006 16:23:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[non ho la capacità di una valida riflessione critica-  forse perchè credo che questi versi consentano soprattutto un sentire per intuizione, un&#039;adesione di pelle... versi come

&quot;io raccolgo la

sabbia dai vetri, la polvere

rossa che rinasce nel palmo

a ogni colpo di spugna, un varco

carnale che tracima alfabeti

parole per dire riconoscimi

sono tua madre, sono

l’acqua che

grandina sete nel

l’arsura dei giorni, la risposta

che scivola via dal

le labbra in forma di rogo&quot; - 

 danno la testimonianza di una radicalità oggi rara nella scrittura, una radicalità archetipica - insomma, complimenti...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>non ho la capacità di una valida riflessione critica-  forse perchè credo che questi versi consentano soprattutto un sentire per intuizione, un&#8217;adesione di pelle&#8230; versi come</p>
<p>&#8220;io raccolgo la</p>
<p>sabbia dai vetri, la polvere</p>
<p>rossa che rinasce nel palmo</p>
<p>a ogni colpo di spugna, un varco</p>
<p>carnale che tracima alfabeti</p>
<p>parole per dire riconoscimi</p>
<p>sono tua madre, sono</p>
<p>l’acqua che</p>
<p>grandina sete nel</p>
<p>l’arsura dei giorni, la risposta</p>
<p>che scivola via dal</p>
<p>le labbra in forma di rogo&#8221; &#8211; </p>
<p> danno la testimonianza di una radicalità oggi rara nella scrittura, una radicalità archetipica &#8211; insomma, complimenti&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Dolce Gabbana		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/da-impronte-sullacqua-1/#comment-46522</link>

		<dc:creator><![CDATA[Dolce Gabbana]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2006 16:10:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Marotta, le avevo confezionato un vestitino su misura (ma/doch rotta gebrochen), ma devo metterci ancora uno spillino. Legga dunque

Esaudito
dalle faville sparse

vede, umbetten significa letteralmente &quot;cambiare di letto&quot; transitivo. Da ciò due significati contigui: traslare, e cioè cambiare di tomba una salma, e deviare, e cioè cambiare di corso un fiume. Altro non c&#039;è. C gioca perché la lingua in questo caso glielo permette. Ho controllato il Bevilacqua che traduce traslate: lei come lettore aveva capito che si trattava di faville-salme, o ha capito che erano faville traslate/metaforiche? Ché nel secondo caso andremmo male. Sparse mi dà l&#039;idea di cenere almeno.
Diffidi dal volume dei Meridiani. Non ce l&#039;ho sottomano, ma ricordo che &quot;nell&#039;accecamento&quot; lo traduce con &quot;accecando&quot;, e siccome il soggetto è l&#039;io poetico, parrebbe che sia lui ad accecare il Du – andiamo bene. Poi ricordi che i bambini (non contati, come succedeva nei Lager dove nemmeno li si contava, e non innumeri) da lassù saltano giù come dei paracadutisti e come il puer della Bucolica visionaria (e la dea Iustitia, e Astrea ecc.).
Sono preoccupato comunque per il suo avvenire: comincia la stagione fredda e questa spolverina non basterà più (io sono affezionato alla mia dolce gabbana, non mi sogno nemmeno di voltarla). Così resterà più in casa, e aumenterà la voglia di chattare. Guardi che certi ambienti sono esiziali per i poeti, perché spingono a lasciar andare la parola, quand&#039;essa invece va tenuta, limata, costruita. Nessuno ha voglia più ad es. di costruire un commento – immaginiamoci una poesia!
La saluto, vado a terminare un abitino per Celan, cui tengo molto – nel senso che tengo molto a finirlo. Perché? Perché nessun lavoro dovrebbe essere piantato lì, specie se il cliente è di riguardo, ed anzi morto.

PS Shibbolet di Derrida è nella sua biblioteca? So che ce n&#039;è una traduzione presso una piccola casa editrice di Bologna (l&#039;hanno tradotto onomatopeicamente con Shorbolet).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Marotta, le avevo confezionato un vestitino su misura (ma/doch rotta gebrochen), ma devo metterci ancora uno spillino. Legga dunque</p>
<p>Esaudito<br />
dalle faville sparse</p>
<p>vede, umbetten significa letteralmente &#8220;cambiare di letto&#8221; transitivo. Da ciò due significati contigui: traslare, e cioè cambiare di tomba una salma, e deviare, e cioè cambiare di corso un fiume. Altro non c&#8217;è. C gioca perché la lingua in questo caso glielo permette. Ho controllato il Bevilacqua che traduce traslate: lei come lettore aveva capito che si trattava di faville-salme, o ha capito che erano faville traslate/metaforiche? Ché nel secondo caso andremmo male. Sparse mi dà l&#8217;idea di cenere almeno.<br />
Diffidi dal volume dei Meridiani. Non ce l&#8217;ho sottomano, ma ricordo che &#8220;nell&#8217;accecamento&#8221; lo traduce con &#8220;accecando&#8221;, e siccome il soggetto è l&#8217;io poetico, parrebbe che sia lui ad accecare il Du – andiamo bene. Poi ricordi che i bambini (non contati, come succedeva nei Lager dove nemmeno li si contava, e non innumeri) da lassù saltano giù come dei paracadutisti e come il puer della Bucolica visionaria (e la dea Iustitia, e Astrea ecc.).<br />
Sono preoccupato comunque per il suo avvenire: comincia la stagione fredda e questa spolverina non basterà più (io sono affezionato alla mia dolce gabbana, non mi sogno nemmeno di voltarla). Così resterà più in casa, e aumenterà la voglia di chattare. Guardi che certi ambienti sono esiziali per i poeti, perché spingono a lasciar andare la parola, quand&#8217;essa invece va tenuta, limata, costruita. Nessuno ha voglia più ad es. di costruire un commento – immaginiamoci una poesia!<br />
La saluto, vado a terminare un abitino per Celan, cui tengo molto – nel senso che tengo molto a finirlo. Perché? Perché nessun lavoro dovrebbe essere piantato lì, specie se il cliente è di riguardo, ed anzi morto.</p>
<p>PS Shibbolet di Derrida è nella sua biblioteca? So che ce n&#8217;è una traduzione presso una piccola casa editrice di Bologna (l&#8217;hanno tradotto onomatopeicamente con Shorbolet).</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Vittorio Eremi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/da-impronte-sullacqua-1/#comment-46383</link>

		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Eremi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Sep 2006 23:13:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dici bene Francesco (non mi dispiace affatto il tu e spero di poterlo usare anch&#039;io). Ci sono testi di poesia a cui ci deve avvicinare nello stesso modo in cui tu ti avvicini ad un post di architettura, ed è inevitabile sacrificare/inflazionare parte di quell&#039;essere-in-quanto-tale. Il problema, come ho scritto in un altro commento ad Andrea Inglese, è che la letteratura &quot;scolastica&quot; (penso che nessuno o quasi abbia usato qui il termine licealità in tono ironico) si fermerà sempre a Montale. Occorre quindi un liceo che duri sei anni? No. Occorrono testi Francesco, come lo è stato il tuo per me, che vengano smangiucchiati, rosicchiati un po&#039; qua e là per sentire la parte più morbida, messi un attimo in disparte, riavvicinati con curiosità o perfino con disprezzo (nel senso buono), consumati con gli occhi prima che col cuore. E tutto questo affinché gli &quot;inquadrati&quot; usciti dalle scuole sappiano vivere da soli nel nuovo mondo poetico che è quello contemporaneo, sappiano compiere la metamorfosi di cui parli, che non può essere immediata per ovvi motivi. I tuoi testi, assieme ad altri, avranno il pregio di godere di una seconda vita, più avanti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dici bene Francesco (non mi dispiace affatto il tu e spero di poterlo usare anch&#8217;io). Ci sono testi di poesia a cui ci deve avvicinare nello stesso modo in cui tu ti avvicini ad un post di architettura, ed è inevitabile sacrificare/inflazionare parte di quell&#8217;essere-in-quanto-tale. Il problema, come ho scritto in un altro commento ad Andrea Inglese, è che la letteratura &#8220;scolastica&#8221; (penso che nessuno o quasi abbia usato qui il termine licealità in tono ironico) si fermerà sempre a Montale. Occorre quindi un liceo che duri sei anni? No. Occorrono testi Francesco, come lo è stato il tuo per me, che vengano smangiucchiati, rosicchiati un po&#8217; qua e là per sentire la parte più morbida, messi un attimo in disparte, riavvicinati con curiosità o perfino con disprezzo (nel senso buono), consumati con gli occhi prima che col cuore. E tutto questo affinché gli &#8220;inquadrati&#8221; usciti dalle scuole sappiano vivere da soli nel nuovo mondo poetico che è quello contemporaneo, sappiano compiere la metamorfosi di cui parli, che non può essere immediata per ovvi motivi. I tuoi testi, assieme ad altri, avranno il pregio di godere di una seconda vita, più avanti.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Francesco Marotta		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/da-impronte-sullacqua-1/#comment-46371</link>

		<dc:creator><![CDATA[Francesco Marotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Sep 2006 21:43:59 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/da-impronte-sullacqua-1/#comment-46371</guid>

					<description><![CDATA[@ Vittorio Eremi

Leggo solo ora, purtroppo, il tuo intervento (tendo, molto naturalmente, a escludere il lei/voi: spero non ti dispiaccia, è un modo per azzerare distanze che, per quanto mi riguarda, non hanno ragion d&#039;essere): ti ringrazio, ma ti assicuro che a me il tuo primo commento non era affatto dispiaciuto; se non altro, mi dava la misura esatta di una percezione &quot;a pelle&quot; di quei testi, di una ricezione da parte del lettore che poteva benissimo fermarsi a quel tipo di impatto. E non ci sarebbe stato niente da obiettare. Ma io continuo a credere che il &quot;lettore&quot; di poesia non sia un lettore qualsiasi; che andare in libreria e comprare l&#039;opera di un poeta non sia la stessa cosa che chiedere l&#039;ultimo best seller; che soffermarsi, in un blog, su dei testi poetici, risponda a un bisogno &quot;diverso&quot;, a volte radicalmente diverso, rispetto a quello che spinge alla lettura di un saggio. Guardo a me stesso: quando leggo un post di architettura, ad esempio, io mi avvicino con la disposizione di chi vuole apprendere, cosa che, nel mio caso, significa colmare parecchie lacune, acquisire un linguaqggio specifico, farsi un&#039;idea della storicità dei percorsi che mi vengono proposti, prima di potermi esprimere, sia pure in modo approssimativo, sulle tecniche e sul &quot;linguaggio&quot; della disciplina; cosa che non mi succede, invece, quando approccio un testo poetico (e parlo da lettore onnivoro, non da poeta, in questo caso): lì il mio atteggiamento, non solo mentale, è quello dell&#039; &quot;ascolto&quot;, che non è una posizione passiva, tutt&#039;altro, è il rischio (e la relativa accettazione) della &quot;metamorfosi&quot;, è lasciarsi attraversare dalla voce dell&#039;altro nella piena consapevolezza che essa parla &quot;per-me&quot;, e grazie a me, e dice nient&#039;altro che la sua libertà di essere-in-quanto-tale. Perché ho tenuto a distinguere il &quot;me&quot; lettore dal &quot;me&quot; poeta? Semplice, perché il me poeta, di fronte a un testo altro, non è mai &quot;nudo&quot;, è sempre rivestito della sua formazione, delle sue consuetudini di scrittura, della &quot;sua&quot; consapevolezza del &quot;proprio&quot; percorso individuale: tutte categorie all&#039;interno delle quali, fosse anche in modo inconscio, tende a iscrivere l&#039;alterità con la quale si confronta e, in silenzio, dialoga. Mi immagino (e mi auguro), ma è solo un mio sentire, che l&#039;unica critica possibile nei prossimi anni sia il resoconto che deriva non dall&#039;analisi/inquadramento operata dal &quot;sé&quot; poeta, ma dalle operazioni che il &quot;sé&quot; lettore si trova a gestire nel momento in cui dialoga con la &quot;diversità&quot; testuale, utilizzando la lingua dell&#039;ascolto e non quella, concettualmente già definita in categorie, stilemi, canoni, scelte retoriche e lessicali e quant&#039;altro, che si trova ad abitare, magari, proprio in quanto poeta o studioso egli stesso. 

...

Qualche precisazione (non richiesta, forse). &quot;Liceali&quot;, &quot;licealità&quot;, &quot;licealizzando&quot; non erano termini ironici, o offensivi, nei confronti dei ragazzi: facendo l&#039;insegnate da quasi trent&#039;anni, continuo a ritenere, esattamente come il primo giorno, che gli studenti sono la parte migliore di tutto l&#039;apparato, a volte l&#039;unica; solo che il loro &quot;bisogno culturale&quot; rimane inespresso, nella stragrande maggioranza dei casi, non si tramuta in prassi, in voluntas sciendi concreta, perché trova un ostacolo in pratiche, didattiche ed etiche, affatto castranti, inibitorie, che li portano a odiare, nel nostro caso specifico, la poesia, ridotta a un cumulo di formule, alla ripetizione di astratte formulazioni di poetica, mai provate al fuoco della lettura dei testi. So che sto generalizzando, e tacendo di percorsi didattico-formativi improntati a tutt&#039;altre logiche (ma sono la minoranza, purtroppo), ma non sono infrequenti, anzi, i casi di chi inizia un corso, mettiamo, su Leopardi, non introducendo alla &quot;lettura&quot; degli strumenti della sua officina (cfr. Zibaldone), ma parlando della sua infelicità legata all&#039;incipiente e precoce cecità o alla famigerata &quot;gobba&quot;: come se l&#039;ultimo mezzo secolo di analisi e studi su una delle più importanti esperienze poetiche della modernità fosse scivolato come acqua sulla pelle dei pinguini. Intendevo, quindi, con quei termini, in quel contesto, l&#039;atteggiamento di chi, tirando fuori una reminiscenza di cose soltanto orecchiate, si sente di pontificare su tutto, senza dubbi e senza incertezze. Solo questo.

p.s.

Sul rischio di discorsi autoreferenziali o sulla possibilità di finire invischiati in pratiche di etichette o cenacoli comunque &quot;convenzionati&quot; (un problema che qualcuno, adesso non ricordo chi, paventava nei giorni scorsi), chiedo, con beneficio di prova, di essere creduto sulla parola: è l&#039;unico che non correrò mai.

Grazie ancora.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Vittorio Eremi</p>
<p>Leggo solo ora, purtroppo, il tuo intervento (tendo, molto naturalmente, a escludere il lei/voi: spero non ti dispiaccia, è un modo per azzerare distanze che, per quanto mi riguarda, non hanno ragion d&#8217;essere): ti ringrazio, ma ti assicuro che a me il tuo primo commento non era affatto dispiaciuto; se non altro, mi dava la misura esatta di una percezione &#8220;a pelle&#8221; di quei testi, di una ricezione da parte del lettore che poteva benissimo fermarsi a quel tipo di impatto. E non ci sarebbe stato niente da obiettare. Ma io continuo a credere che il &#8220;lettore&#8221; di poesia non sia un lettore qualsiasi; che andare in libreria e comprare l&#8217;opera di un poeta non sia la stessa cosa che chiedere l&#8217;ultimo best seller; che soffermarsi, in un blog, su dei testi poetici, risponda a un bisogno &#8220;diverso&#8221;, a volte radicalmente diverso, rispetto a quello che spinge alla lettura di un saggio. Guardo a me stesso: quando leggo un post di architettura, ad esempio, io mi avvicino con la disposizione di chi vuole apprendere, cosa che, nel mio caso, significa colmare parecchie lacune, acquisire un linguaqggio specifico, farsi un&#8217;idea della storicità dei percorsi che mi vengono proposti, prima di potermi esprimere, sia pure in modo approssimativo, sulle tecniche e sul &#8220;linguaggio&#8221; della disciplina; cosa che non mi succede, invece, quando approccio un testo poetico (e parlo da lettore onnivoro, non da poeta, in questo caso): lì il mio atteggiamento, non solo mentale, è quello dell&#8217; &#8220;ascolto&#8221;, che non è una posizione passiva, tutt&#8217;altro, è il rischio (e la relativa accettazione) della &#8220;metamorfosi&#8221;, è lasciarsi attraversare dalla voce dell&#8217;altro nella piena consapevolezza che essa parla &#8220;per-me&#8221;, e grazie a me, e dice nient&#8217;altro che la sua libertà di essere-in-quanto-tale. Perché ho tenuto a distinguere il &#8220;me&#8221; lettore dal &#8220;me&#8221; poeta? Semplice, perché il me poeta, di fronte a un testo altro, non è mai &#8220;nudo&#8221;, è sempre rivestito della sua formazione, delle sue consuetudini di scrittura, della &#8220;sua&#8221; consapevolezza del &#8220;proprio&#8221; percorso individuale: tutte categorie all&#8217;interno delle quali, fosse anche in modo inconscio, tende a iscrivere l&#8217;alterità con la quale si confronta e, in silenzio, dialoga. Mi immagino (e mi auguro), ma è solo un mio sentire, che l&#8217;unica critica possibile nei prossimi anni sia il resoconto che deriva non dall&#8217;analisi/inquadramento operata dal &#8220;sé&#8221; poeta, ma dalle operazioni che il &#8220;sé&#8221; lettore si trova a gestire nel momento in cui dialoga con la &#8220;diversità&#8221; testuale, utilizzando la lingua dell&#8217;ascolto e non quella, concettualmente già definita in categorie, stilemi, canoni, scelte retoriche e lessicali e quant&#8217;altro, che si trova ad abitare, magari, proprio in quanto poeta o studioso egli stesso. </p>
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<p>Qualche precisazione (non richiesta, forse). &#8220;Liceali&#8221;, &#8220;licealità&#8221;, &#8220;licealizzando&#8221; non erano termini ironici, o offensivi, nei confronti dei ragazzi: facendo l&#8217;insegnate da quasi trent&#8217;anni, continuo a ritenere, esattamente come il primo giorno, che gli studenti sono la parte migliore di tutto l&#8217;apparato, a volte l&#8217;unica; solo che il loro &#8220;bisogno culturale&#8221; rimane inespresso, nella stragrande maggioranza dei casi, non si tramuta in prassi, in voluntas sciendi concreta, perché trova un ostacolo in pratiche, didattiche ed etiche, affatto castranti, inibitorie, che li portano a odiare, nel nostro caso specifico, la poesia, ridotta a un cumulo di formule, alla ripetizione di astratte formulazioni di poetica, mai provate al fuoco della lettura dei testi. So che sto generalizzando, e tacendo di percorsi didattico-formativi improntati a tutt&#8217;altre logiche (ma sono la minoranza, purtroppo), ma non sono infrequenti, anzi, i casi di chi inizia un corso, mettiamo, su Leopardi, non introducendo alla &#8220;lettura&#8221; degli strumenti della sua officina (cfr. Zibaldone), ma parlando della sua infelicità legata all&#8217;incipiente e precoce cecità o alla famigerata &#8220;gobba&#8221;: come se l&#8217;ultimo mezzo secolo di analisi e studi su una delle più importanti esperienze poetiche della modernità fosse scivolato come acqua sulla pelle dei pinguini. Intendevo, quindi, con quei termini, in quel contesto, l&#8217;atteggiamento di chi, tirando fuori una reminiscenza di cose soltanto orecchiate, si sente di pontificare su tutto, senza dubbi e senza incertezze. Solo questo.</p>
<p>p.s.</p>
<p>Sul rischio di discorsi autoreferenziali o sulla possibilità di finire invischiati in pratiche di etichette o cenacoli comunque &#8220;convenzionati&#8221; (un problema che qualcuno, adesso non ricordo chi, paventava nei giorni scorsi), chiedo, con beneficio di prova, di essere creduto sulla parola: è l&#8217;unico che non correrò mai.</p>
<p>Grazie ancora.</p>
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