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	Commenti a: Napoli. Tra movimento e stasi.	</title>
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		Di: Buzz		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Buzz]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Sep 2006 06:29:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@NoNameGiven

21) C&#039;è una sola farmacia, le altre sono ad alcuni chilometri;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@NoNameGiven</p>
<p>21) C&#8217;è una sola farmacia, le altre sono ad alcuni chilometri;</p>
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		Di: CroolIntentions		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45504</link>

		<dc:creator><![CDATA[CroolIntentions]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2006 17:46:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non ho visto tutta la trasmissione ma da persona che si occupa del casting avrei fatto di tutto per avere Saviano, anche al posto di Travaglio (o assieme). Possibile che nessuno si sia ricordato dell&#039;autore di un best seller?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non ho visto tutta la trasmissione ma da persona che si occupa del casting avrei fatto di tutto per avere Saviano, anche al posto di Travaglio (o assieme). Possibile che nessuno si sia ricordato dell&#8217;autore di un best seller?</p>
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		Di: Daniele Ventre		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45457</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2006 15:45:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Del resto, che aspettarsi dalla tv strappalacrime, se non retorica da romanzetto realistico di sest&#039;ordine?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Del resto, che aspettarsi dalla tv strappalacrime, se non retorica da romanzetto realistico di sest&#8217;ordine?</p>
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		Di: bruno esposito		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45360</link>

		<dc:creator><![CDATA[bruno esposito]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2006 10:09:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non solo quel pezzo di trasmissione ma tutta l&#039;impostazione è stata sbagliata. In Anno Zero si è discusso della criminalità dei disperati, quella che esiste in tutte le metropoli del mondo e in misura anche maggiore. E&#039; un allarme sociale comune a tutto il mondo industrializzato. Mi aspettavo un&#039;analisi del fenomeno camorristico che è diverso da quello mafioso. Mi aspettavo che le accuse alla gang di Bassolino ( che ho votato più volte per mancanza di alternativa ) non fossero così vaghe. Avrei voluto vedere con piacere una mappa dei clan, con tanto di nomi e cognomi, testimonianze da chi ci sta dentro. Avrei voluto sentire il prefetto, il questorie, il procuratore della Repubblica, il sindaco, il presidente della provincia, lo stesso Bassolino, il ministro dell&#039;Interno, gli assessori regionali. Hanno parlato del senatore De Gregorio senza dire delle sue collusioni con i clan di Fuorigrotta ( Malventi, Baratto, Cavalcanti ), senza fare cenno ai suoi 70.000 euro di assegni protestati, l&#039;ultimo ad Aprile di quest&#039;anno. Avrei voluto sentire un&#039;analisi sulle liste presentate dalla destra e dalla sinistra alle ultime elezioni, chi c&#039;era dentro, come mai la figlia di un boss è stata eletta in Forza Italia, chi ha pagato campagne elettorali da capogiro, chi sono quelle facce sui manifesti. E avrei voluto sentir parlare di aziende campane che subappaltano la loro produzione ai clan, che a loro volta le passano ai cinesi o ai disperati che lavorano epr due euro all&#039;ora. Avrei voluto sentire questo e tanto altro ancora ma invece ho sentito la vedova di una vittima dire che questo mondo fa schifo. E aveva ragione lei.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non solo quel pezzo di trasmissione ma tutta l&#8217;impostazione è stata sbagliata. In Anno Zero si è discusso della criminalità dei disperati, quella che esiste in tutte le metropoli del mondo e in misura anche maggiore. E&#8217; un allarme sociale comune a tutto il mondo industrializzato. Mi aspettavo un&#8217;analisi del fenomeno camorristico che è diverso da quello mafioso. Mi aspettavo che le accuse alla gang di Bassolino ( che ho votato più volte per mancanza di alternativa ) non fossero così vaghe. Avrei voluto vedere con piacere una mappa dei clan, con tanto di nomi e cognomi, testimonianze da chi ci sta dentro. Avrei voluto sentire il prefetto, il questorie, il procuratore della Repubblica, il sindaco, il presidente della provincia, lo stesso Bassolino, il ministro dell&#8217;Interno, gli assessori regionali. Hanno parlato del senatore De Gregorio senza dire delle sue collusioni con i clan di Fuorigrotta ( Malventi, Baratto, Cavalcanti ), senza fare cenno ai suoi 70.000 euro di assegni protestati, l&#8217;ultimo ad Aprile di quest&#8217;anno. Avrei voluto sentire un&#8217;analisi sulle liste presentate dalla destra e dalla sinistra alle ultime elezioni, chi c&#8217;era dentro, come mai la figlia di un boss è stata eletta in Forza Italia, chi ha pagato campagne elettorali da capogiro, chi sono quelle facce sui manifesti. E avrei voluto sentir parlare di aziende campane che subappaltano la loro produzione ai clan, che a loro volta le passano ai cinesi o ai disperati che lavorano epr due euro all&#8217;ora. Avrei voluto sentire questo e tanto altro ancora ma invece ho sentito la vedova di una vittima dire che questo mondo fa schifo. E aveva ragione lei.</p>
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		Di: Luigi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45320</link>

		<dc:creator><![CDATA[Luigi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 22:53:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[P.S.
aggiungo un&#039;ultima cosa, ho trovato la puntata di Anno Zero di Santoro vagamente aberrante. Le interviste al rapinatore, al fratello del presunto omicida, sono moralmente schifose]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>P.S.<br />
aggiungo un&#8217;ultima cosa, ho trovato la puntata di Anno Zero di Santoro vagamente aberrante. Le interviste al rapinatore, al fratello del presunto omicida, sono moralmente schifose</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Daniele Ventre		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45319</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 22:41:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ognuno agisca secondo coscienza, commisuratamente alle proprie forze.

In una città che è periferica e marginale fin nel suo centro, è ben difficile vivere.

L&#039;unica cosa è che il Titapoli non affonda. 

Permane.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ognuno agisca secondo coscienza, commisuratamente alle proprie forze.</p>
<p>In una città che è periferica e marginale fin nel suo centro, è ben difficile vivere.</p>
<p>L&#8217;unica cosa è che il Titapoli non affonda. </p>
<p>Permane.</p>
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		<title>
		Di: amedeo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45311</link>

		<dc:creator><![CDATA[amedeo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 21:12:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Casualmente leggo l&#039;articolo il giorno dopo Annozero di Santoro. 
Una domanda, reale, senza retorica e dalla cui risposta potrebbero dipendere alcune scelte.
Qual&#039;è il limite oltre cui è lecito scappare senza doversi sentire vigliacchi per aver abbandonato il Titapoli?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Casualmente leggo l&#8217;articolo il giorno dopo Annozero di Santoro.<br />
Una domanda, reale, senza retorica e dalla cui risposta potrebbero dipendere alcune scelte.<br />
Qual&#8217;è il limite oltre cui è lecito scappare senza doversi sentire vigliacchi per aver abbandonato il Titapoli?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Luigi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45181</link>

		<dc:creator><![CDATA[Luigi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 16:37:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Approfitto per chiudere, probabilmente, lo spazio dei commenti. Ringrazio quanti stimolati dalle mie riflessioni hanno aggiunto le loro. Ho seguito e apprezzato molto l&#039;intervento di Daniele Ventre, che nell&#039;intrico lessicale ardito, offre una visione assai precisa e personale della città.
L&#039;articolo nasceva come contrafforte emotivo ad una situazione di forte recrudescenza criminale che chiunque sia qui, in città, respira con la pelle. 
C&#039;è chi si è voluto soffermare sullo specifico di una contrapposzione che in realtà io non proponevo in maniera così rigidamente manichea. Ma va bene così. Come va bene che Marco, Daniele e altri abbiano contribuito con una loro riflessione, ad indirizzare l&#039;utilizzo e la comprensione della parola &#039;bellezza&#039;, che chissà perché sembra oggi una bestemmia reazionaria mentre è un valore fondante di ogni nostro agire. O dovrebbe.
Evidentemente tocca un nervo scoperto.
E ringrazio anche chi ha interpretato diversamente questo valore; lo dico senza ironia; l&#039;alterità fa sempre bene. 
Mi colpisce che a un certo punto la discussione si sia focalizzata sul luogo-periferia. Mentre ribadisco che la specificità criminale di Napoli è nel suo centro, purtroppo. Siamo già alla fase del contagio, della diffusione virale di microceppi delinquenziali.
Ma sulle periferie, forse, è arrivato il momento di avviare una seria ricognizione.
Napoli, ad esempio, è una città che divora letteralmente il resto della regione. Paradossalmente si potrebbe pensare tutta la cinta campana che divide Napoli dagli altri capoluoghi come un&#039;enorme periferia della prima. Sembra un paradosso, ma non lo è.
Le strade perdute di Napoli, lynchiane, sono ovunque, anche quando si ha la certezza di essere a Caserta. Castelvolturno, Villaggio Coppola (dove Garrone girò L&#039;imbalsamatore), Mondragone, oppure nel territorio flegreo. È Napoli, Napoli che si sfilaccia e si distende...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Approfitto per chiudere, probabilmente, lo spazio dei commenti. Ringrazio quanti stimolati dalle mie riflessioni hanno aggiunto le loro. Ho seguito e apprezzato molto l&#8217;intervento di Daniele Ventre, che nell&#8217;intrico lessicale ardito, offre una visione assai precisa e personale della città.<br />
L&#8217;articolo nasceva come contrafforte emotivo ad una situazione di forte recrudescenza criminale che chiunque sia qui, in città, respira con la pelle.<br />
C&#8217;è chi si è voluto soffermare sullo specifico di una contrapposzione che in realtà io non proponevo in maniera così rigidamente manichea. Ma va bene così. Come va bene che Marco, Daniele e altri abbiano contribuito con una loro riflessione, ad indirizzare l&#8217;utilizzo e la comprensione della parola &#8216;bellezza&#8217;, che chissà perché sembra oggi una bestemmia reazionaria mentre è un valore fondante di ogni nostro agire. O dovrebbe.<br />
Evidentemente tocca un nervo scoperto.<br />
E ringrazio anche chi ha interpretato diversamente questo valore; lo dico senza ironia; l&#8217;alterità fa sempre bene.<br />
Mi colpisce che a un certo punto la discussione si sia focalizzata sul luogo-periferia. Mentre ribadisco che la specificità criminale di Napoli è nel suo centro, purtroppo. Siamo già alla fase del contagio, della diffusione virale di microceppi delinquenziali.<br />
Ma sulle periferie, forse, è arrivato il momento di avviare una seria ricognizione.<br />
Napoli, ad esempio, è una città che divora letteralmente il resto della regione. Paradossalmente si potrebbe pensare tutta la cinta campana che divide Napoli dagli altri capoluoghi come un&#8217;enorme periferia della prima. Sembra un paradosso, ma non lo è.<br />
Le strade perdute di Napoli, lynchiane, sono ovunque, anche quando si ha la certezza di essere a Caserta. Castelvolturno, Villaggio Coppola (dove Garrone girò L&#8217;imbalsamatore), Mondragone, oppure nel territorio flegreo. È Napoli, Napoli che si sfilaccia e si distende&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: bruno esposito		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45180</link>

		<dc:creator><![CDATA[bruno esposito]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 16:37:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@daniele ventre
Analisi antropologica efficace e affascinante. Specie nella descrizione della città costruita per il comando. 
Sono parzialmente d&#039;accordo. Napoli è lo specchio di diverse dominazioni, non ci leggo un disegno intenzionale.
Nel fare il parallelo con i clan familiari giapponesi non mi riferivo alla composizione della società ma alla nascita della società basata su ceppi familiari diversi fra loro e spesso in conflitto. A Napoli, questa forma tribale esiste ancora e definire &quot;plebe&quot; coloro che la compongono, mi sembra in linea col riferimento temporale/storico di Domenico Rea.
E nel parlare di sinistra e di borghesia non mi sembra di aver fatto ricorso all&#039;ideologia. Sono fatti di carne e ossa, li puoi toccare.
Se poi il nodo non viene tagliato con l&#039;accorrere delle legioni, questo non lo so. E&#039; una via, un&#039;ipotesi per il veloce recupero del territorio che è stato occupato militarmente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@daniele ventre<br />
Analisi antropologica efficace e affascinante. Specie nella descrizione della città costruita per il comando.<br />
Sono parzialmente d&#8217;accordo. Napoli è lo specchio di diverse dominazioni, non ci leggo un disegno intenzionale.<br />
Nel fare il parallelo con i clan familiari giapponesi non mi riferivo alla composizione della società ma alla nascita della società basata su ceppi familiari diversi fra loro e spesso in conflitto. A Napoli, questa forma tribale esiste ancora e definire &#8220;plebe&#8221; coloro che la compongono, mi sembra in linea col riferimento temporale/storico di Domenico Rea.<br />
E nel parlare di sinistra e di borghesia non mi sembra di aver fatto ricorso all&#8217;ideologia. Sono fatti di carne e ossa, li puoi toccare.<br />
Se poi il nodo non viene tagliato con l&#8217;accorrere delle legioni, questo non lo so. E&#8217; una via, un&#8217;ipotesi per il veloce recupero del territorio che è stato occupato militarmente.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Daniele Ventre		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45139</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 13:55:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In realtà, appare sotteso all&#039;intervento di Pingitore un dato essenziale: che Napoli mostra, nel suo degrado urbano ed estetico, un&#039;integrale crisi sul piano assiologico. Molti, finora, hanno ribadito che il problema essenziale è economico. In verità il punto nodale è, da sempre, la concezione dell&#039;uomo che si riflette nel modo in cui il potere (sia quello criminale, illegale, sia quello politico, sancito dalle istituzioni), si organizza nello spazio, in un agglomerato che oggi si dipana, ben oltre i confini comunali e provinciali, da Caserta a Salerno, quasi senza significative soluzioni di continuità (al più, qualche straccio verde sporco di campagna malata), in un filiforme ed angusto attorcersi di sinapsi periferiche, fra entroterra, vulcano e mare.

Dalle antiche degradate insulae, retroterra maleolente delle stupende facciate di chiese barocche e regge neoclassiche, alle contemporanee scatole di cemento delle periferie (veri e propri &quot;omili&quot;, per riesumare l&#039;efficacissimo termine coniato da un oppositore degli aspetti deteriori e massificanti dell&#039;industrialismo, qual era Danilo Dolci), eserciti di terracotta prefabbricati che accerchiano e soffocano i relitti sparsi di un liberty fin de siècle, il volto della città appare continuamente atteggiato a crudele ironizzazione di se stesso, come in un&#039;improbabile opera patchwork risultante dalla cumulazione casuale degli strati. Sembra quasi che la lamiera contorta e mal attata su reticoli di tubi, il relitto del caseggiato sventrato, il casermone delle vele che non ci vuole, non ci sa morire, perché a dispetto della sua bruttura costruito per resistere, stiano lì a prendere in giro l&#039;ultimo residuale di forme armoniche ancora sopravviventi all&#039;assedio, in un accavallarsi di vocii e gridii che fa vibrare in note di triste sberleffo perfino le corde intime del dialetto.

Vendetta della plebe, ha detto qualcuno. Mancata formazione di un proletariato. In realtà, organizzazione secolare dello spazio in modo che la città del comando, ammantata di fregi, svettante, chiusa, si imponga con autoreferenziale tracotanza in mezzo a grovigli di catapecchie, intrecciate in un indecidibile logico di strade senza uscita, dove la massa è meno che proletariato, meno che plebe, meno che nucleo tribale, ed è appunto ridotta a puro aggregato conflittuale di istintualità ferina; lo stesso iperfamilismo non è altro che un ultimo, debole precipitato di collante di socialità animale, quale emerge là dove non esiste, e non si vuol far esistere, alcuna normatività (etica come estetica) da condividere; là dove il linguaggio stesso, sia esso lingua ufficiale o dialetto, pare decomposto; in una parola, là dove l&#039;uomo è, come uomo, totalmente nullificato. Ricordiamoci infatti, al di là di materialismi più o meno volgari, che l&#039;uomo è uomo per la sua natura di animal culturale, e che non si dà mai, nella storia, modo di produzione o rapporto di potere che non si esprima in un simbolo condiviso. La disgregazione estetica è frutto dell&#039;imposizione di un contesto in cui si vuole uccidere, nel delicatissimo cronotopo dello spazio urbano, che fa dell&#039;uomo un cittadino, la dimensione normativa della cultura (intesa nell&#039;amplissimo senso socio-antropologico del termine), che fa dell&#039;uomo stesso un uomo. 

Altrove, città altrettanto elitarie od oligarchiche, si sono date, in tutte le epoche, strutture che, nella loro pervasiva viabilità, esprimevano la volontà di controllo del potere e la sua capacità di farsi anche matrice generativa di norme (e in qualche modo di normalità), sia sul piano del diritto, sia sul piano dell&#039;organizzazione estetica dello spazio percepito. Napoli è l&#039;espressione di un altro tipo di potere -da dominanti di capobranco-, che nel suo localismo e nella sua marginalità si esaurisce, pago di esercitare, a partire dalla condizione originaria di eccezionalità che lo fonda, non altro che il brutale diritto all&#039;eccesso, finché dura. Si è evocato il paragone con il Giappone medievale. Sarebbe stata più efficace, come chiave di lettura della socialità, della struttura urbana, dell&#039;economia di Napoli, evocare il doppio circolo economico-culturale che per Dos Santos caratterizza, benché su scale infinitamente più grandi di invivibilità e di Apbau, città come Calcutta, Rio de Janeiro o Nairobi: un salotto di colletti bianchi al piano attico, una calca di perifericità sociale al pianoterra, un potere eterodiretto senza coscienza, un prisma di grattacieli rampollato da una biomassa di scatole di cartone e lamiere.

Si capisce bene, allora, come il paletto piantato dal commerciante a stabilire la sua giurisdizione privata, là dove esisteva un tempo un parcheggio invalidi, e la città che straborda dal suo Lebensraum, tracimando con alluvione cementizia di palazzine fin oltre il crinale inquieto del doppio recinto lavico del Vesuvio, non meno  dell&#039;appartenenza ai capizona e l&#039;aderenza in alto loco, non siano che due aspetti della stessa medaglia: una sorta di singolarità urbana, in cui lo spazio e il tempo degli individui e della comunità sono ingolfati nella frenesia e nella bruttura emananti dall&#039;arbitrio di pochi.

E il velleitarismo delle ideologie, o il proclama tardo-imperiale dell&#039;accorrere delle legioni, non ci aiutano a tagliare il nodo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In realtà, appare sotteso all&#8217;intervento di Pingitore un dato essenziale: che Napoli mostra, nel suo degrado urbano ed estetico, un&#8217;integrale crisi sul piano assiologico. Molti, finora, hanno ribadito che il problema essenziale è economico. In verità il punto nodale è, da sempre, la concezione dell&#8217;uomo che si riflette nel modo in cui il potere (sia quello criminale, illegale, sia quello politico, sancito dalle istituzioni), si organizza nello spazio, in un agglomerato che oggi si dipana, ben oltre i confini comunali e provinciali, da Caserta a Salerno, quasi senza significative soluzioni di continuità (al più, qualche straccio verde sporco di campagna malata), in un filiforme ed angusto attorcersi di sinapsi periferiche, fra entroterra, vulcano e mare.</p>
<p>Dalle antiche degradate insulae, retroterra maleolente delle stupende facciate di chiese barocche e regge neoclassiche, alle contemporanee scatole di cemento delle periferie (veri e propri &#8220;omili&#8221;, per riesumare l&#8217;efficacissimo termine coniato da un oppositore degli aspetti deteriori e massificanti dell&#8217;industrialismo, qual era Danilo Dolci), eserciti di terracotta prefabbricati che accerchiano e soffocano i relitti sparsi di un liberty fin de siècle, il volto della città appare continuamente atteggiato a crudele ironizzazione di se stesso, come in un&#8217;improbabile opera patchwork risultante dalla cumulazione casuale degli strati. Sembra quasi che la lamiera contorta e mal attata su reticoli di tubi, il relitto del caseggiato sventrato, il casermone delle vele che non ci vuole, non ci sa morire, perché a dispetto della sua bruttura costruito per resistere, stiano lì a prendere in giro l&#8217;ultimo residuale di forme armoniche ancora sopravviventi all&#8217;assedio, in un accavallarsi di vocii e gridii che fa vibrare in note di triste sberleffo perfino le corde intime del dialetto.</p>
<p>Vendetta della plebe, ha detto qualcuno. Mancata formazione di un proletariato. In realtà, organizzazione secolare dello spazio in modo che la città del comando, ammantata di fregi, svettante, chiusa, si imponga con autoreferenziale tracotanza in mezzo a grovigli di catapecchie, intrecciate in un indecidibile logico di strade senza uscita, dove la massa è meno che proletariato, meno che plebe, meno che nucleo tribale, ed è appunto ridotta a puro aggregato conflittuale di istintualità ferina; lo stesso iperfamilismo non è altro che un ultimo, debole precipitato di collante di socialità animale, quale emerge là dove non esiste, e non si vuol far esistere, alcuna normatività (etica come estetica) da condividere; là dove il linguaggio stesso, sia esso lingua ufficiale o dialetto, pare decomposto; in una parola, là dove l&#8217;uomo è, come uomo, totalmente nullificato. Ricordiamoci infatti, al di là di materialismi più o meno volgari, che l&#8217;uomo è uomo per la sua natura di animal culturale, e che non si dà mai, nella storia, modo di produzione o rapporto di potere che non si esprima in un simbolo condiviso. La disgregazione estetica è frutto dell&#8217;imposizione di un contesto in cui si vuole uccidere, nel delicatissimo cronotopo dello spazio urbano, che fa dell&#8217;uomo un cittadino, la dimensione normativa della cultura (intesa nell&#8217;amplissimo senso socio-antropologico del termine), che fa dell&#8217;uomo stesso un uomo. </p>
<p>Altrove, città altrettanto elitarie od oligarchiche, si sono date, in tutte le epoche, strutture che, nella loro pervasiva viabilità, esprimevano la volontà di controllo del potere e la sua capacità di farsi anche matrice generativa di norme (e in qualche modo di normalità), sia sul piano del diritto, sia sul piano dell&#8217;organizzazione estetica dello spazio percepito. Napoli è l&#8217;espressione di un altro tipo di potere -da dominanti di capobranco-, che nel suo localismo e nella sua marginalità si esaurisce, pago di esercitare, a partire dalla condizione originaria di eccezionalità che lo fonda, non altro che il brutale diritto all&#8217;eccesso, finché dura. Si è evocato il paragone con il Giappone medievale. Sarebbe stata più efficace, come chiave di lettura della socialità, della struttura urbana, dell&#8217;economia di Napoli, evocare il doppio circolo economico-culturale che per Dos Santos caratterizza, benché su scale infinitamente più grandi di invivibilità e di Apbau, città come Calcutta, Rio de Janeiro o Nairobi: un salotto di colletti bianchi al piano attico, una calca di perifericità sociale al pianoterra, un potere eterodiretto senza coscienza, un prisma di grattacieli rampollato da una biomassa di scatole di cartone e lamiere.</p>
<p>Si capisce bene, allora, come il paletto piantato dal commerciante a stabilire la sua giurisdizione privata, là dove esisteva un tempo un parcheggio invalidi, e la città che straborda dal suo Lebensraum, tracimando con alluvione cementizia di palazzine fin oltre il crinale inquieto del doppio recinto lavico del Vesuvio, non meno  dell&#8217;appartenenza ai capizona e l&#8217;aderenza in alto loco, non siano che due aspetti della stessa medaglia: una sorta di singolarità urbana, in cui lo spazio e il tempo degli individui e della comunità sono ingolfati nella frenesia e nella bruttura emananti dall&#8217;arbitrio di pochi.</p>
<p>E il velleitarismo delle ideologie, o il proclama tardo-imperiale dell&#8217;accorrere delle legioni, non ci aiutano a tagliare il nodo.</p>
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