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	Commenti a: Il dolore differito	</title>
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		<title>
		Di: missy		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[missy]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Nov 2006 11:10:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[anche a me!]]></description>
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		<title>
		Di: effeffe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/11/08/il-dolore-differito/#comment-51044</link>

		<dc:creator><![CDATA[effeffe]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Nov 2006 00:39:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[franz
mi manchi...
effeffe]]></description>
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mi manchi&#8230;<br />
effeffe</p>
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		Di: bruno esposito		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bruno esposito]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2006 17:36:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non conosco il sig. Franz Kraspecc. ma devo dire, come ha detto qualcuno, che le sue recensioni sono veramente molto belle.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non conosco il sig. Franz Kraspecc. ma devo dire, come ha detto qualcuno, che le sue recensioni sono veramente molto belle.</p>
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		<title>
		Di: a.b.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/11/08/il-dolore-differito/#comment-51035</link>

		<dc:creator><![CDATA[a.b.]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2006 16:51:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Palladineve mi hai convinto su Martini. 
Sul primo commento, secondo me molto semplicemete andava cancellato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Palladineve mi hai convinto su Martini.<br />
Sul primo commento, secondo me molto semplicemete andava cancellato.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: palladineve		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/11/08/il-dolore-differito/#comment-51031</link>

		<dc:creator><![CDATA[palladineve]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2006 14:05:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ a.b.

Erano degli esempi (tratti dalle &quot;mie&quot; esperienze di lettura) di proposizioni facilmente etichettabili (dal solito idiota frustrato di passaggio) come marchette. Dire poi che un libro &quot;è passato quasi inosservato&quot;, non significa che ha ricevuto, per forza di cose, critiche negative: il termine era relazionabile al battage mediatico che incensa tutta una serie di testi(coli) che ben conosciamo. E, in ogni caso, sempre a mio parere, coloro che ne hanno scritto bene, hanno dimostrato soltanto di saper ancora leggere, con onestà intellettuale e senza remore di natura amicale, e non di dover pagare qualche &quot;debito&quot;. Il libro, e se l&#039;hai letto lo sai, è di quelli di valore, così come quello di Martini, che ti consiglio vivamente, qualora tu non  l&#039;abbia già letto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ a.b.</p>
<p>Erano degli esempi (tratti dalle &#8220;mie&#8221; esperienze di lettura) di proposizioni facilmente etichettabili (dal solito idiota frustrato di passaggio) come marchette. Dire poi che un libro &#8220;è passato quasi inosservato&#8221;, non significa che ha ricevuto, per forza di cose, critiche negative: il termine era relazionabile al battage mediatico che incensa tutta una serie di testi(coli) che ben conosciamo. E, in ogni caso, sempre a mio parere, coloro che ne hanno scritto bene, hanno dimostrato soltanto di saper ancora leggere, con onestà intellettuale e senza remore di natura amicale, e non di dover pagare qualche &#8220;debito&#8221;. Il libro, e se l&#8217;hai letto lo sai, è di quelli di valore, così come quello di Martini, che ti consiglio vivamente, qualora tu non  l&#8217;abbia già letto.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/11/08/il-dolore-differito/#comment-51030</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2006 14:03:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@wovoka
Concorderei, in linea di massima con la tua notazione.
Aggiungo che se l’arte “come mestiere” sottende lo stesso tipo di problemi nell’espressione del giudizio “sincero”, l’arte come prodotto, cioè in sé e per sé, non mente mai.
Forse è l’unico modo che abbiamo di dire sempre la verità su ciò che siamo (in quanto artisti, e forse in quanto umani): anche quando stiamo mentendo o stiamo velando, o mescolando le carte, troveremo sempre qualcuno capace di “leggerci”, ammesso che ne abbia tempo, voglia, interesse.
Per questo, alla fine, le recensioni sono importanti: c’è caso che qualcuno ci azzecchi e ti chiarisca cosa stai davvero facendo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@wovoka<br />
Concorderei, in linea di massima con la tua notazione.<br />
Aggiungo che se l’arte “come mestiere” sottende lo stesso tipo di problemi nell’espressione del giudizio “sincero”, l’arte come prodotto, cioè in sé e per sé, non mente mai.<br />
Forse è l’unico modo che abbiamo di dire sempre la verità su ciò che siamo (in quanto artisti, e forse in quanto umani): anche quando stiamo mentendo o stiamo velando, o mescolando le carte, troveremo sempre qualcuno capace di “leggerci”, ammesso che ne abbia tempo, voglia, interesse.<br />
Per questo, alla fine, le recensioni sono importanti: c’è caso che qualcuno ci azzecchi e ti chiarisca cosa stai davvero facendo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: a.b.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/11/08/il-dolore-differito/#comment-51029</link>

		<dc:creator><![CDATA[a.b.]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2006 13:48:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Credo che “Le cose come stanno” abbia ricevuto parecchie critiche positive, io per esempio ne ricordo una su ttL. E non ho mai sentito nessuno di quelli che l&#039;aveva letto dire che non è un bel libro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Credo che “Le cose come stanno” abbia ricevuto parecchie critiche positive, io per esempio ne ricordo una su ttL. E non ho mai sentito nessuno di quelli che l&#8217;aveva letto dire che non è un bel libro.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: wovoka		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/11/08/il-dolore-differito/#comment-51028</link>

		<dc:creator><![CDATA[wovoka]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2006 13:35:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@Tashtego. Penso però che ci sia una sostanziale differenza tra gli eufemismi che normalmente si adoperano per evitare di far &quot;perdere la faccia&quot; a qualcuno, e quella falsificazione che, se smascherata, fa crollare drammaticamente i rapporti mal fondati. La prima è una forma di &quot;saggezza&quot; che, in fondo, non fa che sancire il carattere convenzionale dei ruoli che incarniamo all&#039;interno dei rapporti di lavoro. Nel lavoro, è la necessità ci obbliga a dei rapporti non elettivi, e questo strato &quot;attenuante&quot;, formalizzato, mi appare più che necessario. Nell&#039;arte e nella cultura, si dovrebbe invece attuare prima di tutto quella &quot;distanza dal bisogno&quot; che renda possibile puntare ad una verità più nuda e incondizionata, che non si preoccupi, nel caso, di poter andare ad intaccare le proprie stesse radici. E&#039; chiaro che se l&#039;arte e la cultura diventano lavoro, ovvero mezzo di sopravvivenza, queste possibilità si restringono ed il campo si insterilisce, almeno in assenza di meccanismi correttivi esterni, come quelli che, nella scienza, puniscono inflessibilmente la frode con una perdita irreversibile di credibilità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@Tashtego. Penso però che ci sia una sostanziale differenza tra gli eufemismi che normalmente si adoperano per evitare di far &#8220;perdere la faccia&#8221; a qualcuno, e quella falsificazione che, se smascherata, fa crollare drammaticamente i rapporti mal fondati. La prima è una forma di &#8220;saggezza&#8221; che, in fondo, non fa che sancire il carattere convenzionale dei ruoli che incarniamo all&#8217;interno dei rapporti di lavoro. Nel lavoro, è la necessità ci obbliga a dei rapporti non elettivi, e questo strato &#8220;attenuante&#8221;, formalizzato, mi appare più che necessario. Nell&#8217;arte e nella cultura, si dovrebbe invece attuare prima di tutto quella &#8220;distanza dal bisogno&#8221; che renda possibile puntare ad una verità più nuda e incondizionata, che non si preoccupi, nel caso, di poter andare ad intaccare le proprie stesse radici. E&#8217; chiaro che se l&#8217;arte e la cultura diventano lavoro, ovvero mezzo di sopravvivenza, queste possibilità si restringono ed il campo si insterilisce, almeno in assenza di meccanismi correttivi esterni, come quelli che, nella scienza, puniscono inflessibilmente la frode con una perdita irreversibile di credibilità.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/11/08/il-dolore-differito/#comment-51026</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2006 12:45:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[no &quot;creo&quot;, bensì &quot;credo&quot;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>no &#8220;creo&#8221;, bensì &#8220;credo&#8221;.</p>
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		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2006/11/08/il-dolore-differito/#comment-51025</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2006 12:44:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@wovoka
Nel Seicento era quasi d’obbligo, per l’uomo colto e “di mondo”, non dire mai ciò che davvero si pensava: la “mente barocca” considerava la sincerità un peccato di intelligenza, prima ancora che di cautela.
Quando dire ciò che si pensa non costa nulla, quando addirittura può convenire, allora vedi che tutti si affannano, si affollano addirittura, attorno alla “Verità”, aggiungendo precisazioni e glosse: la sincerità condivisa, addirittura di maggioranza, ha sempre un fracco di sostenitori “sinceri”.
È quando occorre pagare un costo che i comportamenti si diversificano molto.
E poi non creo che realtà, verità e sincerità stiano tra loro in un rapporto semplice, facilmente riducibile a regolette etiche.
Non trovo che la sincerità sia necessariamente un dovere, né un onore, né un merito: la maggior parte delle volte non occorre mentire, basta omettere.
Per esempio, nella mia attività quotidiana non posso dire quasi mai, pienamente, quello che penso.
Ma non tanto per i danni che potrebbero derivarmene, quanto perchè sarebbe inutile (cioè non porterebbe a risultati) e soprattutto molto faticoso: per esprimersi in sincerità occorre condividere con l’inter-locutore un territorio tecnico e culturale di solito piuttosto vasto, occorre tendere allo stesso obbiettivo in cooperazione, eccetera.
Roba complessa: la semplificazione relazionale del dirsi “le cose in faccia”, nella sua stupidità, può andare bene per i reality.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@wovoka<br />
Nel Seicento era quasi d’obbligo, per l’uomo colto e “di mondo”, non dire mai ciò che davvero si pensava: la “mente barocca” considerava la sincerità un peccato di intelligenza, prima ancora che di cautela.<br />
Quando dire ciò che si pensa non costa nulla, quando addirittura può convenire, allora vedi che tutti si affannano, si affollano addirittura, attorno alla “Verità”, aggiungendo precisazioni e glosse: la sincerità condivisa, addirittura di maggioranza, ha sempre un fracco di sostenitori “sinceri”.<br />
È quando occorre pagare un costo che i comportamenti si diversificano molto.<br />
E poi non creo che realtà, verità e sincerità stiano tra loro in un rapporto semplice, facilmente riducibile a regolette etiche.<br />
Non trovo che la sincerità sia necessariamente un dovere, né un onore, né un merito: la maggior parte delle volte non occorre mentire, basta omettere.<br />
Per esempio, nella mia attività quotidiana non posso dire quasi mai, pienamente, quello che penso.<br />
Ma non tanto per i danni che potrebbero derivarmene, quanto perchè sarebbe inutile (cioè non porterebbe a risultati) e soprattutto molto faticoso: per esprimersi in sincerità occorre condividere con l’inter-locutore un territorio tecnico e culturale di solito piuttosto vasto, occorre tendere allo stesso obbiettivo in cooperazione, eccetera.<br />
Roba complessa: la semplificazione relazionale del dirsi “le cose in faccia”, nella sua stupidità, può andare bene per i reality.</p>
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