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	Commenti a: Da: Artico	</title>
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		Di: sitting targets		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sitting targets]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Feb 2007 17:34:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[recensioni molto ben scritte, anche se questo dovrebbe essere uno spazio per i commenti, non un tazebao critico. semplicemente, si potrebbe dire che queste poesie sono feroci. nel senso migliore del termine. chi vive intesamente le sue emozioni sa senz&#039;altro quel che voglio dire.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensioni molto ben scritte, anche se questo dovrebbe essere uno spazio per i commenti, non un tazebao critico. semplicemente, si potrebbe dire che queste poesie sono feroci. nel senso migliore del termine. chi vive intesamente le sue emozioni sa senz&#8217;altro quel che voglio dire.</p>
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		Di: Tommaso Lisa		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Lisa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2007 18:06:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ciao Francesca,
Marco mi ha segnalato la tua uscita su N.I. colgo subito l&#039;occasione per postare la recensione a Artico, scritta per Poesia ma mai pubblicata. Domani sera c&#039;è la riunione di RE: con Raveggi per questo terzo numero, che ospiterà il tuo bel saggio sui luoghi desolati. A presto
Tom

Francesca Matteoni, Artico, Milano, Crocetti, 2005, Euro 9.

Le ventiquattro liriche di Artico, di Francesca Matteoni (1975, nata a Pistoia ma da anni risiedente a Londra) mettono in scena una poesia dai toni boreali e oscuri, tramata di paesaggi notturni, dalla neve del nord estremo. Artico è infatti «il luogo dove l’anima ha il suo attraversamento lentissimo, solitario» (come si legge nell’intervista, posta in appendice al volume). Si tratta di una scrittura dagli scenari fiabeschi (Andersen è uno degli scrittori più amati dall’autrice), venata da riferimenti al mito classico, e che della fiaba riprende la crudeltà e il filo di salvezza. Il libro, solo apparentemente esile, è scandito in micro-sezioni tematiche numerate, che danno profondità e complessità alla struttura. La lirica della Matteoni non teme la prima persona e, pur tendendo al diario, si distanzia dal tono autobiografico della confessione per descrivere, con una figuratività distanziante, situazioni emozionali algide e astratte. Questa poetica di oggettivazione dei sentimenti, che non ha molti referenti nella tradizione lirica italiana (la Matteoni si limita ad inserirsi in una genealogia che, discendendo da Leopardi, arriva a Amelia Rosselli, Margerita Guidacci e Antonella Anedda) dialoga col romanticismo anglosassone, dai poeti laghisti fino a William Butler Yeats (l’opera del quale è stata studiata, in relazione alla mitologia celtica e all’esoterismo, nel corso della tesi in Storia delle Religioni), a Dylan Thomas e Sylvia Plath. Artico si serve di un “metodo mitopoietico” che usa l’aspetto folclorico non in funzione restaurativa (di chiusura nei confronti della reatà) ma quale strumento per arrivare alla radice di conflitti plurisecolari (in situazioni dove, leopardianamente, di fronte a un’imperiosa “natura matrigna”, l’uomo si sforza di porre in salvo pochi, deboli, ma preziosi frammenti di senso); si tratta di un diario della vita interiore che si snoda in corporei meandri di ritmi e assonanze, tra emblematiche figure di animali, alberi, case, architetture di luce e di ombra. La trasformazione ciclica della natura si specchia nel mutamento della condizione liminare dell’io, colto nel momento di passaggio (tipico della fiaba) tra adolescenza e età adulta. Lo stile, pur essendo il tema “magico-onirico”, è ossificato e epigrammatico: i testi sono scanditi in stanze (talvolta di quartine) segno di una minuziosa opera di montaggio del materiale verbale. Pur non ricorrendo alla forma chiusa o alla metrica, Artico assembla con tagli stranianti gli sparsi fotogrammi immaginativi secondo un processo di “sottrazione” e “scomposizione”. Questa tecnica, che comporta un cosciente distacco e, al contempo, un ininterrotto dialogo (rappresentato dalla poesia stessa), conferisce solidità d’impianto e una cifra stilistica “distanziante” inconfondibile. La poesia della Matteoni, oltre a ricorrere spesso al “correlativo oggettivo”, tratto che ne rafforza l’essenzialità stilistica, si caratterizza per le immagini archetipiche (terra, aria, fuoco, acqua, come teorizava Gaston Bachelard, tra di loro implicati), e per una misura visiva degli spazi che contribuisce alla memorabilità. A certificare la notevolezza di Artico sta il fatto che tale opera d’esordio è il distillato delle antologie del Nodo sottile (dal primo volume, del 1999 al quarto del 2004), progettate dal Comune di Firenze e dall’Assessorato alla Cultura Archivio Giovani Artisti, e coordinate da Vittoro Biagini e Andrea Sirotti. La silloge quindi, oltre al punto d’arrivo di un progetto condiviso, costituisce una solida base di sviluppo per la poetica della Matteoni, i cui testi erano precedentemente apparsi, oltre che nel secondo volume di Nodo sottile (2001), sulle riviste fiorentine “Semicerchio” e “Re:”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao Francesca,<br />
Marco mi ha segnalato la tua uscita su N.I. colgo subito l&#8217;occasione per postare la recensione a Artico, scritta per Poesia ma mai pubblicata. Domani sera c&#8217;è la riunione di RE: con Raveggi per questo terzo numero, che ospiterà il tuo bel saggio sui luoghi desolati. A presto<br />
Tom</p>
<p>Francesca Matteoni, Artico, Milano, Crocetti, 2005, Euro 9.</p>
<p>Le ventiquattro liriche di Artico, di Francesca Matteoni (1975, nata a Pistoia ma da anni risiedente a Londra) mettono in scena una poesia dai toni boreali e oscuri, tramata di paesaggi notturni, dalla neve del nord estremo. Artico è infatti «il luogo dove l’anima ha il suo attraversamento lentissimo, solitario» (come si legge nell’intervista, posta in appendice al volume). Si tratta di una scrittura dagli scenari fiabeschi (Andersen è uno degli scrittori più amati dall’autrice), venata da riferimenti al mito classico, e che della fiaba riprende la crudeltà e il filo di salvezza. Il libro, solo apparentemente esile, è scandito in micro-sezioni tematiche numerate, che danno profondità e complessità alla struttura. La lirica della Matteoni non teme la prima persona e, pur tendendo al diario, si distanzia dal tono autobiografico della confessione per descrivere, con una figuratività distanziante, situazioni emozionali algide e astratte. Questa poetica di oggettivazione dei sentimenti, che non ha molti referenti nella tradizione lirica italiana (la Matteoni si limita ad inserirsi in una genealogia che, discendendo da Leopardi, arriva a Amelia Rosselli, Margerita Guidacci e Antonella Anedda) dialoga col romanticismo anglosassone, dai poeti laghisti fino a William Butler Yeats (l’opera del quale è stata studiata, in relazione alla mitologia celtica e all’esoterismo, nel corso della tesi in Storia delle Religioni), a Dylan Thomas e Sylvia Plath. Artico si serve di un “metodo mitopoietico” che usa l’aspetto folclorico non in funzione restaurativa (di chiusura nei confronti della reatà) ma quale strumento per arrivare alla radice di conflitti plurisecolari (in situazioni dove, leopardianamente, di fronte a un’imperiosa “natura matrigna”, l’uomo si sforza di porre in salvo pochi, deboli, ma preziosi frammenti di senso); si tratta di un diario della vita interiore che si snoda in corporei meandri di ritmi e assonanze, tra emblematiche figure di animali, alberi, case, architetture di luce e di ombra. La trasformazione ciclica della natura si specchia nel mutamento della condizione liminare dell’io, colto nel momento di passaggio (tipico della fiaba) tra adolescenza e età adulta. Lo stile, pur essendo il tema “magico-onirico”, è ossificato e epigrammatico: i testi sono scanditi in stanze (talvolta di quartine) segno di una minuziosa opera di montaggio del materiale verbale. Pur non ricorrendo alla forma chiusa o alla metrica, Artico assembla con tagli stranianti gli sparsi fotogrammi immaginativi secondo un processo di “sottrazione” e “scomposizione”. Questa tecnica, che comporta un cosciente distacco e, al contempo, un ininterrotto dialogo (rappresentato dalla poesia stessa), conferisce solidità d’impianto e una cifra stilistica “distanziante” inconfondibile. La poesia della Matteoni, oltre a ricorrere spesso al “correlativo oggettivo”, tratto che ne rafforza l’essenzialità stilistica, si caratterizza per le immagini archetipiche (terra, aria, fuoco, acqua, come teorizava Gaston Bachelard, tra di loro implicati), e per una misura visiva degli spazi che contribuisce alla memorabilità. A certificare la notevolezza di Artico sta il fatto che tale opera d’esordio è il distillato delle antologie del Nodo sottile (dal primo volume, del 1999 al quarto del 2004), progettate dal Comune di Firenze e dall’Assessorato alla Cultura Archivio Giovani Artisti, e coordinate da Vittoro Biagini e Andrea Sirotti. La silloge quindi, oltre al punto d’arrivo di un progetto condiviso, costituisce una solida base di sviluppo per la poetica della Matteoni, i cui testi erano precedentemente apparsi, oltre che nel secondo volume di Nodo sottile (2001), sulle riviste fiorentine “Semicerchio” e “Re:”.</p>
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		<title>
		Di: cara polvere		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/02/06/da-artico/#comment-60617</link>

		<dc:creator><![CDATA[cara polvere]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2007 12:48:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[e poi sempre  @ Velardi

che fa, m&#039;interroga l&#039;esclamazione?
e la risposta non saprei, se la chiedesse a me.
p.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>e poi sempre  @ Velardi</p>
<p>che fa, m&#8217;interroga l&#8217;esclamazione?<br />
e la risposta non saprei, se la chiedesse a me.<br />
p.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<item>
		<title>
		Di: cara polvere		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/02/06/da-artico/#comment-60616</link>

		<dc:creator><![CDATA[cara polvere]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2007 12:44:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@velardi 
lei mi lusinga, ma.
non sono davvero un&#039; esperta di comunicazioni
anzi, per dirla tutta,  provoco disastri comunicativi, semmai.
per commentare prendo in prestito l&#039;istinto che è il mio (non il formaggino) conduttore d&#039;energia migliore
salut
paola]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@velardi<br />
lei mi lusinga, ma.<br />
non sono davvero un&#8217; esperta di comunicazioni<br />
anzi, per dirla tutta,  provoco disastri comunicativi, semmai.<br />
per commentare prendo in prestito l&#8217;istinto che è il mio (non il formaggino) conduttore d&#8217;energia migliore<br />
salut<br />
paola</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: c.velardi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/02/06/da-artico/#comment-60610</link>

		<dc:creator><![CDATA[c.velardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2007 11:56:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[!?

&quot;altri modi per dire quello che leggo non so&quot;.

in questi giorni, tra i commentatori - e non solo, ci sono parecchi candidati. ma c&#039;è un favorito. cara polvere al posto di sircana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>!?</p>
<p>&#8220;altri modi per dire quello che leggo non so&#8221;.</p>
<p>in questi giorni, tra i commentatori &#8211; e non solo, ci sono parecchi candidati. ma c&#8217;è un favorito. cara polvere al posto di sircana.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: cara polvere		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/02/06/da-artico/#comment-60599</link>

		<dc:creator><![CDATA[cara polvere]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2007 10:27:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[un apocalisse, come un maschile, come un figlia donna amante, come un maschile che si spiega  in mezzo alla barbarie pleonasticamente apocalittica della vita.
materie livide, cornici d&#039;ossa e cornee in cui l&#039;occhio ha vita a parte.
sa d&#039;insetto il verso, fumigante un lampo e poi di seguito la metamorfosi fredda che cela ancora antichissime ere di magma.
tutto versa nella singola biografia d&#039;ognuno: oggetti compresi. 
oggetti e corpi inadeguati alla cosmesi.
il dio è l&#039;io ostinato a ritrovarsi sacro nei nodi ristretti delle corde più alte del tempo  
lassù dondolano i nervi-betulle e il gorgo della parola.
è un tendere di figlia alla vita
e d&#039;amante alla madre, alla donna
come maschio che fa di se il suo doppio bucato e penetrabile
come donna che timbra di nudi riti il suo darsi
è un verso coraggioso che deforma il lettore che vi si specchia
è una contusione nella &quot;pancia&quot; di una montagna.
solleva e abbatte e scrive sulla punta del coltello la tenerezza
disperata di una fuga, di una domanda di riconoscimento, di un nome
&quot;che se fosse un animale non sceglierebbe mai un uomo per spirito guida&quot;

altri modi per dire quello che leggo non so.

mi fa piacere ri-leggerti anche qui, Francesca
un caro saluto
paola]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>un apocalisse, come un maschile, come un figlia donna amante, come un maschile che si spiega  in mezzo alla barbarie pleonasticamente apocalittica della vita.<br />
materie livide, cornici d&#8217;ossa e cornee in cui l&#8217;occhio ha vita a parte.<br />
sa d&#8217;insetto il verso, fumigante un lampo e poi di seguito la metamorfosi fredda che cela ancora antichissime ere di magma.<br />
tutto versa nella singola biografia d&#8217;ognuno: oggetti compresi.<br />
oggetti e corpi inadeguati alla cosmesi.<br />
il dio è l&#8217;io ostinato a ritrovarsi sacro nei nodi ristretti delle corde più alte del tempo<br />
lassù dondolano i nervi-betulle e il gorgo della parola.<br />
è un tendere di figlia alla vita<br />
e d&#8217;amante alla madre, alla donna<br />
come maschio che fa di se il suo doppio bucato e penetrabile<br />
come donna che timbra di nudi riti il suo darsi<br />
è un verso coraggioso che deforma il lettore che vi si specchia<br />
è una contusione nella &#8220;pancia&#8221; di una montagna.<br />
solleva e abbatte e scrive sulla punta del coltello la tenerezza<br />
disperata di una fuga, di una domanda di riconoscimento, di un nome<br />
&#8220;che se fosse un animale non sceglierebbe mai un uomo per spirito guida&#8221;</p>
<p>altri modi per dire quello che leggo non so.</p>
<p>mi fa piacere ri-leggerti anche qui, Francesca<br />
un caro saluto<br />
paola</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Marco Simonelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/02/06/da-artico/#comment-60585</link>

		<dc:creator><![CDATA[Marco Simonelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2007 03:57:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Accludo qui di seguito una breve recensione che scrissi dopo la lettura di Artico di Francesca Matteoni, consigliandone ai lettori di NI la lettura. 

Lo spazio in cui il testo poetico accade non è riconducibile ad un luogo geografico per il suo autore: piuttosto una scelta (istintiva? Meditata?) di locazione filmica di ciò che viene facendosi, una scena in cui far scorrere la propria affabulazione, un fondale davanti al quale porre il proprio dire. Un fondale in cui l&#039;autore sceglie di essere contenuto. Nella poesia Paesaggio possiamo leggere due differenti ottave in verso libero, slegate tra loro dal triplo asterisco eppure strettamente unite da una figuralità glaciale mossa da sinestesie ( &quot;i rami sognano la direzione della neve&quot;, &quot;l&#039;orizzonte bianco, drappo di nidi/ sonnolenti&quot;). In tutte le poesie di Artico è lo stesso paesaggio a raccontare liricamente l&#039;autrice, s-oggetto spesso sottinteso eppure sempre presente nella tessitura poetica e grammaticale. Un io che diventa un quasi corale noi, usato spesso nella forma impersonale (&quot;Si scivola sotto ai mastelli&quot;; &quot;Si è ricordati nelle case&quot;). Come in Neurosuite di Margherita Guidacci (autrice verso cui Francesca, nell&#039;intervista pubblicata in fondo al libro, dichiara di nutrire debiti culturali) la scenografia poetica si dilata dall&#039;interiorità sofferente delle figure che popolano le pagine. Artico di Francesca Matteoni è un libro compatto ed essenziale che nei suoi 24 testi racconta, attraverso una mappatura energicamente tracciata, una sorta di spedizione e relativa ricognizione attraverso le &quot;zolle d&#039;una terra malferma&quot;. L&#039;iceberg, la cui parte emersa è una minima percentuale delle sue reali dimensioni, si frattura e si manifesta interamente creando una superficie praticabile solo da colui (colei, in questo caso) per cui &quot;L&#039;inverno è consolazione/ indomabile ghiaccio, puro&quot;. Nonostante la matrice metaforica sia composta in parte da un immaginario quasi fiabesco, il timbro generale del testo poco ha in comune con la consolazione: la continua paratassi, la scelta di immagini dai contorni definiti, gli incisivi dettagli di un paesaggio interiorizzato (più che interno o meramente simbolico) non sono altro che gli stratagemmi retorici necessari ad un approccio dinamico e combattivo nei confronti di una realtà ostile. Una lingua scandita dallo sguardo che compie la sua iterazione dall&#039;interno della condizione reale, abbandonandosi ad una descrizione quasi onirica di sé e della propria esperienza umana in una sorta di fase REM dei codici espressivi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Accludo qui di seguito una breve recensione che scrissi dopo la lettura di Artico di Francesca Matteoni, consigliandone ai lettori di NI la lettura. </p>
<p>Lo spazio in cui il testo poetico accade non è riconducibile ad un luogo geografico per il suo autore: piuttosto una scelta (istintiva? Meditata?) di locazione filmica di ciò che viene facendosi, una scena in cui far scorrere la propria affabulazione, un fondale davanti al quale porre il proprio dire. Un fondale in cui l&#8217;autore sceglie di essere contenuto. Nella poesia Paesaggio possiamo leggere due differenti ottave in verso libero, slegate tra loro dal triplo asterisco eppure strettamente unite da una figuralità glaciale mossa da sinestesie ( &#8220;i rami sognano la direzione della neve&#8221;, &#8220;l&#8217;orizzonte bianco, drappo di nidi/ sonnolenti&#8221;). In tutte le poesie di Artico è lo stesso paesaggio a raccontare liricamente l&#8217;autrice, s-oggetto spesso sottinteso eppure sempre presente nella tessitura poetica e grammaticale. Un io che diventa un quasi corale noi, usato spesso nella forma impersonale (&#8220;Si scivola sotto ai mastelli&#8221;; &#8220;Si è ricordati nelle case&#8221;). Come in Neurosuite di Margherita Guidacci (autrice verso cui Francesca, nell&#8217;intervista pubblicata in fondo al libro, dichiara di nutrire debiti culturali) la scenografia poetica si dilata dall&#8217;interiorità sofferente delle figure che popolano le pagine. Artico di Francesca Matteoni è un libro compatto ed essenziale che nei suoi 24 testi racconta, attraverso una mappatura energicamente tracciata, una sorta di spedizione e relativa ricognizione attraverso le &#8220;zolle d&#8217;una terra malferma&#8221;. L&#8217;iceberg, la cui parte emersa è una minima percentuale delle sue reali dimensioni, si frattura e si manifesta interamente creando una superficie praticabile solo da colui (colei, in questo caso) per cui &#8220;L&#8217;inverno è consolazione/ indomabile ghiaccio, puro&#8221;. Nonostante la matrice metaforica sia composta in parte da un immaginario quasi fiabesco, il timbro generale del testo poco ha in comune con la consolazione: la continua paratassi, la scelta di immagini dai contorni definiti, gli incisivi dettagli di un paesaggio interiorizzato (più che interno o meramente simbolico) non sono altro che gli stratagemmi retorici necessari ad un approccio dinamico e combattivo nei confronti di una realtà ostile. Una lingua scandita dallo sguardo che compie la sua iterazione dall&#8217;interno della condizione reale, abbandonandosi ad una descrizione quasi onirica di sé e della propria esperienza umana in una sorta di fase REM dei codici espressivi.</p>
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