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	Commenti a: Lesbosuore contro Daitarn III	</title>
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		<title>
		Di: mazinger		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mazinger]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 May 2007 18:37:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grande..ma che idea ti è venuta Morozzi?!! lesbosuore contro Daitarn 3..sei pazzo,però bello]]></description>
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		Di: 12345		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/05/07/lesbosuore-contro-daitarn-iii/#comment-68979</link>

		<dc:creator><![CDATA[12345]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 May 2007 19:50:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Se ce la fai

Claudio - il ragazzo con il quale condividevo l’appartamento - non riusciva a liberarsi di Alice, un’infermiera con cui era uscito per un paio di mesi. Io questa Alice non l’avevo mai vista e Claudio me ne aveva parlato pochissimo. Certe volte me la figuravo così come ci si immagina che possano essere le infermiere: infilate in un camice inamidato, i capelli legati, una leggera nota di rossetto sulle labbra e gli zoccoli ai piedi che galoppano lungo le corsie ospedaliere. Per il resto, non ne sapevo niente, sapevo solo che uscivano e che lei era un’infermiera e che si chiamava Alice e che era sui trenta e che gli telefonava tutte le sere alle sette. Poi uscivano. 

Lui la lasciò e lei parve non darsi pace. Telefonava di continuo. Rispondeva sempre lui, certe volte gridava, altre volte mi metteva in mezzo, diceva che anch’io ero stufo di tutte quelle telefonate e che la consideravo una pazza. Io non avevo ancora sentito la voce di questa Alice, non mi sarei nemmeno sognato di mettermi in mezzo e di definire pazza una persona che non conoscevo per niente.

Una sera Claudio ed io stavamo fumando uno spinello e guardavamo la televisione. Suonò il citofono e lui disse: “Devo andare!” Prese la giacca, mi lasciò quel che restava del fumo e infilò la porta.
	Prima che uscisse gli chiesi: “Con chi te ne vai?”
	“Erika” rispose, gli occhi lucidi, la voce roca, un mezzo sogghigno a trasfigurare la sua espressione.
	“Sarebbe?”
	“Una che ho conosciuto in montagna.”
	“E l’infermiera?”
	“Lo sai” mi disse. 
	“Potevi almeno darle il tempo di riprendersi!” feci.
	Rise. “Dici?”
	“Dico.”
	“Abbiamo una sola vita, lo sai? Inutile sprecarla.”
	“Bella frase” dissi, e risi anch’io.
	Lui uscì.
	Diedi un paio di tirate allo spinello, poi andai di là e cambiai canale.

	A mezzanotte squillò il telefono. Io ero ancora sveglio e stavo prendendo le misure di una delle pareti della mia camera. Avevo intenzione di comprare un porta-scarpe. Ma il metro mi sfuggiva dalle mani, i numeri accanto alle tacche sembravano tutti troppo uguali o troppo assurdi, non riuscivo a connettere, ero avulso dal territorio razionale. Il fumo, naturalmente. E altro.
	Risposi: “Sì?”
	“Sono Alice.”
	“Sei Alice” feci, ed ero proprio fuso.
	Attimo di esitazione. La sentivo respirare. “Scusami per l’ora. Cercavo Claudio.”
	“Che è uscito” dissi.
	“Uscito?”
	“Si dice così, no? quando uno apre la porta, scende le scale e sparisce per qualche ora.”
	“Sai dov’è andato?”
	“No.”
	“E l’ora… l’ora in cui potrebbe tornare?”
	“A patto che torni!”
	“Capisco.” Fece un’altra pausa. “Con chi è uscito?” chiese poi tutto d’un fiato.
	“Non saprei. E’ un tizio riservato!”
	“Dormivi? Ti ho svegliato?”
	“Non dormivo. Stavo prendendo le misure.”
	“Cosa?”
	“Ho qui un metro e con questo metro sto misurando una parete. Devo comprare un porta-scarpe.”
	“Ah!” fece. “Prendi sempre le misure a quest’ora?”
	“Che ti frega?!”
	“Scusami” disse in un soffio, e mise giù.
	“Che ti frega!?” ripetei al silenzio dell’apparecchio.

Poi mi misi a scopare a terra. Avevo urtato il tavolo della cucina e il posacenere era caduto a terra. I mozziconi si erano sparsi ovunque, ma il posacenere non s’era rotto.
	E fu con la scopa in mano che dovetti rispondere nuovamente al telefono.
	“Sono tua madre” disse mia madre.
	Era un pezzo che non la sentivo e neanche me la ricordavo, specie in quel momento, con tutta quella cenere che stavo tentando di raccogliere con la paletta, ma la cenere non stava ferma, sono proprio un sacco le cose che si muovono quando non dovrebbero.
	Dissi: “Ciao.”
	“Sorpresa!” fece lei. Ed aveva un tono come di ferro in combustione, rovente, logoro di fiamme. “Ti ricordi di me?”
	“Che domande!” esclamai. No, non me la ricordavo. Le madri è meglio che uno se le dimentichi, dopo un po’. Assurdo frequentare madri, dopo i trenta, soprattutto perché è rimasto poco e niente da dire. Gli scontri son finiti. Non restano che sospensioni sentimentali, tempi dell’inespresso, fraseologie chiuse in luoghi comuni dentro routine dentro banalità monocordi e sfrondate di contesti.
	“Non ti fai mai sentire. Mai che alzi un telefono.”
	“L’ho alzato adesso” ribattei.
	“Che carattere. Pensi mai al tuo brutto carattere? I modi che hai.”
	“I modi sono questi, quelli di sempre.” Assurdo pensare al proprio carattere, una seccatura: Chi sono e Dove vado e Perché faccio così anziché cosà e Ha senso questo mio vivere???? Dimenticarsi di se stessi, come ci si dimentica delle infermiere ed attaccare col resto, con la montagna, o fottersene, bene faceva Claudio, male tutti gli altri.
	“Ti ricordi che hai un padre, almeno? Vuoi che te lo passi?”
Domeniche allo stadio, quelle mi vengono in mente, e mio padre che urla: “Vai!” al tizio lanciato a rete, e le imprecazioni o le esultanze, quando mi sollevava all’altezza del suo alito che sapeva di tutto tranne che di qualcosa di gradevole, e strillava: “Gooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooool!!!!”
	“No, ma salutamelo tanto” dico.
	“Che fai sabato?”
	“Ma’: l’hai vista l’ora?”
	“Che vuoi dire!?” e mette giù dopo un mezzo insulto poco materno.
	Niente. Mi ci andava un caffè.

Preparati il caffè. Siedi in sala da pranzo e guarda nel cucinino. Sul fornello sta fischiando una caffettiera. S’alza una verticale di vapore. E’ una nuvola. Densa, avvolge. Poi si disunisce: qua uno strappo di vapore, lì una spirale, sotto un vortice, sul fornello una macchinetta che s’agita e sputa liquame scuro e bollente. Puoi arrivarci. Il Padre Fumo ancora te lo permette. Puoi girare la manopola, chiudere il gas, fermarti al centro di un cucinino che non è al centro di niente e sentirti parimenti in mezzo a tutto. O stai solo cercando quel fulcro d’umori e sensazioni che non ha fattezze di entità fisica ma solo l’astratta consistenza di un regno immaginario? Regno dove ti stai perdendo, intossicato dalla cannabis, proprio mentre s’ode l’esclamativo squillare del telefono.

Risposi. La solita parola di sei lettere modulata su di un interrogativo.
	“Scusa” disse. “Sono Alice.”
	“Non è tornato” feci, la voce strana, come l’eco di un tonfo; qualcuno che cadeva; rumore, dispersione.
	“No?”
	“E in realtà, Alice, Claudio non tornerà per niente, stanotte.” Avevo la luce della sala da pranzo alle spalle. In stanza da letto –dove mi trovavo- era spenta. Così non c’erano molti contorni netti, lì in giro, solo io con l’apparecchio in mano, la scena oscurata di un letto e poi di un altro letto e, sulla parete, la mia ombra in movimento. 
	“Si vede con un&#039;altra?” chiese, il tono morbido e afflitto nel cuore esteso della notte.
	“Mi dispiace, sì, esce con un’altra.” L’ombra del mio gomito tracciò un angolo retto quasi preciso sul muro. “Le cose stanno così, Alice.”
	Udii una specie di singhiozzo trattenuto, poi la comunicazione scivolò nel segnale di muto e l’angolo retto sul muro scomparve.

Di là girai un’altra canna. Ci misi una ventina di minuti. In TV trasmettevano una puntata di una vecchissima serie: La famiglia Bradford. L’episodio trattava del figlio più piccolo che non sapeva decidersi se imparare a nuotare o no. L’acqua lo attirava ma, allo stesso tempo, ne aveva paura. Pare che un suo amichetto, qualche tempo prima, fosse morto annegato. La faccenda lo aveva traumatizzato. 
	Accesi la canna. Diedi un colpo di tosse.
	Il ragazzino era sulla spiaggia e i suoi compagni di vacanza lo chiamavano dall’acqua. Gli dicevano di tuffarsi.
	Mentre stava per prendere una decisione, attaccarono con uno spot pubblicitario.

Andai in bagno. Poggiai la canna sul lavandino. Mi sfilai la maglietta e aprii il cesto della biancheria sporca. Dalla tasca posteriore di un jeans di Claudio vidi sbucare un foglietto. Lo presi. C’era scritto un numero telefonico e, sotto di questo, il nome Alice.

Tornai di là col foglietto in una mano e la canna nell’altra. Poi mi spostai in camera e composi il numero.
	Rispose al terzo squillo. “Sì?”
	“Sono l’amico di Claudio.”
	“Ciao!” Era stupita, ma la voce viaggiava su frequenze roche, come di chi avesse smesso di piangere da poco.
	“Ho trovato il tuo numero” dissi. “Volevo sapere se va tutto bene. Se ce la fai.”
	“Ce la faccio!” disse e la sentii ridere.
 Ascoltai un vociare in sottofondo.
Chiesi: “Guardi la TV?”
“Sì. Un telefilm di qualche tempo fa.”
“La famiglia Bradford?”
“Sì! Come…”
“Lo stavo guardando anch’io. E’ ricominciato?”
“Proprio mentre squillava il telefono.”
“Che fa il ragazzino?”
“Il ragazzino? Lui” –rise- “lui si è appena tuffato.”
Inspirai una lunga boccata. Poi dissi qualcosa e qualcos’altro ancora, lei rispose e rispose ancora e c’era quel programma in sottofondo e la mia ombra sul muro ed io tentavo di figurarmi la scena che stavo vivendo come dal di fuori, come se stessi dietro ad una telecamera e avessi scelto l’inquadratura adatta. 
“Non so nemmeno il tuo nome!” disse lei ad un certo punto.
“Cosa?”
“Non vuoi dirmi come ti chiami?”
Ci pensai su. Dissi: “Posso ritelefonarti dopo?”
“Perché? Che succede?”
 Misi giù molto delicatamente. Qualcuno –dalla sponda opposta- stava gridando il mio nome. Allungai un braccio. Lo ritrassi. Allungai l’altro. E così via, in rapida successione, una bracciata dopo l’altra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se ce la fai</p>
<p>Claudio &#8211; il ragazzo con il quale condividevo l’appartamento &#8211; non riusciva a liberarsi di Alice, un’infermiera con cui era uscito per un paio di mesi. Io questa Alice non l’avevo mai vista e Claudio me ne aveva parlato pochissimo. Certe volte me la figuravo così come ci si immagina che possano essere le infermiere: infilate in un camice inamidato, i capelli legati, una leggera nota di rossetto sulle labbra e gli zoccoli ai piedi che galoppano lungo le corsie ospedaliere. Per il resto, non ne sapevo niente, sapevo solo che uscivano e che lei era un’infermiera e che si chiamava Alice e che era sui trenta e che gli telefonava tutte le sere alle sette. Poi uscivano. </p>
<p>Lui la lasciò e lei parve non darsi pace. Telefonava di continuo. Rispondeva sempre lui, certe volte gridava, altre volte mi metteva in mezzo, diceva che anch’io ero stufo di tutte quelle telefonate e che la consideravo una pazza. Io non avevo ancora sentito la voce di questa Alice, non mi sarei nemmeno sognato di mettermi in mezzo e di definire pazza una persona che non conoscevo per niente.</p>
<p>Una sera Claudio ed io stavamo fumando uno spinello e guardavamo la televisione. Suonò il citofono e lui disse: “Devo andare!” Prese la giacca, mi lasciò quel che restava del fumo e infilò la porta.<br />
	Prima che uscisse gli chiesi: “Con chi te ne vai?”<br />
	“Erika” rispose, gli occhi lucidi, la voce roca, un mezzo sogghigno a trasfigurare la sua espressione.<br />
	“Sarebbe?”<br />
	“Una che ho conosciuto in montagna.”<br />
	“E l’infermiera?”<br />
	“Lo sai” mi disse.<br />
	“Potevi almeno darle il tempo di riprendersi!” feci.<br />
	Rise. “Dici?”<br />
	“Dico.”<br />
	“Abbiamo una sola vita, lo sai? Inutile sprecarla.”<br />
	“Bella frase” dissi, e risi anch’io.<br />
	Lui uscì.<br />
	Diedi un paio di tirate allo spinello, poi andai di là e cambiai canale.</p>
<p>	A mezzanotte squillò il telefono. Io ero ancora sveglio e stavo prendendo le misure di una delle pareti della mia camera. Avevo intenzione di comprare un porta-scarpe. Ma il metro mi sfuggiva dalle mani, i numeri accanto alle tacche sembravano tutti troppo uguali o troppo assurdi, non riuscivo a connettere, ero avulso dal territorio razionale. Il fumo, naturalmente. E altro.<br />
	Risposi: “Sì?”<br />
	“Sono Alice.”<br />
	“Sei Alice” feci, ed ero proprio fuso.<br />
	Attimo di esitazione. La sentivo respirare. “Scusami per l’ora. Cercavo Claudio.”<br />
	“Che è uscito” dissi.<br />
	“Uscito?”<br />
	“Si dice così, no? quando uno apre la porta, scende le scale e sparisce per qualche ora.”<br />
	“Sai dov’è andato?”<br />
	“No.”<br />
	“E l’ora… l’ora in cui potrebbe tornare?”<br />
	“A patto che torni!”<br />
	“Capisco.” Fece un’altra pausa. “Con chi è uscito?” chiese poi tutto d’un fiato.<br />
	“Non saprei. E’ un tizio riservato!”<br />
	“Dormivi? Ti ho svegliato?”<br />
	“Non dormivo. Stavo prendendo le misure.”<br />
	“Cosa?”<br />
	“Ho qui un metro e con questo metro sto misurando una parete. Devo comprare un porta-scarpe.”<br />
	“Ah!” fece. “Prendi sempre le misure a quest’ora?”<br />
	“Che ti frega?!”<br />
	“Scusami” disse in un soffio, e mise giù.<br />
	“Che ti frega!?” ripetei al silenzio dell’apparecchio.</p>
<p>Poi mi misi a scopare a terra. Avevo urtato il tavolo della cucina e il posacenere era caduto a terra. I mozziconi si erano sparsi ovunque, ma il posacenere non s’era rotto.<br />
	E fu con la scopa in mano che dovetti rispondere nuovamente al telefono.<br />
	“Sono tua madre” disse mia madre.<br />
	Era un pezzo che non la sentivo e neanche me la ricordavo, specie in quel momento, con tutta quella cenere che stavo tentando di raccogliere con la paletta, ma la cenere non stava ferma, sono proprio un sacco le cose che si muovono quando non dovrebbero.<br />
	Dissi: “Ciao.”<br />
	“Sorpresa!” fece lei. Ed aveva un tono come di ferro in combustione, rovente, logoro di fiamme. “Ti ricordi di me?”<br />
	“Che domande!” esclamai. No, non me la ricordavo. Le madri è meglio che uno se le dimentichi, dopo un po’. Assurdo frequentare madri, dopo i trenta, soprattutto perché è rimasto poco e niente da dire. Gli scontri son finiti. Non restano che sospensioni sentimentali, tempi dell’inespresso, fraseologie chiuse in luoghi comuni dentro routine dentro banalità monocordi e sfrondate di contesti.<br />
	“Non ti fai mai sentire. Mai che alzi un telefono.”<br />
	“L’ho alzato adesso” ribattei.<br />
	“Che carattere. Pensi mai al tuo brutto carattere? I modi che hai.”<br />
	“I modi sono questi, quelli di sempre.” Assurdo pensare al proprio carattere, una seccatura: Chi sono e Dove vado e Perché faccio così anziché cosà e Ha senso questo mio vivere???? Dimenticarsi di se stessi, come ci si dimentica delle infermiere ed attaccare col resto, con la montagna, o fottersene, bene faceva Claudio, male tutti gli altri.<br />
	“Ti ricordi che hai un padre, almeno? Vuoi che te lo passi?”<br />
Domeniche allo stadio, quelle mi vengono in mente, e mio padre che urla: “Vai!” al tizio lanciato a rete, e le imprecazioni o le esultanze, quando mi sollevava all’altezza del suo alito che sapeva di tutto tranne che di qualcosa di gradevole, e strillava: “Gooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooool!!!!”<br />
	“No, ma salutamelo tanto” dico.<br />
	“Che fai sabato?”<br />
	“Ma’: l’hai vista l’ora?”<br />
	“Che vuoi dire!?” e mette giù dopo un mezzo insulto poco materno.<br />
	Niente. Mi ci andava un caffè.</p>
<p>Preparati il caffè. Siedi in sala da pranzo e guarda nel cucinino. Sul fornello sta fischiando una caffettiera. S’alza una verticale di vapore. E’ una nuvola. Densa, avvolge. Poi si disunisce: qua uno strappo di vapore, lì una spirale, sotto un vortice, sul fornello una macchinetta che s’agita e sputa liquame scuro e bollente. Puoi arrivarci. Il Padre Fumo ancora te lo permette. Puoi girare la manopola, chiudere il gas, fermarti al centro di un cucinino che non è al centro di niente e sentirti parimenti in mezzo a tutto. O stai solo cercando quel fulcro d’umori e sensazioni che non ha fattezze di entità fisica ma solo l’astratta consistenza di un regno immaginario? Regno dove ti stai perdendo, intossicato dalla cannabis, proprio mentre s’ode l’esclamativo squillare del telefono.</p>
<p>Risposi. La solita parola di sei lettere modulata su di un interrogativo.<br />
	“Scusa” disse. “Sono Alice.”<br />
	“Non è tornato” feci, la voce strana, come l’eco di un tonfo; qualcuno che cadeva; rumore, dispersione.<br />
	“No?”<br />
	“E in realtà, Alice, Claudio non tornerà per niente, stanotte.” Avevo la luce della sala da pranzo alle spalle. In stanza da letto –dove mi trovavo- era spenta. Così non c’erano molti contorni netti, lì in giro, solo io con l’apparecchio in mano, la scena oscurata di un letto e poi di un altro letto e, sulla parete, la mia ombra in movimento.<br />
	“Si vede con un&#8217;altra?” chiese, il tono morbido e afflitto nel cuore esteso della notte.<br />
	“Mi dispiace, sì, esce con un’altra.” L’ombra del mio gomito tracciò un angolo retto quasi preciso sul muro. “Le cose stanno così, Alice.”<br />
	Udii una specie di singhiozzo trattenuto, poi la comunicazione scivolò nel segnale di muto e l’angolo retto sul muro scomparve.</p>
<p>Di là girai un’altra canna. Ci misi una ventina di minuti. In TV trasmettevano una puntata di una vecchissima serie: La famiglia Bradford. L’episodio trattava del figlio più piccolo che non sapeva decidersi se imparare a nuotare o no. L’acqua lo attirava ma, allo stesso tempo, ne aveva paura. Pare che un suo amichetto, qualche tempo prima, fosse morto annegato. La faccenda lo aveva traumatizzato.<br />
	Accesi la canna. Diedi un colpo di tosse.<br />
	Il ragazzino era sulla spiaggia e i suoi compagni di vacanza lo chiamavano dall’acqua. Gli dicevano di tuffarsi.<br />
	Mentre stava per prendere una decisione, attaccarono con uno spot pubblicitario.</p>
<p>Andai in bagno. Poggiai la canna sul lavandino. Mi sfilai la maglietta e aprii il cesto della biancheria sporca. Dalla tasca posteriore di un jeans di Claudio vidi sbucare un foglietto. Lo presi. C’era scritto un numero telefonico e, sotto di questo, il nome Alice.</p>
<p>Tornai di là col foglietto in una mano e la canna nell’altra. Poi mi spostai in camera e composi il numero.<br />
	Rispose al terzo squillo. “Sì?”<br />
	“Sono l’amico di Claudio.”<br />
	“Ciao!” Era stupita, ma la voce viaggiava su frequenze roche, come di chi avesse smesso di piangere da poco.<br />
	“Ho trovato il tuo numero” dissi. “Volevo sapere se va tutto bene. Se ce la fai.”<br />
	“Ce la faccio!” disse e la sentii ridere.<br />
 Ascoltai un vociare in sottofondo.<br />
Chiesi: “Guardi la TV?”<br />
“Sì. Un telefilm di qualche tempo fa.”<br />
“La famiglia Bradford?”<br />
“Sì! Come…”<br />
“Lo stavo guardando anch’io. E’ ricominciato?”<br />
“Proprio mentre squillava il telefono.”<br />
“Che fa il ragazzino?”<br />
“Il ragazzino? Lui” –rise- “lui si è appena tuffato.”<br />
Inspirai una lunga boccata. Poi dissi qualcosa e qualcos’altro ancora, lei rispose e rispose ancora e c’era quel programma in sottofondo e la mia ombra sul muro ed io tentavo di figurarmi la scena che stavo vivendo come dal di fuori, come se stessi dietro ad una telecamera e avessi scelto l’inquadratura adatta.<br />
“Non so nemmeno il tuo nome!” disse lei ad un certo punto.<br />
“Cosa?”<br />
“Non vuoi dirmi come ti chiami?”<br />
Ci pensai su. Dissi: “Posso ritelefonarti dopo?”<br />
“Perché? Che succede?”<br />
 Misi giù molto delicatamente. Qualcuno –dalla sponda opposta- stava gridando il mio nome. Allungai un braccio. Lo ritrassi. Allungai l’altro. E così via, in rapida successione, una bracciata dopo l’altra.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: marco		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/05/07/lesbosuore-contro-daitarn-iii/#comment-68957</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 May 2007 16:24:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Che stramaledetto geniaccio, il Moroz. Difficile trovare in altri autori agilità e immediatezza come le sue. Bravissimo, come sempre]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che stramaledetto geniaccio, il Moroz. Difficile trovare in altri autori agilità e immediatezza come le sue. Bravissimo, come sempre</p>
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		<title>
		Di: cappuccetto rosso		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/05/07/lesbosuore-contro-daitarn-iii/#comment-68953</link>

		<dc:creator><![CDATA[cappuccetto rosso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 May 2007 16:16:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La d) potrebbe essere:
è arrivato il momento di comperarmi un letto a tre piazze!
;-))]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La d) potrebbe essere:<br />
è arrivato il momento di comperarmi un letto a tre piazze!<br />
;-))</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: The O.C.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/05/07/lesbosuore-contro-daitarn-iii/#comment-68941</link>

		<dc:creator><![CDATA[The O.C.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 May 2007 13:03:56 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2007/05/07/lesbosuore-contro-daitarn-iii/#comment-68941</guid>

					<description><![CDATA[La cosa più divertente è quando ti aspetti una lesbica pronta a triangolare e invece si presenta un maschione abituato a paraculare (in cam, in chat).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La cosa più divertente è quando ti aspetti una lesbica pronta a triangolare e invece si presenta un maschione abituato a paraculare (in cam, in chat).</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: véronique V		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/05/07/lesbosuore-contro-daitarn-iii/#comment-68930</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique V]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 May 2007 11:38:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi ha fatto ridere. Perché, perché gli uomini credono spartirsi due donne nel letto? Due possibilità: 1  le donne si amano, si accarezzano : l&#039;uomo le lascia indifferenti. L&#039;uomo non c&#039;entra.
2 Oppure l&#039;uomo impone &quot;questo gioco&quot; e la gelosia spunta.
Nel triangolo amoroso, c&#039;è sempre qualcuno che soffre.
3 Altra questione: una donna con due uomini, perché no? 
4 Un uomo e una donna che si amano per sempre, perché no?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi ha fatto ridere. Perché, perché gli uomini credono spartirsi due donne nel letto? Due possibilità: 1  le donne si amano, si accarezzano : l&#8217;uomo le lascia indifferenti. L&#8217;uomo non c&#8217;entra.<br />
2 Oppure l&#8217;uomo impone &#8220;questo gioco&#8221; e la gelosia spunta.<br />
Nel triangolo amoroso, c&#8217;è sempre qualcuno che soffre.<br />
3 Altra questione: una donna con due uomini, perché no?<br />
4 Un uomo e una donna che si amano per sempre, perché no?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Paolo S		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/05/07/lesbosuore-contro-daitarn-iii/#comment-68927</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paolo S]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 May 2007 11:17:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Wow! Mi riporta ai tempi delle gioiose partite a Renegade Nunns on Wheels... questo è l&#039;antidoto al maschilismo retrò di Frank Miller, suppongo!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Wow! Mi riporta ai tempi delle gioiose partite a Renegade Nunns on Wheels&#8230; questo è l&#8217;antidoto al maschilismo retrò di Frank Miller, suppongo!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: bruno		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/05/07/lesbosuore-contro-daitarn-iii/#comment-68925</link>

		<dc:creator><![CDATA[bruno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 May 2007 11:03:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ecco spiegata la tua presenza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco spiegata la tua presenza.</p>
]]></content:encoded>
		
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		Di: il buke		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[il buke]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 May 2007 10:58:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[c&#039;era bisogno di una bella tamarrata proprio qui]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>c&#8217;era bisogno di una bella tamarrata proprio qui</p>
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		Di: bruno		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bruno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 May 2007 10:57:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Finalmente Morozzi, la sua freschezza leggera, l&#039;allegra malinconia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente Morozzi, la sua freschezza leggera, l&#8217;allegra malinconia.</p>
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