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	Commenti a: La buona novella	</title>
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		Di: Oralità e scrittura in Gadda 1 &#124; Nazione Indiana		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79136</link>

		<dc:creator><![CDATA[Oralità e scrittura in Gadda 1 &#124; Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Oct 2007 05:58:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] discussione scaturita dal suo ultimo post, Massimo Rizzante ha ricordato come la storia del romanzo sia in gran parte dipesa dalla capacità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] discussione scaturita dal suo ultimo post, Massimo Rizzante ha ricordato come la storia del romanzo sia in gran parte dipesa dalla capacità [&#8230;]</p>
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		Di: poppo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79096</link>

		<dc:creator><![CDATA[poppo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Sep 2007 16:57:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E&#039; vero che stiamo diventando tutti infantili, ma questa è anche colpa della televisione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; vero che stiamo diventando tutti infantili, ma questa è anche colpa della televisione.</p>
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		<title>
		Di: max rizzante		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79069</link>

		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 21:05:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Voce. Ripeto che una cosa è l’oralità nel romanzo, “la dimensione orale del racconto”, “la mimesi dell’oralita”, o romanzi in cui il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali. Un romanziere come Chamoiseau, che viene dalla Martinica, innesta l&#039;Europa nei Caraibi: una tradizione e una storia in un&#039;altra tradizione e in un&#039;altra storia, così come mescola il suo francese creolo con il francese classico, egli mescola ugualmente l&#039;arte del romanzo con la cultura orale de suoi &quot;aedi&quot;, o meglio affabulatori popolari. Un&#039;altra cosa è un narratore italiano di storie scritte che si mette a recitarle a voce alta. Per me è tutto fuorché un &quot;aedo&quot;. Anche se spesso vorrebbe esserlo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Voce. Ripeto che una cosa è l’oralità nel romanzo, “la dimensione orale del racconto”, “la mimesi dell’oralita”, o romanzi in cui il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali. Un romanziere come Chamoiseau, che viene dalla Martinica, innesta l&#8217;Europa nei Caraibi: una tradizione e una storia in un&#8217;altra tradizione e in un&#8217;altra storia, così come mescola il suo francese creolo con il francese classico, egli mescola ugualmente l&#8217;arte del romanzo con la cultura orale de suoi &#8220;aedi&#8221;, o meglio affabulatori popolari. Un&#8217;altra cosa è un narratore italiano di storie scritte che si mette a recitarle a voce alta. Per me è tutto fuorché un &#8220;aedo&#8221;. Anche se spesso vorrebbe esserlo.</p>
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		<title>
		Di: effeffe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79052</link>

		<dc:creator><![CDATA[effeffe]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 15:01:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@biondillo
&quot;E chi può dimostrare che la scrittura per il cinema impoverisce, d’emblèe, quella letteraria? Ché forse i nostri migliori scrittori del novecento non scrivevano sceneggiature per il cinema (e così anche negli USA, etc.)? Ché forse non l’ha fatto Pasolini? Che forse Moravia non è lo scrittore più saccheggiato dal cinema nazionale? (etc. etc.)&quot;

i nostri migliori scrittori del novecento , dici tu, appunto aggiungo io. Del novecento (Flaiano, Fellini, Visconti, Thomas Mann,Pasolini, Boccaccio, de Sica, Soldati ecc)
effeffe
ps
@lello
apprezzo molto il cambio di tono...
effeffe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@biondillo<br />
&#8220;E chi può dimostrare che la scrittura per il cinema impoverisce, d’emblèe, quella letteraria? Ché forse i nostri migliori scrittori del novecento non scrivevano sceneggiature per il cinema (e così anche negli USA, etc.)? Ché forse non l’ha fatto Pasolini? Che forse Moravia non è lo scrittore più saccheggiato dal cinema nazionale? (etc. etc.)&#8221;</p>
<p>i nostri migliori scrittori del novecento , dici tu, appunto aggiungo io. Del novecento (Flaiano, Fellini, Visconti, Thomas Mann,Pasolini, Boccaccio, de Sica, Soldati ecc)<br />
effeffe<br />
ps<br />
@lello<br />
apprezzo molto il cambio di tono&#8230;<br />
effeffe</p>
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		<title>
		Di: lello voce		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79050</link>

		<dc:creator><![CDATA[lello voce]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 14:35:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Andrea. sì, capisco la precisazione e credo che tu abbia fondamentalmente ragione. Al punto che a me è toccato fare un disco...

lv]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Andrea. sì, capisco la precisazione e credo che tu abbia fondamentalmente ragione. Al punto che a me è toccato fare un disco&#8230;</p>
<p>lv</p>
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		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79046</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 13:54:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[a lello
&quot;Dunque parlare di oralità in poesia limitandosi allo slam significa ignorare la MAGGIOR parte del lavoro che tanti poeti italiani conducono sulla vocalità,&quot;

sono perfettamente d&#039;accordo, ma purtroppo non devi ricordarlo a me, che collaboro dagli anni Novanta con compositori di musica elettronica, musicisti jazz, e videoartisti (fai una visitina qua, per esempio: gammm.org/index.php?s=Le+circostanze+della+frase); e di recente ho presentato a Milano &quot;Murene&quot;, che raccoglieva forme di performatività del testo poetico assai diverse tra loro (Raos/Viel, Broggi/Codeghini, Cospito/Delle Monache/ Inglese...); solo che, in Italia, questo tipo di lavoro trova pochissimo spazio nell&#039;ambiente poetico. Infatti, i nomi che si fanno sono sempre gli stessi: Lo Russo, Frasca e pochi altri. Dimenticando Mesa, che ha lavorato ad uno spettacolo come Tiresia con un compositore di musica contemporanea e un artista visivo, dimenticando il gruppo dei genovesi (Gentiluomo, ecc.), che pur frequentando poco gli slam, hanno una gamma perfomativa molto ricca. Per non parlare del gruppo GAMMM, che si muove in varie direzioni, oltre l&#039;area della cosideetta poesia visuale.

Ogni volta che ho collaborato con musicisti e artisti, il lavoro è stato presentato in circuiti musicali o teatrali. Perché questo? Perché lavorare seriamente sul multimediale costa. Perché nei festival di poesia, lavori simili non sono considerati &quot;poesia&quot;. Perché al di là di quei quattro soliti nomi, il fenomeno in sé interessa poco. Perché se bisogna mettere dei soldi, mettiamolo in uno slam che si vende più facilmente, piuttosto che in lavori pionieristici.

Vorrei anch&#039;io, come tu dici, che ci si decidesse a considerare chi lavora nell&#039;ambito dell&#039;oralità, utilizzando i nuovi media e in particolare quelli elettronici. Ma per adesso questo vale in Francia, negli USA, e probabilmente altrove. Non in Italia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a lello<br />
&#8220;Dunque parlare di oralità in poesia limitandosi allo slam significa ignorare la MAGGIOR parte del lavoro che tanti poeti italiani conducono sulla vocalità,&#8221;</p>
<p>sono perfettamente d&#8217;accordo, ma purtroppo non devi ricordarlo a me, che collaboro dagli anni Novanta con compositori di musica elettronica, musicisti jazz, e videoartisti (fai una visitina qua, per esempio: gammm.org/index.php?s=Le+circostanze+della+frase); e di recente ho presentato a Milano &#8220;Murene&#8221;, che raccoglieva forme di performatività del testo poetico assai diverse tra loro (Raos/Viel, Broggi/Codeghini, Cospito/Delle Monache/ Inglese&#8230;); solo che, in Italia, questo tipo di lavoro trova pochissimo spazio nell&#8217;ambiente poetico. Infatti, i nomi che si fanno sono sempre gli stessi: Lo Russo, Frasca e pochi altri. Dimenticando Mesa, che ha lavorato ad uno spettacolo come Tiresia con un compositore di musica contemporanea e un artista visivo, dimenticando il gruppo dei genovesi (Gentiluomo, ecc.), che pur frequentando poco gli slam, hanno una gamma perfomativa molto ricca. Per non parlare del gruppo GAMMM, che si muove in varie direzioni, oltre l&#8217;area della cosideetta poesia visuale.</p>
<p>Ogni volta che ho collaborato con musicisti e artisti, il lavoro è stato presentato in circuiti musicali o teatrali. Perché questo? Perché lavorare seriamente sul multimediale costa. Perché nei festival di poesia, lavori simili non sono considerati &#8220;poesia&#8221;. Perché al di là di quei quattro soliti nomi, il fenomeno in sé interessa poco. Perché se bisogna mettere dei soldi, mettiamolo in uno slam che si vende più facilmente, piuttosto che in lavori pionieristici.</p>
<p>Vorrei anch&#8217;io, come tu dici, che ci si decidesse a considerare chi lavora nell&#8217;ambito dell&#8217;oralità, utilizzando i nuovi media e in particolare quelli elettronici. Ma per adesso questo vale in Francia, negli USA, e probabilmente altrove. Non in Italia.</p>
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		<title>
		Di: lello voce		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79035</link>

		<dc:creator><![CDATA[lello voce]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 13:08:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[PS. ovviamente quando scrivevo non avevo letto l&#039;ultimo commento di Gianni

lv]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>PS. ovviamente quando scrivevo non avevo letto l&#8217;ultimo commento di Gianni</p>
<p>lv</p>
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		<title>
		Di: lello voce		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79034</link>

		<dc:creator><![CDATA[lello voce]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 13:03:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Notazioni varie e piuttosto veloci

@ Inglese: concordo con la prima parte del tuo commento. Meno con la seconda. Intanto le 2 linee della sperimentazione delle Avanguardie, quella visivo-concreta e quella sonora, hanno proceduto appaiate per molto tempo, ma a me pare che quella più esaurita sia oggi quella iconico-concreta, quasi interamente confluita nell’ambito delle arti visive, com’era anche naturale che fosse, mentre invece ciò che vive meglio è piuttosto l’esperienza dei video-clip di poesia, un’esperienza sinestetica, ma comunque fortemente marcata in senso orale. E’ un errore a mio parere identificare l’oralità in poesia, tout court con la poesia sonora. Non è più così da decenni, non è così oggi. Per capirci il lavoro di Frasca, Lo Russo, o Nacci è certamente ‘orale’, ma con la linea della poesia sonora non ha nulla a che fare, piuttosto con il teatro, il rock o la performance. Ciò fa della poesia ‘orale’ una realtà, tanto pervasiva da indurre addirittura autori che pur difendono fieramente la parola scritta (quella con la P maiuscola, dunque per loro l’unica) a leggere da un festival all’altro, storpiando a volte egregi lavori scritti. La poesia orale in Italia non è solo la ‘slam poetry’. Anzi. Lo slam è un contenitore onnivoro e per un Raspini orale c’è una Petrova che sta tutta sulla carta, ecc. Dunque parlare di oralità in poesia limitandosi allo slam significa ignorare la MAGGIOR parte del lavoro che tanti poeti italiani conducono sulla vocalità, anche se questo con la ‘Poesia Sonora’ alla Chopin, o alla Spatola, o alla Heidsieck non ha nulla a che fare. Se poi si allarga il proprio sguardo all’Europa, per trovare esempi non c’è che l’imbarazzo della scelta da John Giono a Linton Kwesi Johnson, da Francesca Beard ad Accidents Polipoetique, ecc., ecc. Pensare che l’unica strada che l’oralità in poesia possa percorrere è quella delle avanguardie storiche mi pare tristemente ideologico.

@ Rizzante: concordo con i problemi che poni, ma anche tu mi pare, come se fossi ingannato da un riflesso condizionato a volte ti distrai, e manchi, a mio parere il bersaglio. 
Scrivi «il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali che provengono da una cultura preromanzesca, antica, leggendaria, proverbiale, dalla trasformazione del romanziere in “narratore di storie da recitare a voce alta”, ovvero in attore», tutto vero tranne che il narratore da romanziere non si trasformerebbe affatto in attore, bensì in aedo, cioè in poeta. E non è cosa di poco momento.
Parli della celeberrima ‘mancanza di forma di un romanzo’. La faccenda è davvero celeberrima, ma se il romanzo non ha alcuna forma, tutte le forme sono forme romanzesche e certamente concordiamo che così non è. Ad esempio Rosso Malpelo NON è un romanzo. Il Dialogo Galileiano NON è un romanzo. Forse allora potremmo approcciare il problema a contrario, se non altro perché definendo ciò che romanzo non è garantiremmo un po’ di spazio a quelle poche arti della lingua che ancora sopravvivono in un mondo tanto tristemente ‘romanzo-centrico’

@ Biondillo: Sorry ma la seconda parte del discorso non mi convince mica. Scarpa quando recita recita cose scritte in versi, mica romanzi. Quando invece lo fa Nori, che pensa che basti un po’ di musica a far da siparietto a lui che legge brani di prosa, lascio a voi giudicare il risultato. E’ ovvio che un segno muto, qualsiasi segno muto facente parte di una lingua, rimandi a un suono, sarebbe altrimenti incomprensibile, - non a caso c’è da ben prima di Virgilio una roba che si chiama ‘cursus’, e dunque capisco bene che tu ti leggi ad alta voce le cose che scrivi - ma qui discute di una possibile dimensione orale del romanzo, che, in sé, non esiste. Punto. Poi da quello scritto possiamo partire per farci migliaia di cose, piece teatrali, film, possiamo trasformarlo in un poema, ma il romanzo resta lì dov’è, sulla carta e negli occhi e nella mente di chi lo legge. Non a caso, come genere esiste il poeme en prose, cioè una poesia che utilizza cursus prosastici e ne adotta criteri narrativi e di estensione, mentre una ‘prosa poematica’ è solo un’arguta metafora del critico per definire una certa caratteristica di una certa prosa.

@ Forlani: non capisco quale sia la ‘versione ecumenica’ dello slam, temo, da quello che scrivi, che tu ti riferisca all’Open Mic, che è tutt’altra cosa. NON mi risulta che in Italia ci siano Festival di poesia organizzati come dici. Normalmente gli Slam stanno per conto loro. Quando accade che siano nell’ambito di un festival non mi risulta che le scelte si facciano nel modo che dici. Lo slam è un gioco a cui partecipa chi vuole e certo sarebbe sciocco invitare poeti mediocri, a meno che, ma ho visto capitare anche questo, lo ammetto, non si organizzi un evento con l’intenzione di farlo fallire. D’altra parte hai partecipato a degli slam e non mi pare che ci fosse clima da wrestling. Non mi piace questo modo di presentare lo Slam. Come a Biondillo (e nemmeno a me a dire il vero) non piaceva il modo in cui parlavi dei cosiddetti ‘giallisti’. Avremo un brutto carattere. Non farci caso....


LV]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Notazioni varie e piuttosto veloci</p>
<p>@ Inglese: concordo con la prima parte del tuo commento. Meno con la seconda. Intanto le 2 linee della sperimentazione delle Avanguardie, quella visivo-concreta e quella sonora, hanno proceduto appaiate per molto tempo, ma a me pare che quella più esaurita sia oggi quella iconico-concreta, quasi interamente confluita nell’ambito delle arti visive, com’era anche naturale che fosse, mentre invece ciò che vive meglio è piuttosto l’esperienza dei video-clip di poesia, un’esperienza sinestetica, ma comunque fortemente marcata in senso orale. E’ un errore a mio parere identificare l’oralità in poesia, tout court con la poesia sonora. Non è più così da decenni, non è così oggi. Per capirci il lavoro di Frasca, Lo Russo, o Nacci è certamente ‘orale’, ma con la linea della poesia sonora non ha nulla a che fare, piuttosto con il teatro, il rock o la performance. Ciò fa della poesia ‘orale’ una realtà, tanto pervasiva da indurre addirittura autori che pur difendono fieramente la parola scritta (quella con la P maiuscola, dunque per loro l’unica) a leggere da un festival all’altro, storpiando a volte egregi lavori scritti. La poesia orale in Italia non è solo la ‘slam poetry’. Anzi. Lo slam è un contenitore onnivoro e per un Raspini orale c’è una Petrova che sta tutta sulla carta, ecc. Dunque parlare di oralità in poesia limitandosi allo slam significa ignorare la MAGGIOR parte del lavoro che tanti poeti italiani conducono sulla vocalità, anche se questo con la ‘Poesia Sonora’ alla Chopin, o alla Spatola, o alla Heidsieck non ha nulla a che fare. Se poi si allarga il proprio sguardo all’Europa, per trovare esempi non c’è che l’imbarazzo della scelta da John Giono a Linton Kwesi Johnson, da Francesca Beard ad Accidents Polipoetique, ecc., ecc. Pensare che l’unica strada che l’oralità in poesia possa percorrere è quella delle avanguardie storiche mi pare tristemente ideologico.</p>
<p>@ Rizzante: concordo con i problemi che poni, ma anche tu mi pare, come se fossi ingannato da un riflesso condizionato a volte ti distrai, e manchi, a mio parere il bersaglio.<br />
Scrivi «il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali che provengono da una cultura preromanzesca, antica, leggendaria, proverbiale, dalla trasformazione del romanziere in “narratore di storie da recitare a voce alta”, ovvero in attore», tutto vero tranne che il narratore da romanziere non si trasformerebbe affatto in attore, bensì in aedo, cioè in poeta. E non è cosa di poco momento.<br />
Parli della celeberrima ‘mancanza di forma di un romanzo’. La faccenda è davvero celeberrima, ma se il romanzo non ha alcuna forma, tutte le forme sono forme romanzesche e certamente concordiamo che così non è. Ad esempio Rosso Malpelo NON è un romanzo. Il Dialogo Galileiano NON è un romanzo. Forse allora potremmo approcciare il problema a contrario, se non altro perché definendo ciò che romanzo non è garantiremmo un po’ di spazio a quelle poche arti della lingua che ancora sopravvivono in un mondo tanto tristemente ‘romanzo-centrico’</p>
<p>@ Biondillo: Sorry ma la seconda parte del discorso non mi convince mica. Scarpa quando recita recita cose scritte in versi, mica romanzi. Quando invece lo fa Nori, che pensa che basti un po’ di musica a far da siparietto a lui che legge brani di prosa, lascio a voi giudicare il risultato. E’ ovvio che un segno muto, qualsiasi segno muto facente parte di una lingua, rimandi a un suono, sarebbe altrimenti incomprensibile, &#8211; non a caso c’è da ben prima di Virgilio una roba che si chiama ‘cursus’, e dunque capisco bene che tu ti leggi ad alta voce le cose che scrivi &#8211; ma qui discute di una possibile dimensione orale del romanzo, che, in sé, non esiste. Punto. Poi da quello scritto possiamo partire per farci migliaia di cose, piece teatrali, film, possiamo trasformarlo in un poema, ma il romanzo resta lì dov’è, sulla carta e negli occhi e nella mente di chi lo legge. Non a caso, come genere esiste il poeme en prose, cioè una poesia che utilizza cursus prosastici e ne adotta criteri narrativi e di estensione, mentre una ‘prosa poematica’ è solo un’arguta metafora del critico per definire una certa caratteristica di una certa prosa.</p>
<p>@ Forlani: non capisco quale sia la ‘versione ecumenica’ dello slam, temo, da quello che scrivi, che tu ti riferisca all’Open Mic, che è tutt’altra cosa. NON mi risulta che in Italia ci siano Festival di poesia organizzati come dici. Normalmente gli Slam stanno per conto loro. Quando accade che siano nell’ambito di un festival non mi risulta che le scelte si facciano nel modo che dici. Lo slam è un gioco a cui partecipa chi vuole e certo sarebbe sciocco invitare poeti mediocri, a meno che, ma ho visto capitare anche questo, lo ammetto, non si organizzi un evento con l’intenzione di farlo fallire. D’altra parte hai partecipato a degli slam e non mi pare che ci fosse clima da wrestling. Non mi piace questo modo di presentare lo Slam. Come a Biondillo (e nemmeno a me a dire il vero) non piaceva il modo in cui parlavi dei cosiddetti ‘giallisti’. Avremo un brutto carattere. Non farci caso&#8230;.</p>
<p>LV</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: gianni biondillo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79031</link>

		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 12:38:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Con mio sommo dispiacere non potrò seguire la discussione. Sono in partenza e riaccenderò il computer non prima di martedì (credo).

Prima di lasciarvi, voglio dire che &quot;sento&quot; (in maniera informe e poco dimostrabile) un&#039;aria di arroccamento, di puzzetta sotto il naso, che mi auguro sia solo un&#039;impressione falsata. Dai e dai si torna alla distinzione fra la &quot;vera letteratura&quot; e &quot;la letteratura spettacolo&quot;. I &quot;veri lettori&quot; e &quot;il popolino bue&quot;.
Il sunto pare sia che tutta questa gente voglia toccare lo scrittore come una rockstar. E&#039; lo star system, baby.
Forse è vero, per alcuni ne sono certo. Ho visto file di gente ad ascoltare un Piperno che legge le sue pagine così poco &quot;orali&quot;, così maledettamente mute, novecentesche. Ma avete mai sentito le letture di Tiziano? (un esempio fra mille).
E&#039; davvero solo star system?
Io la domanda me la pongo davvero, senza pregiudizi: perché, insisto, la gente vuole andare a sentire gli scrittori? perché oggi? E&#039; solo esibizionismo da parte dello scrittore e voyerismo da parte del lettore? Non è un po&#039; poco, un po&#039; semplicistico?
Chiediamoci: perché, ad es., gli AUDIOLIBRI hanno un mercato straordinario fuori dall&#039;Italia? Lì di certo non si può dire che chi li ascolta lo fa per voyerismo. Lo fa a casa sua, o magari sul treno, con le cuffie, da solo.
Perché, oggi, la gente vuole &quot;ascoltare&quot; i romanzi?
Per analfabetismo letterario? E come mai, allora, gli audiolibri si vendono di più proprio in quei paesi di lettori forti? (vedi la Germania).

E chi può dimostrare che la scrittura per il cinema impoverisce, d&#039;emblèe, quella letteraria? Ché forse i nostri migliori scrittori del novecento non scrivevano sceneggiature per il cinema (e così anche negli USA, etc.)? Ché forse non l&#039;ha fatto Pasolini? Che forse Moravia non è lo scrittore più saccheggiato dal cinema nazionale? (etc. etc.)

Concordo, poi, su molte cose dette da Max e Andrea, ma, davvero, non ho più tempo, mi dispiace.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con mio sommo dispiacere non potrò seguire la discussione. Sono in partenza e riaccenderò il computer non prima di martedì (credo).</p>
<p>Prima di lasciarvi, voglio dire che &#8220;sento&#8221; (in maniera informe e poco dimostrabile) un&#8217;aria di arroccamento, di puzzetta sotto il naso, che mi auguro sia solo un&#8217;impressione falsata. Dai e dai si torna alla distinzione fra la &#8220;vera letteratura&#8221; e &#8220;la letteratura spettacolo&#8221;. I &#8220;veri lettori&#8221; e &#8220;il popolino bue&#8221;.<br />
Il sunto pare sia che tutta questa gente voglia toccare lo scrittore come una rockstar. E&#8217; lo star system, baby.<br />
Forse è vero, per alcuni ne sono certo. Ho visto file di gente ad ascoltare un Piperno che legge le sue pagine così poco &#8220;orali&#8221;, così maledettamente mute, novecentesche. Ma avete mai sentito le letture di Tiziano? (un esempio fra mille).<br />
E&#8217; davvero solo star system?<br />
Io la domanda me la pongo davvero, senza pregiudizi: perché, insisto, la gente vuole andare a sentire gli scrittori? perché oggi? E&#8217; solo esibizionismo da parte dello scrittore e voyerismo da parte del lettore? Non è un po&#8217; poco, un po&#8217; semplicistico?<br />
Chiediamoci: perché, ad es., gli AUDIOLIBRI hanno un mercato straordinario fuori dall&#8217;Italia? Lì di certo non si può dire che chi li ascolta lo fa per voyerismo. Lo fa a casa sua, o magari sul treno, con le cuffie, da solo.<br />
Perché, oggi, la gente vuole &#8220;ascoltare&#8221; i romanzi?<br />
Per analfabetismo letterario? E come mai, allora, gli audiolibri si vendono di più proprio in quei paesi di lettori forti? (vedi la Germania).</p>
<p>E chi può dimostrare che la scrittura per il cinema impoverisce, d&#8217;emblèe, quella letteraria? Ché forse i nostri migliori scrittori del novecento non scrivevano sceneggiature per il cinema (e così anche negli USA, etc.)? Ché forse non l&#8217;ha fatto Pasolini? Che forse Moravia non è lo scrittore più saccheggiato dal cinema nazionale? (etc. etc.)</p>
<p>Concordo, poi, su molte cose dette da Max e Andrea, ma, davvero, non ho più tempo, mi dispiace.</p>
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		Di: stez		</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 11:57:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Massimo lo conosce già; se a qualcun altro degli interlocutori interessa, tempo fa ho scritto anch&#039;io qualcosa sull&#039;argomento:

http://harz.it/essere_o_non_esserci.html

Grazie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Massimo lo conosce già; se a qualcun altro degli interlocutori interessa, tempo fa ho scritto anch&#8217;io qualcosa sull&#8217;argomento:</p>
<p><a href="http://harz.it/essere_o_non_esserci.html" rel="nofollow ugc">http://harz.it/essere_o_non_esserci.html</a></p>
<p>Grazie.</p>
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