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	Commenti a: Antrim, La vita dopo, e l&#8217;estetizzazione del dolore	</title>
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		Di: sundancekyd		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sundancekyd]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Oct 2007 09:29:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Aggiungo che ravviso segni di genialità in Massimiliano Governi il quale ha rubato il libro a casa di un amico... Anche Bob Dylan, per la verità da adolescente attempato ancora in cerca di sé come musicista totale in erba (!), andava rubacchiando dischi (qua e là) soprattutto per farli arrivare in mani ben più adeguate: le sue!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aggiungo che ravviso segni di genialità in Massimiliano Governi il quale ha rubato il libro a casa di un amico&#8230; Anche Bob Dylan, per la verità da adolescente attempato ancora in cerca di sé come musicista totale in erba (!), andava rubacchiando dischi (qua e là) soprattutto per farli arrivare in mani ben più adeguate: le sue!</p>
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		Di: sundancekyd		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/21/antrim-la-vita-dopo/#comment-80460</link>

		<dc:creator><![CDATA[sundancekyd]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Oct 2007 18:31:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E&#039; sempre un rompicapo il destino di un libro. Però ciò che dice Christian è che l&#039;uscita di un libro dovrebbe intanto essere sostenuta (condivisa?) dal suo editore. Questo non accade sempre. Anzi non accade mai. Non accade più. Se avete dimestichezza dei bracci di ferro degli autori coi loro editori, saprete allora che l&#039;editore crede di essere il padre dell&#039;autore (di qui il suo disdicevole paternalismo): in realtà l&#039;editore senza l&#039;autore non esiste: ma questa verità esistenziale che lo riguarda, come direbbe Fitzgerald, non lo riguarda. Eppure l&#039;editore dovrebbe stendere il proprio cappotto di vigogna (se Nesi legge sa di che parlo) sotto le scarpe sporche di cacca di cane pestate dall&#039;autore durante una delle sue passeggiate con il proprio lupo nero (avendo l&#039;autore peraltro, poiché creatura civile, raccolto e cestinato come è buon uso, poco imitato, le di lui, cioè del lupo nero, deiezioni): perlomeno chi cammina col cane a Roma ne pesta di dimensioni qualsivoglia, ce n&#039;è tappeti. Essergli grato, dovrebbe l&#039;editore, all&#039;autore. Invece, protervo com&#039;è, ne fa carne da catalogo. Carne da catalogo, capite? Ce l&#039;ha in catalogo, come un taglio di carne in vetrina, appeso al gancio ferroso per il collo. L&#039;autore, dopo la stampa del libro, scompare all&#039;orizzonte dell&#039;editore: a volte non gli appare all&#039;orizzonte neppure prima della stampa del libro. A volte l&#039;editore rifiuta la stampa perché lui non è uno stampatore o un servo sciocco, lui è un vero intenditore! Sì, ma l&#039;autore è un artista! Cazzo, un artista. Artista, capito? Non artiere! Artista. Ergo pubblicatelo, e poi accompagnatelo nel cammino. Proprio perché aver stampato il libro non è ancora nulla. Dopo averlo stampato, l&#039;editore lo deve far conoscere, ed è lì che si parrà la sua nobilitate, la sua vera adesione al progetto libro. Einaudi ha sposato l&#039;autore? Il responsabile per la narrativa straniera conosce Antrim, di persona dico? Come fa a convivere con l&#039;immagine in testa della sua faccia, e il suono nell&#039;orecchio della sua voce, e non avere il minimo rimorso tutte e volte (molte) che lo tradisce perché non lo sostiene? Come fa il responsabile per la narravtiva straniera di Einaudi a non sentirsi come quelle cacche di cane che pestiamo passeggiando alacremente ciascuno col proprio lupo nero? Come si fa a essere traditori senza increspature nell&#039;anima? Delle facce di cazzo che si riesce a continuare a esibire non parlo neanche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; sempre un rompicapo il destino di un libro. Però ciò che dice Christian è che l&#8217;uscita di un libro dovrebbe intanto essere sostenuta (condivisa?) dal suo editore. Questo non accade sempre. Anzi non accade mai. Non accade più. Se avete dimestichezza dei bracci di ferro degli autori coi loro editori, saprete allora che l&#8217;editore crede di essere il padre dell&#8217;autore (di qui il suo disdicevole paternalismo): in realtà l&#8217;editore senza l&#8217;autore non esiste: ma questa verità esistenziale che lo riguarda, come direbbe Fitzgerald, non lo riguarda. Eppure l&#8217;editore dovrebbe stendere il proprio cappotto di vigogna (se Nesi legge sa di che parlo) sotto le scarpe sporche di cacca di cane pestate dall&#8217;autore durante una delle sue passeggiate con il proprio lupo nero (avendo l&#8217;autore peraltro, poiché creatura civile, raccolto e cestinato come è buon uso, poco imitato, le di lui, cioè del lupo nero, deiezioni): perlomeno chi cammina col cane a Roma ne pesta di dimensioni qualsivoglia, ce n&#8217;è tappeti. Essergli grato, dovrebbe l&#8217;editore, all&#8217;autore. Invece, protervo com&#8217;è, ne fa carne da catalogo. Carne da catalogo, capite? Ce l&#8217;ha in catalogo, come un taglio di carne in vetrina, appeso al gancio ferroso per il collo. L&#8217;autore, dopo la stampa del libro, scompare all&#8217;orizzonte dell&#8217;editore: a volte non gli appare all&#8217;orizzonte neppure prima della stampa del libro. A volte l&#8217;editore rifiuta la stampa perché lui non è uno stampatore o un servo sciocco, lui è un vero intenditore! Sì, ma l&#8217;autore è un artista! Cazzo, un artista. Artista, capito? Non artiere! Artista. Ergo pubblicatelo, e poi accompagnatelo nel cammino. Proprio perché aver stampato il libro non è ancora nulla. Dopo averlo stampato, l&#8217;editore lo deve far conoscere, ed è lì che si parrà la sua nobilitate, la sua vera adesione al progetto libro. Einaudi ha sposato l&#8217;autore? Il responsabile per la narrativa straniera conosce Antrim, di persona dico? Come fa a convivere con l&#8217;immagine in testa della sua faccia, e il suono nell&#8217;orecchio della sua voce, e non avere il minimo rimorso tutte e volte (molte) che lo tradisce perché non lo sostiene? Come fa il responsabile per la narravtiva straniera di Einaudi a non sentirsi come quelle cacche di cane che pestiamo passeggiando alacremente ciascuno col proprio lupo nero? Come si fa a essere traditori senza increspature nell&#8217;anima? Delle facce di cazzo che si riesce a continuare a esibire non parlo neanche.</p>
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		<title>
		Di: luminamenti		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[luminamenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Oct 2007 12:33:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vedo che Raimo ama dialogare solo con chi batte le mani, mentre con chi non condivide certe valutazioni evita di approfondire la sua posizione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vedo che Raimo ama dialogare solo con chi batte le mani, mentre con chi non condivide certe valutazioni evita di approfondire la sua posizione</p>
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		<title>
		Di: nazzareno		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/21/antrim-la-vita-dopo/#comment-80355</link>

		<dc:creator><![CDATA[nazzareno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Oct 2007 08:44:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Se può interessare, una corposa recensione su &lt;i&gt;La vita dopo&lt;/i&gt;, seppur non di matrice italiana, è uscita sulla «Rivista dei Libri» di questo mese (avrebbe potuto farlo a ridosso della pubblicazione del libro, ad aprile-maggio, essendo già stata tradotta, ma non so perché si sia aspettato tanto), quindi magari è ancora possibile trovarla in edicola o in qualche libreria. È a firma di Joan Acocella e s&#039;intitola &lt;i&gt;La mamma è sempre la mamma&lt;/i&gt; (pp. 26-29). Un assaggio (p. 26):

«Ora, se dovessi dirvi che Antrim, dopo aver scritto [...] tre ottimi e ossessivi romanzi, ha pubblicato un libro di memorie dicendoci, fondamentalmente, da dove proveniva quel materiale -- come egli abbia passato l&#039;infanzia provando pietà e terrore per una madre violenta e alcolizzata, e come lei non fosse da sola; come, nella sua famiglia, egli abbia assecondato un ubriaco dopo l&#039;altro, dicendo &quot;Sì, sì&quot; alle loro folli idee, nel frattempo ridendo e nutrendo anche il timore che, risucchiato nel loro mondo immaginario, non sarebbe mai stato in grado di trovare una realtà decente, no sarebbe mai diventato un uomo -- dunque, se dovessi dirvi questo, che cosa pensereste? Lo so: pensereste che il libro di memorie sia molto meno interessante dei romanzi. E invece non è così: finora è il libro migliore di Antrim».]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se può interessare, una corposa recensione su <i>La vita dopo</i>, seppur non di matrice italiana, è uscita sulla «Rivista dei Libri» di questo mese (avrebbe potuto farlo a ridosso della pubblicazione del libro, ad aprile-maggio, essendo già stata tradotta, ma non so perché si sia aspettato tanto), quindi magari è ancora possibile trovarla in edicola o in qualche libreria. È a firma di Joan Acocella e s&#8217;intitola <i>La mamma è sempre la mamma</i> (pp. 26-29). Un assaggio (p. 26):</p>
<p>«Ora, se dovessi dirvi che Antrim, dopo aver scritto [&#8230;] tre ottimi e ossessivi romanzi, ha pubblicato un libro di memorie dicendoci, fondamentalmente, da dove proveniva quel materiale &#8212; come egli abbia passato l&#8217;infanzia provando pietà e terrore per una madre violenta e alcolizzata, e come lei non fosse da sola; come, nella sua famiglia, egli abbia assecondato un ubriaco dopo l&#8217;altro, dicendo &#8220;Sì, sì&#8221; alle loro folli idee, nel frattempo ridendo e nutrendo anche il timore che, risucchiato nel loro mondo immaginario, non sarebbe mai stato in grado di trovare una realtà decente, no sarebbe mai diventato un uomo &#8212; dunque, se dovessi dirvi questo, che cosa pensereste? Lo so: pensereste che il libro di memorie sia molto meno interessante dei romanzi. E invece non è così: finora è il libro migliore di Antrim».</p>
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		<title>
		Di: Beppe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/21/antrim-la-vita-dopo/#comment-80331</link>

		<dc:creator><![CDATA[Beppe]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Oct 2007 19:40:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Praticamente era il resoconto della recente borsa (editoriale) di Francoforte. Tra l&#039;altro sosteneva l&#039;articolo (è di Stefano Salis) che i nostri agenti letterari e le nostre case editrici... &quot;eh sì: gli italiani sono pronti ad aprire il portafoglio ben più degli editori stranieri, a volte offrendo il doppio dei colleghi europei per lo stesso manoscritto. Colpa di una concorrenza spietata tra grandi gruppi editoriali, ma anche tra case editrici appartenenti allo stesso gruppo. Colpa di una frenesia dell&#039;affare che potrebbe rivelarsi anche, a pubblicazione avvenuta (spesso quasi un anno dopo), un mezzo flop... A Fiea conclusa, ciascun editore, valuterà con calma i propri acquisti e cercherà di far quadrare i conti...&quot;.  
(Questo, visto che si lamentava di come un bel libro non sia stato adeguatamente promosso dalla casa editrice, a proposito del rapporto affari-letteratura, nel bene e/o nel male).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Praticamente era il resoconto della recente borsa (editoriale) di Francoforte. Tra l&#8217;altro sosteneva l&#8217;articolo (è di Stefano Salis) che i nostri agenti letterari e le nostre case editrici&#8230; &#8220;eh sì: gli italiani sono pronti ad aprire il portafoglio ben più degli editori stranieri, a volte offrendo il doppio dei colleghi europei per lo stesso manoscritto. Colpa di una concorrenza spietata tra grandi gruppi editoriali, ma anche tra case editrici appartenenti allo stesso gruppo. Colpa di una frenesia dell&#8217;affare che potrebbe rivelarsi anche, a pubblicazione avvenuta (spesso quasi un anno dopo), un mezzo flop&#8230; A Fiea conclusa, ciascun editore, valuterà con calma i propri acquisti e cercherà di far quadrare i conti&#8230;&#8221;.<br />
(Questo, visto che si lamentava di come un bel libro non sia stato adeguatamente promosso dalla casa editrice, a proposito del rapporto affari-letteratura, nel bene e/o nel male).</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Francesco		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/21/antrim-la-vita-dopo/#comment-80305</link>

		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Oct 2007 11:55:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[No, beppe: qual era il succo?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>No, beppe: qual era il succo?</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Beppe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/21/antrim-la-vita-dopo/#comment-80282</link>

		<dc:creator><![CDATA[Beppe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Oct 2007 16:53:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Avete visto l&#039;articolo sul domenicale de Il Sole 24 Ore del 14 ottobre pag.39:  &quot;Besteller a caro prezzo&quot; ?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avete visto l&#8217;articolo sul domenicale de Il Sole 24 Ore del 14 ottobre pag.39:  &#8220;Besteller a caro prezzo&#8221; ?</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: luminamenti		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/21/antrim-la-vita-dopo/#comment-80274</link>

		<dc:creator><![CDATA[luminamenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Oct 2007 14:33:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sartori poi dice:  &quot;E diffido da chi commisera il fatto che ci si possa scandalizzare. Nel mio percorso personale sono arrivato alla conclusione che chi commisera i sentimenti altrui, o comunque esprime della sufficienza, prova in genere delle difficoltà a provare dei sentimenti propri, è insomma molto nevrotico. Ma questo è solo un inciso personale, che può essere condiviso o meno.&quot;

Parto dal finale: &quot;può essere condiviso o meno&quot;, &quot; questo è solo un inciso personale&quot;, come dire fin qui potete condividerlo oppure no, mentre il resto, che non è un inciso personale dovete condividerlo e basta (anche se lui non lo sa, anche questo è un inciso personale. A meno che non ci sia un&#039;altro ego o terza persona al suo interno che parli. Un bell&#039;esempio di demagogia che utilizzerò all&#039;università. Meglio prendere gli esempi dalla vita reale!)   Fantastica come proposizione sensibile all&#039;indipendenza del giudizio altrui, all&#039;autonomia di una differenza di valutazione.
Lui preferisce da una parte mettere gli incisi personali ( i giudizi morali), dall&#039;altra parte quello che non è possibile condividere diversamente da lui ( i giudizi di competenza)! lui, lui... ( non assomiglia forse a qualcosa che lui cita a sproposito?)
Inoltre è pure superficiale  e approsimativa la valutazione! e piena di inferenze deduttive che come i logici sanno sono errate se si parte da premesse false!  Perché non si tratta di commiserare il fatto che ci si possa scandalizzare, ma di - sulla base di una diversa valutazione che è cognitiva ed emotiva (visto che le due cose non esistono l&#039;una senza l&#039;altra) - dissociarsi.  Quando uno psichiatra (sopratutto di impostazione fenomenologica) osserva la tristezza in un suo paziente e sa che quella tristezza paralizza la vita di quella persona, fa il possibile, ricorrendo ai mezzi che conosce, per far superare la tristezza, per elaborarla o anche per porla a distanza (quando non è eludibile). Ma questo non significa che non si riconosca la tristezza (non viene infatti elusa), che non ci sia un etica del riconoscimento in quella operazione, anzi è vero proprio il contrario!
Quindi, pensare che non condividere lo scandalizzarsi significhi commiserare o esprimere sufficienza,  è ignorare la possibilità che un sentimento ben riconosciuto (riconoscere un sentimento non necessariamente deve condurre all&#039;empatia, se no saremmo rovinati, e non essere empatici sulla base di una diversa valutazione non significa essere privi di sentimenti e/o non riconoscere ciò che l&#039;altro ci dice pur non condividendone la genesi. Ne riconosco il fenomeno) possa avere una matrice di origine errata; non significa certo negarlo, ignorarlo, disprezzarlo o trattarlo con sufficienza. 
Nel caso poi specifico, significa per me anche porre fuori misura un sentimento che trovo mica irreale e da non rispettare, piuttosto inadeguato al fatto, frutto di un processo valutativo e cognitivo errato. 
Ovviamente, l&#039;unica cosa opinabile è la valutazione dell&#039;inadeguatezza o meno al fatto preso in esame e non la conclusione che valutare criticamente la relazione del sentimento al fatto sia segno di atarassia sentimentale o emotiva ! Il resto è lavoro di Fantasia e pregiudizio morale (o di valutazione clinica?);  ma Sartori lo sa che cos&#039;è una nevrosi? quindi secondo lui chi non prova sentimento è nevrotico, lo scrive pure! è una nuova definizione che le scienze psicologiche ignoravano di nevrosi, ora si aggiorneranno!)  
Ma questa è un&#039;altra storia, su cui è meglio stendere un lenzuolo  e fare finta di non avere capito!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sartori poi dice:  &#8220;E diffido da chi commisera il fatto che ci si possa scandalizzare. Nel mio percorso personale sono arrivato alla conclusione che chi commisera i sentimenti altrui, o comunque esprime della sufficienza, prova in genere delle difficoltà a provare dei sentimenti propri, è insomma molto nevrotico. Ma questo è solo un inciso personale, che può essere condiviso o meno.&#8221;</p>
<p>Parto dal finale: &#8220;può essere condiviso o meno&#8221;, &#8221; questo è solo un inciso personale&#8221;, come dire fin qui potete condividerlo oppure no, mentre il resto, che non è un inciso personale dovete condividerlo e basta (anche se lui non lo sa, anche questo è un inciso personale. A meno che non ci sia un&#8217;altro ego o terza persona al suo interno che parli. Un bell&#8217;esempio di demagogia che utilizzerò all&#8217;università. Meglio prendere gli esempi dalla vita reale!)   Fantastica come proposizione sensibile all&#8217;indipendenza del giudizio altrui, all&#8217;autonomia di una differenza di valutazione.<br />
Lui preferisce da una parte mettere gli incisi personali ( i giudizi morali), dall&#8217;altra parte quello che non è possibile condividere diversamente da lui ( i giudizi di competenza)! lui, lui&#8230; ( non assomiglia forse a qualcosa che lui cita a sproposito?)<br />
Inoltre è pure superficiale  e approsimativa la valutazione! e piena di inferenze deduttive che come i logici sanno sono errate se si parte da premesse false!  Perché non si tratta di commiserare il fatto che ci si possa scandalizzare, ma di &#8211; sulla base di una diversa valutazione che è cognitiva ed emotiva (visto che le due cose non esistono l&#8217;una senza l&#8217;altra) &#8211; dissociarsi.  Quando uno psichiatra (sopratutto di impostazione fenomenologica) osserva la tristezza in un suo paziente e sa che quella tristezza paralizza la vita di quella persona, fa il possibile, ricorrendo ai mezzi che conosce, per far superare la tristezza, per elaborarla o anche per porla a distanza (quando non è eludibile). Ma questo non significa che non si riconosca la tristezza (non viene infatti elusa), che non ci sia un etica del riconoscimento in quella operazione, anzi è vero proprio il contrario!<br />
Quindi, pensare che non condividere lo scandalizzarsi significhi commiserare o esprimere sufficienza,  è ignorare la possibilità che un sentimento ben riconosciuto (riconoscere un sentimento non necessariamente deve condurre all&#8217;empatia, se no saremmo rovinati, e non essere empatici sulla base di una diversa valutazione non significa essere privi di sentimenti e/o non riconoscere ciò che l&#8217;altro ci dice pur non condividendone la genesi. Ne riconosco il fenomeno) possa avere una matrice di origine errata; non significa certo negarlo, ignorarlo, disprezzarlo o trattarlo con sufficienza.<br />
Nel caso poi specifico, significa per me anche porre fuori misura un sentimento che trovo mica irreale e da non rispettare, piuttosto inadeguato al fatto, frutto di un processo valutativo e cognitivo errato.<br />
Ovviamente, l&#8217;unica cosa opinabile è la valutazione dell&#8217;inadeguatezza o meno al fatto preso in esame e non la conclusione che valutare criticamente la relazione del sentimento al fatto sia segno di atarassia sentimentale o emotiva ! Il resto è lavoro di Fantasia e pregiudizio morale (o di valutazione clinica?);  ma Sartori lo sa che cos&#8217;è una nevrosi? quindi secondo lui chi non prova sentimento è nevrotico, lo scrive pure! è una nuova definizione che le scienze psicologiche ignoravano di nevrosi, ora si aggiorneranno!)<br />
Ma questa è un&#8217;altra storia, su cui è meglio stendere un lenzuolo  e fare finta di non avere capito!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: luminamenti		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/21/antrim-la-vita-dopo/#comment-80267</link>

		<dc:creator><![CDATA[luminamenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Oct 2007 12:13:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sartori dice: &quot;Come dire, l’alternativa è scandalizzarsi o provare della sufficienza nei confronti di chi si scandalizza&quot;, che è come dire che il sig  Sartori non sa (perché cieco) che tra il bianco e il nero ci sono anche molti colori!

P. S. quando chi pratica libri non capisce più niente della realtà!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sartori dice: &#8220;Come dire, l’alternativa è scandalizzarsi o provare della sufficienza nei confronti di chi si scandalizza&#8221;, che è come dire che il sig  Sartori non sa (perché cieco) che tra il bianco e il nero ci sono anche molti colori!</p>
<p>P. S. quando chi pratica libri non capisce più niente della realtà!</p>
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		<item>
		<title>
		Di: G. Sartori		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/21/antrim-la-vita-dopo/#comment-80258</link>

		<dc:creator><![CDATA[G. Sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Oct 2007 08:01:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come dire, l’alternativa è scandalizzarsi o provare della sufficienza nei confronti di chi si scandalizza. C. Raimo si scandalizza, e personalmente io empatizzo con il suo scandalizzarsi. E diffido da chi commisera il fatto che ci si possa scandalizzare. Nel mio percorso personale sono arrivato alla conclusione che chi commisera i sentimenti altrui, o comunque esprime della sufficienza, prova in genere delle difficoltà a provare dei sentimenti propri, è insomma molto nevrotico. Ma questo è solo un inciso personale, che può essere condiviso o meno.
Resta il fatto che se in Francia un ottimo romanzo tradotto da un ottimo traduttore vende solo qualche centinaio di copie nessuno si scandalizza. Come dire, capita. E’ normale. Si forma anzi di solito una nicchietta di sufficienti e gongolanti apprezzatori che sotto-sotto gioiscono del flop commerciale/di critica del testo che tanto apprezzano. Perché allora da noi c’è qualcuno che si scandalizza, se succede la stessa cosa? Perché succede troppo spesso, perché succedono troppe cose simili. Nell’animo dello scandalizzato il flop del testo diventa il simbolo di altre “ingiustizie”, di altre ferite. Il suo stesso “ruolo sociale” (intendo: di lettore, di critico, di autore) viene in fondo messo in discussione da questa ridondanza di ingiustizie (“cosa sono io, cosa ne sarà di me, in questa mancanza totale di regole, in questo rovesciamento sistematico delle regole?”). Di lì la passionalità crescente dei suoi toni, il montare verso timbri isterici della sua voce. Nell’animo del commiserante lo scandalizzarsi dello scandalizzato è un’ulteriore riprova della sua ingenuità e della sua scarsa elasticità mentale (con uno slittamento dal piano dei sentimenti a quello della ragione), e anzi la sua scompostezza emotiva diventa un’ulteriore riprova della sua mediocrità cerebrale, o comunque della sua “mancanza di esperienza”.
Queste sono dinamiche tipicissime della provincia. Nelle città di provincia (parlo per esperienza personale, ma chi ha percorsi diversi può per es. rileggersi Brancati) la gente passa il tempo a lamentarsi e a scandalizzarsi della limitatezza della provincia stessa, ma c’è sempre chi si assume il ruolo di fustigatore - in nome di una critica ancora più radicale, di una intelligenza più lucida, o anche semplicemente di una cinica accettazione dello status quo - delle critiche. Come dire, noi lettori, critici e autori italiani facciamo parte di una asfittica e provinciale e consanguinea repubblica delle lettere. Possiamo solo scandalizzarci o fare i sufficientoni. Siamo in fondo così abituati a questi ruoli che in fondo altrove saremmo a disagio.
Ma in moltissimi paesi va molto peggio, intendiamoci. In moltissimi paesi africani i libri stranieri non vengono tradotti, o per meglio dire non arrivano nemmeno, perché sono troppo cari, perché non ci sarebbero lettori che potrebbero capirli e/o pagarseli. In moltissimi paesi africani non ci sono autori, perché in quei paesi non si stampano libri (nessuno li comprerebbe: nessuno li capirebbe e/o avrebbe i soldi per pagarseli): i poveri scrittori e critici di quei paesi – spesso di ottimo livello - pubblicano in altri paesi più ricchi, spesso in lingue diverse da quelle che hanno imparato da piccoli.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come dire, l’alternativa è scandalizzarsi o provare della sufficienza nei confronti di chi si scandalizza. C. Raimo si scandalizza, e personalmente io empatizzo con il suo scandalizzarsi. E diffido da chi commisera il fatto che ci si possa scandalizzare. Nel mio percorso personale sono arrivato alla conclusione che chi commisera i sentimenti altrui, o comunque esprime della sufficienza, prova in genere delle difficoltà a provare dei sentimenti propri, è insomma molto nevrotico. Ma questo è solo un inciso personale, che può essere condiviso o meno.<br />
Resta il fatto che se in Francia un ottimo romanzo tradotto da un ottimo traduttore vende solo qualche centinaio di copie nessuno si scandalizza. Come dire, capita. E’ normale. Si forma anzi di solito una nicchietta di sufficienti e gongolanti apprezzatori che sotto-sotto gioiscono del flop commerciale/di critica del testo che tanto apprezzano. Perché allora da noi c’è qualcuno che si scandalizza, se succede la stessa cosa? Perché succede troppo spesso, perché succedono troppe cose simili. Nell’animo dello scandalizzato il flop del testo diventa il simbolo di altre “ingiustizie”, di altre ferite. Il suo stesso “ruolo sociale” (intendo: di lettore, di critico, di autore) viene in fondo messo in discussione da questa ridondanza di ingiustizie (“cosa sono io, cosa ne sarà di me, in questa mancanza totale di regole, in questo rovesciamento sistematico delle regole?”). Di lì la passionalità crescente dei suoi toni, il montare verso timbri isterici della sua voce. Nell’animo del commiserante lo scandalizzarsi dello scandalizzato è un’ulteriore riprova della sua ingenuità e della sua scarsa elasticità mentale (con uno slittamento dal piano dei sentimenti a quello della ragione), e anzi la sua scompostezza emotiva diventa un’ulteriore riprova della sua mediocrità cerebrale, o comunque della sua “mancanza di esperienza”.<br />
Queste sono dinamiche tipicissime della provincia. Nelle città di provincia (parlo per esperienza personale, ma chi ha percorsi diversi può per es. rileggersi Brancati) la gente passa il tempo a lamentarsi e a scandalizzarsi della limitatezza della provincia stessa, ma c’è sempre chi si assume il ruolo di fustigatore &#8211; in nome di una critica ancora più radicale, di una intelligenza più lucida, o anche semplicemente di una cinica accettazione dello status quo &#8211; delle critiche. Come dire, noi lettori, critici e autori italiani facciamo parte di una asfittica e provinciale e consanguinea repubblica delle lettere. Possiamo solo scandalizzarci o fare i sufficientoni. Siamo in fondo così abituati a questi ruoli che in fondo altrove saremmo a disagio.<br />
Ma in moltissimi paesi va molto peggio, intendiamoci. In moltissimi paesi africani i libri stranieri non vengono tradotti, o per meglio dire non arrivano nemmeno, perché sono troppo cari, perché non ci sarebbero lettori che potrebbero capirli e/o pagarseli. In moltissimi paesi africani non ci sono autori, perché in quei paesi non si stampano libri (nessuno li comprerebbe: nessuno li capirebbe e/o avrebbe i soldi per pagarseli): i poveri scrittori e critici di quei paesi – spesso di ottimo livello &#8211; pubblicano in altri paesi più ricchi, spesso in lingue diverse da quelle che hanno imparato da piccoli.</p>
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