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	Commenti a: Una madre che piange, o il suo Spettacolo	</title>
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		<title>
		Di: Beppe		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beppe]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 21:01:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Faccio presente che in Tv ci sono anche trasmissioni che riescono a comunicare il dolore, e lì può aver senso esibirlo (anno zero, reporter,...). Programmi televisivi che insomma non facciano sconti a nessuno almeno finché non le chiuderanno.
Per contro, nelle trasmissioni di intrattenimento, qualunque urlo di dolore è depotenziato (dalla sceneggiatura) in sceneggiata.
Se un film racconta una storia che commuove in quanto rappresenta bene la realtà, senza tuttavia scioccare per la crudezza del vero, qui invece (nei programmi cucuzziani) la realtà (che sia davvero vera o perfino finta) è tramutata in rappresentazione: il vero per il leggero brivido che suscita, la rappresentazione per evitare il fastidio. 
Il fine della parvenza del vero è semplicemente quello di provocare una leggera catarsi a buon mercato, che duri giusto il tempo di sentirsi migliori prima di cena.
Una madre che piange il proprio figlio non può volere questo.
Ma un urlo vero.
O il silenzio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Faccio presente che in Tv ci sono anche trasmissioni che riescono a comunicare il dolore, e lì può aver senso esibirlo (anno zero, reporter,&#8230;). Programmi televisivi che insomma non facciano sconti a nessuno almeno finché non le chiuderanno.<br />
Per contro, nelle trasmissioni di intrattenimento, qualunque urlo di dolore è depotenziato (dalla sceneggiatura) in sceneggiata.<br />
Se un film racconta una storia che commuove in quanto rappresenta bene la realtà, senza tuttavia scioccare per la crudezza del vero, qui invece (nei programmi cucuzziani) la realtà (che sia davvero vera o perfino finta) è tramutata in rappresentazione: il vero per il leggero brivido che suscita, la rappresentazione per evitare il fastidio.<br />
Il fine della parvenza del vero è semplicemente quello di provocare una leggera catarsi a buon mercato, che duri giusto il tempo di sentirsi migliori prima di cena.<br />
Una madre che piange il proprio figlio non può volere questo.<br />
Ma un urlo vero.<br />
O il silenzio.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: marco rovelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/#comment-80744</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 14:20:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sarebbe da ragionare in effetti se il pervertimento è chiaro anche ai cucuzzari. Non so, forse no. Nel senso che chi guarda quelle trasmissioni, forse, si sente riscattato da quel dolore intra-visto. Prima c&#039;è la stupida spensieratezza. Poi c&#039;è il momento in cui chi piange in tv soffre anche per lui. Si soffre per interposta persona. Dopodiché il cucuzzaro &quot;ha dato&quot;, e può riconsegnarsi alla beata stupidità, e al disimpegno assoluto dal mondo. Perchè adesso ha l&#039;anima salva, il mondo è entrato in lui attraverso quel dolore (vero) esibito. C&#039;è pure l&#039;illusione, credo, di aver fatto qualcosa di reale. Una surroga di un&#039;impossibile condivisione reale.
Allora, dici, che fare? (La solita domanda delle domande a cui non abbiamo mai risposta). Io, da uomo all&#039;antica, credo che l&#039;unico rimedio sia rimettere sui piedi quel che cammina sulla testa. E, appunto, fare come le madri che - fuori dallo schermo - praticano la realtà ostinatamente, senza remissione. Reti reali di costruzione del nuovo (di eventi), contro la ripetizione virtuale del fatto. Insomma, non esibire il dolore attraverso il tubo catodico, ma esporlo in un corpo a corpo. Solo su quella base può aver senso prender parte al &quot;cirque&quot; televisivo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarebbe da ragionare in effetti se il pervertimento è chiaro anche ai cucuzzari. Non so, forse no. Nel senso che chi guarda quelle trasmissioni, forse, si sente riscattato da quel dolore intra-visto. Prima c&#8217;è la stupida spensieratezza. Poi c&#8217;è il momento in cui chi piange in tv soffre anche per lui. Si soffre per interposta persona. Dopodiché il cucuzzaro &#8220;ha dato&#8221;, e può riconsegnarsi alla beata stupidità, e al disimpegno assoluto dal mondo. Perchè adesso ha l&#8217;anima salva, il mondo è entrato in lui attraverso quel dolore (vero) esibito. C&#8217;è pure l&#8217;illusione, credo, di aver fatto qualcosa di reale. Una surroga di un&#8217;impossibile condivisione reale.<br />
Allora, dici, che fare? (La solita domanda delle domande a cui non abbiamo mai risposta). Io, da uomo all&#8217;antica, credo che l&#8217;unico rimedio sia rimettere sui piedi quel che cammina sulla testa. E, appunto, fare come le madri che &#8211; fuori dallo schermo &#8211; praticano la realtà ostinatamente, senza remissione. Reti reali di costruzione del nuovo (di eventi), contro la ripetizione virtuale del fatto. Insomma, non esibire il dolore attraverso il tubo catodico, ma esporlo in un corpo a corpo. Solo su quella base può aver senso prender parte al &#8220;cirque&#8221; televisivo.</p>
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		<title>
		Di: helena		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/#comment-80742</link>

		<dc:creator><![CDATA[helena]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 14:05:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Era una domanda per suscitare una riflessione su un nodo che pure a me non è chiaro. Se è chiaro che la televisione perverte il dolore quando lo sbatte in faccia al pubblico (e temo che questo sia chiaro in qualche modo persino a chi ci sta attaccato a guardasi Michele Cucuzza e compagnia), cosa possiamo fare per non dare per aquisito questo pervertimento?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era una domanda per suscitare una riflessione su un nodo che pure a me non è chiaro. Se è chiaro che la televisione perverte il dolore quando lo sbatte in faccia al pubblico (e temo che questo sia chiaro in qualche modo persino a chi ci sta attaccato a guardasi Michele Cucuzza e compagnia), cosa possiamo fare per non dare per aquisito questo pervertimento?</p>
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		<title>
		Di: marco rovelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/#comment-80729</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 13:12:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[No, certo, il dolore non sarebbe meno vero, né meno sacro il pianto di madre. Il mio punto non era quello, la verità del pianto, quanto l&#039;uso strumentale di questa verità, che la inserisce in una catena (&quot;semantica&quot;) che la svuota di senso (ho in mente la frase di Debord: Nel mondo realmente rovesciato il vero è un momento del falso). Le conosco le madri che gridano, che vanno in tv. Portano la loro forza, la loro rabbia. E chiedono giustizia, e azioni per cui il proprio figlio sia l&#039;ultimo. E&#039; allora come fosse un compimento: la morte del figlio, per quanto non meno dolorosa, acquista un senso. Loro lo sanno il rischio che corrono, quello che la loro esibizione (ma io preferisco dire, esposizione) sia manipolata dalla concatenazione di (non)senso del magma catodico. Ma lo corrono. E se vincono la sfida, è proprio perché la loro consapevolezza, la loro forza, ignorano quella manipolazione in atto. E in questo modo qualcuno raggiungono, ma ciò non toglie che sanno di essere esibite per l&#039;ascolto che possono dare. Però agiscono anche fuori dallo schermo, ed è questo che dà loro la forza: la condivisione. Poi ci sono quelle madri che vanno in tv per pura urgenza di dire, senza la consapevolezza di cui sopra. Ed è giusto ed è bene che lo facciano, sia chiaro. Però è un fatto che diventano facili prede del meccanismo perverso, anestetizzante, repressivo (nella misura in cui priva quel dolore di sbocchi attivi). La particolarità di Anna Maria, però, è che si tratta di una donna che non ha reagito alla morte del figlio né in un modo né nell&#039;altro. Semplicemente si è chiusa nel proprio dolore. E, senza particolare consapevolezza, ha però fiutato con precisione l&#039;intenzione predatoria dei media nei suoi confronti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>No, certo, il dolore non sarebbe meno vero, né meno sacro il pianto di madre. Il mio punto non era quello, la verità del pianto, quanto l&#8217;uso strumentale di questa verità, che la inserisce in una catena (&#8220;semantica&#8221;) che la svuota di senso (ho in mente la frase di Debord: Nel mondo realmente rovesciato il vero è un momento del falso). Le conosco le madri che gridano, che vanno in tv. Portano la loro forza, la loro rabbia. E chiedono giustizia, e azioni per cui il proprio figlio sia l&#8217;ultimo. E&#8217; allora come fosse un compimento: la morte del figlio, per quanto non meno dolorosa, acquista un senso. Loro lo sanno il rischio che corrono, quello che la loro esibizione (ma io preferisco dire, esposizione) sia manipolata dalla concatenazione di (non)senso del magma catodico. Ma lo corrono. E se vincono la sfida, è proprio perché la loro consapevolezza, la loro forza, ignorano quella manipolazione in atto. E in questo modo qualcuno raggiungono, ma ciò non toglie che sanno di essere esibite per l&#8217;ascolto che possono dare. Però agiscono anche fuori dallo schermo, ed è questo che dà loro la forza: la condivisione. Poi ci sono quelle madri che vanno in tv per pura urgenza di dire, senza la consapevolezza di cui sopra. Ed è giusto ed è bene che lo facciano, sia chiaro. Però è un fatto che diventano facili prede del meccanismo perverso, anestetizzante, repressivo (nella misura in cui priva quel dolore di sbocchi attivi). La particolarità di Anna Maria, però, è che si tratta di una donna che non ha reagito alla morte del figlio né in un modo né nell&#8217;altro. Semplicemente si è chiusa nel proprio dolore. E, senza particolare consapevolezza, ha però fiutato con precisione l&#8217;intenzione predatoria dei media nei suoi confronti.</p>
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		<title>
		Di: helena		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 12:38:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E se una, una con una storia analoga, il suo dolore invece lo volesse ESIBIRE? Per denunciare, per urlare al mondo intero quel che l&#039;è successo, per qualsiasi motivo palese e oscuro. Sarebbe meno vero quel dolore? Sarebbe meno sacro quel pianto di madre?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E se una, una con una storia analoga, il suo dolore invece lo volesse ESIBIRE? Per denunciare, per urlare al mondo intero quel che l&#8217;è successo, per qualsiasi motivo palese e oscuro. Sarebbe meno vero quel dolore? Sarebbe meno sacro quel pianto di madre?</p>
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		<title>
		Di: framar		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/#comment-80712</link>

		<dc:creator><![CDATA[framar]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 10:44:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[gran bel testo. da rifletter/e/ci a lungo. grazie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>gran bel testo. da rifletter/e/ci a lungo. grazie.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: sparz		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sparz]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 09:02:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&lt;i&gt;Ché solo il fare è l’alchimia del dolore.&lt;/i&gt; Sì, Marco, non ho dubbi, forse anche il &lt;i&gt;far&lt;/i&gt; sentire vicinanza, nei modi in cui è davvero, autenticamente, possibile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><i>Ché solo il fare è l’alchimia del dolore.</i> Sì, Marco, non ho dubbi, forse anche il <i>far</i> sentire vicinanza, nei modi in cui è davvero, autenticamente, possibile.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Beppe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/#comment-80685</link>

		<dc:creator><![CDATA[Beppe]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 22:58:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Davvero i pianti televisivi sono talmente sconci che ripristinerei la censura e manderei a lavorare in quel cantiere edile Maria De Filippi &#038; co.
La merce riesce a trasfigurare ogni cosa e ogni dolore.
E se la paghi, la merce
te ne puoi servire per il tuo benessere.
Il problema è capire quello che è bene essere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Davvero i pianti televisivi sono talmente sconci che ripristinerei la censura e manderei a lavorare in quel cantiere edile Maria De Filippi &amp; co.<br />
La merce riesce a trasfigurare ogni cosa e ogni dolore.<br />
E se la paghi, la merce<br />
te ne puoi servire per il tuo benessere.<br />
Il problema è capire quello che è bene essere.</p>
]]></content:encoded>
		
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