Genesi di uno scrittore

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di Emanuele Giordano

La genesi di un atto di espressione è un processo di estrazione, uno spremere fuori. Niente viene estratto se non da una materia originariamente grezza. L’uomo di norma dà figure nuove a cose che ha sottomano. Allora fare un’opera è il far breccia di uomo verso se stesso. E’ esatto ciò che ci dice il Sohar: il libro è infisso, in fondo a una caverna, in una fessura nella roccia. E ci si è infissi anche noi. Si entra ora nel purgatoriale mare di fuoco, fretum febris avanti l’alba, nel tempo onirico prima del carnevale. Non c’è possibilità senza almeno all’inizio uno sprofondamento. Nondimeno nella misura in cui si ha il coraggio pavido di proseguire, i movimenti di sprofondamento e sotterramento fanno posto a movimenti laterali di slittamento, perché uno scrittore lavora con le parole e fa di queste degli eventi che sono come cristalli, diventano e crescono soltanto per i bordi, sui bordi. La lingua, quella vera, divenuta vera e fatta vera, contrariamente alla musica, sta – e oscilla e trema contemporaneamente. Sta in bilico. Lui scivola in lunghezza in modo che la profondità ha senso solo se ridotta al senso inverso della superficie. Così si comprende che la semplice fuoriuscita di materiale grezzo non può essere espressione. Di solito non è chiaro allo scrittore all’inizio il rapporto tra superconscio e subconscio. E’ nel compimento riuscito della sua opera che gli diviene chiaro come il superconscio è lì pronto a riconoscere nella scrittura una coerenza che ne fa un riflesso dell’Unità, il subconscio deve riconoscervi un modello su cui organizzare il proprio caos. Il succo viene fuori quando gli acini sono schiacciati nel torchio. Ma il succo non può venire fuori senza interagire con qualcosa di esterno a esso: i piedi dell’uomo o il torchio pigiano. Anche nei modi d’espressione più automatici c’è interazione con qualcosa che sembra esterno – il mondo, abitato dal linguaggio, per cui noi esistiamo nel linguaggio ma non siamo linguaggio, linguaggio che ci divide nelle due serie simultanee che non sono mai eguali. L’una rappresenta il significante, l’altra il significato. Il significante è la solo dimensione di espressione che possiede in verità il privilegio di non essere relativa a un termine indipendente, poiché il senso come espressione non esiste fuori dall’espressione e le capacità espressive dei segni sono illimitate sia nei modi combinatori sia nelle potenzialità di significato. Nell’esistenza degli uomini non c’è niente di più sconvolgente della constatazione che noi possiamo pensare e/o dire qualsiasi cosa. Questa libertà semantica ha come conseguenza una varietà non circoscritta di approcci alla trasparenza dell’intelligibilità che non è data o assicurata una volta per tutte. Nel caso del linguaggio, in qualsiasi atto linguistico, le parole invitano altre parole. Così un classico, ciò che fa grande un libro, è una forma significante che ci legge più di quanto noi lo leggiamo. Non c’è nulla di esoterico in questo se si comprende che esso sfida le risorse della nostra coscienza e della nostra mente e del nostro corpo (gran parte della reazione estetica e persino intellettuale è corporale). Se non deborda il presente, se si consuma immediatamente, mostrerebbe che non ha avvenire alcuno. Simultaneamente arriva l’intuito che dall’altro lato del versante l’atto di espressione che costituisce un’opera d’arte è una costruzione nel tempo, non un’emissione istantanea. Lo scrittore che tenta di percorrere la strada del compimento riuscito si trova nella stessa situazione svolta in due tempi da molte specie (tutti i felini, ad esempio) nell’azione cronodetica della cattura della preda – nel nostro caso la parola: l’attesa dell’appostamento e lo scatto della presa. Lo scacco dello scrittore che fa grande la letteratura è anticipazione della parola come calcolo quasi perfetto del punto d’incontro di due traiettorie, analogamente a quanto si realizza con i sistemi elettronici di puntamento. Ciò che viene a convegno e fa agire lo scrittore è la costruzione di un’esperienza integrale attraverso l’interazione tra condizioni verbali ed energie organiche e ambientali. Una prima annotazione deve farsi circa il rapporto fra esperienza interna e sua verbalizzazione: il vasto strato immedesimativo implicito che costituisce una delle componenti della doxicità diffusa è formato da conoscenze traversanti che provengono dall’introspezione spontanea e dalla verbalizzazione della propria interiorità. Ma verbalizzazione dell’interiorità significa – irrimediabilmente – reificazione e introiezione della logica cosale. La parola deve necessariamente reificare l’estrema complessità degli accadimenti interni che la coscienza riflettente non può cogliere nella loro minutissima struttura. La parola non può perdere il carattere originario ed intrinseco dei segni verbali che è quello di riferimento ad eventi del mondo che sono macroscopici nel sistema di riferimento percettivo e motorio proprio della scala dimensionale dell’uomo: ciò che interiormente fluisce e che solo pre-riflessivamente può essere colto, viene ora scaraventato fuori dalla parola e reso oggetto o macchina o energia oppure azione e quindi dramma, storia, narrazione. L’altro aspetto è invece l’attesa, che non è solo necessaria affinché l’azione dello scrittore sia portata nel momento opportuno, ma è altresì indispensabile – nella sua riduzione minimale – per la ricognizione dell’ambiente, per il calcolo dei parametri di traiettoria, per la realizzazione della giusta tensione. Tutte le attività umane che prevedono precisione di esecuzione sono precedute da una pausa cronodetica: questa delayed action, questo tempo fermo (Korzybski) che precede il blitz dell’azione appropriata. La Semantica generale aveva fatto della delayed action un aspetto importante del training non-aristotelico (The neurological importance of consciousness of abstracting is based precisely on the fact that it automatically involves a fraction of a second of psyco-logical delay, and thus is fundamentally based on, and introduces in training, a wholesome inhibition: Korzybski) e dunque una capacità eminentemente superiore rispetto alla reazione immediata. Il ritardo di una frazione di secondo permette una migliore integrazione cortico-talamica ed è una conseguenza operativa della formazione di una coscienza di astrarre.

Ciò significa conseguentemente che l’espressione del sé in e attraverso il medium, che è costituitivo di una grande opera di letteratura, è essa stessa una interazione prolungata di qualcosa che scaturisce dal sé con condizioni oggettive, un processo in cui entrambi questi elementi acquisiscono una forma e un ordine che dapprima non possedevano. L’oggetto espresso viene estorto all’autore dalla pressione esercitata da cose oggettive sugli impulsi e tendenze naturali – essendo l’espressione ben altro che il risultato diretto e incontaminato di questi ultimi elementi. Così, gli eventi – ad esempio la luce del sole sulle foglie, il cielo azzurro, la morte di una persona – non bisogna tradirli col linguaggio. Arte sarebbe aspettare, concentrarsi, finché questi eventi divenissero da sé linguaggio. Lo scrittore si ferma di continuo nell’incedere e si china sui piccoli e piccolissimi elementi e l’eccitamento che ne deriva mette in moto una grande quantità di atteggiamenti e significati derivati dall’esperienza precedente. Quante volte lo scrittore è dolorosamente solo sulla scena del suo interno, ed ecco che finalmente arrivano altri, tu e lei, a volte i popoli della terra, un volto, una vecchia notizia, e allora si sta insieme per dare spazio e calore a tutte le estrinsecazioni di vita. Essere infiammati da un pensiero o una scena significa essere ispirati, spesso una ispirazione dolorosa, perché non soffriamo di incomunicazione, soffriamo a causa delle forze che ci obbligano a esprimerci quando non abbiamo granché da dire, così non turbiamo i divenire.

Ciò che è arroventato non può che incenerirsi o metter capo a un materiale che lo trasforma da metallo grezzo in un prodotto raffinato. Più di una persona è scontenta, agitata interiormente, perché non dispone o non riesce nell’arte di compiere azioni espressive. Quello che in condizioni più felici consente di vincere l’ispirazione dolorosa mercé l’entusiasmo e che potrebbe essere usato per trasformare un materiale oggettivo nel materiale di una esperienza intensa e chiara, ribolle all’interno in un tumulto sregolato che alla fine si spegne, eventualmente dopo una disgregazione intensa.

L’autore, in quanto corpo percipiente, vissuto, soggetto simbolico, animale di parole, non rispecchia la realtà in se stessa secondo una fantasia metafisica di un’essenza rispecchiante, piuttosto fa testimonianza di una realtà sulla base della focalizzazione dei modi espressivi e degli usi linguistici che mette in atto. Invenzione e scoperta non si respingono, ma risultano solidali, collaborativi per fissare una modalità specifica di espressione e di interpretazione del mondo. Un’invenzione letteraria significa che posso seguitare a inventare: l’invenzione non finisce, non si consuma, non ha termine (soltanto questo segnala che è valida).

Per effetto della sua connessione con il mondo naturale lo scrittore diviene il teatro di un flusso di percezioni, immagini, cognizioni, trame e parole che si aggregano in modo immanente e intransitivo fra loro – avanti alla decisione o prima del progetto deliberato di un io consapevole e razionale – grazie al traffico occulto della metafora che unisce fra loro componenti irrelate della realtà. In questo senso anche la parola letteraria non è un prodotto generato dall’intelligenza, perché questa parola anziché essere qualcosa di artefatto, artificiale, di inventato ex nihilo e di arbitrario, genera il nuovo proprio in quanto riscopre una costellazione, una sequenza di connessioni esperite in un antefatto pre-logico, pre-concettuale dell’esperienza interna ed esterna, nella condizione della non-presenza e di un vuoto, nella direzione secondo cui si cerca una traccia.

C’è quindi un Tempo della scrittura che ossessiona il discorso, che non si parla, dove ogni ora evoca un allora o un’altra volta, ogni qui un là. Stato intermedio, di dormiveglia o di semirisveglio, che può nello scrittore essere paragonato alla reverie del passeggiatore solitario, in cui ognuno, il più grande soprattutto, scrive per afferrare con il e nel testo qualcosa che non sa scrivere. Che non si lascerà scrivere, lo sa. Questo è un momento di evocazione che l’ispirazione compone di materiali che vanno soggetti a combustione per contatti ravvicinati e per resistenze esercitate l’uno nei confronti dell’altro. L’atto di espressione non è qualcosa che sopravviene sull’ispirazione già compiuta. E’ il portare avanti il completamento dell’ispirazione servendosi del materiale oggettivo della percezione e dell’immaginario. E’ allora che l’io compare come una palla di cannone sparata su dal mare e ci si butta da parte per disgusto. Disgusto? E’ piuttosto coscienza concentrata, uno scoppiare di tutte le fattualità, il disgusto della consapevolezza, di quella che ci dice che siamo nudi.

Lo scrittore per generare deve mettere in gioco qualcosa, qualcosa che sia importante e incerto – come l’esito di uno scontro o le previsioni su un avvenire. Una cosa certa può suscitare emotività ma non ci scuote emotivamente. Molte delle concezioni errate della natura dell’espressione letteraria nascono dall’idea per cui un’emozione sarebbe compiuta in se internamente, ed andrebbe quindi a collidere con un materiale esterno solo quando viene esternata.

Nella realtà un’emozione è diretta a, o derivante da o relativa a qualcosa di oggettivo, effettivamente o idealmente. Un’emozione è coinvolta in una situazione il cui esito è sospeso e in cui il sé che si muove nell’emozione è implicato vitalmente. Le situazioni possono essere deprimenti, intollerabili, minacciose, trionfali, ma è il carattere unico, irriproducibile di eventi e situazioni di cui si è fatta esperienza a impregnare l’emozione suscitata. E’ da tutto ciò che comincia il Fuoco delle immagini, il fuoco della lingua. Il fuoco ordito in intreccio di parole, nello sfavillio che s’apre come un ventre in gestazione. Scrivere diventa allora un modo di reagire, di vivere, di resistere, perché inventare non è comunicare, scrivere è un modo dell’interpretazione simbolica del mondo e di se stessi con la testa china su questa Terra ove l’umanità intera sprofonda mentre tu altro non vedi che l’ombra immensa. Tutto è tortuoso, vibratile, si tratta di affrontare le idee come se provenissero da una lontananza in cui sono depositate le tracce che hanno poi animato il pensiero conscio e diurno.

Narrare, scrivere, parlare sono modi di vita sostanziali che espongono l’uomo, sempre a propria insaputa, a un processo nel quale si forma in lui un nuovo paesaggio interiore, e conseguentemente si è sempre esposti all’irruzione di nuove parole, che non poteva cercare, che non poteva inseguire, ma piuttosto che hanno inseguito lui per tutta la vita, che sono emerse sul suo orizzonte riordinando l’ordine delle sue percezioni, dei suoi valori, prefigurando nuovi volti, nuovi vertici dai quali guardare il mondo. Che cosa avverrebbe se una pianta dirigesse consapevolmente, pianificasse la sua crescita? Svilupperebbe soltanto le foglie o i rami o il tronco, non potrebbe mai attingere l’armonia naturale. Le buone intenzioni sono necessariamente punite innanzitutto per la delicatezza dell’impresa, per la fragilità propria delle superfici. Bisogna levarsi di dosso il vizio del pensare prima; il pericolo si corre quando la mente corre troppo avanti.

Se pensiamo al motivo per cui certi libri ci disturbano, è molto probabile che la causa sia nell’assenza di un’emozione sentita di persona che guidi la selezione e la raccolta dei materiali presentati. Si avverte che l’autore sta cercando di conformare la natura dell’emozione suscitata a un’intenzione calcolata. Ci si irrita perché sentiamo che egli sta manipolando il materiale per ottenere un effetto deciso in anticipo. La caratteristica che rende e identifica le opere banali ed effimere in letteratura, è proprio il fatto che esse possono essere classificate e capite una volta per tutte. In un senso certamente razionale e pragmatico, un atto significante serio – verbale – non può essere esaurito dalla somma delle sue interpretazioni. Non lo si può inchiodare e dargli una collocazione fissa. Per quanto riguarda il linguaggio, nessun dizionario è definitivo. Cambiano le definizioni e i campi semantici delle parole. La grammatica, nervo del pensiero, ha la sua ricchezza storica, fatta di tensioni dialettiche fra correttezza e sovversione, fra retaggio e innovazione. Non c’è lettore, per quanto navigato ed equipaggiato, capace di esaurire la lettura di un classico. C’è una differenza fra il volere, desiderare leggere e il mero voler sapere. D’altra parte lo sforzo diretto nell’autore di intelligenza e volontà di per sé non ha mai dato origine a qualcosa che non fosse meccanico: la loro funzione è necessaria e probabilmente in altri campi può bastare, ma nella creazione letteraria deve lasciare agire alleati che esistono al di là dei loro scopi.
In questo senso imprendibile la letteratura dimostra di essere sovrana sugli esseri umani e si apre alla possibilità indeterminata di interferire negli eventi umani e sui mutamenti che ne possono derivare.

83 COMMENTS

  1. non posso dire di non condividere nella sua franca essenzialità il commento di Io.
    post imbarazzante, mi vergogno per chi l’ha scritto.

  2. Mi dispiace, il post non mi è piaciuto. Non condivido l’espressione violenta di Io, però c’è qualcosa di pericoloso nel testo.
    Riferimenti e citazioni non sono esplicitati, e nemmeno suggeriti, ma artatamente sottaciuti: un artista non lo farebbe mai, men che meno un saggista. Se attraversi Steiner (tra i tanti) non puoi sparare fuori ciò che dice lui come se fosse frutto della tua personale ricerca.
    Nemmeno mi addentro nei contenuti.

  3. ‘Azz! E chi lo avrebbe mai creso!!!

    Ragazzi, vi siete svegliati davvero male, a quanto vedo…

  4. Io la domenica mi sento particolarmente buono, soprattutto dopo aver assistito alle funzioni religiose ed essermi comunicato, e voglio esprimere la mia solidarietà al mitico Lumina. E allora mettiamola così: non l’ho letto, non ho nessuna intenzione di farlo, per nessun motivo, ma mi è piaciuto moltissimo.

  5. Hai ragione, Tino S. Fila
    e non avrai mai una seconda occasione per fare una buona prima impressione, tanto più che anch’io, che sotto una stella che danzava sono nata, credo, poiché assurdo, che non sia mai poco ciò che è abbastanza.

  6. Ammesso che non si tratti di un caso di omonimia, la rivelazione è di qualche giorno fa. Ma cosa cambia, del resto? Sempre di un grande si parla. ‘Azz!

  7. Oddio, harzman, hai ragione, ma l’informazione non aveva messo radici.

    Il fatto è che conosco lumina come commentatore di NI, ma il nome di Emanuele Giordano non mi dice niente e me l’ero dimenticato.
    Del resto sono anche poco fisionomista.

  8. E’ l’istantanea di una mente che corre sempre troppo avanti rispetto ai pensieri.
    Sparz, scusami, ma mi meraviglio del fatto che tu non l’abbia subito riconosciuta, da te non me lo sarei mai aspettato…

    Scusa anche tu, Alcor, ma cosa c’entra la fisiognomica? Per caso, nel link di harzman c’erano anche delle foto?

  9. Grazie a tutti per i commenti e per la lettura (e non lettura). Grazie anche agli invidiosi!

  10. I travasi di bile mi mettono di buon umore. Osservare i comportamenti on line, la fuori uscita di sé dietro lo scherma è rivelatore. Buona giornata!

  11. “”dietro lo scherma”” ? (schema, schermo, o “la scherma”) Mah! Il mistero s’infittisce. Visto che non mi dici cos’è l’immagine, significa che Cino Lumi ha già dato l’interpretazione corretta? E poi: “”I travasi di bile mi mettono di buon umore””, a me proprio mai, considero che il buon umore sia un’altra cosa, proprio altra.

  12. Ah, ma non mi avevi mandato questo link, è vero che non sono fisionomista, ma il formato della foto me lo sarei ricordato.
    Un bel tipo mediterraneo, direi.

    Sono d’accordo con Sparz, i travasi di bile non mettono di buon umore neppure me.
    (Sparz, pensa all’ipotesi grotte di postumia, io ci sono stata, postumia o altro simile come metafora della mente)

  13. La serenità non è mica facile da conquistare!
    Comunque trattasi di grotta con stalattiti e stalagmiti che quasi si incontrano, quasi quasi…
    una bocca che non può chiudersi perchè i denti non combaciano…

  14. Sull’immagine:

    “il libro è infisso, in fondo a una caverna, in una fessura nella roccia. E ci si è infissi anche noi. Si entra ora nel purgatoriale mare di fuoco, fretum febris avanti l’alba, nel tempo onirico prima del carnevale. Non c’è possibilità senza almeno all’inizio uno sprofondamento.”

  15. A me è piaciuto il post. Del resto, per ciò che riguarda i commenti spropositati, ormai c’ho fatto l’abitudine. Spesso si attacca la persona come forma di prevenzione, e onestamente Nazione Indiana prima era molto meglio; il degrado non è solo a Salerno, e i rifuti vanno smaltiti, forse anche qui ce ne sono un bel po’ da incenerire. Ma anche qui potrei rendermi conto di avere detto qualcosa a favore, poiché se tali fossero destinati ai termovalorizzatori servirebbero a qualcosa e quindi risultanti utili… ma ogni cosa è necessaria (evitando gli insulti).

    Come diceva Aristotele “le argomentazioni seppur superficiali sono utili poiché senza di esse non potremmo sviluppare la nostra capacità critica”

    Grande Lumina

    Fabrizio

  16. Fabrizio
    con tutto il rispetto
    a me uno che parla di incenerire le persone o i loro commenti mi fa schifo.

  17. giusto, mi ero dimenticato che siamo freschi freschi della Giornata della Memoria.

    Comunque coglione è più raffinato, giusto.

    La maggior parte dei post sono insulti!

    Un abbraccio cara Ida o chi per il nick.

  18. Fabrizio
    egregio, io mi chiamo Ida. Se mi apparenti per una vocale a chi a dato del coglione a chicchessia, non so che farci. Mi sono limitata a dire che il post non mi è piaciuto. Ho detto il perché. E’ un insulto? Sono un rifiuto differenziato per questo?
    Ma vergogna; e vergognati di cazzeggiare sulla memoria.

  19. Cioè, secondo Corselli bisognava motivare.

    “La genesi di un atto di espressione è un processo di estrazione, uno spremere fuori.”

    Mettiamo pure che si sprema, e non si abbiano obiezioni su questo, e si accetti il passaggio tra l’estrarre e lo spremere senza chiedersi perché il fatto di spremere una cosa da un contenitore sia rilevante, dove ci porta?

    A:

    “Niente viene estratto se non da una materia originariamente grezza”

    questo è falso, si estraggono molte cose da materie lavorate e addirittura da oggetti (dentifricio da tubetto), ma se anche fosse vero e restassimo in questa lingua così imprecisa (lo scrittore dev’essere preciso, o no?) e ammiccante, dove ci porta?

    A:

    “L’uomo di norma dà figure nuove a cose che ha sottomano.”

    e cosa se ne cava?

    questo:

    “Allora fare un’opera è il far breccia di uomo verso se stesso.”

    E beh, non vuol dir niente, e soprattutto non si vede il nesso logico con le frasi o meglio, con le sentenze che precedono. E soprattutto non porta a quella che segue, e cioè

    “E’ esatto ciò che ci dice il Sohar: il libro è infisso, in fondo a una caverna, in una fessura nella roccia.”

    Fosse anche infisso, che c’entra col far breccia’? C’entra forse con lo spremer fuori? Sarà, non ho mai spremuto nulla da una caverna, sia pur psichica, e perciò non potrei dire.

    Ma “E ci si è infissi anche noi.” E’ molto opinabile, se non ci sono nessi comprensibili che portino ad accettare questa sentenza.

    “Si entra ora nel purgatoriale mare di fuoco, fretum febris avanti l’alba, nel tempo onirico prima del carnevale.”

    E perchè ci si entra? e perché poi prima del carnevale?

    La genesi dello scrittore dovrebbe avere a che fare anche con la chiarezza, o no?
    Ma no, evidentemente, se si può passare impunemente a questo:

    “Non c’è possibilità senza almeno all’inizio uno sprofondamento. ”

    Ora questo, in un certo linguagio pseudo-sapienziale, si può dire e persino capire, ma si dovrebbero anche “fondare” le parole in un testo, il che qui non accade e perciò resta quel collage costipato che ho detto prima.

    In questo testo (e potrei mettere un punto di domanda sul senso e il significato e il nesso di ogni singola frase) tutto accenna a – e riprende come in una cattiva imitazione – cose dette ben diversamente da autori ben diversamente seri. Che possa venir letto così com’è senza fastidio intellettuale, e persino etico, se all’uso del linguagio si dà valore etico, mi risulta misterioso, per non dir peggio.

    E penso che non occorra proseguire.

  20. Lumina, spero di non renderti triste dicendoti che hai scritto delle cose di valore :-)
    Basterebbe questa frase “L’uomo di norma dà figure nuove a cose che ha sottomano.” per motivare il mio entusiasmo.
    Chissà se anche tu hai frequentato ‘Sul disegnare’ e ‘Sul guardare’ di John Berger…

  21. non sapevo che emanuele giordano fosse luminamenti.
    mi pento di ciò che ho scritto, anche se lo penso.
    perché io, a luminamenti, sono affezionato.
    se sapevo mi astenevo.

  22. Sì, Andrea, come no. La prima volta che lessi qualcosa di berger fu su quella bella rivista che non c’è più: linea d’ombra. Poi ho letto i suoi scritti. Triste, deluso sono stati d’animo che fortutamente mi abitano raramente. Più che altro sono una persona solare animata da momenti di malinconia. Sai bene tu, dai vecchi tempi in cui si dialogava su internet, che cosa comporta l’uso della rete. E la situazione essendosi espansa è peggiorata (dappertutto, non è certo una critica a NI che ha ottimi redattori). Ricordo invece che allora ci furono un paio di anni dove un gruppo di persone si confrontò su differenti posizioni con grande intelligenza, anche ironia ma mi sembrava con più senso del rispetto. Ma non è il caso di prendersela, è la fisiologia della patologia.
    In quanto alle magre osservazioni critiche, non mi stimolano né a rivedere quanto ho scritto, tanto meno a replicare su nulla a gente impreparata (animata di sarcasmo e supponenza). Se queste sono le osservazioni critiche, mi viene da sbadigliare! Peccato, speravo magari in una, massimo due osservazioni contrastanti con quanto ho scritto, degne di riflessioni a posteriori, lavoro di ricerca e studio nel tempo. Non ho pretese veritative, solo meditazioni ed evoluzioni in corso di opera.
    E’ normale su internet che si sentono tutti arrivati.

  23. E’ ben strano, Biondillo, che tu non abbia niente da dire nei riguardi di quel preservativo usato che ha lasciato commenti del genere:

    “…i rifuti vanno smaltiti, forse anche qui ce ne sono un bel po’ da incenerire. Ma anche qui potrei rendermi conto di avere detto qualcosa a favore, poiché se tali fossero destinati ai termovalorizzatori servirebbero a qualcosa e quindi risultanti utili…”

    “…mi ero dimenticato che siamo freschi freschi della Giornata della Memoria.”

    L’unico che ha fatto riferimenti ad personam è l’autore del primo commento, giustamente messo all’angolo; gli altri si sono limitati a fare dell’ironia su un pastone illeggibile, cioè su un testo, come è avvenuto, e come è giusto che avvenga, quando ci si trova di fronte al parto di chi, in ogni suo commento e su qualsiasi argomento, non fa che ironizzare sulla pochezza intellettuale dei suoi interlocutori.

    E allora, chi cazzo è il nazistello in libera uscita che parla delle persone come rifiuti da incenerire? Ha proprio bisogno di recarsi a Salerno, per vedere il degrado e le pattumiere, se gli basta semplicemente andare in bagno a farsi la barba?

    Sul contenuto del post, poi, basta l’elementare lavoro di analisi condotto da Alcor per smontarlo. Nonostante i buoni uffici di Andrea Barbieri.

  24. Intervengo per l’ultima volta solo per una precisazione su una sola delle osservazioni critiche (?) di Alcor: “Si entra ora nel purgatoriale mare di fuoco, fretum febris avanti l’alba, nel tempo onirico prima del carnevale.”
    E perchè ci si entra?”

    A me sembra, che non si tratta di un osservazione volutamente, intenzionalmente critica, che vuole domandare e indagare sinceramente. D’altra parte, Gianni, ha accompagnato al testo un immagine. E l’ha pure motivata con un suo post alle ore 10:11.

    Mi sento molto soddisfatto, mi sembra ovvio perché, in base a quello che ho scritto adesso qui sopra, non occorre proprio che mi sforzi con Alcor di dover rispondere. Permutazione di una risposta con una immagine.
    Come chiedere: ma perché hai sognato questo?
    Non c’è critica, il che sarebbe quasi irrilevante, era prevedibile, ma non c’è in tutta la struttura del suo replicare, alcuna intenzione (di criticare). Essendomi evidente ciò non m’interessa srotolare punto per punto quello che ho scritto, che potrebbe benissimo essere realizzato solo con l’intenzione di avere di fronte animi dialoganti, sinceramente intenzionati al dialogo e con l’intenzione di potenziare un lavoro che in un articolo sul web o come quelli che si mandano ai giornali, ovviamente non può essere esaustivo e deve rispettare limiti di battitura. Se come commentatore non mi pongo regole limitative, quando invece devo mandare un articolo a una redazione, non posso non tenere conto della lunghezza media degli articoli che si pubblicano. Dico questo non perchè il mio articolo nella brevità non sia chiaro,perché chi vuol capire capisce, chi non vuol capire non capisce, e chi desidera capire chiede con altro fare verbale. Avrete modo cmq in futuro di produrre altri travasi di bile.
    Chi è già avvelenato ha altro veleno da distribuire.
    Naturalmente, quanto ho detto non vale per tutti i commentatori ( e poi ci sono anche i non commentatori)
    Come ho detto, non aggiungerò altri miei commenti

  25. *non sapevo che emanuele giordano fosse luminamenti. mi pento*

    Basterebbe un po’ di attenzione, e dopo un paio di righe da luminamenti spunterebbe Giordano, da tashtego Pecoraro e da alcor la Bartoli. (Idem viceversa.)

  26. ‘Azz!!! E chi lo avrebbe mai creso! Lumina, ma è una notizia meravigliosa!
    Se interpreto bene alcuni passaggi del tuo commento (corìgime si sbàlio), a questo post ne seguiranno degli altri! Ma è stupendo! Vuoi vedere che è vero, allora, quello che sento dire in giro? La redazione della riserva sta per allargarsi! Finalmente, era ora! Tanti post bellissimi a disposizione, quasi tutti i giorni, e senza nemmeno la perdita di tempo di leggerli! Uàu, corro subito ad avvertire Amalia.
    Grazie caro, grazie redazione, che i Signori vi benedic-ano.

  27. Che animi caldi…

    Guardate che non ho nulla contro gli ebrei, unico problema è stata la coincidenza del termine “incenerire” con la contestualizzazione della ricorrenza. Ma non ho affermato nulla né in positivo né in negativo, nulla lascia presagire una mia avversione contro di loro.

    Cino Lumi come nick è geniale. Perché non venire allo scoperto?

    :)

  28. Cino Lumi: non vivo davanti al computer. Sono arrivato ora dai miei impegni lavorativi, e solo ora leggo.

    Concordo con Ida. Trovo il commento di Corselli davvero fuori luogo. Chiedo anche a lui una sensata moderazione.

    In più penso che i commenti di Alcor siano più che leciti. E per me sempre di grande interesse. Sia quando concordo sia quando discordo da lei.

    L’ossessione di Colleoni all’anagkh non riesco a capire se è da filosofo quale lui è o da gossipparo, quale mi auguro non sia.

    Non so, infine, Tino S. Fila di cosa stia vaneggiando.

  29. sprofondamento, caos, arroventamento, tumulto sregolato, reverie, fuoco, ombre immense, sono tutti prodotti di scarto del processo di estrusione, come ben sanno gli addetti alle presse. Estrarre è un processo diverso, detto anche laminazione o laminamento

  30. Francamente frasi così “non mi stimolano né a rivedere quanto ho scritto, tanto meno a replicare su nulla a gente impreparata (animata di sarcasmo e supponenza).” (commento di lumina) mi sembrano intollerabili e ridicole, chi è supponente? Chi? Davvero non vorrei più vedere alcunché di simile.

  31. gossiparo, biondillo, gossiparo. quel colleoni è un gossiparo della peggiore specie.
    mi meraviglia che tu abbia pubblicato le sue autoreferenze. nemmeno al manicomio, guarda.

  32. Lumina, non ti chiedo di sforzarti a rispondermi, ma ritengo di essermi sforzata a motivare, sia pure brevemente e commentando solo le prime frasi, quel che hai scritto, visto che Corselli, o così mi è parso, invitava a farlo, e mi era sembrato ragionevole, da parte sua.

    Tu puoi anche pensare che io sia mossa da sarcasmo preventivo, o supponenza, ma posso assicuratti che se il tuo testo mi avesse convinta, o mi fosse piaciuto, lo avrei detto, come mi è capitato di fare a volte, anche con i tuoi commenti. Non sono masochista, preferisco trovare bei testi che mi convincono piuttosto che testi che non mi piacciono.

    Potresti dirmi invece, perchè non te ne stai zitta, allora, e non riservi le tue parole a quel che ti piace, e sarebbe una giusta osservazione, anche se detta da te che commenti molto, (e spesso – forse senza accorgertene – con la supponenza che attribuisci agli altri) sarebbe un invito debole, ma in ogni caso valido, e lo accetterei.

    Questo invito che non mi hai fatto, per esempio, me lo sono fatto da me per quanto riguarda la poesia, che non commento più da moltissimo tempo, né in bene né in male.

    Non occorre che tu mi risponda, però volevo farlo i.

  33. Ma caro Lumina, che piacere leggerti! Ormai vengo così di rado in questo che, una volta, era il miglior sito di letteratura italiano e che col tempo è diventato, in linea di massima, un contenitore cattocomunista per figli di Freud e bacchettoni vari. Finalmente un post degno dello ‘stato di grandezza’, questa cosa che se non la si prova non la si conosce.
    Un post che ovviamente è stato letto dalla parte del ‘conio’, del ‘modo’ e non dello ‘stato’ (laddove esso risiede, o alla qual cosa esso allude).
    Né poteva esser diversamente.

    Ecco il motivo per cui preferisco la scrittura al discorso, l’azione alla mediazione, il silenzio al venire in N.I., la campagna alla metropoli, la figa a letto al lettino dello psicanalista, il contrabbando di mio padre eroico in Grecia tra harem del nostro albero di genealogia araba alla cannabis demagogica, la Sicilia in un paese solo di sera in maggio alla fiera di Torino, te alla maggior parte dei blogger, tranne qualcuno.

    Un abbraccio forte. Tuo Michelangelo.

  34. Questo thread mi ricorda insistentemente un’analoga circostanza webbica proprio qui consumata. Sembra una replica, ancora più scadente e deprimente dell’originale. Allora, se non ricordo male, si ebbe, tutti quanti, l’immenso privilegio di battezzare l’esordio di un famosissimo, nel suo condominio, cri(p)tico letterario, in veste di autore da home page. Ebbene, costui aveva imperversato per mesi e mesi nei commenti dicendo peste e corna di tutti coloro che azzardassero un giudizio su un libro qualsiasi sotto forma di recensione letteraria: giù risate, sberleffi e arie da fighetto vissuto delle lettere. Venne dunque il suo turno: della serie: ora vi faccio vedere io come come si parla e si scrive di un romanzo. Il risultato? Una cagata delirante in forma di riassunto di un liber/culo, da lui osannato come capolavoro.
    Beh, il dottor Luminamenti non ha fatto altro che ripercorrerne le orme, con tutt’altra classe, questo gli va concesso: dopo aver lasciato ai poster chilometri e chilometri di commenti inutili, praticamente l’equivalente della distanza tra la terra e la luna in fase calante, ha partorito esattamente quello che doveva, e poteva: un inutile, ridicolo centone assemblato mettendo assieme dottrine, le teorie più disparate e una serie non indifferente di luoghi comuni. Il tutto condito con la solita spocchia di chi *sa* e *ha capito* davvero e che, in ragione di questa scienza infusa – un vero *mondo di carta* alla resa dei conti – non trova di meglio che sbattere la porta e andarsene, non prima di aver lasciato alla *plebe* il suo testamento: non mi meritate, tanto meno scendo tra voi a spiegarvi ciò che di per sé è chiaro, dal momento che l’ho scritto io.

    La caduta dell’ennesimo idolo di cui non si sentiva certo il bisogno (dell’idolo, non della caduta), né si sentirà la mancanza.

    Sic transit lumen (im)mundi.

    Amen.

  35. “Si entra ora nel purgatoriale mare di fuoco, fretum febris avanti l’alba, nel tempo onirico prima del carnevale”

    Vorrei solo dire una cosa. Sul perché mi è dispiaciuto. Nelle prime righe mi ero illusa. Avevo sperato in un “Si entri”. In un “Lo scrittore sia”. Beninteso, una forma impersonale alla “Gantenbein”.
    Eh.

  36. Quando da amici si ascolta un cd, mettiamo di jazz, la domanda viene automatica: chi è che suona? E dal timbro, il tocco ecc., si capisce – a meno che il suonatore non sia mediocre/anonimo. Questo non è il caso né di Pecoraro, né della Bartoli, né di Giordano: sentire ad es. luminamenti è come sentire F. Papetti – inconfondibile. E se venisse confuso con un altro, avrebbe ragione di lamentarsi (come ad es. mi lamenterei io se venissi confuso con G. Melata). Quanto al gossiparo, sì, il mio mito è da sempre Gossip Mandel’stam.

  37. piccoli luminamenti crescono…

    “Ormai vengo così di rado in questo che… col tempo è diventato, in linea di massima, un contenitore cattocomunista per figli di Freud e bacchettoni vari.”

    meno male che è ricomparso, stava partendo una petizione popolare per il ritorno delle mongolfiere

    “Finalmente un post degno dello ’stato di grandezza’, questa cosa che se non la si prova non la si conosce.”

    nomen-omen: elogio dell’elio

    “Ecco il motivo per cui preferisco la scrittura al discorso”

    quando non ti caga nessuno, l’automarchetta è la migliore cura per la depressione

    “il silenzio al venire”

    sì, al venire e basta

    “la figa a letto al lettino dello psicanalista”

    cassette porno a go-go

    “tra harem del nostro albero di genealogia araba alla cannabis demagogica, la Sicilia in un paese solo di sera in maggio alla fiera di Torino”

    qualcuno gli dica che è ora di cambiare pusher: il suo gli vende foglie di fico essiccate

    n.b.

    esprit de finesse, aka leccaculismo per interposto commento…

    “tranne qualcuno”

    colpo di coda geniale: un omaggio a chi di tanto in tanto pubblica i suoi cap(r)olavori su questi schermi

    ma va’ a caghèr…

  38. La scritura è un vizio, una qualità, un’esigenza, ciascuno può trovare in essa ciò che vuole . Emanuele crede nella scrittura come ricerca dell’assoluto, ben conoscendo i limiti della natura umana. Egli ha esposto il suo pensiero, in modo tumultuoso, ma questo è ciò lo contraddistingue.

  39. Luminamenti è un genio, completamente puro, perifrasa un modo di giocare delle possibilità umane e nel farlo potrà ovviamente anche urtare particolarmente i nervi al prossimo, fatto in genere da notai neanche tanto bravi a registrare

  40. lumina, ascolta: se i più fessi del web – barbiere, corselli, eccedenzadipeso – ti danno ragione, vuol dire che sei fuori strada; può capitare a tutti, tu fatti forza, respira profondamente e cambia tattica.

  41. Carla, anche lei avrebbe bisogno di una registrata: alla grammatica, al lessico e alla sintassi.
    E le conviene anche – mi consenta – inoltrare un reclamo urgente alla ditta che le ha fornito il geniometro e il purometro: sono tarati male.
    E, visto che già c’è, faccia revisionare anche il perifrasometro: quello che ha lei, al massimo può registrare le fuoriuscite di elio dai palloni gonfiati, perché a perifrasi proprio non ci siamo.
    Diciamo che, comprando tutto a scatola chiusa, ha preso una beata sòla: succede spesso, mi creda, quando si fanno acquisti alle televendite.

    p.s.

    E si rimetta il cappuccio, che tira un ventaccio…

  42. Quì si gioca sporco, peccato che non ci sia Gianni a controllare…
    Gianni è un duro!
    ;-)

  43. Illuminamenti strikes again.
    l’oscurità recede, un’alba nuova si profila all’attico,
    si preserva al tivo,
    risuona nel condom, Inio.
    e che luce sia!

  44. Luminamenti è una grande persona e di presenza lo si apprezza di più, il suo pensiero è cristallino.

    Contento che Zizzi sia ricomparso, adoro il suoi sproloqui verbali (hanno un non so che di creativo) (evidenzio il fatto che non è ironica la mia affermazione, e ti stimo molto per questa tua verve verbale).

    Ti ricordi?! Su Società delle Menti mi hai dato del “Non vivo”, ma ti ho già perdonato.

    Fabrizio

  45. “L’uomo di norma dà figure nuove a cose che ha sottomano.”
    Emanuele Giordano

    Questa frase non merita i commenti spocchiosi che qualcuno – anonimo o semianonimo – ha lasciato sopra. Merita di essere accostata al pensiero di un grande disegnatore:

    “Il disegno insegna […] a non rimanere per sempre mummificati davanti a quello che si sceglie di vedere una volta per sempre”.
    Gianni De Luca

  46. Diciamo che dopo aver letto l’esordio in homepage, uno sceglie il “read NO more”. Perché di rimasticato, frullato e cianfruglioso nessuno ne è ghiotto. Tranne i rari geni incompresi che, guarda caso, tra loro si capiscono benissimo. (Qualcuno ha scritto che il pensiero dell’autore del post è “cristallino”, come una dozzina di libri mal digeriti…) Ma ci si chiede semmai perché Nazioneindiana ospita invece un pezzo del genere. Gianni Biondillo ha capito di cio’ di cui si parla nel post? Riteneva questo pezzo necessario?
    Sull’autore, verrebbe da dire: non sparate sulla croce rossa.
    Ma poi ho letto i suoi commenti: “In quanto alle magre osservazioni critiche, non mi stimolano né a rivedere quanto ho scritto, tanto meno a replicare su nulla a gente impreparata (animata di sarcasmo e supponenza).”
    Quando ad una certa ciarlataneria intellettuale, si aggiunge tale boria, non si puo’ che utilizzare un vocabolo specifico: cialtrone. Ma in senso puramente descrittivo.

  47. Barbieri, il problema non è la frase in sé, sul cui senso posso anche convenire (e proprio nell’accezione in cui tu la recepisci), ma il contesto complessivo da cui la estrapoli, un contesto che, ti piaccia o meno, non ha nessuna attinenza coi tuoi riferimenti e, soprattutto, signifa poco o nulla in generale (in quanto a una possibile tesi, e al suo ancora più improbabile sviluppo argomentativo).

  48. lumì, perfettamente in sintonia con questi tuoi pensieri

    ti dedico questa

    troppo lontano alllo sguardo? che importa!
    l’uccello raggiunge quel punto!
    curva su curva, giro su giro,
    entro i dirupi dell’aria.
    del pericolo nulla si cura:
    è migliore sorte cadere
    laggiù, che qui dibattersi.

    l’azzurro è azzurro in tutto il mondo
    l’ambra è ambra, e la rugiada, rugiada.
    ascolta amico, e vedi;
    il Paradiso è timido
    verso la terra: questo è tutto.
    timido Paradiso, i tuoi amanti
    a te pure si celano

    …fare una Vita è il far breccia di un uomo verso sè stesso…
    baci e abbracci
    la funambola

  49. Non so perché devo trovarmi a dialogare con un nick ironicheggiante (cino lumi) e non con una persona che firma normalmente, ma vabe’, passiamoci sopra.
    Ho cercato di dare un esempio di come le parole di Giordano non sono scemenze, meritano rispetto e molta attenzione. Tutto il suo testo è così, è ricco. Certo non sono cose dette in modo lineare, e come potrebbe?, cerca di descrivere movimenti, forze che sono difficili da dire senza utilizzare immagini, salti, intuizioni (in un testo di Moresco si parlava di ‘sbaragliare il linguaggio’). Eppure Giordano con questo armamentario, con questa strana lingua, esprime cose molto belle, e direi utili per un artista (cioè sto dicendo che non sono solo astrazioni, giochi, ma che c’è ‘operatività’ in quello che pensa).

  50. Volevo sapere da lumina se è vero la notizia che gira, che stai preparando un lungo articolo sull’ultimo libro di Genna

  51. Barbieri, sono un nick nella stessa misura in cui potresti esserlo tu: questo è il mio nome.

    Il parallelo con Moresco (che ha dato ampie prove della sua capacità di “sbaragliare” il linguaggio e di forzarne gli argini) secondo me non regge, almeno per ora. Per lui parlano opere concrete che cercano di trasformare il puramente teorico in prassi di scrittura; di Luminamenti/Giordano, invece, fino a questo momento, mi è noto solo questo testo, nel quale le intenzioni che gli attribuisci emergono solo in minima parte, e non sempre in modo chiaro.

    Ma forse tu leggi meglio di me, e tutto può essere.

  52. Se ti è noto solo questo testo di lumina, si vede che il pc l’hai comprato ieri. Lumina scrive da anni ed era l’unico a cui Genna consentiva l’accesso riservato in Società delle Menti e Clarence. Zizzi, Desiati, Barbieri e altri bravi scrittori che discutevano tra di loro
    Ha scritto tanti di quegli articoli. Ma quello è stato un periodo in cui mai si è vista tanta produzione culturale su Internet. Mi spiace che lumina ha rallentato moltissimo i suoi interventi e la sua scrittura ha perso un po’ dell’aspetto rivoluzionario che lo animava. Ma è sempre uno spettacolo di rigore il suo pensiero

  53. Con tutta la buona volontà, non riesco a vederci più di una prosa contorta che cerca faticosamente di circoscrivere l’ineffabile. La complessità è il senso delle differenze, ma la chiarezza è il tocco rapido, che apre il cammino alla comprensione. Quest’uomo (che pure leggiamo e rileggiamo in continuazione in varie parti del web), ha scritto di meglio.

  54. a Sebastiano: Luminamenti, per come la vedo, non si capisce. Leibizianamente si appercepisce. ;-)

    Trovo anch’io un po’ improprio l’accostamento a Moresco (ma non è cosa fatta da Barbieri, comunque). La scrittura di Antonio, ai miei occhi, è limpida come l’acqua di un lago di montagna.

    Al di là della passione tutta italica dello schierarsi a tutti i costi, pro o contro, tipo milan-inter, il pezzo di lumina si dimostra portatore di discussione. E ciò è bene.

    A Elogiodelleccedenza: com’è che ogni volta che appari ripeti come un mantra che vieni di rado “in questo che, una volta, era il miglior sito di letteratura italiano”? Diventi noioso, fattelo dire. Da te mi aspetto più fulgore, più visione. Come commento è così piccino, in fondo…

    Sul tono dei commenti di Luminamenti, come ho già detto, concordo: ci vuole più stile quando si è in prima fila. Emanuele, chi l’ha conosciuto de visu lo sa, è persona davvero aggraziata, non si merita l’immagine che da di sé.

    Infine: buon carnevale a tutti.

  55. Gina, voglio sperare che tu mi stia prendendo per il culo…
    A me sono bastati pochi commenti per cambiare menu e ristorante.

    Zizzi e Desiati, e tutti gli eminenti adepti della “Società delle menti” (‘ussignùr, ma cosa “consumano”, cosa si fanno?), non li conosco, non voglio conoscerli, non li ho letti, non voglio leggerli: e non mi piacciono.

  56. (a scanso di equivoci, la signora maiuscola qua sopra nn sono io. nella genesi di uno scritttore, da buona popolana femminista, non metto becco:)

  57. Non volevo dire Moresco = Giordano, volevo solo sottolineare che a volte occorre ‘pensare per figure’ invece che facendo operazioni sui concetti. Lo hanno sempre fatto gli artisti, lo fanno a volte i filosofi. Ognuno a suo modo, costruendo certe ‘figure’. In Moresco sotto questo aspetto c’è un lavoro meraviglioso: la ‘cruna’, la ‘ferita’, la ‘curvatura’, il ‘sogno’, e tante altre immagini che scaturiscono dalla religione, dalla scienza, dall’arte visiva, dalla letteratura, ricorrono nella sua scrittura appunto per pensare. Nella bellissima scheda di lettura di Scarpa per Feltrinelli, diceva degli Esordi ‘è scrittura imbibita di immagini’.

    E quando Zizzi scrive nel suo modo iperbolico “Finalmente un post degno dello ’stato di grandezza’, questa cosa che se non la si prova non la si conosce.” dice una verità, perché il tentativo di Giordano è di uscire dalla prospettiva solita delle discussioni degli intellettuali sulla rete e sulla carta, per toccare problemi più grandi.

    Gina, sei carinissima, ma io non sono uno ‘scrittore’, e penso di non essere nemmeno genericamente ‘bravo’, altrimenti avrei combinato qualcosa in più… :-)

  58. Salve a tutti.

    E’ la prima volta in questo blog x me. Premetto che non mi sento alla reverenda altezza “letteraria” di alcuni frequentatori di questo bel lido (scoperto e letto da appena 7 ore mentre ricercavo alcuni dettagli su aldo busi…). Come sempre è malinconico constatare che la forbitura letteraria coincida raramente con l’arrichimento dello spirito o del valore umano della persona, anzi a volte se ne distacca volontariamente compiaciuta! E mi chiedo poi aberrato quale sia il senso autentico della cultura, il senso ultimo di tutto questo… Non voglio sollevare polemiche, solo onori a persone che ho notato essere davvero rispettose dell’altrui individualità mantenendo comunque rigida onestà intellettuale e critica mescolata ad una sensibilità dell’animo non comune… tra gli altri, in questo poco tempo ho notato “barbieri”…. a te và un saluto affettuoso e la mia stima.

    Io lo scritto di Giordano l’ho trovato gradevole seppure forzatamente “contratto” (ed ecco il senso di accozzaglia).
    La prima parte mi è sembrata un’esperimento letterario che necessita di raffinazione ma comunque diverso e particolare, uno stile che và letto e recepito in maniera differente, sicuramente non letterale ma ricercando un’associazione di immagini che ne restituiscono il senso.
    La seconda parte più scientifica mi è stata più ostica, probabilmente dedicabile più a scienziati che a scrittori (ma il target non essendo esplicitato lascia che la difficoltà non faccia na piega…)
    La terza, sicuramente fluente mi è piaciuta sebbene qualcuno abbia detto di aver letto “le solite cose trite e ritrite”… beh tutti siamo influenzati da ciò che abbiamo letto, nessuno si aspetta una genialata dietro l’angolo…alle volte a qualcuno arriva ma più spesso non accade. Quindi questo accanimento non riesco a comprenderlo ammenochè non ci sia qualcosa di personale con l’autore, e lì non ci entro… comunque il modo in cui era scritto mi è piaciuto, mi ha fatto riflettere quindi all’autore và il mio ringraziamento.

    Complimenti ai precursori di questo blog… peccato molti di loro abbiano lasciato…

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gianni biondillo
gianni biondillo
GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Nel 2011 il romanzo noir I materiali del killer ha vinto il Premio Scerbanenco. Nel 2018 il romanzo storico Come sugli alberi le foglie ha vinto il Premio Bergamo. Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.