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	Commenti a: Il presidente Kibaki, Raila e tutti i keniani sono imputati	</title>
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		Di: The O.C.		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[The O.C.]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Feb 2008 13:25:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Illaudabil Maraviglia:
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Illaudabil Maraviglia:<br />
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		<title>
		Di: una lettera anonima da nairobi &#171; anarchica		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[una lettera anonima da nairobi &#171; anarchica]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Feb 2008 07:51:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] la storia di questa lettera, così come il testo originale in inglese, si trova su nazione indiana. [...]]]></description>
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		Di: ruggero solmi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ruggero solmi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 22:48:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[biondillo si meraviglia anche guarda i marziani a quarto oggiaro. (più attuali del marziano a roma).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>biondillo si meraviglia anche guarda i marziani a quarto oggiaro. (più attuali del marziano a roma).</p>
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		<title>
		Di: ruggero solmi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ruggero solmi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 22:46:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[tashtego è uno iannozzi che è stato su un pianeta lontanissimo, nel quale gli hanno sostituito la testa, dato una cultura, intelligenza e forza di persuasione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>tashtego è uno iannozzi che è stato su un pianeta lontanissimo, nel quale gli hanno sostituito la testa, dato una cultura, intelligenza e forza di persuasione.</p>
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		<title>
		Di: tashtego		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 18:21:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@maria valente
&quot;A Tashtego e a quanti credono che, all’opposto, si tratti di problemi interni a un popolo, a un odio razziale di lunga data e roba del genere…sbagliato!&quot;
non credo affatto questo.
ho cercato di porre delle domande, mi pare sensate, al di là del solito mea culpa.
il signor Martin Mbugua Kimani dice con molta chiarezza delle linee di frattura etnica pre esistenti nel paese, parla di uso politico di queste fratture.
a volermi leggere con un po&#039; di attenzione ti accorgeresti che dico la stessa cosa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@maria valente<br />
&#8220;A Tashtego e a quanti credono che, all’opposto, si tratti di problemi interni a un popolo, a un odio razziale di lunga data e roba del genere…sbagliato!&#8221;<br />
non credo affatto questo.<br />
ho cercato di porre delle domande, mi pare sensate, al di là del solito mea culpa.<br />
il signor Martin Mbugua Kimani dice con molta chiarezza delle linee di frattura etnica pre esistenti nel paese, parla di uso politico di queste fratture.<br />
a volermi leggere con un po&#8217; di attenzione ti accorgeresti che dico la stessa cosa.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: gianni biondillo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 17:46:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[mi meraviglierà sempre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>mi meraviglierà sempre.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: vistodamoltoanord		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[vistodamoltoanord]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 17:38:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ancora una volta fratelli contro fratelli, nazisti contro ebrei, serbi contro bosniaci, serbi contro albanesi, turchi contro curdi, utu contro tutsi ecc. ecc.

l&#039;uomo fa schifo. il popolo fa schifo. le elezioni fanno schifo. la democrazia fa schifo.
punto. 

vi meraviglia ancora?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ancora una volta fratelli contro fratelli, nazisti contro ebrei, serbi contro bosniaci, serbi contro albanesi, turchi contro curdi, utu contro tutsi ecc. ecc.</p>
<p>l&#8217;uomo fa schifo. il popolo fa schifo. le elezioni fanno schifo. la democrazia fa schifo.<br />
punto. </p>
<p>vi meraviglia ancora?</p>
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		<title>
		Di: helena		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 16:43:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie Maria: quel che mi colpiva nel caso del Kenya è la sensazione che quel genere di dinamica che in meno di un mese distrugge un paese in ogni suo aspetto non sia specificamente africana.
Per il resto, boh. Io quel testo l&#039;ho avuto da chi non per niente un intelettuale, non penso che bisogna essere intellettuali per avere cinque minuti di tempo e disponibiltà per leggerla e soffermarsi su questa porzioncina di &quot;dolore del mondo&quot;. Non ce lo ordina il dottore, non ci rende migliori: certo che no.
Essere engagé o desengagé, criticamente dissilusi o che so io, come posizionamento-base: ognuno si regoli come gli pare, se questo è il problema.
Poi credo che spesso le parole per esprimere un sincero coinvolgimento possano uscire sopra le righe, specie in un commento.
Infine non mi interessa sapere se e fino a che punto questa lettera sia autentica, ossia se il suo autore si sia effettivamente ammazzato dopo averla scritta. Anzi vi dico: preferirei di no.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Maria: quel che mi colpiva nel caso del Kenya è la sensazione che quel genere di dinamica che in meno di un mese distrugge un paese in ogni suo aspetto non sia specificamente africana.<br />
Per il resto, boh. Io quel testo l&#8217;ho avuto da chi non per niente un intelettuale, non penso che bisogna essere intellettuali per avere cinque minuti di tempo e disponibiltà per leggerla e soffermarsi su questa porzioncina di &#8220;dolore del mondo&#8221;. Non ce lo ordina il dottore, non ci rende migliori: certo che no.<br />
Essere engagé o desengagé, criticamente dissilusi o che so io, come posizionamento-base: ognuno si regoli come gli pare, se questo è il problema.<br />
Poi credo che spesso le parole per esprimere un sincero coinvolgimento possano uscire sopra le righe, specie in un commento.<br />
Infine non mi interessa sapere se e fino a che punto questa lettera sia autentica, ossia se il suo autore si sia effettivamente ammazzato dopo averla scritta. Anzi vi dico: preferirei di no.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: maria valente		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/02/03/il-presidente-kibaki-raila-e-tutti-i-keniani-sono-imputati/#comment-87306</link>

		<dc:creator><![CDATA[maria valente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 14:34:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Lotta di potere

(Martin Mbugua Kimani, The East African Kenya)

Venerdì 4 gennaio. Passeggio nell’atrio dio Serena Hotel di Nairobi, dove gruppi di politici con il loro entourage camminano nervosamente da una parte e dall’altra. la maggior parte di loro ha in mano un telefono cellulare in cui sussurra di continuo. Ogni tanto si urtano con gruppi di uomini e donne bianchi che portano grosse macchine fotografiche a tracolla e cercano un taxi per raggiungere la piuù vicina scena di un massacro. Ho l’impressione che più i politici sussurrano ai lro telefoni più la stampa internazionale avrà immagini da catturare.
Guardare il kenya oggi attraverso la Cnn o la Bbc deve fare la stessa impressione che un tempo provavo nel seguire dall’esterno le vicende dello Zimbabwe o del Nepal.

Ma io  so che il mio paese non è  in preda ad odi ancestrali, nonostante le immagini di persone che brandiscono machete o che danno fuoco alle chiese.

Quella in atto è una crisi politica, alimentata da differenze etniche che oggi in Kenya corrispondono, come mai prima d’ora, a differenze politiche.

Fin da quando ero ragazzo i vari stereotipi etnici erano fonte di molte battute tra amici e familiari. La differenza era divertente. Ma al di là delle battute sapevamo che, proprio come non c’è fumo senza fuoco, così le nostre differenze, per quanto evocate con leggerezza, erano reali e persistenti.
Nella campagna per le elezioni parlamentari e presidenziali del 2007, quelle che in precedenza erano state  battute si sono trasformate in sms paranoici e odiosi.

L’intenzione era dividere il paese in settori tribali da sfruttare per conquistare voti.

Io sono kikuyu come il presidente Mwai Kibaki, perciò da me ci si aspettava automaticamente che fossi pronto a votare per lui. In molte conversazioni politiche avute coi miei parenti,l’avversario non era più il Movimento Democratico arancione (Odm) in quanto partito politico, ma l’etnia luo a cui appartiene il suo leader Raila Odinga.
Molti kikuyu erano convinti che l’opposizione fosse decisa non solo a vincere le elezioni e ad avviare un nuovo corso politico, ma anche a distruggere il paese e tutti i kikuyu.
Mi dicevano che eravamo davanti a una battaglia all’ultimo sangue, dove il vincitore avrebbe preso tutto e mandato in rovina lo sconfitto.
Anche l’opposizione era guidata da calcoli etnici simili, anche se la sua strategia era creare un’alleanza delle altre etnie contro la determinazione kikuyu a conservare il potere a ogni costo.
Tre anni fa, in Ruanda, ho intervistato una donna incarcerata per avere partecipato al genocidio del 1994. Mi è rimasta impressa la sua risposta alla domanda su quando fosse cominciata la pianificazione del genocidio.
“La guerra – disse – è cominciata quando ero ragazzina, negli anni 70, e gli altri bambini mi prendevano in giro perché avevo le gambe da tutsi”.
Vent’anni dopo la lunghezza delle gambe avrebbe determinato chi doveva morire e chi restare in vita a un posto di blocco.
Immaginate per un attimo uno di quei bambini che la prendevano in giro, divenuto adulto e con un machete in mano, davanti auna ragazza senza carta d’identità ma con le gambe lunghe ed esili.

Per gli uomini riuniti intorno ai tavolini della piscina di Serena Hotel, i partiti non sono espressione di differenze ideologiche o politiche. I loro leader sono impegnati in una lotta all’ultimo sangue per una politica che immaginano come un sistema di saccheggio.
Questa lotta per ottenere una fetta più grossa della torta ha portato divisioni e a una retorica odiosa. Siamo come bambini attratti dal fuoco o da quello che si nasconde oltre l’orlo di un dirupo, curiosi forse di mettere alla prova i limiti della nostra pace dopo aver criticato per decenni le guerre nei paesi vicini.
Da qualche anno i keniani osservano il panorama politico indossando lenti tribali.
E in questa analisi molto kikuyu come me vedono nell’odm un nemico esistenziale, non solo elettorale. Essere avversari di Kibaki, o perlomeno suoi oppositori (come lo sono la maggior parte delle province del paese e almeno il 45% degli elettori), era considerato da molti sostenitori del Partito di unità nazionale un atto ostile verso la loro esistenza e la loro sopravvivenza collettiva. Una sensazione analoga era diffusa tra molti seguaci dell’Odm. Si stava preparando la strada per le violenze scoppiate nel paese nelle ultime settimane.

In politica la percezione è realtà. E la realtà della politica, il suo significato fondamentale, nei rari momenti in cui si pesenta la massima chiarezza, è che si tratta di una battaglia senza esclusione di colpi tra amici e nemici. Molto keniani hanno scelto i propri amici e nemici in base all’apparteneza e all’identificazione tribali.
E’ una battaglia soggetta al principio dell’escalation. Alla paranoia di una parte corrisponde quella dell’altra, a una voce un’altra, e si inviano sms che sembrano rispecchiarsi a vicenda nelle loro rivendicazioni vittimiste e aggressive.
Questa escalation, già molto evidente, lascia presagire la spaventosa possibilità di una guerra di tutti contro tutti.

Se davvero la politica è un fatto di amici contro nemici, allora è fondamentale il modo in cui definiamo chi sono i nostri amici e chi i nostri nemici.
E’ questo l’abisso su cui si sta affacciando  il paese.
La campagna elettorale ha trasformato la mappa etnica del paese in mappa politica. Ogni keniano, a prescindere dalla sua appartenenza e dalla sua fedeltà a diverse identità, è oggi avviluppato (forse anche imprigionato) in un collettivo tribale che lo costringe ad esprimere fedeltà alle persone che lo compongono, indipendentemente dai loro reati o errori. La sua natura è antagonistica, il suo linguaggio è quello della vittima.
Le società precipitate nella violenza politica quasi mai ricevono avvertimenti. I momenti precedenti allo scoppio sono caratterizzati da una retorica politica all’insegna della ragionevolezza, un messaggio lanciato da tutte le parti quando parliamo in pubblico. Ma nelle conversazioni private e nei discorsi cifrati alla loro “parte” si pronunciano invece messaggi di odio, con la bava alla bocca, che servono a conquistare voti. Nell’ultimo anno di campagna elettorale si sono moltiplicati i sospetti e le voci di fantasiosi complotti.
Un opuscolo ritrovato in Ruanda subito dopo il genocidio del 1994 spiegava come spingere gli hutu ad odiare i vicini tutsi: “Non sottovalutare mai la forza del nemico, né sopravvalutare mai l’intelligenza delle persone a cui vi rivolgete. Cercate col vostro linguaggio di identificare il nemico con tutto ciò che è temuto e odiato. Bugie esagerazioni, ridicolizzazioni, insinuazioni: tutto questo serve abilmente l’obiettivo di conquistare gli indecisi, di seminare confusione e divisione tra i contrari. E questa libertà dai confini della verità spalanca la porta a una tecnica potente per seminare paura e odio: l’accusa speculare”.
L’accusa speculare: è questa la tattica politica più diffusa in Kenya.
Accusare l’altra parte di truccare il voto mentre è proprio quello che stai facendo tu. Accusare l’altro di voler rubare il tesoro mentre sei tu a farlo o è quello che speri di ottenere arrivando al potere. Entrambe le parti si dicono vittime, e i loro cinici atti di manipolazione sono pensati per somigliare a una reazione al “nemico”.
Nella Rift Valley, a Kimusu e a Nairobi, i giovani roteano in aria i machete, pronti a distruggere finalmente il nemico.

Quello che la maggior parte di questi giovani non sa è che il Serena Hotel e altri luoghi simili, simbolo di privilegio e ricchezza, ospitano la stessa classe politica che ha deciso chi sono gli amici e chi i nemici dalla Rift Valley  al Kenya centrale.

Il 3 gennaio, mentre la polizia  disperdeva i manifestanti dell’opposizione a  Uhuru Park, io mi trovavo appena dietro il recinto del Serena Hotel, seduto accanto a gruppi di politici che, tra un drink e un croissant, tutto facevano tranne che eliminarsi a colpi di pulizia etnica. 
Sussurravano al telefonino i messaggi che incitavano i giovani di tutto il paese alla violenza, in nome di una classe politica pronta a sacrificare le nostre stesse vite sull’altare del potere.

(Martin Mbugua Kimani, the East Africa, Kenya)
dall&#039;Internazionale 11-17 gennaio 2008



Ringrazio  Helena.

A tutti i commenti che lamentano: ma quale diritto abbiamo noi, intellettuali occidentali nella bambagia, di prendere posizione, rispondere a lettere, testimonianze come queste…?
penso non il diritto, ma il dovere, in quanto intellettuali, in quanto nella bambagia, perché la forza di farlo quando sono ben altre le esigenze primarie, come nel caso dell&#039;autore di quella lettera, non è da tutti.

A Tashtego e a quanti credono che, all’opposto, si tratti di problemi interni a un popolo, a un odio razziale di lunga data e roba del genere…sbagliato! 
altro che convogliare sul kenya i nostri sensi di colpa, il tuo ragionamento invita a lavarsene la mani.
Il kenya era un paese tranquillissimo fino a queste maledette elezioni, lo so per certo perché ogni anno dalle mie zone partono numerosi gruppi di volontari  che si danno da fare per ospedali e orfanotrofi  precisamente in Kenya, ancora quest’estate non c’era ombra di quell’odio etnico e razziale che in pochi mesi è precipitato in  carneficina.

Sia la lettera del Patriota che l’articolo del giornalista da me riportato dicono a chiare lettere che sulle differenze tribali si scherzava con leggerezza. L’africa è un continente che conta non so quante tribù e dialetti, eppure tutti convivono serenamente, non solo tra loro, ma anche con noi stranieri, l’ospitalità degli africani è nota a tutti.
 I motivi dei conflitti sono sempre di altra natura, il Kenya è diventato uno dei paesi africani che ha conosciuto una crescita e un progresso notevoli negli ultimi anni, qui non si combatte come nella repubblica Democratica del Congo per la penuria di prodotti di prima necessità, non che non esistano zone periferiche immerse ancora in uno stato di estrema indigenza, ma è il Kenya a guidare lo sviluppo dell’Africa orientale, e L’Ue ha molti interessi in Kenya, almeno di questo, tashtego, siamo responsabili, concordi?
I conflitti etnici sono le armi di distruzione che adoperano i politici locali.


Anche in Tanzania, un mio amico originario di quella terra mi ha detto: “noi viviamo in pace. il paese è tranquillissimo, ospitiamo spesso rifugiati provenienti dai focolai di guerra, ma non so fino a quando durerà. le elezioni sono sempre una farsa: la gente crede di votare e cambiare i rappresentanti al potere, ma in realtà esiste una sola fazione che si ripartisce in tanti piccoli partiti e resta sempre la maggioranza. finché non c’è reale opposizione tutto va bene. i politici ingannano la gente e la gente sopravvive e o perché ignorante e all’oscuro di tutto, o perché non c’è alternativa, e se ne resta tranquilla.
il giorno in cui si presenterà una vera opposizione, dio solo sa cosa accadrà!”

Io non sono un politico, né un intellettuale, ma mi chiedo, dal momento che è possibile innescare questi conflitti a tavolino, perché non sia altrettanto possibile, sempre a tavolino, disinnescarli?
Sicuramente si tratta di complesse dinamiche che uno sviluppo accelerato e caotico si trascina dietro travolgendo sacche di resistenza e altri sedimenti, ma, anche se non ho idea di come, non penso che dovremmo restarcene ammutoliti a guardare, deve pure esserci una maniera, qualcosa da fare, aiutare a trattare, se non riescono a farlo da soli, trattare, mediare...deve pur esserci una maniera]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lotta di potere</p>
<p>(Martin Mbugua Kimani, The East African Kenya)</p>
<p>Venerdì 4 gennaio. Passeggio nell’atrio dio Serena Hotel di Nairobi, dove gruppi di politici con il loro entourage camminano nervosamente da una parte e dall’altra. la maggior parte di loro ha in mano un telefono cellulare in cui sussurra di continuo. Ogni tanto si urtano con gruppi di uomini e donne bianchi che portano grosse macchine fotografiche a tracolla e cercano un taxi per raggiungere la piuù vicina scena di un massacro. Ho l’impressione che più i politici sussurrano ai lro telefoni più la stampa internazionale avrà immagini da catturare.<br />
Guardare il kenya oggi attraverso la Cnn o la Bbc deve fare la stessa impressione che un tempo provavo nel seguire dall’esterno le vicende dello Zimbabwe o del Nepal.</p>
<p>Ma io  so che il mio paese non è  in preda ad odi ancestrali, nonostante le immagini di persone che brandiscono machete o che danno fuoco alle chiese.</p>
<p>Quella in atto è una crisi politica, alimentata da differenze etniche che oggi in Kenya corrispondono, come mai prima d’ora, a differenze politiche.</p>
<p>Fin da quando ero ragazzo i vari stereotipi etnici erano fonte di molte battute tra amici e familiari. La differenza era divertente. Ma al di là delle battute sapevamo che, proprio come non c’è fumo senza fuoco, così le nostre differenze, per quanto evocate con leggerezza, erano reali e persistenti.<br />
Nella campagna per le elezioni parlamentari e presidenziali del 2007, quelle che in precedenza erano state  battute si sono trasformate in sms paranoici e odiosi.</p>
<p>L’intenzione era dividere il paese in settori tribali da sfruttare per conquistare voti.</p>
<p>Io sono kikuyu come il presidente Mwai Kibaki, perciò da me ci si aspettava automaticamente che fossi pronto a votare per lui. In molte conversazioni politiche avute coi miei parenti,l’avversario non era più il Movimento Democratico arancione (Odm) in quanto partito politico, ma l’etnia luo a cui appartiene il suo leader Raila Odinga.<br />
Molti kikuyu erano convinti che l’opposizione fosse decisa non solo a vincere le elezioni e ad avviare un nuovo corso politico, ma anche a distruggere il paese e tutti i kikuyu.<br />
Mi dicevano che eravamo davanti a una battaglia all’ultimo sangue, dove il vincitore avrebbe preso tutto e mandato in rovina lo sconfitto.<br />
Anche l’opposizione era guidata da calcoli etnici simili, anche se la sua strategia era creare un’alleanza delle altre etnie contro la determinazione kikuyu a conservare il potere a ogni costo.<br />
Tre anni fa, in Ruanda, ho intervistato una donna incarcerata per avere partecipato al genocidio del 1994. Mi è rimasta impressa la sua risposta alla domanda su quando fosse cominciata la pianificazione del genocidio.<br />
“La guerra – disse – è cominciata quando ero ragazzina, negli anni 70, e gli altri bambini mi prendevano in giro perché avevo le gambe da tutsi”.<br />
Vent’anni dopo la lunghezza delle gambe avrebbe determinato chi doveva morire e chi restare in vita a un posto di blocco.<br />
Immaginate per un attimo uno di quei bambini che la prendevano in giro, divenuto adulto e con un machete in mano, davanti auna ragazza senza carta d’identità ma con le gambe lunghe ed esili.</p>
<p>Per gli uomini riuniti intorno ai tavolini della piscina di Serena Hotel, i partiti non sono espressione di differenze ideologiche o politiche. I loro leader sono impegnati in una lotta all’ultimo sangue per una politica che immaginano come un sistema di saccheggio.<br />
Questa lotta per ottenere una fetta più grossa della torta ha portato divisioni e a una retorica odiosa. Siamo come bambini attratti dal fuoco o da quello che si nasconde oltre l’orlo di un dirupo, curiosi forse di mettere alla prova i limiti della nostra pace dopo aver criticato per decenni le guerre nei paesi vicini.<br />
Da qualche anno i keniani osservano il panorama politico indossando lenti tribali.<br />
E in questa analisi molto kikuyu come me vedono nell’odm un nemico esistenziale, non solo elettorale. Essere avversari di Kibaki, o perlomeno suoi oppositori (come lo sono la maggior parte delle province del paese e almeno il 45% degli elettori), era considerato da molti sostenitori del Partito di unità nazionale un atto ostile verso la loro esistenza e la loro sopravvivenza collettiva. Una sensazione analoga era diffusa tra molti seguaci dell’Odm. Si stava preparando la strada per le violenze scoppiate nel paese nelle ultime settimane.</p>
<p>In politica la percezione è realtà. E la realtà della politica, il suo significato fondamentale, nei rari momenti in cui si pesenta la massima chiarezza, è che si tratta di una battaglia senza esclusione di colpi tra amici e nemici. Molto keniani hanno scelto i propri amici e nemici in base all’apparteneza e all’identificazione tribali.<br />
E’ una battaglia soggetta al principio dell’escalation. Alla paranoia di una parte corrisponde quella dell’altra, a una voce un’altra, e si inviano sms che sembrano rispecchiarsi a vicenda nelle loro rivendicazioni vittimiste e aggressive.<br />
Questa escalation, già molto evidente, lascia presagire la spaventosa possibilità di una guerra di tutti contro tutti.</p>
<p>Se davvero la politica è un fatto di amici contro nemici, allora è fondamentale il modo in cui definiamo chi sono i nostri amici e chi i nostri nemici.<br />
E’ questo l’abisso su cui si sta affacciando  il paese.<br />
La campagna elettorale ha trasformato la mappa etnica del paese in mappa politica. Ogni keniano, a prescindere dalla sua appartenenza e dalla sua fedeltà a diverse identità, è oggi avviluppato (forse anche imprigionato) in un collettivo tribale che lo costringe ad esprimere fedeltà alle persone che lo compongono, indipendentemente dai loro reati o errori. La sua natura è antagonistica, il suo linguaggio è quello della vittima.<br />
Le società precipitate nella violenza politica quasi mai ricevono avvertimenti. I momenti precedenti allo scoppio sono caratterizzati da una retorica politica all’insegna della ragionevolezza, un messaggio lanciato da tutte le parti quando parliamo in pubblico. Ma nelle conversazioni private e nei discorsi cifrati alla loro “parte” si pronunciano invece messaggi di odio, con la bava alla bocca, che servono a conquistare voti. Nell’ultimo anno di campagna elettorale si sono moltiplicati i sospetti e le voci di fantasiosi complotti.<br />
Un opuscolo ritrovato in Ruanda subito dopo il genocidio del 1994 spiegava come spingere gli hutu ad odiare i vicini tutsi: “Non sottovalutare mai la forza del nemico, né sopravvalutare mai l’intelligenza delle persone a cui vi rivolgete. Cercate col vostro linguaggio di identificare il nemico con tutto ciò che è temuto e odiato. Bugie esagerazioni, ridicolizzazioni, insinuazioni: tutto questo serve abilmente l’obiettivo di conquistare gli indecisi, di seminare confusione e divisione tra i contrari. E questa libertà dai confini della verità spalanca la porta a una tecnica potente per seminare paura e odio: l’accusa speculare”.<br />
L’accusa speculare: è questa la tattica politica più diffusa in Kenya.<br />
Accusare l’altra parte di truccare il voto mentre è proprio quello che stai facendo tu. Accusare l’altro di voler rubare il tesoro mentre sei tu a farlo o è quello che speri di ottenere arrivando al potere. Entrambe le parti si dicono vittime, e i loro cinici atti di manipolazione sono pensati per somigliare a una reazione al “nemico”.<br />
Nella Rift Valley, a Kimusu e a Nairobi, i giovani roteano in aria i machete, pronti a distruggere finalmente il nemico.</p>
<p>Quello che la maggior parte di questi giovani non sa è che il Serena Hotel e altri luoghi simili, simbolo di privilegio e ricchezza, ospitano la stessa classe politica che ha deciso chi sono gli amici e chi i nemici dalla Rift Valley  al Kenya centrale.</p>
<p>Il 3 gennaio, mentre la polizia  disperdeva i manifestanti dell’opposizione a  Uhuru Park, io mi trovavo appena dietro il recinto del Serena Hotel, seduto accanto a gruppi di politici che, tra un drink e un croissant, tutto facevano tranne che eliminarsi a colpi di pulizia etnica.<br />
Sussurravano al telefonino i messaggi che incitavano i giovani di tutto il paese alla violenza, in nome di una classe politica pronta a sacrificare le nostre stesse vite sull’altare del potere.</p>
<p>(Martin Mbugua Kimani, the East Africa, Kenya)<br />
dall&#8217;Internazionale 11-17 gennaio 2008</p>
<p>Ringrazio  Helena.</p>
<p>A tutti i commenti che lamentano: ma quale diritto abbiamo noi, intellettuali occidentali nella bambagia, di prendere posizione, rispondere a lettere, testimonianze come queste…?<br />
penso non il diritto, ma il dovere, in quanto intellettuali, in quanto nella bambagia, perché la forza di farlo quando sono ben altre le esigenze primarie, come nel caso dell&#8217;autore di quella lettera, non è da tutti.</p>
<p>A Tashtego e a quanti credono che, all’opposto, si tratti di problemi interni a un popolo, a un odio razziale di lunga data e roba del genere…sbagliato!<br />
altro che convogliare sul kenya i nostri sensi di colpa, il tuo ragionamento invita a lavarsene la mani.<br />
Il kenya era un paese tranquillissimo fino a queste maledette elezioni, lo so per certo perché ogni anno dalle mie zone partono numerosi gruppi di volontari  che si danno da fare per ospedali e orfanotrofi  precisamente in Kenya, ancora quest’estate non c’era ombra di quell’odio etnico e razziale che in pochi mesi è precipitato in  carneficina.</p>
<p>Sia la lettera del Patriota che l’articolo del giornalista da me riportato dicono a chiare lettere che sulle differenze tribali si scherzava con leggerezza. L’africa è un continente che conta non so quante tribù e dialetti, eppure tutti convivono serenamente, non solo tra loro, ma anche con noi stranieri, l’ospitalità degli africani è nota a tutti.<br />
 I motivi dei conflitti sono sempre di altra natura, il Kenya è diventato uno dei paesi africani che ha conosciuto una crescita e un progresso notevoli negli ultimi anni, qui non si combatte come nella repubblica Democratica del Congo per la penuria di prodotti di prima necessità, non che non esistano zone periferiche immerse ancora in uno stato di estrema indigenza, ma è il Kenya a guidare lo sviluppo dell’Africa orientale, e L’Ue ha molti interessi in Kenya, almeno di questo, tashtego, siamo responsabili, concordi?<br />
I conflitti etnici sono le armi di distruzione che adoperano i politici locali.</p>
<p>Anche in Tanzania, un mio amico originario di quella terra mi ha detto: “noi viviamo in pace. il paese è tranquillissimo, ospitiamo spesso rifugiati provenienti dai focolai di guerra, ma non so fino a quando durerà. le elezioni sono sempre una farsa: la gente crede di votare e cambiare i rappresentanti al potere, ma in realtà esiste una sola fazione che si ripartisce in tanti piccoli partiti e resta sempre la maggioranza. finché non c’è reale opposizione tutto va bene. i politici ingannano la gente e la gente sopravvive e o perché ignorante e all’oscuro di tutto, o perché non c’è alternativa, e se ne resta tranquilla.<br />
il giorno in cui si presenterà una vera opposizione, dio solo sa cosa accadrà!”</p>
<p>Io non sono un politico, né un intellettuale, ma mi chiedo, dal momento che è possibile innescare questi conflitti a tavolino, perché non sia altrettanto possibile, sempre a tavolino, disinnescarli?<br />
Sicuramente si tratta di complesse dinamiche che uno sviluppo accelerato e caotico si trascina dietro travolgendo sacche di resistenza e altri sedimenti, ma, anche se non ho idea di come, non penso che dovremmo restarcene ammutoliti a guardare, deve pure esserci una maniera, qualcosa da fare, aiutare a trattare, se non riescono a farlo da soli, trattare, mediare&#8230;deve pur esserci una maniera</p>
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		Di: Plessus		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Plessus]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 13:45:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Confronto la tua lezione, harzman, e quella del signore anonimo e colto che ha postato la gentile Helena.
...
Torniamo a lavorare, che è meglio.]]></description>
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Torniamo a lavorare, che è meglio.</p>
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