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	Commenti a: Il demone roditore	</title>
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		<title>
		Di: orsola puecher		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90968</link>

		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Apr 2008 06:33:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&lt;i&gt;la parola scritta è un bambino che dorme e soltanto quando si entra in dialogo con lei, il bambino apre gli occhi.&lt;/i&gt;

questo destarsi della parola &lt;i&gt;Bella Addormentata&lt;/i&gt; in attesa di un bacio, questi &lt;i&gt;dettagli verso il tutto&lt;/i&gt; di Massimo mi hanno profondamente e letteralmente &lt;i&gt;commosso&lt;/i&gt; e confortato in molti momenti, per assonanza di temi e visioni e casuale, se caso esiste,  concomitante ricerca su &lt;i&gt;cedimento della nostra capacità mnemonica&lt;/i&gt; e volontà/tentativo di salvare &lt;i&gt;«il legame vitale» con i morti&lt;/i&gt; di cui scriverò presto (spero).
grazie di cuore e mente

credo che l&#039;articolo di Kundera su Terezin di cui si parla sia questo
 
http://www.rifondazionepescara.org/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=2617

[e Schönberg, &lt;b&gt;non&lt;/b&gt; lo abbiamo dimenticato]

,\\&#039;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><i>la parola scritta è un bambino che dorme e soltanto quando si entra in dialogo con lei, il bambino apre gli occhi.</i></p>
<p>questo destarsi della parola <i>Bella Addormentata</i> in attesa di un bacio, questi <i>dettagli verso il tutto</i> di Massimo mi hanno profondamente e letteralmente <i>commosso</i> e confortato in molti momenti, per assonanza di temi e visioni e casuale, se caso esiste,  concomitante ricerca su <i>cedimento della nostra capacità mnemonica</i> e volontà/tentativo di salvare <i>«il legame vitale» con i morti</i> di cui scriverò presto (spero).<br />
grazie di cuore e mente</p>
<p>credo che l&#8217;articolo di Kundera su Terezin di cui si parla sia questo</p>
<p><a href="http://www.rifondazionepescara.org/modules.php?name=News&#038;file=article&#038;sid=2617" rel="nofollow ugc">http://www.rifondazionepescara.org/modules.php?name=News&#038;file=article&#038;sid=2617</a></p>
<p>[e Schönberg, <b>non</b> lo abbiamo dimenticato]</p>
<p>,\\&#8217;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: max rizzante		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90932</link>

		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Apr 2008 08:38:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ francesco
caro Francesco, bisogna continuare a essere &quot;attenti&quot;, sebbene la frontiera tra attenzione e distrazione sia ormai ceduta. Bisogna vigilare in ogni caso sulla &quot;distrazione&quot; delle persone colte, che contribuisce in modo devastante - molto più devastante della distrazione delle masse di persone semplici - alla mistificazione dei valori, al relativismo dei valori, al nichilismo dei valori, e infine al tormento, alla noia, all&#039;irritazione di fronte all&#039;assenza di ciò che è grande.
Quanto alla nostra vicenda individuale, ti cito una frase di Samuel Butler, che Saul Bellow ripeteva spesso (e che mi ripeté perfino quando andai a trovarlo a Boston tre anni prima che morisse) e che è diventato il mio emblema: “La vita è come un assolo di violino in pubblico mentre si sta imparando a suonare lo strumento&quot;. E Bellow aggiungeva che &quot;nella sala da concerti c&#039;è una rissa tra ubriachi e a nessuno importa niente della musica&quot;.
Ciò non deve farci smettere di suonare. L&#039;artista deve imporsi, deve essere qualcuno in cui nulla va perduto, non deve disertare nessun particolare (perché il dettaglio anche più infimo lo può ricondurre al tutto). Deve continuare a lottare al fine di far emergere dalla distrazione i suoi simili.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ francesco<br />
caro Francesco, bisogna continuare a essere &#8220;attenti&#8221;, sebbene la frontiera tra attenzione e distrazione sia ormai ceduta. Bisogna vigilare in ogni caso sulla &#8220;distrazione&#8221; delle persone colte, che contribuisce in modo devastante &#8211; molto più devastante della distrazione delle masse di persone semplici &#8211; alla mistificazione dei valori, al relativismo dei valori, al nichilismo dei valori, e infine al tormento, alla noia, all&#8217;irritazione di fronte all&#8217;assenza di ciò che è grande.<br />
Quanto alla nostra vicenda individuale, ti cito una frase di Samuel Butler, che Saul Bellow ripeteva spesso (e che mi ripeté perfino quando andai a trovarlo a Boston tre anni prima che morisse) e che è diventato il mio emblema: “La vita è come un assolo di violino in pubblico mentre si sta imparando a suonare lo strumento&#8221;. E Bellow aggiungeva che &#8220;nella sala da concerti c&#8217;è una rissa tra ubriachi e a nessuno importa niente della musica&#8221;.<br />
Ciò non deve farci smettere di suonare. L&#8217;artista deve imporsi, deve essere qualcuno in cui nulla va perduto, non deve disertare nessun particolare (perché il dettaglio anche più infimo lo può ricondurre al tutto). Deve continuare a lottare al fine di far emergere dalla distrazione i suoi simili.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: francesco forlani		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90922</link>

		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 22:06:12 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90922</guid>

					<description><![CDATA[Caro Massimo,rileggendo il tuo bellissimo testo oltre ad avere avuto due flashback precisi, ovvero istanti eterni di pura poesia e convivenza nella casa solaio che abbiamo condiviso in rue beaubourg a parigi, con genette da una parte e broch dall&#039;altra, della libreria, o la straordinaria lettura che facesti sul critico - e nel testo che leggo qui ne sento l&#039;eco- in via Gluck a Milano, con Biagio e andrea tra gli altri, un secolo fa, mi sono chiesto:
 ma di tutto questo, e voglio dire le riflessioni che porti, il fuoco che trasmetti, quanto sarà colto dalle patrie lettere, impegnate come sono  a xxxxxxxxx in ginocchio il relativo vuoto della contemporaneità? Quali pagine culturali, alias, tuttolibri e compagnia, quale titolato e titolare critico delle nostre- loro - pagine culturali accoglierà il tuo invito?
scusa l&#039;enfasi ma mi è venuta così, forse perché ho bevuto troppo
effeffe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Massimo,rileggendo il tuo bellissimo testo oltre ad avere avuto due flashback precisi, ovvero istanti eterni di pura poesia e convivenza nella casa solaio che abbiamo condiviso in rue beaubourg a parigi, con genette da una parte e broch dall&#8217;altra, della libreria, o la straordinaria lettura che facesti sul critico &#8211; e nel testo che leggo qui ne sento l&#8217;eco- in via Gluck a Milano, con Biagio e andrea tra gli altri, un secolo fa, mi sono chiesto:<br />
 ma di tutto questo, e voglio dire le riflessioni che porti, il fuoco che trasmetti, quanto sarà colto dalle patrie lettere, impegnate come sono  a xxxxxxxxx in ginocchio il relativo vuoto della contemporaneità? Quali pagine culturali, alias, tuttolibri e compagnia, quale titolato e titolare critico delle nostre- loro &#8211; pagine culturali accoglierà il tuo invito?<br />
scusa l&#8217;enfasi ma mi è venuta così, forse perché ho bevuto troppo<br />
effeffe</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: max rizzante		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90921</link>

		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 20:14:06 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90921</guid>

					<description><![CDATA[@biagio e @giorgio.
Ringrazio per le riflessioni che il mio pezzo ha suscitato.
@giorgio
Per come è costruito, il pezzo ha diversi nuclei. Uno è la proliferazione dei dati del nostro tempo che uniforma tutto, attualizza tutto, per cui la frontiera tra attualità e “presente storico&quot; come quella tra attenzione e distrazione vengono abbattute (come giustamente diceva Biagio, la proliferazione è anche dentro di noi, nelle nostre teste piene di sensazioni e pensieri: certo, le difficoltà di discernimento interiore aumentano quando all&#039;esterno siamo inondati da un flusso praticamente ininterrotto di dati da registrare e eventualmente discernere). Poi c&#039;è il rapporto tra artista e critico: l&#039;affermazione di Broch per me è esemplare: un critico deve essere onesto. Chi conosce Broch sa bene che nel XX secolo pochi autori come lui hanno vissuto sulla propria pelle il dramma etico. Si può addirittura dire che Broch, durante il suo esilio americano, è letteralmente morto per aver perorato instancabilemente la causa degli altri, per aver portato soccorso. Broch, ricordo, è stato quello che dopo la &quot;Morte di Virgilio&quot; - che è il romanzo di una rinuncia definitiva al romanzo - ha dedicato quasi tutto il suo tempo a costruire una teoria capace di frenare il relativismo etico di quella che lui chiamava &quot;la disgregazione di tutti i valori&quot; che contraddistingueva la sua epoca (e la nostra). Quando un artista come Broch, per il quale &quot;la sola morale del romanzo è la conoscenza&quot;,  afferma che un artista può permettersi di non essere onesto, sa bene, credo, quello che dice. Egli intende sottolineare che lo &quot;spiritus phantasticus&quot; dell&#039;artista fa tutt&#039;uno con il suo spirito ludico, il quale fa tutt&#039;uno con la sua morale conoscitiva. C&#039;est tout. L&#039;onestà intellettuale del critico, per quanto il critico si voglia personale, invece, non può permettersi la “non serietà&quot; dell&#039;artista, senza la quale l&#039;artista onesto sarebbe un pensatore o un critico. La mia &quot;boutade&quot; sul pensiero desessualizzato del critico prende spunto da quanto Gombrowicz diceva. Da artista capace di usare l&#039;intelletto contro le sue stesse nefande astrazioni, Gombrowicz lamenta il fatto che nella storia della filosofia occidentale, il pensiero non abbia quasi mai avuto la forza di “incarnarsi&quot;. Ma è una pretesa da artista, da romanziere. E&#039; un paradosso che solo gli artisti e i romanzieri onesti possono permettersi!  Poi c&#039;è il &quot;demone roditore&quot; dell&#039;oggettività scientifica, che io vedo all&#039;opera ogni giorno. E&#039; un demone analitico che scompone tutto in &quot;frammenti&quot;, ci rende particelle elementari, ci isola, non prevede una ricomposizione né una rigenerazione dell&#039;“umano&quot;. Io sono per il &quot;dettaglio&quot;, che presuppone sintesi e totalità. Ogni uomo, per farla breve, è o dovrebbe sentirsi un dettaglio a partire dal quale poter comprendere il tutto. L&#039;opera per quanto molteplice è una, così il mondo. In questo senso sono contro tutte le estetiche del frammento, le filosofie del frammento, le retoriche della pluralità che ci hanno propinato e ci propinano (ieri sotto autorevoli egide filosofiche, oggi sotto molto meno autorevoli armature ideologiche culturaliste) pensatori e critici.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@biagio e @giorgio.<br />
Ringrazio per le riflessioni che il mio pezzo ha suscitato.<br />
@giorgio<br />
Per come è costruito, il pezzo ha diversi nuclei. Uno è la proliferazione dei dati del nostro tempo che uniforma tutto, attualizza tutto, per cui la frontiera tra attualità e “presente storico&#8221; come quella tra attenzione e distrazione vengono abbattute (come giustamente diceva Biagio, la proliferazione è anche dentro di noi, nelle nostre teste piene di sensazioni e pensieri: certo, le difficoltà di discernimento interiore aumentano quando all&#8217;esterno siamo inondati da un flusso praticamente ininterrotto di dati da registrare e eventualmente discernere). Poi c&#8217;è il rapporto tra artista e critico: l&#8217;affermazione di Broch per me è esemplare: un critico deve essere onesto. Chi conosce Broch sa bene che nel XX secolo pochi autori come lui hanno vissuto sulla propria pelle il dramma etico. Si può addirittura dire che Broch, durante il suo esilio americano, è letteralmente morto per aver perorato instancabilemente la causa degli altri, per aver portato soccorso. Broch, ricordo, è stato quello che dopo la &#8220;Morte di Virgilio&#8221; &#8211; che è il romanzo di una rinuncia definitiva al romanzo &#8211; ha dedicato quasi tutto il suo tempo a costruire una teoria capace di frenare il relativismo etico di quella che lui chiamava &#8220;la disgregazione di tutti i valori&#8221; che contraddistingueva la sua epoca (e la nostra). Quando un artista come Broch, per il quale &#8220;la sola morale del romanzo è la conoscenza&#8221;,  afferma che un artista può permettersi di non essere onesto, sa bene, credo, quello che dice. Egli intende sottolineare che lo &#8220;spiritus phantasticus&#8221; dell&#8217;artista fa tutt&#8217;uno con il suo spirito ludico, il quale fa tutt&#8217;uno con la sua morale conoscitiva. C&#8217;est tout. L&#8217;onestà intellettuale del critico, per quanto il critico si voglia personale, invece, non può permettersi la “non serietà&#8221; dell&#8217;artista, senza la quale l&#8217;artista onesto sarebbe un pensatore o un critico. La mia &#8220;boutade&#8221; sul pensiero desessualizzato del critico prende spunto da quanto Gombrowicz diceva. Da artista capace di usare l&#8217;intelletto contro le sue stesse nefande astrazioni, Gombrowicz lamenta il fatto che nella storia della filosofia occidentale, il pensiero non abbia quasi mai avuto la forza di “incarnarsi&#8221;. Ma è una pretesa da artista, da romanziere. E&#8217; un paradosso che solo gli artisti e i romanzieri onesti possono permettersi!  Poi c&#8217;è il &#8220;demone roditore&#8221; dell&#8217;oggettività scientifica, che io vedo all&#8217;opera ogni giorno. E&#8217; un demone analitico che scompone tutto in &#8220;frammenti&#8221;, ci rende particelle elementari, ci isola, non prevede una ricomposizione né una rigenerazione dell&#8217;“umano&#8221;. Io sono per il &#8220;dettaglio&#8221;, che presuppone sintesi e totalità. Ogni uomo, per farla breve, è o dovrebbe sentirsi un dettaglio a partire dal quale poter comprendere il tutto. L&#8217;opera per quanto molteplice è una, così il mondo. In questo senso sono contro tutte le estetiche del frammento, le filosofie del frammento, le retoriche della pluralità che ci hanno propinato e ci propinano (ieri sotto autorevoli egide filosofiche, oggi sotto molto meno autorevoli armature ideologiche culturaliste) pensatori e critici.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: giorgio mascitelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90916</link>

		<dc:creator><![CDATA[giorgio mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 18:53:45 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90916</guid>

					<description><![CDATA[Caro Biagio,
le questioni che tu poni sono molto complesse e meriterebbero uno spazio specifico. Però sai benissimo che condivido nell&#039;impostazione e nel merito gran parte della tua riflessione su critica e novecento. Quanto a me che non sono un critico, ho favorito la circolazione per quanto potevo, che non è molto, di testi a mio parere meritevoli. Certo nel romanzo il peso del mercato è stato decisivo nel determinare le tradizioni di lettura e anche la reperibilità concreta delle opere, basti pensare che non esistono edizioni recenti di Jahier, tanto per citare un nome storico che ha avuto  peso nelle tradizioni novecentesche, ma proprio per questo si apre un grande spazio al lavoro critico di cui dicevo sopra ed è uno spazio nel quale la critica dà radicamento al proprio lavoro di scavo sui testi, testimoniando per quell&#039;idea di letteratura che Rizzante rappresenta con profondità in questi 7 pensieri.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Biagio,<br />
le questioni che tu poni sono molto complesse e meriterebbero uno spazio specifico. Però sai benissimo che condivido nell&#8217;impostazione e nel merito gran parte della tua riflessione su critica e novecento. Quanto a me che non sono un critico, ho favorito la circolazione per quanto potevo, che non è molto, di testi a mio parere meritevoli. Certo nel romanzo il peso del mercato è stato decisivo nel determinare le tradizioni di lettura e anche la reperibilità concreta delle opere, basti pensare che non esistono edizioni recenti di Jahier, tanto per citare un nome storico che ha avuto  peso nelle tradizioni novecentesche, ma proprio per questo si apre un grande spazio al lavoro critico di cui dicevo sopra ed è uno spazio nel quale la critica dà radicamento al proprio lavoro di scavo sui testi, testimoniando per quell&#8217;idea di letteratura che Rizzante rappresenta con profondità in questi 7 pensieri.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Biagio Cepollaro		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90913</link>

		<dc:creator><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 17:21:02 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90913</guid>

					<description><![CDATA[Caro Giorgio,
mi pare che l’altezza richiamata da Massimo – come fa da sempre- a proposito della posta in gioco del romanzo come umana produzione, ti solleciti a sottolineare la concretezza delle tradizioni di lettura che si costituiscono quando la critica c’è, nel senso che ha i requisiti ‘tecnici’ e ‘morali’ indispensabili. Come dire: ad essere concreti relativamente alla sorte del romanzo si rischia di imbattersi nella cialtroneria che ha molto svuotato ogni campo di discorso possibile, negando anche la possibilità di percepire la differenza tra il meglio e il peggio che secondo un grande violinista è la definizione di ‘degrado’. 
Ma si fa quel che si può. Cioè ognuno di noi si sforza di perfezionare in sé quelle competenze ‘tecniche’ e ‘morali’ indispensabili. Insomma non è soltanto la superfetazione informativa il problema  ma la responsabilità o la mancanza di responsabilità che accompagna ogni recensione, ogni atto critico, sia su grandi testate, o situazioni editoriali, sia rivolto a pubblico più ristretto. Contribuire a determinare concretamente tradizioni di lettura vuol dire secondo me avere il coraggio di apprezzare ciò che va apprezzato (anche se non si ha seguito o quasi) e di ignorare ciò che va ignorato, anche se ciò che andrebbe ignorato per questioni di gusto e di valutazione letteraria piace ai più. 
Ad esempio, per la poesia, una tradizione di lettura da augurarsi è quella che nella rilettura del Novecento dica e spieghi a chiare lettere i meriti di Emilio Villa  fino a giungere a mostrare parallelamente come,  nel campo della sperimentazione, si sia storicamente sopravvalutato Sanguineti. Una tradizione che confronti gli scritti pionieristici di Villa alla fine degli anni ’40, il potente influsso innovatore sulla sua scrittura delle arti visive con l’accademismo del novissimo di dieci anni dopo – poi presto involuto in aggiornato neocrepuscolare …Anche grazie a recenti iniziative editoriali oggi si può, carte alla mano, soppesare la tradizione della sperimentazione poetica. E i confronti offrono risultati evidenti, soprattutto  dando un’occhiata alle date di composizione. Questo è un invito esplicito a chi si ritiene critico di professione. Un invito a non aver paura, a non subire il luogo comune… Chi conosce i testi di Villa oggi non ha scusanti.
E invece è accaduto il contrario per motivi che non posso che ritenere extraletterari. Ma sono proprio questi motivi (vedi il caso di Cacciatore) che stabiliscono delle tradizioni di fatto..Proprio le tradizioni che ognuno per quel che può dovrebbe provare concretamente a riscrivere, se è un critico e non un&#039;altra cosa. Ogni generazione credo è in qualche modo in debito di memoria: per questo mi sono occupato, come ho potuto, in rete, delle ristampe di Di Ruscio, Niccolai, Costa, Cagnone etc. 
La spregiudicata sperimentazione avveniva  anche lì. Ed oggi sento tutta la vitalità di questi autori. Grazie alla rete i più giovani si trovano finalmente nella condizione di contribuire alla costituzione di una ‘tradizione di lettura’…L’altezza della posta in gioco del romanzo va insomma sostenuta dalla concretezza della propria azione critica (onestà, preparazione, intuizione, amore) che è azione di lettura…
Le cose che scrive Massimo da sempre hanno sostanziato questi valori. E in questa impresa oggi più di ieri ognuno può fare la sua parte…
Biagio Cepollaro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giorgio,<br />
mi pare che l’altezza richiamata da Massimo – come fa da sempre- a proposito della posta in gioco del romanzo come umana produzione, ti solleciti a sottolineare la concretezza delle tradizioni di lettura che si costituiscono quando la critica c’è, nel senso che ha i requisiti ‘tecnici’ e ‘morali’ indispensabili. Come dire: ad essere concreti relativamente alla sorte del romanzo si rischia di imbattersi nella cialtroneria che ha molto svuotato ogni campo di discorso possibile, negando anche la possibilità di percepire la differenza tra il meglio e il peggio che secondo un grande violinista è la definizione di ‘degrado’.<br />
Ma si fa quel che si può. Cioè ognuno di noi si sforza di perfezionare in sé quelle competenze ‘tecniche’ e ‘morali’ indispensabili. Insomma non è soltanto la superfetazione informativa il problema  ma la responsabilità o la mancanza di responsabilità che accompagna ogni recensione, ogni atto critico, sia su grandi testate, o situazioni editoriali, sia rivolto a pubblico più ristretto. Contribuire a determinare concretamente tradizioni di lettura vuol dire secondo me avere il coraggio di apprezzare ciò che va apprezzato (anche se non si ha seguito o quasi) e di ignorare ciò che va ignorato, anche se ciò che andrebbe ignorato per questioni di gusto e di valutazione letteraria piace ai più.<br />
Ad esempio, per la poesia, una tradizione di lettura da augurarsi è quella che nella rilettura del Novecento dica e spieghi a chiare lettere i meriti di Emilio Villa  fino a giungere a mostrare parallelamente come,  nel campo della sperimentazione, si sia storicamente sopravvalutato Sanguineti. Una tradizione che confronti gli scritti pionieristici di Villa alla fine degli anni ’40, il potente influsso innovatore sulla sua scrittura delle arti visive con l’accademismo del novissimo di dieci anni dopo – poi presto involuto in aggiornato neocrepuscolare …Anche grazie a recenti iniziative editoriali oggi si può, carte alla mano, soppesare la tradizione della sperimentazione poetica. E i confronti offrono risultati evidenti, soprattutto  dando un’occhiata alle date di composizione. Questo è un invito esplicito a chi si ritiene critico di professione. Un invito a non aver paura, a non subire il luogo comune… Chi conosce i testi di Villa oggi non ha scusanti.<br />
E invece è accaduto il contrario per motivi che non posso che ritenere extraletterari. Ma sono proprio questi motivi (vedi il caso di Cacciatore) che stabiliscono delle tradizioni di fatto..Proprio le tradizioni che ognuno per quel che può dovrebbe provare concretamente a riscrivere, se è un critico e non un&#8217;altra cosa. Ogni generazione credo è in qualche modo in debito di memoria: per questo mi sono occupato, come ho potuto, in rete, delle ristampe di Di Ruscio, Niccolai, Costa, Cagnone etc.<br />
La spregiudicata sperimentazione avveniva  anche lì. Ed oggi sento tutta la vitalità di questi autori. Grazie alla rete i più giovani si trovano finalmente nella condizione di contribuire alla costituzione di una ‘tradizione di lettura’…L’altezza della posta in gioco del romanzo va insomma sostenuta dalla concretezza della propria azione critica (onestà, preparazione, intuizione, amore) che è azione di lettura…<br />
Le cose che scrive Massimo da sempre hanno sostanziato questi valori. E in questa impresa oggi più di ieri ognuno può fare la sua parte…<br />
Biagio Cepollaro</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: giorgio mascitelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90898</link>

		<dc:creator><![CDATA[giorgio mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 13:22:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Rizzante,
veramente molto profondo quello che scrivi. Tuttavia ti inviterei a essere meno drastico sul pensiero anerotico del critico: per riprendere la tua metafora post coitum, il critico può permettersi il pensiero solo dopo aver amato l&#039;opera e per amare non c&#039;è bisogno di pensare. Certo richiede doti particolari pensare con radicale serietà gli oggetti del proprio amore ( era Montaigne che diceva, se non sbaglio, che le qualità per riconoscere una grande opera sono ancora più rare di quelle che permettono di scriverla), ma questa radicale serietà non si limita solo a un disperato corpo a corpo con l&#039;opera prescelta, ma anche a un lavoro di aperture di vie, a un determinare concretamente le tradizioni di lettura che consentono a un libro di vivere e a un critico di rendere fertile quella profonda onestà di cui tu parli. Quanto al roditore dell&#039;oggettività scientifica, basterà ricordare che la funzione critica preessite all&#039;organizzazione storica delle istituzioni della critica e al conseguente tentativo di accreditarsi nell&#039;ufficialità dei saperi mutuando statuti epistemologici vincenti. Se chiamassimo l&#039;attività scientifica del critico con i nomi meno ingombranti di onestà intellettuale, preparazione culturale e amore per l&#039;accuratezza avremmo forse una percezione differente dei problemi e delle prospettive storiche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Rizzante,<br />
veramente molto profondo quello che scrivi. Tuttavia ti inviterei a essere meno drastico sul pensiero anerotico del critico: per riprendere la tua metafora post coitum, il critico può permettersi il pensiero solo dopo aver amato l&#8217;opera e per amare non c&#8217;è bisogno di pensare. Certo richiede doti particolari pensare con radicale serietà gli oggetti del proprio amore ( era Montaigne che diceva, se non sbaglio, che le qualità per riconoscere una grande opera sono ancora più rare di quelle che permettono di scriverla), ma questa radicale serietà non si limita solo a un disperato corpo a corpo con l&#8217;opera prescelta, ma anche a un lavoro di aperture di vie, a un determinare concretamente le tradizioni di lettura che consentono a un libro di vivere e a un critico di rendere fertile quella profonda onestà di cui tu parli. Quanto al roditore dell&#8217;oggettività scientifica, basterà ricordare che la funzione critica preessite all&#8217;organizzazione storica delle istituzioni della critica e al conseguente tentativo di accreditarsi nell&#8217;ufficialità dei saperi mutuando statuti epistemologici vincenti. Se chiamassimo l&#8217;attività scientifica del critico con i nomi meno ingombranti di onestà intellettuale, preparazione culturale e amore per l&#8217;accuratezza avremmo forse una percezione differente dei problemi e delle prospettive storiche</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Chapucer		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90892</link>

		<dc:creator><![CDATA[Chapucer]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 11:57:08 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90892</guid>

					<description><![CDATA[Quanti spunti interessanti...
prendo questo:

&#039;Il critico letterario non costruisce, ma smonta e ricostruisce a partire da una casa già edificata. Dietro la meditazione critica non c’è un sistema, ma la ricerca di un’architettura. Dietro questa meditazione c’è una conoscenza delle tecniche e una passione per la forma. Non c’è, al limite, un pensiero&#039;

io credo invece che ci sia, al limite, un pensiero, che è quello elaborato dal critico dopo le operazioni di smontaggio e ricostruzione del testo,
il pensiero che il critico usa per &quot;vestire&quot; l&#039;opera.

ma questa è solo una mia osservazione...
:-)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quanti spunti interessanti&#8230;<br />
prendo questo:</p>
<p>&#8216;Il critico letterario non costruisce, ma smonta e ricostruisce a partire da una casa già edificata. Dietro la meditazione critica non c’è un sistema, ma la ricerca di un’architettura. Dietro questa meditazione c’è una conoscenza delle tecniche e una passione per la forma. Non c’è, al limite, un pensiero&#8217;</p>
<p>io credo invece che ci sia, al limite, un pensiero, che è quello elaborato dal critico dopo le operazioni di smontaggio e ricostruzione del testo,<br />
il pensiero che il critico usa per &#8220;vestire&#8221; l&#8217;opera.</p>
<p>ma questa è solo una mia osservazione&#8230;<br />
:-)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: sparz		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90885</link>

		<dc:creator><![CDATA[sparz]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 08:58:11 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90885</guid>

					<description><![CDATA[bellissimo pezzo, Massimo, come sai apprezzo molto. Ricordo, per quanto riguarda la parte iniziale, che G. Steiner scriveva, battendosi contro la &quot;cultura del commento&quot; che il miglior commento ad un classico è un altro classico e questo mi è sempre sembrato un pensiero davvero liberatorio. 
Una cosa che mi ha colpito, molto felicemente formulata, è quella dell&#039;abbattimento della frontiera tra attenzione e distrazione, dal quale abbattimento mi sento predato ogni giorno. I rari momenti di lotta vittoriosa contro questo sono di vera felicità. Ciao.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>bellissimo pezzo, Massimo, come sai apprezzo molto. Ricordo, per quanto riguarda la parte iniziale, che G. Steiner scriveva, battendosi contro la &#8220;cultura del commento&#8221; che il miglior commento ad un classico è un altro classico e questo mi è sempre sembrato un pensiero davvero liberatorio.<br />
Una cosa che mi ha colpito, molto felicemente formulata, è quella dell&#8217;abbattimento della frontiera tra attenzione e distrazione, dal quale abbattimento mi sento predato ogni giorno. I rari momenti di lotta vittoriosa contro questo sono di vera felicità. Ciao.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Biagio Cepollaro		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90862</link>

		<dc:creator><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Apr 2008 23:01:14 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/04/06/il-demone-roditore/#comment-90862</guid>

					<description><![CDATA[Caro Massimo,
stavo per andare a dormire quando ho scoperto questo tuo bellissimo scritto e di getto ho preso qualche appunto. Si, sembra che ci siano due strade per il non troppo pessimista che in fondo poi è la stessa:il buon senso suggerisce di rallentare i processi di apprendimento considerando la vorticosa proliferazione di informazioni come una sorta di spam universale da selezionare e cestinare. In ogni singola giornata accade questo anche all’interno della semplice moltitudine di pensieri, emozioni etc, indipendentemente dalla tecnologia. Lo spam è anche intrapsichico, per così dire. Il criterio della selezione è lo stesso che vale per la nutrizione: formulare le domande è già sapere dove mettere le mani, cosa di volta in volta è ‘nutriente’. Ma la capacità di formulare le domande è la stessa che permette di distinguere il dettaglio dal frammento. Il dettaglio implica una figura, il frammento ambisce a farsi figura, se ho capito bene la tua distinzione. Chi formula una domanda si muove tra i dettagli, cioè, sempre per usare il tuo linguaggio, si muove già nel non-pensiero che è ricerca di un’architettura e non di un sistema  (il tuo discorso vale per la critica del romanzo ma vale anche per la vita in genere). 
La domanda riguarda l’architettura, la figura dell’esperienza che parla sempre la sua irripetibile e non mistificabile lingua: la lingua del romanzo ma anche la lingua di coloro che hanno ‘scommesso’ (Kundera). Dalle tue parole il romanzo supplisce all’incapacità di dar senso che è propria della riduzione dei nostri giorni dell’esperienza a quantità discreta e irrelata di informazione. Esattamente come il dialogo umano che nutrendosi di dettagli include nel suo pensiero anche il non-pensiero (il piacere per quella vita non digitalizzabile né mistificabile). 
Il legame vitale con i morti è vitale anche perché credo che i morti in questione in realtà sono le nostre possibilità di creare delle figure, di leggere il nostro passare sottraendoci all’illusione indotta di un presente senza fine.
Biagio Cepollaro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Massimo,<br />
stavo per andare a dormire quando ho scoperto questo tuo bellissimo scritto e di getto ho preso qualche appunto. Si, sembra che ci siano due strade per il non troppo pessimista che in fondo poi è la stessa:il buon senso suggerisce di rallentare i processi di apprendimento considerando la vorticosa proliferazione di informazioni come una sorta di spam universale da selezionare e cestinare. In ogni singola giornata accade questo anche all’interno della semplice moltitudine di pensieri, emozioni etc, indipendentemente dalla tecnologia. Lo spam è anche intrapsichico, per così dire. Il criterio della selezione è lo stesso che vale per la nutrizione: formulare le domande è già sapere dove mettere le mani, cosa di volta in volta è ‘nutriente’. Ma la capacità di formulare le domande è la stessa che permette di distinguere il dettaglio dal frammento. Il dettaglio implica una figura, il frammento ambisce a farsi figura, se ho capito bene la tua distinzione. Chi formula una domanda si muove tra i dettagli, cioè, sempre per usare il tuo linguaggio, si muove già nel non-pensiero che è ricerca di un’architettura e non di un sistema  (il tuo discorso vale per la critica del romanzo ma vale anche per la vita in genere).<br />
La domanda riguarda l’architettura, la figura dell’esperienza che parla sempre la sua irripetibile e non mistificabile lingua: la lingua del romanzo ma anche la lingua di coloro che hanno ‘scommesso’ (Kundera). Dalle tue parole il romanzo supplisce all’incapacità di dar senso che è propria della riduzione dei nostri giorni dell’esperienza a quantità discreta e irrelata di informazione. Esattamente come il dialogo umano che nutrendosi di dettagli include nel suo pensiero anche il non-pensiero (il piacere per quella vita non digitalizzabile né mistificabile).<br />
Il legame vitale con i morti è vitale anche perché credo che i morti in questione in realtà sono le nostre possibilità di creare delle figure, di leggere il nostro passare sottraendoci all’illusione indotta di un presente senza fine.<br />
Biagio Cepollaro</p>
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