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	Commenti a: Quale realtà? &#8211; Note in margine alla questione del realismo in letteratura	</title>
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		Di: Mom		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mom]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Nov 2008 09:16:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mamma mia! Viva il frullatone.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mamma mia! Viva il frullatone.</p>
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		<title>
		Di: sandro dell'orco		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sandro dell'orco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 09:31:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vorrei ancora, a sostegno della tesi anti realistica di Giulio, precisare meglio il mio pensiero. Ciò che distingue la narrativa in senso enfatico da tutte le altre possibili modalità di discorso è che in essa è presente il pàthos, che - sempre per esprimersi in termini greci - nasce dal thumòs dell&#039;autore, si deposita nel suo discorso, e raggiunge il thumòs del lettore. Il pàthos non è conoscenza discorsiva, concettuale, è l&#039;atto di sentire qualcosa, detto in in breve è un sentimento, un&#039;emozione. 
Il pàthos è conoscenza come lo sono il piacere, il dolore, la paura, la speranza, l&#039;odio, la simpatia ecc. Esso in ogni caso nasce dalla pressione del mondo sull&#039;anima dell&#039;individuo, il quale, se non può risolverlo nella realtà, lo esprime nel canto, nella poesia o nella narrazione. In questo senso la narrativa è un indice della bontà o meno del mondo, dice ciò che il mondo fa all&#039;individuo in un certo momento storico, dice il dolore, il pàthos cui lo sottopone per farlo sopravvivere. Da questo punto di vista la narrativa è la conoscenza più importante, quella che davvero conta, del mondo, poiché ci dice se il mondo fa felice o infelice l&#039;uomo. L&#039;altra conoscenza, quella del discorso scientifico o comunque concettuale, invece ci spiega il mondo, ce ne mostra le leggi, e nel migliore dei casi ci mostra razionalmente la causa del nostro pàthos, ma mai e poi mai esprime il pàthos stesso.
Tutto questo per dire che la rappresentazione della realtà (naturalismo, realismo ecc.) non è essenziale alla narrativa, non è il suo scopo, e pertanto può esserci o non esserci a seconda che il pàthos la richieda o meno per la propria espressione. Ritengo inoltre  - ma è solo una mia ipotesi, da verificare - che con il Novecento il mondo sia così cambiato, prema a tal punto sul singolo, che questo non sia più in grado di effettuare nella realtà un&#039;azione spontanea, cioè dettata dall&#039;anima invece che dalla ratio. Ma ciò che vale nella realtà empirica vale anche nella realtà immaginata. Dunque il narratore, se vuole esprimere il suo pàthos, la sua anima, è costretto ad abbandonare la realtà.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei ancora, a sostegno della tesi anti realistica di Giulio, precisare meglio il mio pensiero. Ciò che distingue la narrativa in senso enfatico da tutte le altre possibili modalità di discorso è che in essa è presente il pàthos, che &#8211; sempre per esprimersi in termini greci &#8211; nasce dal thumòs dell&#8217;autore, si deposita nel suo discorso, e raggiunge il thumòs del lettore. Il pàthos non è conoscenza discorsiva, concettuale, è l&#8217;atto di sentire qualcosa, detto in in breve è un sentimento, un&#8217;emozione.<br />
Il pàthos è conoscenza come lo sono il piacere, il dolore, la paura, la speranza, l&#8217;odio, la simpatia ecc. Esso in ogni caso nasce dalla pressione del mondo sull&#8217;anima dell&#8217;individuo, il quale, se non può risolverlo nella realtà, lo esprime nel canto, nella poesia o nella narrazione. In questo senso la narrativa è un indice della bontà o meno del mondo, dice ciò che il mondo fa all&#8217;individuo in un certo momento storico, dice il dolore, il pàthos cui lo sottopone per farlo sopravvivere. Da questo punto di vista la narrativa è la conoscenza più importante, quella che davvero conta, del mondo, poiché ci dice se il mondo fa felice o infelice l&#8217;uomo. L&#8217;altra conoscenza, quella del discorso scientifico o comunque concettuale, invece ci spiega il mondo, ce ne mostra le leggi, e nel migliore dei casi ci mostra razionalmente la causa del nostro pàthos, ma mai e poi mai esprime il pàthos stesso.<br />
Tutto questo per dire che la rappresentazione della realtà (naturalismo, realismo ecc.) non è essenziale alla narrativa, non è il suo scopo, e pertanto può esserci o non esserci a seconda che il pàthos la richieda o meno per la propria espressione. Ritengo inoltre  &#8211; ma è solo una mia ipotesi, da verificare &#8211; che con il Novecento il mondo sia così cambiato, prema a tal punto sul singolo, che questo non sia più in grado di effettuare nella realtà un&#8217;azione spontanea, cioè dettata dall&#8217;anima invece che dalla ratio. Ma ciò che vale nella realtà empirica vale anche nella realtà immaginata. Dunque il narratore, se vuole esprimere il suo pàthos, la sua anima, è costretto ad abbandonare la realtà.</p>
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		<title>
		Di: soldato blu		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[soldato blu]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 15:49:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Giulio Milani

Grazie Giulio per la precisazione.

Ah, quando ho lanciato la &quot;storiellina&quot; la tua risposta non era ancora comparsa. Grazie di nuovo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Giulio Milani</p>
<p>Grazie Giulio per la precisazione.</p>
<p>Ah, quando ho lanciato la &#8220;storiellina&#8221; la tua risposta non era ancora comparsa. Grazie di nuovo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: soldato blu		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/#comment-100402</link>

		<dc:creator><![CDATA[soldato blu]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 15:45:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi sono dimenticato di una cosa. 

Uno scienziato ha voluto portare a fondo la verifica delle pretese buddhiste, che per indicare un kalpa raccontano la storia del vecchietto che sale sulla cima dell&#039;Himalaia per sfiorarne la cima, una sola volta, con un foulard di seta, per poi discendere e poi, ancora risalire, sino a spianare la montagna.

Ebbene il tempo che ci impiegherebbe il vecchio corrisponde, in scala, al tempo di durata di una espansione e di contrazione. Infilando la giustezza della cifra con una probabilità che rasenta l&#039;impossibile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono dimenticato di una cosa. </p>
<p>Uno scienziato ha voluto portare a fondo la verifica delle pretese buddhiste, che per indicare un kalpa raccontano la storia del vecchietto che sale sulla cima dell&#8217;Himalaia per sfiorarne la cima, una sola volta, con un foulard di seta, per poi discendere e poi, ancora risalire, sino a spianare la montagna.</p>
<p>Ebbene il tempo che ci impiegherebbe il vecchio corrisponde, in scala, al tempo di durata di una espansione e di contrazione. Infilando la giustezza della cifra con una probabilità che rasenta l&#8217;impossibile.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Giulio Milani		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/#comment-100400</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giulio Milani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 15:43:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@soldato blu
Messa giù così, come &quot;verificazione scientifica di una teoria antropologica&quot;, francamente, pare troppo anche a me. ;-) Voglio dire che qui  non si tratta di mettere le braghe all&#039;universo.
A me interessava porre l&#039;accento sulla vitalità di questa teoria, non differentemente da quanto posto da Marco in termini di &quot;strumentalità&quot; o attrezzatura. Contro o &quot;malgrado&quot; (direbbe Vattimo) lo stesso Girard.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@soldato blu<br />
Messa giù così, come &#8220;verificazione scientifica di una teoria antropologica&#8221;, francamente, pare troppo anche a me. ;-) Voglio dire che qui  non si tratta di mettere le braghe all&#8217;universo.<br />
A me interessava porre l&#8217;accento sulla vitalità di questa teoria, non differentemente da quanto posto da Marco in termini di &#8220;strumentalità&#8221; o attrezzatura. Contro o &#8220;malgrado&#8221; (direbbe Vattimo) lo stesso Girard.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: soldato blu		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/#comment-100399</link>

		<dc:creator><![CDATA[soldato blu]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 15:31:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Io, timidamente, chiedo un piccolo approfondimento di una questione che è stata fatta balenare, qui, per me, per la prima volta: la connessione tra &quot;neuroni specchio&quot; e, a quanto mi è dato di capire, il &quot;mimetismo&quot; girardiano.
Saremmo, quindi, di fronte non a una storia, immaginata dall&#039;autore francese, come &quot;L &#039;uomo Mosè&quot; di Freud, ma addirittura a una verificazione scientifica di una teoria antropologica.

Mi pare troppo.

Una volta chiesi a un amico fisico qualcosa sui neutrini: se hanno massa ha ragione il buddhismo, il tempo dell&#039;universo è fatto a kalpa, espansione e contrazione, se non hanno massa ha ragione Gesù Cristo, un inizio e una fine. L&#039;apocalisse.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io, timidamente, chiedo un piccolo approfondimento di una questione che è stata fatta balenare, qui, per me, per la prima volta: la connessione tra &#8220;neuroni specchio&#8221; e, a quanto mi è dato di capire, il &#8220;mimetismo&#8221; girardiano.<br />
Saremmo, quindi, di fronte non a una storia, immaginata dall&#8217;autore francese, come &#8220;L &#8216;uomo Mosè&#8221; di Freud, ma addirittura a una verificazione scientifica di una teoria antropologica.</p>
<p>Mi pare troppo.</p>
<p>Una volta chiesi a un amico fisico qualcosa sui neutrini: se hanno massa ha ragione il buddhismo, il tempo dell&#8217;universo è fatto a kalpa, espansione e contrazione, se non hanno massa ha ragione Gesù Cristo, un inizio e una fine. L&#8217;apocalisse.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea barbieri		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea barbieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 13:05:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Marco, no sono poco intelligente. Non ho nessuna propensione a fare operazioni con le parole e coi concetti. Quindi ho bisogno di semplicità e concretezza. Ho bisogno delle parole &#039;per tutti&#039;.
La cosa curiosa è che proprio Milani è stato maestro in questo.

Comunque era uno strepito venuto fuori così, non è che volevo fare polemica, nel senso che se volevo fare polemica continuavo, invece mi pare di aver detto tutto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco, no sono poco intelligente. Non ho nessuna propensione a fare operazioni con le parole e coi concetti. Quindi ho bisogno di semplicità e concretezza. Ho bisogno delle parole &#8216;per tutti&#8217;.<br />
La cosa curiosa è che proprio Milani è stato maestro in questo.</p>
<p>Comunque era uno strepito venuto fuori così, non è che volevo fare polemica, nel senso che se volevo fare polemica continuavo, invece mi pare di aver detto tutto.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: marco rovelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/#comment-100391</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 11:01:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Credo sia molto utile l&#039;intervento di Dell&#039;Orco. Girard offre infatti dei dispositivi molto potenti - ma che sono per me utili proprio e solo nella misura in cui non vengono assolutizzati, eretti a principi monologici. Per cui si tratta di giocarli, quei principi, contro Girard stesso, contro ogni sua pretesa fondazionalista e tanto più (va da sé) apologetica. Riconoscere insomma la perspicuità degli attrezzi da lui forgiati (ma in realtà: che lui forgia combinando dispositivi preesistenti), ma solo come attrezzi finalizzati a scopi determinati, accanto ad altri - e non, come vorrebbe lui (sono d&#039;accordo con la recensione del suo ultimo libro su Alias), buoni per tutte le stagioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Credo sia molto utile l&#8217;intervento di Dell&#8217;Orco. Girard offre infatti dei dispositivi molto potenti &#8211; ma che sono per me utili proprio e solo nella misura in cui non vengono assolutizzati, eretti a principi monologici. Per cui si tratta di giocarli, quei principi, contro Girard stesso, contro ogni sua pretesa fondazionalista e tanto più (va da sé) apologetica. Riconoscere insomma la perspicuità degli attrezzi da lui forgiati (ma in realtà: che lui forgia combinando dispositivi preesistenti), ma solo come attrezzi finalizzati a scopi determinati, accanto ad altri &#8211; e non, come vorrebbe lui (sono d&#8217;accordo con la recensione del suo ultimo libro su Alias), buoni per tutte le stagioni.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Giulio Milani		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Milani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 10:57:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Sandro, non avrei saputo dir meglio. Grazie. Mi rendo conto infatti che questo  articolo può risultare, a seconda del momento della lettura di ognuno, o troppo ostico (in quanto procede da determinate premesse, anche di vocabolario) o troppo banale (per chi, come te, conosce bene l&#039;argomento).
Tuttavia, rispetto alla tua chiusa, in base alla quale sembrerebbe possibile una lettura ideologica di questa teoria, e quindi una sua magari anche legittima relativizzazione, vorrei segnalare che stanno arrivando importanti conferme su un fronte inaspettato, quelle delle neuro-scienze (vedi gli studi sui “neuroni a specchio&quot; di cui ha parlato anche Sergio Garufi in altro post). 
Insomma, prima di correre in avanti (o indietro, mi pare di capire!) – come è anche giusto fare rispetto a una teoria che ha la stessa efficacia, e magari la stessa rozzaggine, di uno strumento diagnostico tipo i raggi X – forse varrebbe la pena rifletterci un momento di più, e farne – ognuno a proprio modo – tesoro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Sandro, non avrei saputo dir meglio. Grazie. Mi rendo conto infatti che questo  articolo può risultare, a seconda del momento della lettura di ognuno, o troppo ostico (in quanto procede da determinate premesse, anche di vocabolario) o troppo banale (per chi, come te, conosce bene l&#8217;argomento).<br />
Tuttavia, rispetto alla tua chiusa, in base alla quale sembrerebbe possibile una lettura ideologica di questa teoria, e quindi una sua magari anche legittima relativizzazione, vorrei segnalare che stanno arrivando importanti conferme su un fronte inaspettato, quelle delle neuro-scienze (vedi gli studi sui “neuroni a specchio&#8221; di cui ha parlato anche Sergio Garufi in altro post).<br />
Insomma, prima di correre in avanti (o indietro, mi pare di capire!) – come è anche giusto fare rispetto a una teoria che ha la stessa efficacia, e magari la stessa rozzaggine, di uno strumento diagnostico tipo i raggi X – forse varrebbe la pena rifletterci un momento di più, e farne – ognuno a proprio modo – tesoro.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: sandro dell'orco		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/#comment-100385</link>

		<dc:creator><![CDATA[sandro dell'orco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 10:21:16 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/#comment-100385</guid>

					<description><![CDATA[Dicevo ieri che l&#039;affermazione del mio caro amico Giulio circa il compito del narratore è giusta in generale, a prescindere dal particolare significato che lui vi attribuisce. Ciò va spiegato e proverò a farlo. Il compito del narratore è per lui un compito essenzialmente sociale, soteriologico, come lui dice, cioè salvifico nei confronti degli altri individui della sua società. Ciò non può essere contestato: da quando esiste, la letteratura ha una sua riconosciuta e importante utilità sociale, declinata, a partire da Aristotele, nei modi più vari. Ma Giulio si stacca da ogni precedente estetica filosofica per aderire ad una visione assolutamente nuova, antropologico - religiosa, del fatto letterario, quella di René Girard, in cui l’ utilità sociale del narratore assume un senso anch’esso nuovo e molto particolare. La teoria di Girard – mi si scusi dei colpi di scure con cui debbo procedere per ragioni di brevità – è un’antropologia, cioè pretende di dire qualcosa di definitivo sulla natura umana: rifiuta cioè una visione aperta, plastica, essenzialmente modificabile, storica, dell’uomo, per inchiodarlo ad una sua pretesa natura mimetica cui sarebbe fissato da sempre e per sempre. Non entro in dettaglio. Questa natura mimetica sarebbe poi alla base della sua eterna e insopprimibile aggressività e violenza intraspecifica. In sostanza, l’istinto di morte, che Freud  aveva scoperto nell’inconscio, e che con spirito illuminista aveva dichiarato integrabile a quello di vita in un progetto di civilizzazione storica in cui “L’Es doveva diventare Io”, viene di nuovo dogmaticamente appioppato in eterno all’uomo, secondo i dettami della religione cattolica. Il mondo sarà sempre una valle di lacrime. Rassegniamoci. L’uomo è cattivo. L’uomo è mimetico. 
Dati questi presupposti hobbesiani non sarebbe possibile alcuna società umana. L’ “homo homini lupus” impedirebbe prima o poi ogni aggregazione umana. Come spiegare allora la permanenza delle società umane sia pur nell’antagonismo e nel conflitto? Girard trova ancora una volta la  soluzione nella psicologia freudiana. L’innata aggressività di ognuno contro tutti, che distruggerebbe la società, viene di norma convogliata, dai capi religiosi e civili, fuori della società,  o, se non fuori, per lo meno ai suoi margini, con il meccanismo ben noto della proiezione paranoica,  con l’invenzione del nemico esterno o interno, detto anche, nella terminologia girardiana, vittima sacrificale. 
Gesù Cristo svelerebbe, come vittima sacrificale innocente, il meccanismo segreto con cui da sempre si tiene in piedi la società, e  aprirebbe gli occhi agli uomini sulla loro natura e sui meccanismi inconsci per mezzo dei quali continuano a mantenersi in vita. Indicherebbe anche l’unica via possibile per una società sopportabile: la visione disincantata della violenza innata, originale, degli uomini, e la sua conseguente implacabile repressione in nome dell’amore. 
Questa teoria è una riproposizione in chiave scientifica della religione cristiana. E come questa si basa su un atto di fede, che esista una natura umana cattiva, immodificabile dalla società e dalla storia, che si può solo sopportare e reprimere, con sacrificio e contrizione.
La letteratura, in questo quadro, avrebbe il compito di continuare l’opera di svelamento, di demistificazione - iniziata da Gesù e proseguita dalla Chiesa – con i mezzi dell’arte letteraria. Una sorta di immersione in se stessi, nella propria vicenda umana, per metterne in luce la propria insopprimibile, ancorché resistibile, natura mimetica e aggressiva.
Tale teoria si potrebbe riesaminare come ideologia (falsa coscienza socialmente necessaria) dell’attuale momento storico. Ma sarebbe troppo lungo farlo in questa sede.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dicevo ieri che l&#8217;affermazione del mio caro amico Giulio circa il compito del narratore è giusta in generale, a prescindere dal particolare significato che lui vi attribuisce. Ciò va spiegato e proverò a farlo. Il compito del narratore è per lui un compito essenzialmente sociale, soteriologico, come lui dice, cioè salvifico nei confronti degli altri individui della sua società. Ciò non può essere contestato: da quando esiste, la letteratura ha una sua riconosciuta e importante utilità sociale, declinata, a partire da Aristotele, nei modi più vari. Ma Giulio si stacca da ogni precedente estetica filosofica per aderire ad una visione assolutamente nuova, antropologico &#8211; religiosa, del fatto letterario, quella di René Girard, in cui l’ utilità sociale del narratore assume un senso anch’esso nuovo e molto particolare. La teoria di Girard – mi si scusi dei colpi di scure con cui debbo procedere per ragioni di brevità – è un’antropologia, cioè pretende di dire qualcosa di definitivo sulla natura umana: rifiuta cioè una visione aperta, plastica, essenzialmente modificabile, storica, dell’uomo, per inchiodarlo ad una sua pretesa natura mimetica cui sarebbe fissato da sempre e per sempre. Non entro in dettaglio. Questa natura mimetica sarebbe poi alla base della sua eterna e insopprimibile aggressività e violenza intraspecifica. In sostanza, l’istinto di morte, che Freud  aveva scoperto nell’inconscio, e che con spirito illuminista aveva dichiarato integrabile a quello di vita in un progetto di civilizzazione storica in cui “L’Es doveva diventare Io”, viene di nuovo dogmaticamente appioppato in eterno all’uomo, secondo i dettami della religione cattolica. Il mondo sarà sempre una valle di lacrime. Rassegniamoci. L’uomo è cattivo. L’uomo è mimetico.<br />
Dati questi presupposti hobbesiani non sarebbe possibile alcuna società umana. L’ “homo homini lupus” impedirebbe prima o poi ogni aggregazione umana. Come spiegare allora la permanenza delle società umane sia pur nell’antagonismo e nel conflitto? Girard trova ancora una volta la  soluzione nella psicologia freudiana. L’innata aggressività di ognuno contro tutti, che distruggerebbe la società, viene di norma convogliata, dai capi religiosi e civili, fuori della società,  o, se non fuori, per lo meno ai suoi margini, con il meccanismo ben noto della proiezione paranoica,  con l’invenzione del nemico esterno o interno, detto anche, nella terminologia girardiana, vittima sacrificale.<br />
Gesù Cristo svelerebbe, come vittima sacrificale innocente, il meccanismo segreto con cui da sempre si tiene in piedi la società, e  aprirebbe gli occhi agli uomini sulla loro natura e sui meccanismi inconsci per mezzo dei quali continuano a mantenersi in vita. Indicherebbe anche l’unica via possibile per una società sopportabile: la visione disincantata della violenza innata, originale, degli uomini, e la sua conseguente implacabile repressione in nome dell’amore.<br />
Questa teoria è una riproposizione in chiave scientifica della religione cristiana. E come questa si basa su un atto di fede, che esista una natura umana cattiva, immodificabile dalla società e dalla storia, che si può solo sopportare e reprimere, con sacrificio e contrizione.<br />
La letteratura, in questo quadro, avrebbe il compito di continuare l’opera di svelamento, di demistificazione &#8211; iniziata da Gesù e proseguita dalla Chiesa – con i mezzi dell’arte letteraria. Una sorta di immersione in se stessi, nella propria vicenda umana, per metterne in luce la propria insopprimibile, ancorché resistibile, natura mimetica e aggressiva.<br />
Tale teoria si potrebbe riesaminare come ideologia (falsa coscienza socialmente necessaria) dell’attuale momento storico. Ma sarebbe troppo lungo farlo in questa sede.</p>
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