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	Commenti a: Varianti e altri realismi	</title>
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		<title>
		Di: A. Morgillo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/01/varianti-e-altri-realismi/#comment-101244</link>

		<dc:creator><![CDATA[A. Morgillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 18:58:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi riferivo a Stefano Gallerani. Soldato Blu lo salto a priori.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi riferivo a Stefano Gallerani. Soldato Blu lo salto a priori.</p>
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		<title>
		Di: A. Morgillo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/01/varianti-e-altri-realismi/#comment-101243</link>

		<dc:creator><![CDATA[A. Morgillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 18:57:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Finalmente leggo qualcosa che abbia un senso. E me ne rallegro. Grazie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente leggo qualcosa che abbia un senso. E me ne rallegro. Grazie.</p>
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		<title>
		Di: soldato blu		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/01/varianti-e-altri-realismi/#comment-101233</link>

		<dc:creator><![CDATA[soldato blu]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 16:56:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Io non ho alcuna capacità, né preparazione per affrontare in modo sistematico un tema così sconfinato come la &quot;realtà&quot;.

D&#039;altra parte, se anche mi fosse possibile, sarei piuttosto convinto di aver affrontato un problema accademico e non certo di aver affrontato una qualche &quot;realtà&quot;. Come è chiaro che avviene o che è avvenuto in tutte queste discussioni.

La mia convinzione è infatti questa: tutti coloro - ma proprio tutti, sin dall&#039;inizio dei tempi - che hanno preteso di aver detto qualcosa sulla &quot;realtà&quot; o della &quot;realtà&quot;, sono dei fanfaroni che sono riusciti a convincere altri solo perchè, su questo tema, hanno saputo legare i propri pensieri e le proprie parole in modo coerente e sistematico. Coprendo, con questo,
il carattere sempre letterario di ogni cosa detta. Quello che è sempre un racconto di &quot;verità&quot; non garantito da nulla.

La &quot;realtà&quot; di un sistema scientifico, la &quot;realtà&quot; di un sistema filosofico, la &quot;realtà&quot; di un romanzo è sempre la stessa &quot;impossibilità&quot;. 
E l&#039;accettazione o meno del discorso scientifico, filosofico o letterario dipende essenzialmente dallo &quot;stile&quot;. 
Dagli &quot;stili&quot; che imperano nei singoli campi.

Non penso che la &quot;forma di vita&quot; che in Wittgenstein è strettamente legata al linguaggio, sia poi così lontana da questa nozione di &quot;stile&quot;.
Come poi avvenga &quot;il gioco&quot; è un tema affascinante, se nessuno ha
la pretesa di ridurlo ad uno solo. I giochi sono innumerevoli e tutti in qualche modo si assomigliano.

Una delle conduttrici di questo dibattito, mal riuscendo a contenere la discussione nei termini da lei immaginati, mi accusò di andare a parare in Kant. Bene, dico che non solo a Kant bisogna risalire, ma addirittura alla teologia.

In questo senso. 
In questa discussione: ci sono monoteisti fondamentalisti e ci sono politeisti relativisti e ci sono atei anarchici. Ognuno di loro ha un&#039;idea di letteratura, ha un&#039;idea di realtà e qualcuno, poi, non ha, perché sa che non se può avere, idea né dell&#039;una né dell&#039;altra: perciò ci gioca.

Quindi non posso fare altro che condividere pienamente ciò che dice Stefano Gallerani: 

&quot;È la contraddizione dell’arte, l’oggetto del patto letterario, ma è ormai chiaro che l’indefinibile non è quanto induce al silenzio quanto, piuttosto, ciò che ci costringe al lavoro incessante, infaticabile del pensiero.&quot;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io non ho alcuna capacità, né preparazione per affrontare in modo sistematico un tema così sconfinato come la &#8220;realtà&#8221;.</p>
<p>D&#8217;altra parte, se anche mi fosse possibile, sarei piuttosto convinto di aver affrontato un problema accademico e non certo di aver affrontato una qualche &#8220;realtà&#8221;. Come è chiaro che avviene o che è avvenuto in tutte queste discussioni.</p>
<p>La mia convinzione è infatti questa: tutti coloro &#8211; ma proprio tutti, sin dall&#8217;inizio dei tempi &#8211; che hanno preteso di aver detto qualcosa sulla &#8220;realtà&#8221; o della &#8220;realtà&#8221;, sono dei fanfaroni che sono riusciti a convincere altri solo perchè, su questo tema, hanno saputo legare i propri pensieri e le proprie parole in modo coerente e sistematico. Coprendo, con questo,<br />
il carattere sempre letterario di ogni cosa detta. Quello che è sempre un racconto di &#8220;verità&#8221; non garantito da nulla.</p>
<p>La &#8220;realtà&#8221; di un sistema scientifico, la &#8220;realtà&#8221; di un sistema filosofico, la &#8220;realtà&#8221; di un romanzo è sempre la stessa &#8220;impossibilità&#8221;.<br />
E l&#8217;accettazione o meno del discorso scientifico, filosofico o letterario dipende essenzialmente dallo &#8220;stile&#8221;.<br />
Dagli &#8220;stili&#8221; che imperano nei singoli campi.</p>
<p>Non penso che la &#8220;forma di vita&#8221; che in Wittgenstein è strettamente legata al linguaggio, sia poi così lontana da questa nozione di &#8220;stile&#8221;.<br />
Come poi avvenga &#8220;il gioco&#8221; è un tema affascinante, se nessuno ha<br />
la pretesa di ridurlo ad uno solo. I giochi sono innumerevoli e tutti in qualche modo si assomigliano.</p>
<p>Una delle conduttrici di questo dibattito, mal riuscendo a contenere la discussione nei termini da lei immaginati, mi accusò di andare a parare in Kant. Bene, dico che non solo a Kant bisogna risalire, ma addirittura alla teologia.</p>
<p>In questo senso.<br />
In questa discussione: ci sono monoteisti fondamentalisti e ci sono politeisti relativisti e ci sono atei anarchici. Ognuno di loro ha un&#8217;idea di letteratura, ha un&#8217;idea di realtà e qualcuno, poi, non ha, perché sa che non se può avere, idea né dell&#8217;una né dell&#8217;altra: perciò ci gioca.</p>
<p>Quindi non posso fare altro che condividere pienamente ciò che dice Stefano Gallerani: </p>
<p>&#8220;È la contraddizione dell’arte, l’oggetto del patto letterario, ma è ormai chiaro che l’indefinibile non è quanto induce al silenzio quanto, piuttosto, ciò che ci costringe al lavoro incessante, infaticabile del pensiero.&#8221;</p>
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		<title>
		Di: macondo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/01/varianti-e-altri-realismi/#comment-101217</link>

		<dc:creator><![CDATA[macondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 14:51:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ma esiste un ritorno al reale, al di là delle ipotesi e delle possibilità di lettura, nella narrativa italiana contemporanea? Se il reale è il vero (o meglio, in letteratura, il verosimile), la realtà non è forse la sua verità? L&#039;impressione che ho avuto leggendo l&#039;intervento, e rafforzata dai righi finali, è che la realtà sia un ente inattingibile (l&#039;Impossibile), o ancor meglio apparente, e che lo scrittore debba andare al di là (attraversarlo) per incontrare il reale. Ma, come osserva suo modo Debenedetti, si tratta del reale &quot;esterno&quot;, del luogo dove lo scrittore esperisce la propria quotidianeità. Invece il reale &quot;interno&quot; sarebbe la sensibilità, il sentire, il &quot;penso&quot; dello scrittore. La distinzione non mi convince, forse perché non vedo distinzione, ma processualità chimica, con diverse sostanze che entrano in contatto e reagiscono con precipitati, sospensioni e soluzioni: la scrittura, il suo detto (che ha sempre un resto, ossia un non detto, ossia l&#039;inesauribilità del reale a cui un&#039;altra scrittura attingerà). Poi, tanto per finire di mettere carne al fuoco, mi sembra che la grande assente - a livello esplicitato - sia la storia, fatta entrare nel discorso non dalla porta principale, ma da quella secondaria del &quot;tempo&quot; e della &quot;memoria&quot; (dello scrittore, mi pare, non del &quot;socius&quot;)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma esiste un ritorno al reale, al di là delle ipotesi e delle possibilità di lettura, nella narrativa italiana contemporanea? Se il reale è il vero (o meglio, in letteratura, il verosimile), la realtà non è forse la sua verità? L&#8217;impressione che ho avuto leggendo l&#8217;intervento, e rafforzata dai righi finali, è che la realtà sia un ente inattingibile (l&#8217;Impossibile), o ancor meglio apparente, e che lo scrittore debba andare al di là (attraversarlo) per incontrare il reale. Ma, come osserva suo modo Debenedetti, si tratta del reale &#8220;esterno&#8221;, del luogo dove lo scrittore esperisce la propria quotidianeità. Invece il reale &#8220;interno&#8221; sarebbe la sensibilità, il sentire, il &#8220;penso&#8221; dello scrittore. La distinzione non mi convince, forse perché non vedo distinzione, ma processualità chimica, con diverse sostanze che entrano in contatto e reagiscono con precipitati, sospensioni e soluzioni: la scrittura, il suo detto (che ha sempre un resto, ossia un non detto, ossia l&#8217;inesauribilità del reale a cui un&#8217;altra scrittura attingerà). Poi, tanto per finire di mettere carne al fuoco, mi sembra che la grande assente &#8211; a livello esplicitato &#8211; sia la storia, fatta entrare nel discorso non dalla porta principale, ma da quella secondaria del &#8220;tempo&#8221; e della &#8220;memoria&#8221; (dello scrittore, mi pare, non del &#8220;socius&#8221;)</p>
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