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	Commenti a: Morfologia dell&#8217;amore	</title>
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		Di: franz krauspenhaar		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 01:12:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[chiaro che IKea è stata un&#039;idea geniale. Chiaro che, come tutte le idee geniali, ha avuto successo.

Non stiamo parlando di un libro di nessun valore artistico che scala le classifiche o di un CD di Laura Pausini.

Stiamo parlando di una multinazionale che ha inventato un modo nuovo di vendere mobili e non solo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>chiaro che IKea è stata un&#8217;idea geniale. Chiaro che, come tutte le idee geniali, ha avuto successo.</p>
<p>Non stiamo parlando di un libro di nessun valore artistico che scala le classifiche o di un CD di Laura Pausini.</p>
<p>Stiamo parlando di una multinazionale che ha inventato un modo nuovo di vendere mobili e non solo.</p>
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		<title>
		Di: Annichilito Morgillo Annichilito		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/31/morfologia-dellamore/#comment-102987</link>

		<dc:creator><![CDATA[Annichilito Morgillo Annichilito]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2009 17:40:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sia chiaro, perché a voi non sempre funzionano i neuroni. Prima era una favola. Adesso ròbba da fanatici sfigati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sia chiaro, perché a voi non sempre funzionano i neuroni. Prima era una favola. Adesso ròbba da fanatici sfigati.</p>
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		<title>
		Di: Annichilito Morgillo Annichilito		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/31/morfologia-dellamore/#comment-102986</link>

		<dc:creator><![CDATA[Annichilito Morgillo Annichilito]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2009 17:38:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Io invece sono due anni che da Ikea esco a mani vuote.  Prima era ròbba da froci. Adesso robetta per famigliole la domenica gitanti. Orrore. Però mangio sempre le polpettine. E l&#039;English Breakfast.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io invece sono due anni che da Ikea esco a mani vuote.  Prima era ròbba da froci. Adesso robetta per famigliole la domenica gitanti. Orrore. Però mangio sempre le polpettine. E l&#8217;English Breakfast.</p>
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		Di: francesco forlani		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/31/morfologia-dellamore/#comment-102936</link>

		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2009 09:34:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[scusate se mi intrometto ma vorrei ricordare come in un mio fortunato pamphlet, &quot;&#039;I kea, you kean&#039;t, &quot;
citavo le virtù della casa auto mobilistica svedese

https://www.nazioneindiana.com/2007/01/12/dal-manifesto-comunismo-dandy/

Il gatto del comunista dandy.

Generalmente il comunista dandy comincia con un minimo di uno – il che gli assicura lo status di gattista a un massimo di quattro. Pur ignorando l’ispirazione che portò uno dei più brillanti compositori italiani a scrivere la canzone quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due, egli sa bene che quei due, per il loro trovarsi fuori dai ranghi, sono proprio gatti comunisti dandy. Al wiskas, di vago sentore alcolico, e al kit kat meccanicamente post fordista, il GCD preferisce Sheba che fa esotico e avventuriero allo stesso tempo. Pur detestando la compagnia di altri gatti che non siano quelli della propria tribù manifesta non di meno una certa curiosità che può in taluni casi trasformarsi in vera storia d’amore. L’entrata in calore del GCD coincide con la sua uscita di casa essendo all’interno della modesta abitazione, lo spazio ridotto e il bisogno di calma decisamente necessario alla creazione di un’opera come il manifesto. Le poltrone preferite dai GDC restano comunque quelle acquistate da Ikea, essendo portatrici di vago e ondivago tono socialdemocratico nonché dotate di spigoli assai potenti come ben sa chiunque voglia cambiare la seduta (il suo tessuto) con una nuova.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>scusate se mi intrometto ma vorrei ricordare come in un mio fortunato pamphlet, &#8220;&#8216;I kea, you kean&#8217;t, &#8221;<br />
citavo le virtù della casa auto mobilistica svedese</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/01/12/dal-manifesto-comunismo-dandy/" rel="nofollow ugc">https://www.nazioneindiana.com/2007/01/12/dal-manifesto-comunismo-dandy/</a></p>
<p>Il gatto del comunista dandy.</p>
<p>Generalmente il comunista dandy comincia con un minimo di uno – il che gli assicura lo status di gattista a un massimo di quattro. Pur ignorando l’ispirazione che portò uno dei più brillanti compositori italiani a scrivere la canzone quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due, egli sa bene che quei due, per il loro trovarsi fuori dai ranghi, sono proprio gatti comunisti dandy. Al wiskas, di vago sentore alcolico, e al kit kat meccanicamente post fordista, il GCD preferisce Sheba che fa esotico e avventuriero allo stesso tempo. Pur detestando la compagnia di altri gatti che non siano quelli della propria tribù manifesta non di meno una certa curiosità che può in taluni casi trasformarsi in vera storia d’amore. L’entrata in calore del GCD coincide con la sua uscita di casa essendo all’interno della modesta abitazione, lo spazio ridotto e il bisogno di calma decisamente necessario alla creazione di un’opera come il manifesto. Le poltrone preferite dai GDC restano comunque quelle acquistate da Ikea, essendo portatrici di vago e ondivago tono socialdemocratico nonché dotate di spigoli assai potenti come ben sa chiunque voglia cambiare la seduta (il suo tessuto) con una nuova.</p>
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		<title>
		Di: Obvia Mens		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/31/morfologia-dellamore/#comment-102922</link>

		<dc:creator><![CDATA[Obvia Mens]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2009 01:21:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[chapeau, Alligator...


quasi tutte le ultime scenografie per spettacoli le ho costruite tra Ikea e il nuovo trust dei brico (Leroy+BricoCenter del Groupe Adeo che ha acquisito Castorama la scorsa etsate) (perché non di sola brugola vive lo smanettone)

sarà perché abito a sette minuti di bicicletta da uno dei più grandi poli commerciali d&#039;europa

però per cercare idee e materiali rovisto davvero dappertutto, compresi mercatini delle pulci o centri di etno-trading, e-bay o decine di altri siti, la piccola ferramenta del paese o la tradizionale cartotecnica superfornita per le belle arti

ma alla fine non ce n&#039;è: l&#039;ombelico del mio povero immaginario è là



la cosa più divertente è che alla fine non se ne accorge nessuno! non dico i bambini che guardano i miei spettacoli, ma gli adulti... qualche bambino stava, a dire il vero, per beccarmi: &quot;quello ce l&#039;ho anch&#039;io a casa&quot; (n.d.r.: un enorme ragno nero distribuito da Ikea 3-4 anni fa), ma alla fine NESSUNO si ricorda dove gli era stato comprato


per non avere dubbi sul mio stato di salute mentale, la prima cosa che faccio quando guardo uno spettacolo per l&#039;infanzia creato da miei colleghi è cercare gli oggetti Ikea in scena: ne trovo sempre di più di ogni ragionevole sospetto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>chapeau, Alligator&#8230;</p>
<p>quasi tutte le ultime scenografie per spettacoli le ho costruite tra Ikea e il nuovo trust dei brico (Leroy+BricoCenter del Groupe Adeo che ha acquisito Castorama la scorsa etsate) (perché non di sola brugola vive lo smanettone)</p>
<p>sarà perché abito a sette minuti di bicicletta da uno dei più grandi poli commerciali d&#8217;europa</p>
<p>però per cercare idee e materiali rovisto davvero dappertutto, compresi mercatini delle pulci o centri di etno-trading, e-bay o decine di altri siti, la piccola ferramenta del paese o la tradizionale cartotecnica superfornita per le belle arti</p>
<p>ma alla fine non ce n&#8217;è: l&#8217;ombelico del mio povero immaginario è là</p>
<p>la cosa più divertente è che alla fine non se ne accorge nessuno! non dico i bambini che guardano i miei spettacoli, ma gli adulti&#8230; qualche bambino stava, a dire il vero, per beccarmi: &#8220;quello ce l&#8217;ho anch&#8217;io a casa&#8221; (n.d.r.: un enorme ragno nero distribuito da Ikea 3-4 anni fa), ma alla fine NESSUNO si ricorda dove gli era stato comprato</p>
<p>per non avere dubbi sul mio stato di salute mentale, la prima cosa che faccio quando guardo uno spettacolo per l&#8217;infanzia creato da miei colleghi è cercare gli oggetti Ikea in scena: ne trovo sempre di più di ogni ragionevole sospetto</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Annichilito Morgillo Annichilito		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/31/morfologia-dellamore/#comment-102915</link>

		<dc:creator><![CDATA[Annichilito Morgillo Annichilito]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 22:00:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&lt;strong&gt;Biondillo&lt;/strong&gt;, sul salone del mobile dovresti scriverci qualcosa. Davvero.

&lt;strong&gt;Alligator&lt;/strong&gt;, è verissimo, Ikea nei paesi arabi ha ancora effetti destabilizzanti. Bisognerebbe approfondire la cosa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Biondillo</strong>, sul salone del mobile dovresti scriverci qualcosa. Davvero.</p>
<p><strong>Alligator</strong>, è verissimo, Ikea nei paesi arabi ha ancora effetti destabilizzanti. Bisognerebbe approfondire la cosa.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: macondo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/31/morfologia-dellamore/#comment-102910</link>

		<dc:creator><![CDATA[macondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 21:03:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Macondo non ha uno swatch al polso. Macondo non veste H&#038;M. Macondo non ha il nokia, non ha in casa una libreria Billy, non ha il divano Ektorp  dove sedersi, né le tazze Oling in cui bere il caffè. Macondo è molto triste per questo. Aiutate Macondo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Macondo non ha uno swatch al polso. Macondo non veste H&amp;M. Macondo non ha il nokia, non ha in casa una libreria Billy, non ha il divano Ektorp  dove sedersi, né le tazze Oling in cui bere il caffè. Macondo è molto triste per questo. Aiutate Macondo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Alligator		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/31/morfologia-dellamore/#comment-102897</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alligator]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 18:30:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Olof]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Olof</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Alligator		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/31/morfologia-dellamore/#comment-102895</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alligator]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 18:10:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(non sapevo che parlare di Ikea non andasse più di moda, quindi un po&#039; mi vergogno della cosa che posto qui sotto, che in pratica è un inno alla cultura ikeika intesa come approdo consumista del primo modernismo, in versione scandinava) 

La base svedese 

Voglio provare a rovesciare il paradigma anti-globalizzante e cominciare a considerare Ikea piuttosto che come un cominciamento, piuttosto che come l’ennesima perversa realtà produttiva planetaria, come l’esito logico, e forse necessario, di un pensiero antico e consistente. 
Insomma seguito a parlarne bene.
Per ottenere Ikea ci sono voluti quasi cento anni di cultura modernista.
Più o meno cent’anni durante i quali si è messa a punto l’utopia della riforma globale dell’habitat, dal cucchiaio alla città. 
La riforma dell’intero sistema degli oggetti nei quali e tramite i quali viviamo, secondo un pacchetto di principi semplice e rivoluzionario: 
-         abolizione di ogni aderenza ad uno stile e di ogni decorazione;
-         abolizione di ogni ridondanza formale: la forma segue la funzione;
-         bellezza è semplicità ed aderenza alla destinazione d’uso, sincerità e chiarezza compositiva nell’uso appropriato dei materiali secondo la loro rispettiva vocazione tecnico-formale;
-         molti et cetera.
Tutto questo, ed altro ancora, valeva (con qualche aggiustamento ) per ogni manifestazione dell’artificio umano, dalla suppellettile, all’edifico, al sistema di edifici, alla città, al territorio.
La riforma globale dell’habitat, del nostro stesso stare sulla terra e “dimorare presso le cose” si accompagnava all’adesione al movimento socialista internazionale, del quale il modernismo nelle sue varie accezioni (funzionalismo, espressionismo, organicismo, suprematismo, eccetera) diventa una specie di braccio armato, nella convinzione che il vero destinatario di un mondo completamente ridisegnato secondo nuovi principi, siano le masse lavoratrici inurbate. 
In realtà, ad una lettura disincantata, in quella fase dello sviluppo capitalistico occorreva mettere a dimora decentemente la classe operaia secondo standard minimi accettabili, in modo da diminuire le tensioni ed ottenerne un certo qual consenso a proseguire nella corsa forsennata allo sviluppo produttivo.
E occorreva che il mondo degli oggetti e il gusto che li aveva sino allora prodotti, fosse messo a sistema con la nuova, imperante e inarrestabile realtà industriale e macchinista, coi trasporti sempre più rapidi, eccetera. 
Nella mia personale modesta visione, il modernismo – al quale ho sempre in fondo aderito – giunse in quanto era necessario all’economia della Grande Rivoluzione Industriale: eccetera. 
Esisteva una specie di logica ineluttabile nel fatto che una putrella d’acciaio, sino ad allora completamente non- significante, finisse per diventare, se opportunamente usata, un oggetto estetico.
La stessa cosa accadde, ma in misura minore, per la forma tecnica, cioè per la forma che hanno i meccanismi, il cui statuto è di essere completamente pensata e finalizzata al buon funzionamento e non ad ottenere un qualsivoglia giudizio stetico: aprendo il cofano posteriore, metti di una Fiat Cinquecento, si vedeva pura forma tecnica che non chiedeva neanche per un istante di piacerti.  
Un esempio di forma tecnica dispiegata a fini estetici fu, alla fine, il Centre Pompidou di Piano e Rogers.
Eccetera: la questione è enorme.
Ora io sostengo che Ikea sia, almeno nelle intenzioni, in perfetta continuità con quell’esperienza, cioè che sia una filiazione diretta di quel pensiero e delle sue derivazioni.
Ikea progetta e produce, cioè commissiona la progettazione e la produzione, di un sistema di oggetti che punta alla qualità, alla bellezza, alla semplicità e all’estrema economicità. Ma che punta anche alla completezza, cioè a coprire interamente ogni esigenza relativa alla vita in ambiente domestico. 
Né più, né meno, di quanto si prefiggeva, nella diversità dei suoi campi di indagine, il Bauhaus di Walter Gropius. 
Sostengo che Ikea è la prosecuzione del Bauhaus di Dessau con altri mezzi, è Bauhaus più Globalizzazione.
Oggetti accuratamente progettati per essere venduti in scatola di montaggio, secondo principi estetici che in molti casi potrebbero definirsi minimalisti, ma che in realtà sono Bauhaus, prodotti in ogni parte del mondo, là dove è più conveniente, e distribuiti tramite grossi centri gialloblu, assolutamente standardizzati per servire una ferrea organizzazione di estensione ormai quasi planetaria: una specie di MacDonald’s degli oggetti, ma più complesso e rigoroso.
Ikea ha risolto, anzi ha spazzato via d’un colpo, tutte le ambiguità e le contraddizioni in cui si dibatte da decenni l’industrial design contemporaneo: la frammentazione produttiva in miriadi di piccole aziende, i costi altissimi, il continuo re-design per venire incontro al consumismo oggettistico e trendarolo delle classi più ricche (cui i prodotti di design sono destinati) e, infine, l’abbandono dei ceti più poveri nelle mani dei centri mobili più biechi stile Aiazzone, che ne titillano la mancanza di coscienza modernista e “di gusto” con una quantità di robaccia “in stile” a prezzi tutto sommato ancora alti.
Ikea sta uccidendo, anzi giustiziando, gli Aiazzone di cui è pieno il nostro paese, sta riempiendo le nostre case di oggetti dotati almeno di un qualche senso, spesso belli, qualche volta geniali e sempre imbattibili nel rapporto qualità-prezzo. 
Oggetti che trovi a casa del povero ma anche del ricco e che quindi contengono in sé - assieme all’indibitabile invito ad un nuovo consumismo oggettistico - proprio quegli “elementi di socialismo” di cui parlava la tradizione comunista d’occidente.
Ma non basta: il vero punto di forza sono la distribuzione e l’immagine di questi grossi templi periferici gialloblu, dove se sai guardare, vedi i lacerti, per noi molto fascinosi, di remote et nordiche social-democrazie, dove tutti sono uguali, i re e i primi ministri prendono l’autobus (salvo essere fatti fuori per strada come accadde a Oof Palme), le gente paga le tasse e regnano modernità, geometria, ordine, pulizia e nettezza dei confini.
Com’è noto l’apertura della prima Ikea in Arabia Saudita provocò decine di morti per la ressa, tra la gente che si accalcava per entrare in un altro mondo, più giusto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(non sapevo che parlare di Ikea non andasse più di moda, quindi un po&#8217; mi vergogno della cosa che posto qui sotto, che in pratica è un inno alla cultura ikeika intesa come approdo consumista del primo modernismo, in versione scandinava) </p>
<p>La base svedese </p>
<p>Voglio provare a rovesciare il paradigma anti-globalizzante e cominciare a considerare Ikea piuttosto che come un cominciamento, piuttosto che come l’ennesima perversa realtà produttiva planetaria, come l’esito logico, e forse necessario, di un pensiero antico e consistente.<br />
Insomma seguito a parlarne bene.<br />
Per ottenere Ikea ci sono voluti quasi cento anni di cultura modernista.<br />
Più o meno cent’anni durante i quali si è messa a punto l’utopia della riforma globale dell’habitat, dal cucchiaio alla città.<br />
La riforma dell’intero sistema degli oggetti nei quali e tramite i quali viviamo, secondo un pacchetto di principi semplice e rivoluzionario:<br />
&#8211;         abolizione di ogni aderenza ad uno stile e di ogni decorazione;<br />
&#8211;         abolizione di ogni ridondanza formale: la forma segue la funzione;<br />
&#8211;         bellezza è semplicità ed aderenza alla destinazione d’uso, sincerità e chiarezza compositiva nell’uso appropriato dei materiali secondo la loro rispettiva vocazione tecnico-formale;<br />
&#8211;         molti et cetera.<br />
Tutto questo, ed altro ancora, valeva (con qualche aggiustamento ) per ogni manifestazione dell’artificio umano, dalla suppellettile, all’edifico, al sistema di edifici, alla città, al territorio.<br />
La riforma globale dell’habitat, del nostro stesso stare sulla terra e “dimorare presso le cose” si accompagnava all’adesione al movimento socialista internazionale, del quale il modernismo nelle sue varie accezioni (funzionalismo, espressionismo, organicismo, suprematismo, eccetera) diventa una specie di braccio armato, nella convinzione che il vero destinatario di un mondo completamente ridisegnato secondo nuovi principi, siano le masse lavoratrici inurbate.<br />
In realtà, ad una lettura disincantata, in quella fase dello sviluppo capitalistico occorreva mettere a dimora decentemente la classe operaia secondo standard minimi accettabili, in modo da diminuire le tensioni ed ottenerne un certo qual consenso a proseguire nella corsa forsennata allo sviluppo produttivo.<br />
E occorreva che il mondo degli oggetti e il gusto che li aveva sino allora prodotti, fosse messo a sistema con la nuova, imperante e inarrestabile realtà industriale e macchinista, coi trasporti sempre più rapidi, eccetera.<br />
Nella mia personale modesta visione, il modernismo – al quale ho sempre in fondo aderito – giunse in quanto era necessario all’economia della Grande Rivoluzione Industriale: eccetera.<br />
Esisteva una specie di logica ineluttabile nel fatto che una putrella d’acciaio, sino ad allora completamente non- significante, finisse per diventare, se opportunamente usata, un oggetto estetico.<br />
La stessa cosa accadde, ma in misura minore, per la forma tecnica, cioè per la forma che hanno i meccanismi, il cui statuto è di essere completamente pensata e finalizzata al buon funzionamento e non ad ottenere un qualsivoglia giudizio stetico: aprendo il cofano posteriore, metti di una Fiat Cinquecento, si vedeva pura forma tecnica che non chiedeva neanche per un istante di piacerti.<br />
Un esempio di forma tecnica dispiegata a fini estetici fu, alla fine, il Centre Pompidou di Piano e Rogers.<br />
Eccetera: la questione è enorme.<br />
Ora io sostengo che Ikea sia, almeno nelle intenzioni, in perfetta continuità con quell’esperienza, cioè che sia una filiazione diretta di quel pensiero e delle sue derivazioni.<br />
Ikea progetta e produce, cioè commissiona la progettazione e la produzione, di un sistema di oggetti che punta alla qualità, alla bellezza, alla semplicità e all’estrema economicità. Ma che punta anche alla completezza, cioè a coprire interamente ogni esigenza relativa alla vita in ambiente domestico.<br />
Né più, né meno, di quanto si prefiggeva, nella diversità dei suoi campi di indagine, il Bauhaus di Walter Gropius.<br />
Sostengo che Ikea è la prosecuzione del Bauhaus di Dessau con altri mezzi, è Bauhaus più Globalizzazione.<br />
Oggetti accuratamente progettati per essere venduti in scatola di montaggio, secondo principi estetici che in molti casi potrebbero definirsi minimalisti, ma che in realtà sono Bauhaus, prodotti in ogni parte del mondo, là dove è più conveniente, e distribuiti tramite grossi centri gialloblu, assolutamente standardizzati per servire una ferrea organizzazione di estensione ormai quasi planetaria: una specie di MacDonald’s degli oggetti, ma più complesso e rigoroso.<br />
Ikea ha risolto, anzi ha spazzato via d’un colpo, tutte le ambiguità e le contraddizioni in cui si dibatte da decenni l’industrial design contemporaneo: la frammentazione produttiva in miriadi di piccole aziende, i costi altissimi, il continuo re-design per venire incontro al consumismo oggettistico e trendarolo delle classi più ricche (cui i prodotti di design sono destinati) e, infine, l’abbandono dei ceti più poveri nelle mani dei centri mobili più biechi stile Aiazzone, che ne titillano la mancanza di coscienza modernista e “di gusto” con una quantità di robaccia “in stile” a prezzi tutto sommato ancora alti.<br />
Ikea sta uccidendo, anzi giustiziando, gli Aiazzone di cui è pieno il nostro paese, sta riempiendo le nostre case di oggetti dotati almeno di un qualche senso, spesso belli, qualche volta geniali e sempre imbattibili nel rapporto qualità-prezzo.<br />
Oggetti che trovi a casa del povero ma anche del ricco e che quindi contengono in sé &#8211; assieme all’indibitabile invito ad un nuovo consumismo oggettistico &#8211; proprio quegli “elementi di socialismo” di cui parlava la tradizione comunista d’occidente.<br />
Ma non basta: il vero punto di forza sono la distribuzione e l’immagine di questi grossi templi periferici gialloblu, dove se sai guardare, vedi i lacerti, per noi molto fascinosi, di remote et nordiche social-democrazie, dove tutti sono uguali, i re e i primi ministri prendono l’autobus (salvo essere fatti fuori per strada come accadde a Oof Palme), le gente paga le tasse e regnano modernità, geometria, ordine, pulizia e nettezza dei confini.<br />
Com’è noto l’apertura della prima Ikea in Arabia Saudita provocò decine di morti per la ressa, tra la gente che si accalcava per entrare in un altro mondo, più giusto.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: elena		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/12/31/morfologia-dellamore/#comment-102893</link>

		<dc:creator><![CDATA[elena]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 17:22:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Alligatore Tashtego, che ti devo dire? Dici che sto qui a commentare ma mi esibisco in frettolitudine, passando via veloce come se non avessi tempo da perdere in quisquiglie? 
Va bene mi metto comoda sul mio divano Ektorp, ti offro un caffè nelle mie tazze Oling e parliamo dell’Ikea. Ma che avremo mai  di nuovo da dire? Non “di nuovo”, nel senso di ancora, ma nel senso di non già detto? Tu stesso ci hai scritto un pezzo, perfetto, nulla da dire, ma parliamo di quattro anni fa. E quattro anni fa andava ancora bene parlare dell’Ikea. 
Ora però ci hanno scritto sopra un romanzo di cui non ricordo il titolo né l’autore, ma qualcuno di sicuro l’ha scritto, ci hanno scritto un libro inchiesta, una canzone, la citano nei film, ci fanno le tesi di laurea, ci hanno arredato la casa del grande fratello, del proprietario ormai si sa tutto, che è stato nazista e che poi si è pentito, tutti abbiamo in casa una libreria Billy, un puff Saltorp (invento il nome del puff), una busta di salmone affumicato da montare con le viti sui crostini.
Ieri il discgiochei alla radio parlava delle fidanzate da Ikea al sabato pomeriggio come delle donne che ambiscono al matrimonio. Quando qualcuno dice che ha messo su casa con poco dice che ha la cucina del signor Ikea. Quando qualcuno deve fare la battuta sui mobili dell’appartamento preso già arredato, dice che c’ha i mobili Ikea.
Dici che non so cosa sia l’Ikea. Io che ci ho arredato due appartamenti! Io che ci ho portato l’ex il sabato pomeriggio! Non per farmi sposare, ma per farmi aiutare a montare la cucina. Io che mi ci sono persa nel parcheggio sterminato, girando con uno smisurato carrello con i mobili per l’ufficio. O dobbiamo analizzare il design a basso costo, il costo della non manodopera, il fenomeno sosciale degli stormi di famiglie che nei uikend passano ivi il pomeriggio, disguisire del centro commerciale come nuova agorà perdipiù dotata di aria condizionata dove parcheggiare il vecchietto, o affrontare il fenomeno della multinazionale dell’arredo che globalizza il gusto? Potremmo farci pure un paragone col McDonald, e via altri dieci giorni di discorsi. E perché non con altre multinazionali del gusto, dell’arredo, dell’abbigliamento, per cui ci mettiamo tutti lo stesso swatch, vestiamo tutti H&#038;M, o abbiamo tutti il Nokia? E potremmo pure dire che amiamo essere standardizzati, massificati, rincretiniti? Forse è una novità. In effetti in tanti ancora non se ne sono accorti. O se se ne sono accorti non gli interessa per niente.
Ma io sono stremata. Ormai se n’è parlato in lungo e in largo e almeno qui, dove quando entro spero di trovare qualcosa di nuovo con cui rimpolpare i neuroni, spero di non sentirne ancora trattare. Almeno che non se ne parli più scrivendo un racconto. Un saggio potrei ancora tollerarlo, ma un racconto no.
Se sento parlare della mitica libreria Billy mi raggrinzo, se mi arriva un altro sms augurale natalizio con le letterine da mettere a posto in stile Ikea, mi incazzo.  
Insomma, posso dire che ormai è un luogo comune inerte e trito parlare dell’Ikea o mi dai diesci frustate?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alligatore Tashtego, che ti devo dire? Dici che sto qui a commentare ma mi esibisco in frettolitudine, passando via veloce come se non avessi tempo da perdere in quisquiglie?<br />
Va bene mi metto comoda sul mio divano Ektorp, ti offro un caffè nelle mie tazze Oling e parliamo dell’Ikea. Ma che avremo mai  di nuovo da dire? Non “di nuovo”, nel senso di ancora, ma nel senso di non già detto? Tu stesso ci hai scritto un pezzo, perfetto, nulla da dire, ma parliamo di quattro anni fa. E quattro anni fa andava ancora bene parlare dell’Ikea.<br />
Ora però ci hanno scritto sopra un romanzo di cui non ricordo il titolo né l’autore, ma qualcuno di sicuro l’ha scritto, ci hanno scritto un libro inchiesta, una canzone, la citano nei film, ci fanno le tesi di laurea, ci hanno arredato la casa del grande fratello, del proprietario ormai si sa tutto, che è stato nazista e che poi si è pentito, tutti abbiamo in casa una libreria Billy, un puff Saltorp (invento il nome del puff), una busta di salmone affumicato da montare con le viti sui crostini.<br />
Ieri il discgiochei alla radio parlava delle fidanzate da Ikea al sabato pomeriggio come delle donne che ambiscono al matrimonio. Quando qualcuno dice che ha messo su casa con poco dice che ha la cucina del signor Ikea. Quando qualcuno deve fare la battuta sui mobili dell’appartamento preso già arredato, dice che c’ha i mobili Ikea.<br />
Dici che non so cosa sia l’Ikea. Io che ci ho arredato due appartamenti! Io che ci ho portato l’ex il sabato pomeriggio! Non per farmi sposare, ma per farmi aiutare a montare la cucina. Io che mi ci sono persa nel parcheggio sterminato, girando con uno smisurato carrello con i mobili per l’ufficio. O dobbiamo analizzare il design a basso costo, il costo della non manodopera, il fenomeno sosciale degli stormi di famiglie che nei uikend passano ivi il pomeriggio, disguisire del centro commerciale come nuova agorà perdipiù dotata di aria condizionata dove parcheggiare il vecchietto, o affrontare il fenomeno della multinazionale dell’arredo che globalizza il gusto? Potremmo farci pure un paragone col McDonald, e via altri dieci giorni di discorsi. E perché non con altre multinazionali del gusto, dell’arredo, dell’abbigliamento, per cui ci mettiamo tutti lo stesso swatch, vestiamo tutti H&amp;M, o abbiamo tutti il Nokia? E potremmo pure dire che amiamo essere standardizzati, massificati, rincretiniti? Forse è una novità. In effetti in tanti ancora non se ne sono accorti. O se se ne sono accorti non gli interessa per niente.<br />
Ma io sono stremata. Ormai se n’è parlato in lungo e in largo e almeno qui, dove quando entro spero di trovare qualcosa di nuovo con cui rimpolpare i neuroni, spero di non sentirne ancora trattare. Almeno che non se ne parli più scrivendo un racconto. Un saggio potrei ancora tollerarlo, ma un racconto no.<br />
Se sento parlare della mitica libreria Billy mi raggrinzo, se mi arriva un altro sms augurale natalizio con le letterine da mettere a posto in stile Ikea, mi incazzo.<br />
Insomma, posso dire che ormai è un luogo comune inerte e trito parlare dell’Ikea o mi dai diesci frustate?</p>
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