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	Commenti a: Autismi 4 &#8211; La mia città (2a parte)	</title>
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		<title>
		Di: Alcor		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 08:33:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[alla prossima:-)]]></description>
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		<title>
		Di: giacomo s.		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo s.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Feb 2009 23:16:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ alcor

ho visto che il libro c&#039;è alla biblioteca comunale di Trento, sempre molto fornita; quindi grazie!

sempre molto interessanti le cose che dici (e bellissimi i versi di Schwitters), e mi dispiace per la parte persa; ma ho paura che se continuiamo ci prendono per pazzi completi; spero comunque che ci sia l&#039;occasione di continuare, in qualche forma; è incredibile come in fondo sia povera - almeno per quel ne so io, e astraendo dall&#039;ambito accademico, e naturalmente dal lavoro di qualche critico illuminato - la riflessione sulla scrittura contemporanea (certo, è abbastanza facile sentire &quot;parlare&quot; gli scrittori su quello che fanno, ma molto più raro mi sembra sentirli confrontarsi con la scrittura degli altri, e sulla scrittura in genere ...); un dubbio che mi rode da tempo è per l&#039;esempio come resista l&#039;armamentario teorico della filologia - che mi sembra molto grezzo - di fronte alle nuove scoperte sul funzionamento del cervello, della memoria ..., e quindi a una visione della scrittura come a un qualcosa di ben più complesso rispetto a un semplice riferimento/citazione ... 

e solo una puntualizzazione: il problema è appunto che rispetto a certi temi è la nostra cultura (italiana in questo caso) (ma in realtà ogni cultura ha le sue debolezze), a far sì che la nostra identità/originalità non possa essere forte in certi ambiti, con il risultato che molti di noi (scrittori italiani) ci &quot;piantiamo&quot; quando affrontiamo l&#039;invettiva/l&#039;amore-odio; come dire, la forza di un autore non è solo il risultato della sua forza (o genialità, ricordandoci però cosa ci dice Nietzche sulla genialità), ma anche delle oggettive &quot;potenzialità&quot; della sua lingua/cultura;
non mi sembra un caso, ripeto, che molti scrittori non riescano a non essere succubi di Bernhard; 

@ certo, Natalia Ginzburg mon amour]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ alcor</p>
<p>ho visto che il libro c&#8217;è alla biblioteca comunale di Trento, sempre molto fornita; quindi grazie!</p>
<p>sempre molto interessanti le cose che dici (e bellissimi i versi di Schwitters), e mi dispiace per la parte persa; ma ho paura che se continuiamo ci prendono per pazzi completi; spero comunque che ci sia l&#8217;occasione di continuare, in qualche forma; è incredibile come in fondo sia povera &#8211; almeno per quel ne so io, e astraendo dall&#8217;ambito accademico, e naturalmente dal lavoro di qualche critico illuminato &#8211; la riflessione sulla scrittura contemporanea (certo, è abbastanza facile sentire &#8220;parlare&#8221; gli scrittori su quello che fanno, ma molto più raro mi sembra sentirli confrontarsi con la scrittura degli altri, e sulla scrittura in genere &#8230;); un dubbio che mi rode da tempo è per l&#8217;esempio come resista l&#8217;armamentario teorico della filologia &#8211; che mi sembra molto grezzo &#8211; di fronte alle nuove scoperte sul funzionamento del cervello, della memoria &#8230;, e quindi a una visione della scrittura come a un qualcosa di ben più complesso rispetto a un semplice riferimento/citazione &#8230; </p>
<p>e solo una puntualizzazione: il problema è appunto che rispetto a certi temi è la nostra cultura (italiana in questo caso) (ma in realtà ogni cultura ha le sue debolezze), a far sì che la nostra identità/originalità non possa essere forte in certi ambiti, con il risultato che molti di noi (scrittori italiani) ci &#8220;piantiamo&#8221; quando affrontiamo l&#8217;invettiva/l&#8217;amore-odio; come dire, la forza di un autore non è solo il risultato della sua forza (o genialità, ricordandoci però cosa ci dice Nietzche sulla genialità), ma anche delle oggettive &#8220;potenzialità&#8221; della sua lingua/cultura;<br />
non mi sembra un caso, ripeto, che molti scrittori non riescano a non essere succubi di Bernhard; </p>
<p>@ certo, Natalia Ginzburg mon amour</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Alcor		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/02/05/autismi-4-2a-parte/#comment-105115</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 18:14:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho fatto prima del previsto, ma ho anche perso gran parte delle riflessioni che avevo fatto, in ogni caso, tu poni parecchi problemi.

Neanch’io sono una teorica, e non so bene cosa tu intenda per “prestito” il prestito è un termine della linguistica e mi confonde le idee, qui parlerei piuttosto di citazione contro imitazione.
La citazione è un omaggio, un segno di riconoscimento, l’imitazione, che è il vero punto debole, funziona, a mio parere, solo se è un gradino della scala che porta all’opera propria. 

Tu dici che può essere utile un parallelo con la pittura, e fai però riferimento agli espressionisti. Nella pittura non disturba se i movimenti prevalgono sull’autore, all’interno di un movimento il momento ideologico prevale sulla singolarità dell’artista, ma accade lo stesso anche nella poesia, io non riesco a distinguere, né in fondo mi importa, tra un testo di  Schwitters, per esempio questo:

Sussistiamo noi
Aspiriamo noi
Spiriamo noi
Mondo a volta d’abete
Muti di morte sussistere
Campaneirradiati aspirare
Sovrastatidistelle spirare
Vampa risuona mondo

e un testo della baronessa von Freytag Loringhoven come questo: 
E’ – è - ?

Cuore lenzuolo bianco!
Bacialo 
Battito di fiamma!
Al petto in centro
Imprimi i denti
Mordi ---
Questa verde
notte pesante.

a meno che non mi trasformi in una studiosa di dada, forse.


Se però passiamo a Rothko, che è una singolarità artistica, la cosa non funziona più, a meno che l’imitazione non sia un momento di confronto, un gradino per salire sulle spalle di una grande opera per creare la propria, in quel caso l’imitazione sarà solo l’impronta di quel passaggio.
Ma ti interesserebbe un imitatore di Rothko? 
Forse ti interesserebbe vedere in una diversa personalità artistica il segno dell’incontro con Rothko, questo sì.

La stessa debole identità la possiamo ritrovare nella pittura primitiva e ovunque la singolarità artistica non sia in questione, ma nell’imitazione di cui parliamo non si imita una modalità impersonale, ma un autore come Bernhard e la si imita da parte di un autore che si suppone - io suppongo -si senta a sua volta come singolarità artistica.

Sul fatto che i modelli siano indispensabili sfondi una porta aperta, ma sono in disaccordo quando dici:

“Il rapporto di un autore rispetto con suoi modelli può essere visto quindi come un perenne atto di “equilibrismo linguistico” 

e poi:

“L’originalità di in un dato autore, in altre parole, non mi sembra essere il risultato della sua volontà di demarcarsi, della sua rinuncia a imitare, e men che meno l’espressione della sua identità. Mi sembra piuttosto venire da un più abile dosaggio delle fonti (= una più abile imitazione), che produce un’impressione di novità. “ ecc.
 
non credo  all’equilibrismo, o - come dici sotto -   all’abile dosaggio delle fonti, queste sono operazioni troppo manieristiche, a mio modo di vedere, e depotenziate, io penso che se non c’è metabolizzazione ed espulsione, non c’è testo che vale.
A meno che non torniamo a parlare di movimento e di arte non individuale.

Le fonti, che ci sono, devono essere metabolizzate al punto che solo il filologo possa recuperarle, anche il lettore filologo, se vogliamo, è un piacere “scoprire” le fonti, per un lettore attento, ma se sono lì, esibite, è solo un gioco combinatorio che almeno a me non interessa.

Questa è una discussione che andrebbe fatta a voce, o più ordinatamente, perché mi rendo conto che ho lasciato fuori lo specifico di Bernhard.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho fatto prima del previsto, ma ho anche perso gran parte delle riflessioni che avevo fatto, in ogni caso, tu poni parecchi problemi.</p>
<p>Neanch’io sono una teorica, e non so bene cosa tu intenda per “prestito” il prestito è un termine della linguistica e mi confonde le idee, qui parlerei piuttosto di citazione contro imitazione.<br />
La citazione è un omaggio, un segno di riconoscimento, l’imitazione, che è il vero punto debole, funziona, a mio parere, solo se è un gradino della scala che porta all’opera propria. </p>
<p>Tu dici che può essere utile un parallelo con la pittura, e fai però riferimento agli espressionisti. Nella pittura non disturba se i movimenti prevalgono sull’autore, all’interno di un movimento il momento ideologico prevale sulla singolarità dell’artista, ma accade lo stesso anche nella poesia, io non riesco a distinguere, né in fondo mi importa, tra un testo di  Schwitters, per esempio questo:</p>
<p>Sussistiamo noi<br />
Aspiriamo noi<br />
Spiriamo noi<br />
Mondo a volta d’abete<br />
Muti di morte sussistere<br />
Campaneirradiati aspirare<br />
Sovrastatidistelle spirare<br />
Vampa risuona mondo</p>
<p>e un testo della baronessa von Freytag Loringhoven come questo:<br />
E’ – è &#8211; ?</p>
<p>Cuore lenzuolo bianco!<br />
Bacialo<br />
Battito di fiamma!<br />
Al petto in centro<br />
Imprimi i denti<br />
Mordi &#8212;<br />
Questa verde<br />
notte pesante.</p>
<p>a meno che non mi trasformi in una studiosa di dada, forse.</p>
<p>Se però passiamo a Rothko, che è una singolarità artistica, la cosa non funziona più, a meno che l’imitazione non sia un momento di confronto, un gradino per salire sulle spalle di una grande opera per creare la propria, in quel caso l’imitazione sarà solo l’impronta di quel passaggio.<br />
Ma ti interesserebbe un imitatore di Rothko?<br />
Forse ti interesserebbe vedere in una diversa personalità artistica il segno dell’incontro con Rothko, questo sì.</p>
<p>La stessa debole identità la possiamo ritrovare nella pittura primitiva e ovunque la singolarità artistica non sia in questione, ma nell’imitazione di cui parliamo non si imita una modalità impersonale, ma un autore come Bernhard e la si imita da parte di un autore che si suppone &#8211; io suppongo -si senta a sua volta come singolarità artistica.</p>
<p>Sul fatto che i modelli siano indispensabili sfondi una porta aperta, ma sono in disaccordo quando dici:</p>
<p>“Il rapporto di un autore rispetto con suoi modelli può essere visto quindi come un perenne atto di “equilibrismo linguistico” </p>
<p>e poi:</p>
<p>“L’originalità di in un dato autore, in altre parole, non mi sembra essere il risultato della sua volontà di demarcarsi, della sua rinuncia a imitare, e men che meno l’espressione della sua identità. Mi sembra piuttosto venire da un più abile dosaggio delle fonti (= una più abile imitazione), che produce un’impressione di novità. “ ecc.</p>
<p>non credo  all’equilibrismo, o &#8211; come dici sotto &#8211;   all’abile dosaggio delle fonti, queste sono operazioni troppo manieristiche, a mio modo di vedere, e depotenziate, io penso che se non c’è metabolizzazione ed espulsione, non c’è testo che vale.<br />
A meno che non torniamo a parlare di movimento e di arte non individuale.</p>
<p>Le fonti, che ci sono, devono essere metabolizzate al punto che solo il filologo possa recuperarle, anche il lettore filologo, se vogliamo, è un piacere “scoprire” le fonti, per un lettore attento, ma se sono lì, esibite, è solo un gioco combinatorio che almeno a me non interessa.</p>
<p>Questa è una discussione che andrebbe fatta a voce, o più ordinatamente, perché mi rendo conto che ho lasciato fuori lo specifico di Bernhard.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Alcor		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/02/05/autismi-4-2a-parte/#comment-105112</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 17:00:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi mangerei le mani, ti avevo scritto una risposta lunghissima e articolata, ma mi ostino a scrivere sulla finestrella dei commenti e ho fatto una manovra che l&#039;ha cancellata, mannaggia, non è neppure la prima volta che mi capita.
Ci riprovo questa sera, intanto Bloom.
Il libro è &quot;L&#039;angoscia dell&#039;influenza. Per una teoria della poesia. &quot; 
Credo che non sia più in commercio e sono in dubbio sul sottotitolo, perché mi restano degli appunti, ma il tema dell&#039;influenza attraversa anche tutto &quot;Il canone occidentale&quot;, e il canone, se non lo avessi, è appena stato ristampato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi mangerei le mani, ti avevo scritto una risposta lunghissima e articolata, ma mi ostino a scrivere sulla finestrella dei commenti e ho fatto una manovra che l&#8217;ha cancellata, mannaggia, non è neppure la prima volta che mi capita.<br />
Ci riprovo questa sera, intanto Bloom.<br />
Il libro è &#8220;L&#8217;angoscia dell&#8217;influenza. Per una teoria della poesia. &#8221;<br />
Credo che non sia più in commercio e sono in dubbio sul sottotitolo, perché mi restano degli appunti, ma il tema dell&#8217;influenza attraversa anche tutto &#8220;Il canone occidentale&#8221;, e il canone, se non lo avessi, è appena stato ristampato.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: giacomo s.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/02/05/autismi-4-2a-parte/#comment-105087</link>

		<dc:creator><![CDATA[giacomo s.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 12:03:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ alcor

Il problema è appunto il rapporto tra l’autore e la tradizione (purtroppo non conosco quello che dice Bloom in proposito, anche se mi interessa moltissimo; mi dici per piacere dove lo posso trovare?). Dove però la “tradizione”, se si parla di scrittura, mi sembra essere il posto occupato nella lingua (o forse meglio linguaggio) di un dato scrittore dagli scrittori che lo precedono. Comprendendo naturalmente anche gli autori tradotti da altre lingue, che finiscono pur sempre per ritagliarsi uno spazio nella lingua dello scrittore stesso. E’ il caso appunto di Bernhard, che pur essendo un autore così lontano dalla tradizione italiana, è diventato una “voce” ineludibile per gli autori italiani, o per lo meno per quelli dell’Italia settentrionale (naturalmente qui si aprirebbe tutta la parentesi delle n possibili traduzioni di uno stesso autore, e si potrebbe fare l’esempio delle molto diverse traduzioni di Céline in italiano, ognuna delle quali apre una “sottovia celiniana” nella lingua italiana) (come si porrebbe anche il problema di spiegare il “mancato attecchimento” di determinati importantissimi autori in determinate lingue, e si potrebbe citare proprio l’esempio della traduzione in francese di Bernhard).

Mi sembra che possa essere utile un parallelo con la pittura. Perché in pittura i “prestiti” sono così facili, così frequenti, così immediati, così spesso riusciti? Penso – per fare il primo esempio che mi viene in mente – alle affinità di temi e stili tra alcuni espressionisti tedeschi, tanto spinta che spesso è facile confondersi di autore, senza peraltro che questo ci disturbi minimamente: ci accorgiamo che ci siamo sbagliati, e il quadro continua a piacerci nello stesso modo. Perché invece nel caso della scrittura i “prestiti espliciti” sono sempre così “pericolosi”? Perché leggendo uno scrittore abbiamo bisogno che – anche se certo in (tutto sommato) rari casi apprezziamo anche i pastiches o gli echi – che sia lui, che sia “unico”, “inimitabile”? 

Perché, mi sembra, la materia prima di uno scrittore è la lingua, quella lingua stessa che costituisce il suo pensiero, la sua identità. Se uno scrittore usa la lingua di qualcun altro (la lingua di un altro autore, appunto, o anche solo l’ininteressante lingua di tutti i giorni) non è più niente, muore. Questo è il vero problema. Il necessario “decalage” dai modelli di cui parli, gli è indispensabile per continuare a esistere. Ma nello stesso tempo i modelli gli sono necessari, sono anzi la sua materia prima. Il rapporto di un autore rispetto con suoi modelli può essere visto quindi come un perenne atto di “equilibrismo linguistico”, tra un polo costituito dalla devozione/ironia (che come dici giustamente, e gli psicanalisti confermerebbero, molto simili), vale a dire una aderenza troppo stretta alle fonti (= la sua morte), e una distanza troppo grande da esse, vale a dire la perdita della presa del trapezio, il suo precipitare nel nulla (la lingua ininteressante di tutti i giorni); anche qui la sua morte.
 
L’originalità di in un dato autore, in altre parole, non mi sembra essere  il risultato della sua volontà di demarcarsi, della sua rinuncia a imitare, e men che meno l’espressione della sua identità. Mi sembra piuttosto venire da un più abile dosaggio delle fonti (= una più abile imitazione), che produce un’impressione di novità. Come un grande cuoco che utilizzi in modo molto abile i vari ingredienti, in modo che non siano più riconoscibili come tali nella leccornia che ci produce. La leccornia ci sembra essere un qualcosa di assolutamente unico, di originale, di “nuovo”.  Assaggiando quella meraviglia ci diciamo che solo quel baffone con quel cappellone sulla testa avrebbe potuto produrla. Ma è appunto un’impressione. Alla base ci sono dei ben precisi ingredienti, e un loro ben preciso “agencement”. Un grande scrittore pesca nelle lingua (= la sua dispensa = gli autori che lo precedono) delle perle che noi poveri mortali non vediamo (e lì sta la sua vera abilità), e ce le mette il naso, beninteso facendoci credere – fa parte del gioco (un po’ come la messinscena di un prestigiatore) - che siano qualcosa di nuovo.

Ma per carità, io non sono un teorico, e mi mancano credo le basi per parlare con un minimo di serietà di queste cose. Sono solo questioni che mi pongo empiricamente, in quanto lettore, e come scrivente. E resta sempre il problema del perché “l’ingrediente Bernhard” abbia questa spiccata propensione a avere la meglio sugli altri gusti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ alcor</p>
<p>Il problema è appunto il rapporto tra l’autore e la tradizione (purtroppo non conosco quello che dice Bloom in proposito, anche se mi interessa moltissimo; mi dici per piacere dove lo posso trovare?). Dove però la “tradizione”, se si parla di scrittura, mi sembra essere il posto occupato nella lingua (o forse meglio linguaggio) di un dato scrittore dagli scrittori che lo precedono. Comprendendo naturalmente anche gli autori tradotti da altre lingue, che finiscono pur sempre per ritagliarsi uno spazio nella lingua dello scrittore stesso. E’ il caso appunto di Bernhard, che pur essendo un autore così lontano dalla tradizione italiana, è diventato una “voce” ineludibile per gli autori italiani, o per lo meno per quelli dell’Italia settentrionale (naturalmente qui si aprirebbe tutta la parentesi delle n possibili traduzioni di uno stesso autore, e si potrebbe fare l’esempio delle molto diverse traduzioni di Céline in italiano, ognuna delle quali apre una “sottovia celiniana” nella lingua italiana) (come si porrebbe anche il problema di spiegare il “mancato attecchimento” di determinati importantissimi autori in determinate lingue, e si potrebbe citare proprio l’esempio della traduzione in francese di Bernhard).</p>
<p>Mi sembra che possa essere utile un parallelo con la pittura. Perché in pittura i “prestiti” sono così facili, così frequenti, così immediati, così spesso riusciti? Penso – per fare il primo esempio che mi viene in mente – alle affinità di temi e stili tra alcuni espressionisti tedeschi, tanto spinta che spesso è facile confondersi di autore, senza peraltro che questo ci disturbi minimamente: ci accorgiamo che ci siamo sbagliati, e il quadro continua a piacerci nello stesso modo. Perché invece nel caso della scrittura i “prestiti espliciti” sono sempre così “pericolosi”? Perché leggendo uno scrittore abbiamo bisogno che – anche se certo in (tutto sommato) rari casi apprezziamo anche i pastiches o gli echi – che sia lui, che sia “unico”, “inimitabile”? </p>
<p>Perché, mi sembra, la materia prima di uno scrittore è la lingua, quella lingua stessa che costituisce il suo pensiero, la sua identità. Se uno scrittore usa la lingua di qualcun altro (la lingua di un altro autore, appunto, o anche solo l’ininteressante lingua di tutti i giorni) non è più niente, muore. Questo è il vero problema. Il necessario “decalage” dai modelli di cui parli, gli è indispensabile per continuare a esistere. Ma nello stesso tempo i modelli gli sono necessari, sono anzi la sua materia prima. Il rapporto di un autore rispetto con suoi modelli può essere visto quindi come un perenne atto di “equilibrismo linguistico”, tra un polo costituito dalla devozione/ironia (che come dici giustamente, e gli psicanalisti confermerebbero, molto simili), vale a dire una aderenza troppo stretta alle fonti (= la sua morte), e una distanza troppo grande da esse, vale a dire la perdita della presa del trapezio, il suo precipitare nel nulla (la lingua ininteressante di tutti i giorni); anche qui la sua morte.</p>
<p>L’originalità di in un dato autore, in altre parole, non mi sembra essere  il risultato della sua volontà di demarcarsi, della sua rinuncia a imitare, e men che meno l’espressione della sua identità. Mi sembra piuttosto venire da un più abile dosaggio delle fonti (= una più abile imitazione), che produce un’impressione di novità. Come un grande cuoco che utilizzi in modo molto abile i vari ingredienti, in modo che non siano più riconoscibili come tali nella leccornia che ci produce. La leccornia ci sembra essere un qualcosa di assolutamente unico, di originale, di “nuovo”.  Assaggiando quella meraviglia ci diciamo che solo quel baffone con quel cappellone sulla testa avrebbe potuto produrla. Ma è appunto un’impressione. Alla base ci sono dei ben precisi ingredienti, e un loro ben preciso “agencement”. Un grande scrittore pesca nelle lingua (= la sua dispensa = gli autori che lo precedono) delle perle che noi poveri mortali non vediamo (e lì sta la sua vera abilità), e ce le mette il naso, beninteso facendoci credere – fa parte del gioco (un po’ come la messinscena di un prestigiatore) &#8211; che siano qualcosa di nuovo.</p>
<p>Ma per carità, io non sono un teorico, e mi mancano credo le basi per parlare con un minimo di serietà di queste cose. Sono solo questioni che mi pongo empiricamente, in quanto lettore, e come scrivente. E resta sempre il problema del perché “l’ingrediente Bernhard” abbia questa spiccata propensione a avere la meglio sugli altri gusti.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: caterina s.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/02/05/autismi-4-2a-parte/#comment-105067</link>

		<dc:creator><![CDATA[caterina s.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 03:30:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Giacomo, 
Autismi 1,2,3 e 4:
Letali, letali, letali; come al solito. Quindi complimenti direi, anche se leggerti e&#039; sempre un&#039;esperienza stancantissima e lacerante. Mi auguro che un giorno invece scrittura e lettura possano rivelarsi momenti di risoluzione. 

Sai che a me comunque la tua scrittura continua a rimandare alla Natalia Ginzburg?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giacomo,<br />
Autismi 1,2,3 e 4:<br />
Letali, letali, letali; come al solito. Quindi complimenti direi, anche se leggerti e&#8217; sempre un&#8217;esperienza stancantissima e lacerante. Mi auguro che un giorno invece scrittura e lettura possano rivelarsi momenti di risoluzione. </p>
<p>Sai che a me comunque la tua scrittura continua a rimandare alla Natalia Ginzburg?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Alcor		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/02/05/autismi-4-2a-parte/#comment-105034</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 09:57:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il mio ultimo commento l&#039;ho scritto dopo le tre di notte, perciò mi sento in debito di chiarezza.

Bloom,  lo si consideri o meno un uomo d&#039;ordine e un grande reazionario, al rapporto tra tradizione e talento individuale ha dedicato molte pagine, e ha individuato il rapporto tra tradizione e nuovo nel conflitto produttivo (vado giù un po&#039; della grossa).
Credo che fare i conti con un grande alle nostre spalle (oggi i concetti di grandezza e di tempo sono molto accelerati rispetto a quelli a cui fa riferimento Bloom, ma il meccanismo è sempre lo stesso)  abbia qualcosa di necessariamente cruento.
Il confronto non  può essere un semplice atto di devozione.
Mentre per ragioni a me oscure Bernhard mi sembra un autore prevalentemente &quot;citato&quot; nelle sue più evidenti cifre stilistiche, nella patina, piuttosto che affrontato fino in fondo attraverso il suo risentimento (che non è il suo unico tema).

Da un vero e produttivo confronto con B., almeno secondo me, dovrebbe uscire un testo in cui non si sia portati a sbattere subito il naso contro la ripresa e la ripetizione, cioè il suo registro in fondo più plateale, un testo in cui questa caratteristica così vistosa viene ripresa per indicare che si è su una strada (la scorciatoia di cui parlavo). 
Non ci può essere citazione se non nell&#039;ironia - e l&#039;ironia in questa resa dei conti è uno strumento debole - o nella devozione - e la devozione è uno strumento peggiore dell&#039;ironia per raggiungere lo scopo ultimo di uno scrittore che non può essere che trovare la propria voce. 
Anche se è una voce minore. Il confronto non può risolversi nella scoperta di essere un Bernhard più debole.
Alla ricerca della propria voce Trevisan a mio parere abdica per amore, ne è ipnotizzato, e per chi avesse Il ponte può andare direttamente a pagina 89. Trevisan sa quel che fa, è evidente, ma io mi chiedo, quel che fa porta alla nascita di un nuovo scrittore, o delega al &quot;padre&quot; le decisioni della sua pagina e si costringe volontariamente a essere più ancora di un epigono, un clone?
Prima tu dicevi che non te la senti di biasimare un autore che lasci trasparire così forte la voce di un altro.
Neppure io, il biasimo non c&#039;entra.
Mi interrogo però sul perchè di questa rinuncia volontaria, che a mio parere non è un confronto, ma la consegna della propria identità a un altro, di cui si sarà corollario, o clone, o figlio devoto.
E&#039; vero che una cifra così netta, affascinante e geniale come quella che ha trovato Bernhard  per mettere in scena il suo risentimento può far sembrare che quella sia l&#039;unica strada giusta, o che non sia possibile trovarne una migliore, ma a mio parere il compito di uno scrittore è correre il suo rischio confrontandosi e cercando il proprio nuovo, anche se è più debole.
Del resto, se si chiude nell&#039;imitazione, la sua debolezza diventerà inguaribile.
Questo ovviamente in generale, perchè Bernhard non è l&#039;unico a lasciare le sue tracce nelle pagine altrui.

Spero di essere stata più chiara sulle ragioni per cui ho notato negativamente anche nel tuo testo queste emergenze superficialmente bernhardiane.
Che magari saranno state accolte con favore da altri, non siamo tutti lettori uguali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mio ultimo commento l&#8217;ho scritto dopo le tre di notte, perciò mi sento in debito di chiarezza.</p>
<p>Bloom,  lo si consideri o meno un uomo d&#8217;ordine e un grande reazionario, al rapporto tra tradizione e talento individuale ha dedicato molte pagine, e ha individuato il rapporto tra tradizione e nuovo nel conflitto produttivo (vado giù un po&#8217; della grossa).<br />
Credo che fare i conti con un grande alle nostre spalle (oggi i concetti di grandezza e di tempo sono molto accelerati rispetto a quelli a cui fa riferimento Bloom, ma il meccanismo è sempre lo stesso)  abbia qualcosa di necessariamente cruento.<br />
Il confronto non  può essere un semplice atto di devozione.<br />
Mentre per ragioni a me oscure Bernhard mi sembra un autore prevalentemente &#8220;citato&#8221; nelle sue più evidenti cifre stilistiche, nella patina, piuttosto che affrontato fino in fondo attraverso il suo risentimento (che non è il suo unico tema).</p>
<p>Da un vero e produttivo confronto con B., almeno secondo me, dovrebbe uscire un testo in cui non si sia portati a sbattere subito il naso contro la ripresa e la ripetizione, cioè il suo registro in fondo più plateale, un testo in cui questa caratteristica così vistosa viene ripresa per indicare che si è su una strada (la scorciatoia di cui parlavo).<br />
Non ci può essere citazione se non nell&#8217;ironia &#8211; e l&#8217;ironia in questa resa dei conti è uno strumento debole &#8211; o nella devozione &#8211; e la devozione è uno strumento peggiore dell&#8217;ironia per raggiungere lo scopo ultimo di uno scrittore che non può essere che trovare la propria voce.<br />
Anche se è una voce minore. Il confronto non può risolversi nella scoperta di essere un Bernhard più debole.<br />
Alla ricerca della propria voce Trevisan a mio parere abdica per amore, ne è ipnotizzato, e per chi avesse Il ponte può andare direttamente a pagina 89. Trevisan sa quel che fa, è evidente, ma io mi chiedo, quel che fa porta alla nascita di un nuovo scrittore, o delega al &#8220;padre&#8221; le decisioni della sua pagina e si costringe volontariamente a essere più ancora di un epigono, un clone?<br />
Prima tu dicevi che non te la senti di biasimare un autore che lasci trasparire così forte la voce di un altro.<br />
Neppure io, il biasimo non c&#8217;entra.<br />
Mi interrogo però sul perchè di questa rinuncia volontaria, che a mio parere non è un confronto, ma la consegna della propria identità a un altro, di cui si sarà corollario, o clone, o figlio devoto.<br />
E&#8217; vero che una cifra così netta, affascinante e geniale come quella che ha trovato Bernhard  per mettere in scena il suo risentimento può far sembrare che quella sia l&#8217;unica strada giusta, o che non sia possibile trovarne una migliore, ma a mio parere il compito di uno scrittore è correre il suo rischio confrontandosi e cercando il proprio nuovo, anche se è più debole.<br />
Del resto, se si chiude nell&#8217;imitazione, la sua debolezza diventerà inguaribile.<br />
Questo ovviamente in generale, perchè Bernhard non è l&#8217;unico a lasciare le sue tracce nelle pagine altrui.</p>
<p>Spero di essere stata più chiara sulle ragioni per cui ho notato negativamente anche nel tuo testo queste emergenze superficialmente bernhardiane.<br />
Che magari saranno state accolte con favore da altri, non siamo tutti lettori uguali.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Alcor		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/02/05/autismi-4-2a-parte/#comment-105026</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 02:38:13 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=13825#comment-105026</guid>

					<description><![CDATA[La tua modesta anima infatti è la cosa che mi piace di più nel testo e che parla con una voce sua.

Quanto all&#039;influenza di Bernhard è in effetti un discorso lungo, rischia di essere un trappolone, soprattutto quando affiora nei testi altrui prevalentemente come ripresa e ripetizione.
Finisce per essere una semplice scorciatoia, più che un confronto.
Nel caso di Trevisan mi ha spinto a lasciar perdere e tornare all&#039;originale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La tua modesta anima infatti è la cosa che mi piace di più nel testo e che parla con una voce sua.</p>
<p>Quanto all&#8217;influenza di Bernhard è in effetti un discorso lungo, rischia di essere un trappolone, soprattutto quando affiora nei testi altrui prevalentemente come ripresa e ripetizione.<br />
Finisce per essere una semplice scorciatoia, più che un confronto.<br />
Nel caso di Trevisan mi ha spinto a lasciar perdere e tornare all&#8217;originale.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: giacomo s.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/02/05/autismi-4-2a-parte/#comment-105025</link>

		<dc:creator><![CDATA[giacomo s.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 01:11:29 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=13825#comment-105025</guid>

					<description><![CDATA[ps: ma naturalmente anche sui rapporti tra Helena Janeczek, altra dotatissima, e Bernhard, ci sarebbero da scrivere tre tesi di dottorato; certo, in lei c&#039;è il legame fortissimo con la lingua tedesca, più forte suppongo che per Kraspenhaar, ma lei scrive pur sempre in italiano, mica in tedesco;
poi basta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ps: ma naturalmente anche sui rapporti tra Helena Janeczek, altra dotatissima, e Bernhard, ci sarebbero da scrivere tre tesi di dottorato; certo, in lei c&#8217;è il legame fortissimo con la lingua tedesca, più forte suppongo che per Kraspenhaar, ma lei scrive pur sempre in italiano, mica in tedesco;<br />
poi basta</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: giacomo s.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/02/05/autismi-4-2a-parte/#comment-105024</link>

		<dc:creator><![CDATA[giacomo s.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 01:01:25 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=13825#comment-105024</guid>

					<description><![CDATA[@ alcor

premetto che non ho più l&#039;età, anagraficamente, ma soprattutto come grado di &quot;maturità/stanchezza&quot; raggiunte, per fare degli esercizi di scrittura, e che in questi testi, sotto l&#039;apparenza di leggerezza, e malgrado un indubbio carattere di “divertissement”, ci sto mettendo la mia modesta anima, come in tutti gli altri miei testi; se ho detto che sto provando, non era certo in questo senso;

sul rapporto con Bernhard, naturalmente ben cosciente, e voluto, e coscientemente calibrato (che poi il risultato sia riuscito o meno, e piaccia o meno, è un atro discorso), ci sarebbe da discutere tre giorni e tre notti. Bernhard come sappiamo tutti è un gigante, con il quale a mio avviso nessuno scrittore serio contemporaneo si può permettere di non fare i conti (come succede appunto con i giganti). Come dire, anche quando i miei registri sono ben differenti, anche quando lo faccio tacere in fondo a me, è sempre ben presente. E non è un caso - lasciando perdere questo caso che mi riguarda - che ogni tanto &quot;strabordi&quot; anche da altri scrittori italiani, e penso a scritture di gran talento, e per certi versi molto mature. Mi vengono in mente in particolare due autori che considero micidialmente dotati, e non a caso entrambi del nord, vale a dire Trevisan (il Ponte, ma anche alcuni racconti) e Krauspenhaar (Le cose come stanno). Confesso che mi è capitato pure a me di provare il disagio di cui parli (a dir la verità in entrambi i casi il riferimento era molto più smaccato, arrivando in certi passi quasi al “pastiche”). Ma personalmente né in un caso né nell&#039;altro me la sono sentita di biasimare l&#039;autore, perché ci vedevo pur sempre moltissima originalità. Certo, con alcune cadute, soprattutto in Trevisan (e lì provavo fastidio), nelle quali l’impalcatura bernhardiana mi sembrava non aderire più alla materia, molto italiana, che finiva per fare capolino. Ho cercato piuttosto di pensare, nello stesso tempo appunto ammirato e perplesso, al perché avessero entrambi bisogno di passare attraverso Bernhard. Come se il risentimento, o l’amore/risentimento, perché in Bernhard c’è naturalmente molto amore, faticasse a fare astrazione da Bernhard. Come se fosse un tasto che manca nella nostra tradizione (eppure ne abbiamo di risentiti!). Come se fosse un tasto sul quale c’è appunto seduto gelosamente sopra Bernhard, e ancora nessuno sia riuscito a scalzarlo. Ma appunto non ho delle risposte precise. Resto però convinto che gli scrittori più diversi si confrontano in fondo a scogli comuni. Che sono la lingua nazionale, tutto quello che la lingua veicola. E allora, come dire, anche ragionare sulle cadute può diventare molto interessante.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ alcor</p>
<p>premetto che non ho più l&#8217;età, anagraficamente, ma soprattutto come grado di &#8220;maturità/stanchezza&#8221; raggiunte, per fare degli esercizi di scrittura, e che in questi testi, sotto l&#8217;apparenza di leggerezza, e malgrado un indubbio carattere di “divertissement”, ci sto mettendo la mia modesta anima, come in tutti gli altri miei testi; se ho detto che sto provando, non era certo in questo senso;</p>
<p>sul rapporto con Bernhard, naturalmente ben cosciente, e voluto, e coscientemente calibrato (che poi il risultato sia riuscito o meno, e piaccia o meno, è un atro discorso), ci sarebbe da discutere tre giorni e tre notti. Bernhard come sappiamo tutti è un gigante, con il quale a mio avviso nessuno scrittore serio contemporaneo si può permettere di non fare i conti (come succede appunto con i giganti). Come dire, anche quando i miei registri sono ben differenti, anche quando lo faccio tacere in fondo a me, è sempre ben presente. E non è un caso &#8211; lasciando perdere questo caso che mi riguarda &#8211; che ogni tanto &#8220;strabordi&#8221; anche da altri scrittori italiani, e penso a scritture di gran talento, e per certi versi molto mature. Mi vengono in mente in particolare due autori che considero micidialmente dotati, e non a caso entrambi del nord, vale a dire Trevisan (il Ponte, ma anche alcuni racconti) e Krauspenhaar (Le cose come stanno). Confesso che mi è capitato pure a me di provare il disagio di cui parli (a dir la verità in entrambi i casi il riferimento era molto più smaccato, arrivando in certi passi quasi al “pastiche”). Ma personalmente né in un caso né nell&#8217;altro me la sono sentita di biasimare l&#8217;autore, perché ci vedevo pur sempre moltissima originalità. Certo, con alcune cadute, soprattutto in Trevisan (e lì provavo fastidio), nelle quali l’impalcatura bernhardiana mi sembrava non aderire più alla materia, molto italiana, che finiva per fare capolino. Ho cercato piuttosto di pensare, nello stesso tempo appunto ammirato e perplesso, al perché avessero entrambi bisogno di passare attraverso Bernhard. Come se il risentimento, o l’amore/risentimento, perché in Bernhard c’è naturalmente molto amore, faticasse a fare astrazione da Bernhard. Come se fosse un tasto che manca nella nostra tradizione (eppure ne abbiamo di risentiti!). Come se fosse un tasto sul quale c’è appunto seduto gelosamente sopra Bernhard, e ancora nessuno sia riuscito a scalzarlo. Ma appunto non ho delle risposte precise. Resto però convinto che gli scrittori più diversi si confrontano in fondo a scogli comuni. Che sono la lingua nazionale, tutto quello che la lingua veicola. E allora, come dire, anche ragionare sulle cadute può diventare molto interessante.</p>
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