‘Da nessuna parte’ e altre poesie

di Azzurra D’Agostino

Da “D’in nciun là”, I Quaderni del Battello Ebbro, 2003

Mi’ nòn am’ dsgiva:
“al sèèt tè, che mé
san stè in tì partisèèn?”
“nòn, mé ed politica
an capiss mja gninta”- disiva me
“ma infàt ai’n’era mja d’la politica;
a’i eren dì bosc negher
indovv ti stèvi òr e dé e setmèni
con ‘na fèm un bùr e ‘na pòra
e’d mòrìr adòss
comm’ i’ han sulament al bésti”
-am rispondeva lù.

Mio nonno mi diceva/ “lo sai tu, che io/ sono stato nei partigiani?”/ “nonno, io di politica/ non capisco niente” – dicevo io/ “ma infatti non c’era della politica;/ c’erano dei boschi bui/ dove stavi ore e giorni e settimane/ con una fame un buio e una paura/ di morire addosso/ come hanno soltanto le bestie”/ – mi rispondeva lui.

*

a R.
Il mi’ patoz
il mi’ scaraboch
tot megher e starlanchè
con du mèni grendi grendi
c’am diis
“con tot chi cavii che t’è
me a’i farii un nid
e po’ a’i dormirii denter
e in ti tu och meterii
a mol i pii
sulament un pog zast
pe’ camineer fresc in
‘sti mond leder”.
Po me a zig
e lù a’m tol i meen
e a’m porta fòra a feer dù paas.

Il mio ragazzetto/ il mio scarabocchio/ tutto magro e stropicciato/ con due mani grandi grandi/ che mi dice/ “con tutti quei capelli/ ci farei un nido / e poi ci dormirei dentro/ e nei tuoi occhi metterei/ a bagno i piedi/ solo un poco giusto/ per camminare fresco in/ questo mondo ladro”/ poi io piango/ e lui mi prende le mani/ e mi porta fuori a passeggiare.

*

Da “Con Ordine”, Ed. Lietocolle, 2005

Piano secondo. Cronicario.

Li hanno messi uno accanto all’altro
a filo delle pareti di modo
che non si notino tanto.
E io entro in questa stanza
un anfiteatro di corpi come foglie
ai piedi dell’albero.
Gli stracci i bavagli
l’odore di malattia
di cose da pulire,
da cui distogliere gli occhi.
Mi chiedo se è questo, lo scandalo,
il premere fuori ogni disarmo,
e oltre le lenti spesse e sporche da ritardati
fare mostra degli occhi e guardare
dritta la mia faccia come a dire:
eccomi, è tutto qui.

*

Lutto

E adès a’i ho da vudèr l’armèri
e trovv tòott ‘sti zavaj che a’ie vlù ‘na vida
a meter insemm e me in dù dé li ho bèli totti cuntà.
Ciapp in mèn al tù partfoj
comm’ al farj un lédér.
Chi san, mé, pàr savér
cos’al và tgnù e cos’al và cazè vj
me vurj sulamant il mì pòst ma
po a’ pens: i mj zavaj an’son brisa méj d’i too
ma a’m vool de pòst e ciàp un sàc
e ‘i caz denter incossa
i vestè par i puvràtt i quaderen con i cont
che tànt jen bèli scadù da un pez
e ogni queel c’a togg in meen
t’i è tè, e zig
parchè me an’te vurj mia cazer int’al rusc
comm’un boton zanza la gabena
che anc’al sèrt al s’è scurdà ed chi l’è.

E adesso devo svuotare l’armadio/ e trovo tutte queste cianfrusaglie che c’ è voluta una vita/ a mettere insieme e io in due giorni le ho già tutte contate./ Prendo in mano il tuo portafoglio/ come farebbe un ladro./ Chi sono, io , per sapere/ che cosa va tenuto e cosa va buttto via/ io vorrei solamente il mio posto ma/ poi penso: le mie cianfusaglie non sono meglio delle tue/ ma mi serve del posto e prendo un sacco/ e ci butto dentro tutto/ i vestiti da dare ai poveri i quaderni con i conti/ che tanto sono già scaduti da un pezzo/ e ogni cosa che prendo in mano/ sei tu, e piango/ perché non ti voglio buttare via/ come un bottone senza il cappotto/ che anche il sarto si è scordato di chi è.

*

poiesis significa fare

a Pierluigi Cappello

io scrivo sempre
curva, con
quel raccoglimento
da pioggia fuori
affratellata dai miei fogli sui ginocchi
a tutti quelli di prima e di poi
che da altre sponde
sui fogli si sono chinati.
siamo stati chiamati
mi ha detto una volta qualcuno
dal zufolare lento delle cose
da quel comporsi dell’aria
dal farsi giardino degli occhi.
ma si è tanto soli, ho pensato
mentre il lume
mi costruiva l’ombra in silenzio
e intorno tutto moriva
si riduceva a ciarpame.
volevo solo ridestarmi
ed essere altro, un qualcosa
di immediato da cogliere
in un solo sguardo
senza feritorie all’altro mondo.
ma non è vero, sai?
io qui resisto, noi tutti
resistiamo, un cordone di
poveri ciechi, quasi buffi a vedersi
in questo umido di acqua ai fianchi
che è la terra, una trincea
dove unico bagliore
è l’argento della catenatura.
ma c’è luce, c’è aria, c’è l’umido
delle bocche, c’è piangere bene,
c’è bambino, c’è parola, c’è
che c’è tutto nuovo, ogni volta.

*

Inediti

Nella bellezza dell’universo vi è un silenzio
che rispetto al silenzio di Dio è come un rumore

S. Weil

Come petrolio nel mare si allaga
nella notte la notte. Il buio riempie le conchiglie,
unisce i grani della sabbia chiude
gli occhi docili dei cormorani.
Stanno a galla le stelle nell’acqua nera
stropicciate nelle pozze, negli scoli.
Abitare qui è fatica. La fragile domanda,
lo scuro. Tutto questo è fatica.
Nel durissimo del nome solo ci è concesso
di stare. Non distogliere lo sguardo.
Attendere. Non muoversi. Non cercare.

*

E’ paltò.

L’era mort su marè,
Tonino, co’n brutt mêl in’t al stomeg
e mé di tênt in tênt a’ i andeva
a cà sua. Al doni sole a’ i pies e’dscorrer
un pôg. Alora am dêva e’vov
(marsala, zucher, alcol, ôvv e po’ basta,
– t’al lassi lè)
Tôleva e’bcer da la credenza
– un sôl – al scoseva la buteja
e po’ a m steva a guardêr.
At piês e’ross? Selta fora ‘na volta.
Mo si zia, c’am piês. Ma t’li porti i paltò?
Si, ai port. Perché me
a’i aveva comprà un paltò
ross, me al dgeva, a la mi’ età, via,
ma Tonino compralo compralo
e ai l’ho comprà – ma adess…
e n’al fniss mja, al parol
i ên un po’ tropp dimondi
enc al parôl in t’una stênza
già acsè grenda, vôda
co sulament nuèter du
e cl’arloj c’am piaseva tênt da zninza
Cu-cu – j ên bel al zenc, me alora a’vag
e via, a’ so beli in t e’ portôn
co’un grênd fredd, un silenzi adoss
E la sporta con e’ paltò in mên.

Il cappotto
Era morto suo marito/ Tonino, di un brutto male allo stomaco/ e io di tanto in tanto andavo/ a casa sua. Alle donne sole piace parlare/ un po’. Allora mi dava il Vov/ (marsala, zucchero, alcool uova e poi basta/ -lo lasci lì)/ Prendeva il bicchiere dalla credenza/ -uno solo- scossava la bottiglia/ e poi mi stava a guardare./ Ti piace il rosso? Salta fuori una volta/ Ma si zia, che mi piace. Ma li porti i cappotti?/ Si, li porto. Perché io/ avevo comprato un cappotto/ rosso, io dicevo, alla mia età, via,/ ma Tonino compralo compralo/ e l’ho comprato – ma adesso…./ e non finisce, le parole/ sono un po’ troppo/ anche le parole in una stanza/ già così grande, vuota/ con soltanto noialtre due/ e quell’orologio che mi piaceva da piccola/ Cu-cu – son già le cinque, io allora vado/ e via, son già nel portone/ con un gran freddo, un silenzio addosso/ e la borsa con il cappotto in mano

*
Celle

Dalle vedute di rade foglie e scalcinati muri
muraglie dove dietro ci si siede e si sospira:
è da qui che tutto è più chiaro.

Quando ad esempio si parla
di madri e passato e si pensa
a cosa non c’è ma che pure c’è stato
gli occhi si muovono in modo diverso.

Il resto è tutto venuto dopo quando
abbiamo cominciato a vedere quello
quello che mai avremmo voluto sapere.

Le volpi, di notte, se ci badi le senti, da quel lato
e con loro anche si sente l’odore di aperto, di prato.

22 COMMENTS

  1. Non avevo mail letto versi di questa poetessa, sono di una bellezza che toglie il fiato, grazie.

  2. Noto, tra le poesie in vernacolo e quelle in lingua, una sostanziale differenza nei “modi”. Le prime hanno un’impostazione interpersonale, un rapporto serrato col referente “egli”, una discorsività dialogica che le seconde non hanno, più chiuse in una sorta di assolutismo lirico che assume i toni della sentenza o della massima. Ma non so se ciò è voluto.

  3. Anch’io ho notato la differenza, e non solo quella che dice macondo, non credo sia “voluto” mi pare stia nel dialetto, che è la lingua di un’ esperienza diversa rispetto a quella trasmessa dalla lingua e anche di quella fatta attraverso la lingua.

  4. “in questo umido di acqua ai fianchi
    che è la terra, una trincea
    dove unico bagliore
    è l’argento della catenatura.
    ma c’è luce, c’è aria, c’è l’umido
    delle bocche, c’è piangere bene,
    c’è bambino, c’è parola, c’è
    che c’è tutto nuovo, ogni volta.”

    …!

    non so identificare il dialetto delle poesie in dialetto: veramente ostico per quelli che come me sono del centro italia e hanno solo parlate, sovente burine, e non sanno niente del mondo com’è, per quanto è complesso e terribile.

  5. La meraviglia, nelle poesie dialettali, è che spesso contengono, incastonati, veri gioielli.
    Quando poi il dialetto viene usato da un vero poeta, come in questo caso,
    ci troviamo davanti a uno scrigno di meraviglie.

    Per quanto riguarda ciò che è stato accennato da Macondo e Alcor: il poeta bilingue – se si può definire così – si trova a fare un’esperienza veramente strana.
    Dovendo spiegare con termini semplici, si direbbe quasi che avvenga uno sdoppiamento della personalità.
    E’ quello che capita a me, anche se non pretendo certo di aver raggiunto livelli paragonabili a quello di Azzurra D’Agostino.
    La linfa che si assorbe e che si esterna, poi, nella composizione verbale pare, nei due casi, provenire da piante totalmente diverse che ne determinano e stile e contenuto.
    Il linguaggio come “forma di vita” di Wittgenstein, penso possa trovare in questo fenomeno un’ulteriore verifica.
    La vita in una casa in cui si parla dialetto, si sente, ha una materialità, una consistenza che è difficile ritrovare in un salotto borghese.

  6. Poesie di grande bellezza, con immagini d’ardita purezza e ritmo originalissimo, una prosodia spontanea e incantata.

  7. Le poesie di Azzurra secondo me hanno tutte una matrice comune, sia le prime di questa mini-antologia sia le ultime: è la semplicità di una scrittura che vira a tratti verso la prosa pur conservando un ritmo che si modifica leggermente secondo l’occasione di scrittura. Almeno, questo è ciò che mi salta subito all’occhio.

    Il dialetto è quello di Porretta (correggetemi se sbaglio).

    Ha una fonetica molto intrigante.
    Credo che dietro l’uso del dialetto ci sia un richiamo alla lingua dell’affetto, di un’appartenenza più sentimentale che tradizionale.
    Per quest’uso “affettivo” del dialetto mi ha fatto venire in mente Elio Talòn (magari non c’azzecca un tubo però io una connessione ce la vedo).

    Ci tengo a far sapere che Azzurra è un’ottima interprete vocale del suo lavoro.

    Baci!

    M.

  8. Non capendo il dialetto di Porretta non so dire di queste poesie, ma solo di quelle in italiano che mi paiono “…!” come ho già scritto.

  9. strano che io sappia più o meno dire perché una poesia non mi piace, ma non sappia spiccicare parola quando invece mi piace.
    chissà se c’è qualcuno cui capita la stessa cosa.

  10. Francesca, sono bellissime. Sia in dialetto che in italiano. Risuonano dentro. Mi han commosso. E forse quando le poesie piacciono e non si sa che dire, come raccontarle è perchè han toccato un punto indicibile. Questa preziosa sensazione mi basta. ‘notte

  11. @tashtego

    a me capita la stessa cosa.
    Poi uno può prendere i versi a uno a uno espiegar(si) perché gli risuonano dentro tanto potentemente, ma così si rischia di fare della chirurgia su un corpo vivo (cioè praticamente della vivisezione).

    Le poesie di Azzurra D’Agostino – queste e altre che si possono leggere cercando un po’ in rete – sono molto belle.

    Quanto al dialetto: per me – lo dico perché mi succede la stessa cosa con altro vernacolo – il dialetto è la lingua del Heimat originario, la famiglia, i ricordi vocali dei nonni (“Mi’ nòn am’ dsgiva” non sarà un caso!), dei parenti più anziani, delle strade conosciute del piccolo paese. Come dice più su Marco Simonelli, è la lingua della sfera affettiva, e il suo “uso” non c’entra niente con il recupero della tradizione.

  12. Davvero belle. Assai.
    E quelle in dialetto mi ricordano non solo il ritmo ma anche la malinconia di Baldini.

  13. Mi fa piacere che ci sia chi scrive poesia seriamente nel nostro dialetto (che è, direi, un bolognese) perché di solito questo parlato, con annesso accento, ispira sorrisi, o risate: aspetti sui quali giocano anche alcuni comici, come Maurizio Ferrini, o il paradossale, gargantuesco (nonché mio compaesano di Alfonsine) Giacobazzi. Per quello che capisco io di poesia (da 1 a 10 diciamo 4), mi sembrano molto belle. Il bolognese comunque è un dialetto duro da leggere, anche per chi lo parla correttamente, per via di certe lettere bastarde (incroci di “e” con le “a”, accenti che non esistono ecc).

  14. Ringrazio tutti voi per questi commenti e Azzurra per la poesia. Vorrei dire solo una cosa, che forse non c’entra molto con i testi, ma è anche vero che quando i versi ti toccano è difficile esprimersi (come dice tashtego). Azzurra è di Porretta Terme, ‘scollinando’ da Pistoia verso Bologna, superando una parte di mondo che per me è fondamentale, anche quando sono lontana. Leggere le sue belle poesie è in parte tornare a casa e anche se indirettamente mi fa sentire ‘orgogliosa’ per quanto lo si può essere di un luogo.

  15. … grazie a tutti, davvero.
    ho notato che ha colpito la questione del dialetto. provo a accennarne. per me è lingua legata a certe cose assai concrete e precise. tutte cose che sono destinate a estinguere in modo imminente. ogni volta che scrivo una poesia in dialetto ho la sensazione che potrebbe essere la penultima, l’ultima. e l’italiano -e quello che può dire- non ne è affatto il calco, è altro ancora. grazie di nuovo di cuore per la lettura attenta e grazie a Francesca. Azzurra

  16. belle molto. E mi colpiscono quelle in dialetto.complimenti… Se poi Azzurra volesse mettersi in contatto con me, potrà richiedere l’indirizzo e-mail alla Francesca Matteoni… ( sto curando un volume sugli ‘ultimi romagnoli’…) Grazie.

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francesca matteonihttp://orso-polare.blogspot.com
Curo laboratori di poesia e fiabe per varie fasce d’età, insegno storia delle religioni e della magia presso alcune università americane di Firenze, conduco laboratori intuitivi sui tarocchi. Ho pubblicato questi libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Appunti dal parco (Vydia, 2012); Nel sonno. Una caduta, un processo, un viaggio per mare (Zona, 2014); Acquabuia (Aragno 2014). Dal sito Fiabe sono nati questi due progetti da me curati: Di là dal bosco (Le voci della luna, 2012) e ‘Sorgenti che sanno’. Acque, specchi, incantesimi (La Biblioteca dei Libri Perduti, 2016), libri ispirati al fiabesco con contributi di vari autori. Sono presente nell’antologia di poesia-terapia: Scacciapensieri (Millegru, 2015) e in Ninniamo ((Millegru 2017). Ho all’attivo pubblicazioni accademiche tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il mio primo romanzo. Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto nell’oristanese fra il dicembre 2015 e il settembre 2016. Abito in un borgo delle colline pistoiesi.