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	Commenti a: Tryptique récitatif: Giuseppe Schillaci, Paolo Grassi, Linda Calvino	</title>
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		<title>
		Di: Paolo Barrella		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Barrella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2009 12:16:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie Veronique, la tua interpretazione del mio racconto è molto ... poetica, poetica su una quotidianità che spesso non lo è.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Veronique, la tua interpretazione del mio racconto è molto &#8230; poetica, poetica su una quotidianità che spesso non lo è.</p>
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		Di: schillo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[schillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 17:54:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@natàlia: grazi grazi :-)]]></description>
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		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 16:04:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il primo racconto evoca la vita in tunnel della vegetazione.
Nella prima parte c&#039;è un respiro della natura: essere un albero con l&#039;anima del vento e della terra, sola preoccupazione di stare in piedi, di non muoversi, restare tra gli elementi. Ma forse il colore del testo si amareggia, fa il brusio di una minaccia, con la scoperta che sotto vegetazione e bellezza, si nasconde morte e inghiottire.

Il terzo racconto mostra il vincolo di violenza nel segreto della casa familiare.  La rabbia di una ragazza contro il padre, perché dentro il nodo dei sentimenti c&#039;è cielo bianco pesante del temporale, ambiente che stringe, opprime il petto. La morte &quot;giocata&quot; del padre è lo specchio del disaggio della ragazza. L&#039;ho letto cosi.

Assedio parla delle cose che ti fanno la vita in infierno. La macchina del taglia erba è una minaccia con i suoi denti, taglaire l&#039;energia, fare pelle nuova alla terra, lungo rombo. Tutte le cose della vita quotidiana fanno complicità per trascinare l&#039;uomo verso il lavoro: fanno un rumore che entra nella mente e fa l&#039;assedio del pensiero.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo racconto evoca la vita in tunnel della vegetazione.<br />
Nella prima parte c&#8217;è un respiro della natura: essere un albero con l&#8217;anima del vento e della terra, sola preoccupazione di stare in piedi, di non muoversi, restare tra gli elementi. Ma forse il colore del testo si amareggia, fa il brusio di una minaccia, con la scoperta che sotto vegetazione e bellezza, si nasconde morte e inghiottire.</p>
<p>Il terzo racconto mostra il vincolo di violenza nel segreto della casa familiare.  La rabbia di una ragazza contro il padre, perché dentro il nodo dei sentimenti c&#8217;è cielo bianco pesante del temporale, ambiente che stringe, opprime il petto. La morte &#8220;giocata&#8221; del padre è lo specchio del disaggio della ragazza. L&#8217;ho letto cosi.</p>
<p>Assedio parla delle cose che ti fanno la vita in infierno. La macchina del taglia erba è una minaccia con i suoi denti, taglaire l&#8217;energia, fare pelle nuova alla terra, lungo rombo. Tutte le cose della vita quotidiana fanno complicità per trascinare l&#8217;uomo verso il lavoro: fanno un rumore che entra nella mente e fa l&#8217;assedio del pensiero.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Paolo Grassi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Grassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 13:57:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro effeffe, 

il sottotitolo di cui sopra mi alluzza. Cerco subito qualche bozza da mandare, sperando di trovarne in tema.

il Grassi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro effeffe, </p>
<p>il sottotitolo di cui sopra mi alluzza. Cerco subito qualche bozza da mandare, sperando di trovarne in tema.</p>
<p>il Grassi</p>
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		<title>
		Di: francesco forlani		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 10:29:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[e comunque il racconto era questo:

Paolo Grassi
Featuring Ground Zero


Oltrepassate le cime di Lilliput, il tenente smetterà di fissarmi storto. Non che io lo veda, imbracato così stretto al mio sedile, fronte orientata allo schermo e al bottone rosso sotto chiave. Ma i suoi occhi mi puntano, ne sono certo, li sento prudere addosso e pungere, come l’alito della sua invidia, il rollio isterico della menta piperita in gomma nel suo palato. Roba da accavallare i nervi, vorrei che la piantasse, ma è inutile discutere adesso, solo non capisco, sul serio, perché se la sia presa tanto.
D’accordo, lo so, toccherà all’insignificante sottoscritto l’incarico di dare inizio alla vera festa, spezzare il filo ramato del sigillo, armare il confetto e premere il dannato bottone: onore e gloria a me, titoli di testa e copertine, ma è il comando che ha deciso. Faccio solo il mio dovere. Niente di personale, quindi, niente contro di lui. A me volare neanche piace, potrebbe tentare almeno lo sforzo di collaborare, avere il buon gusto di capire. E quant’è ingenuo, invece: ancora crede che a contare davvero, questa volta, siano la sua casacca di cotone pluridecorato al merito, i bersagli massacrati al simulatore e i pettorali d’acciaio. Povero scemo, da primo della brigata gli è toccato farmi da navigatore, da balia, come se davvero ne occorresse una per premere un bottone.
Gli rode l’intestino, lo fa impazzire, ma il solo responsabile è il test, non io. E lo sanno i generali, benché non vada a genio neanche a loro la mia divisa da civile, la giacchetta lisa da impiegato comunale: “Desolato, la mimetica non è il mio stile”; lo sanno i sergenti istruttori, ancora giù al campo a sfottermi per la schiena ricurva, deprecare il fiato corto e la pancia molle, ma sufficientemente ragionevoli da capire quanta poca spina dorsale serva, in fondo, per premere un bottone. Ad accettarlo sono tutti, presidenza e ministeri, servizi e sacerdoti, ma ancora lui non vuole, si rifiuta, convinto che questo posto sia il suo.
Lo psicologo del genio bombardieri aveva calcolato anche questo: un soldato di carriera come il tenente non ammette capogiri da catena di comando rovesciata e un civile a bordo, qualsiasi cosa accada, è un sasso troppo duro da mandare giù. Ma che non voglia riconoscere la mia idoneità al test è davvero infantile. Gioca a fare il sordo sui rapporti delle missioni fallite, ufficiali con le palle di roccia quanto lui, né più né meno, rientrati a casa senza ferire di striscio un piccione: rapidi volteggi, l’obiettivo a fuoco e neanche una pallottola di carta contro il gigante nudo. Il fior fiore di truppe scelte, geni balistici, cecchini di ghiaccio ridotti a innocui contemplatori inebetiti, deliranti, capaci solo di ripetere che era troppo bello, sì, che dal vivo era qualcosa di meraviglioso. Chi ne aveva abbozzato un ritratto, chi scattato fotografie, chi ne aveva addirittura scritto in versi, persuaso dalla grandezza sfrontata, dalla docile decadenza, dal sorriso perfetto con denti estesi come colline, trepidi come reclute al primo colpo di fucile. Un’armata di eroi ridotta a circolo di poeti gentili, sgretolati davanti alla visione di un gigante, disteso per chilometri sulla pianura, senza che egli faccia nulla di più che posare sdraiato sull’erba, beatamente, girandosi e rigirandosi come in dormiveglia, nudo e pigro, stiracchiandosi con infinito compiacimento. E se ne resta lì ad arricciare un boccolo di capelli, disegnare cerchi nel grano, gemere e mugugnare per capriccio in un canto amplificato di megattera, assordante e magnifico, per l’invidia e la fobia dei lillipuziani, per l’imbarazzo del comando, per l’agonia del mondo all’improvviso diventato piccolo.
Hanno ingaggiato altri soldati, hanno tentato di nuovo, poi delegato, deviato, mano destra all’insaputa della sinistra, ma a un tratto restava sempre qualche bottone da premere, una risoluzione da compiere, e chi di dovere cedeva, sabotava o impediva. Arruolare il popolo è stata l’ultima risorsa, scovare qualcuno che sostenesse il peso, non esitasse, e allora è servito il test, nessun abitante escluso, anche solo per capire se la patria fosse ancora capace di aggredire il mostro, oppure soccombere d’invidia e perire d’essa.
Vorrei che il tenente accettasse l’esito del test, che se la prendesse con il punteggio, non con me. Chissà cos’ha risposto lui, del resto? Nei fogli con i pasticci d’inchiostro, ad esempio, io ho visto una vagina e il teschio di una salamandra, tanto ognuno ci vede quel che vuole. E ho provato una vergogna calda per tutta quella pornografia che nascondo in ufficio, fra le pratiche e i bolli. Come è stato bizzarro raccontare del mio ultimo sogno su un cane che indossa il casco da football e mi ripete di correre, correre come non ho mai corso per la salvezza della mia anima, ma non so. Forse è per via del ricordo di bambino, il mio libro sugli animali terrestri, con la coppia di gattini sulla copertina, i loro sguardi rivolti a me: cuccioli da strappare il cuore. Una vertigine, un’emozione mai provata prima. Non era tenerezza, non era eccitazione e neanche era libido. Li osservavo senza poterne fare a meno e qualcosa dentro mi batteva, pulsava sul diaframma fino a darmi un’idea di vomito. Sentivo di volerli amare, li volevo, ne morivo, e cercavo di capire cosa avrei potuto fare per combattere quel torpore, cancellarlo o domarlo, comunque venirne a capo. Li continuavo a fissare fino alle lacrime, non capivo, li temevo, li rassicuravo, mi sentivo inetto, come stare davanti a un angelo, non avrei saputo cosa farci. Non avrei saputo fare nulla. Erano lì davanti e mi mettevano in croce senza che capissi come o perché. Tutto qui, poi strappai la foto. E lo psicologo dei bombardieri ha fatto una faccia strana, come di sollievo. Ma non so, davvero. Sono il primo di un test, è il comando che ha deciso, e il comando non sbaglia mai troppe volte, questa è quella giusta, lo sento.
Ecco cosa dovrebbe capire il tenente: è un bene che io sia qui, gli faccio un bel favore, forse un po’ di gloria si rifletterà su di lui e certamente ne uscirà pulito. Che sconfitta se tornasse alla base con gli scatti del gigante sulla sua digitale, le linee del volto da militare di ferro rammollite in smorfie timide e impacciate, perché neanche le ragazzine al bar se lo filerebbero più, scoprendolo debole tanto quanto loro, ricoverato per accertamenti assieme al resto degli eroi falliti.
In fondo è sciocco che mi preoccupi. Tra poco anche il tenente capirà. Smetterà di fissarmi a quel modo, e le mie spalle torneranno finalmente leggere.
Prima rimarrà in silenzio, poi sibilerà “Dio onnipotente”, inghiottendo la gomma e serrando i denti. “Dio onnipotente” ripeterà come un mantra, con l’identica voce stordita che ogni scatola nera delle missioni precedenti ha registrato impietosa sul nastro. E alla fine capirà, ammetterà che non ci sarebbe mai riuscito. Capirà una volta che avrò sganciato, quando il fianco del gigante, stavolta, si scioglierà sotto di noi, il fungo incandescente si eleverà dalla sua carne in un tuono che scuoterà la valle, spazzando come colpo di spugna tutto quanto, liofilizzando ogni muscolo, setacciandolo a velocità iperbolica in un anello di aria compressa e fuoco.
Oltrepassate le cime di Lilliput, s’intravede qualcosa laggiù. Qualcosa di grande, qualcosa che in video non è la stessa cosa.
Il tenente non mi fissa più, ha smesso di masticare, e a me qualcosa comincia a bruciare dentro, divampa, mentre all’orizzonte si stagliano, baciate dai primi riflessi di sole arancione, le poderose natiche di Gulliver.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>e comunque il racconto era questo:</p>
<p>Paolo Grassi<br />
Featuring Ground Zero</p>
<p>Oltrepassate le cime di Lilliput, il tenente smetterà di fissarmi storto. Non che io lo veda, imbracato così stretto al mio sedile, fronte orientata allo schermo e al bottone rosso sotto chiave. Ma i suoi occhi mi puntano, ne sono certo, li sento prudere addosso e pungere, come l’alito della sua invidia, il rollio isterico della menta piperita in gomma nel suo palato. Roba da accavallare i nervi, vorrei che la piantasse, ma è inutile discutere adesso, solo non capisco, sul serio, perché se la sia presa tanto.<br />
D’accordo, lo so, toccherà all’insignificante sottoscritto l’incarico di dare inizio alla vera festa, spezzare il filo ramato del sigillo, armare il confetto e premere il dannato bottone: onore e gloria a me, titoli di testa e copertine, ma è il comando che ha deciso. Faccio solo il mio dovere. Niente di personale, quindi, niente contro di lui. A me volare neanche piace, potrebbe tentare almeno lo sforzo di collaborare, avere il buon gusto di capire. E quant’è ingenuo, invece: ancora crede che a contare davvero, questa volta, siano la sua casacca di cotone pluridecorato al merito, i bersagli massacrati al simulatore e i pettorali d’acciaio. Povero scemo, da primo della brigata gli è toccato farmi da navigatore, da balia, come se davvero ne occorresse una per premere un bottone.<br />
Gli rode l’intestino, lo fa impazzire, ma il solo responsabile è il test, non io. E lo sanno i generali, benché non vada a genio neanche a loro la mia divisa da civile, la giacchetta lisa da impiegato comunale: “Desolato, la mimetica non è il mio stile”; lo sanno i sergenti istruttori, ancora giù al campo a sfottermi per la schiena ricurva, deprecare il fiato corto e la pancia molle, ma sufficientemente ragionevoli da capire quanta poca spina dorsale serva, in fondo, per premere un bottone. Ad accettarlo sono tutti, presidenza e ministeri, servizi e sacerdoti, ma ancora lui non vuole, si rifiuta, convinto che questo posto sia il suo.<br />
Lo psicologo del genio bombardieri aveva calcolato anche questo: un soldato di carriera come il tenente non ammette capogiri da catena di comando rovesciata e un civile a bordo, qualsiasi cosa accada, è un sasso troppo duro da mandare giù. Ma che non voglia riconoscere la mia idoneità al test è davvero infantile. Gioca a fare il sordo sui rapporti delle missioni fallite, ufficiali con le palle di roccia quanto lui, né più né meno, rientrati a casa senza ferire di striscio un piccione: rapidi volteggi, l’obiettivo a fuoco e neanche una pallottola di carta contro il gigante nudo. Il fior fiore di truppe scelte, geni balistici, cecchini di ghiaccio ridotti a innocui contemplatori inebetiti, deliranti, capaci solo di ripetere che era troppo bello, sì, che dal vivo era qualcosa di meraviglioso. Chi ne aveva abbozzato un ritratto, chi scattato fotografie, chi ne aveva addirittura scritto in versi, persuaso dalla grandezza sfrontata, dalla docile decadenza, dal sorriso perfetto con denti estesi come colline, trepidi come reclute al primo colpo di fucile. Un’armata di eroi ridotta a circolo di poeti gentili, sgretolati davanti alla visione di un gigante, disteso per chilometri sulla pianura, senza che egli faccia nulla di più che posare sdraiato sull’erba, beatamente, girandosi e rigirandosi come in dormiveglia, nudo e pigro, stiracchiandosi con infinito compiacimento. E se ne resta lì ad arricciare un boccolo di capelli, disegnare cerchi nel grano, gemere e mugugnare per capriccio in un canto amplificato di megattera, assordante e magnifico, per l’invidia e la fobia dei lillipuziani, per l’imbarazzo del comando, per l’agonia del mondo all’improvviso diventato piccolo.<br />
Hanno ingaggiato altri soldati, hanno tentato di nuovo, poi delegato, deviato, mano destra all’insaputa della sinistra, ma a un tratto restava sempre qualche bottone da premere, una risoluzione da compiere, e chi di dovere cedeva, sabotava o impediva. Arruolare il popolo è stata l’ultima risorsa, scovare qualcuno che sostenesse il peso, non esitasse, e allora è servito il test, nessun abitante escluso, anche solo per capire se la patria fosse ancora capace di aggredire il mostro, oppure soccombere d’invidia e perire d’essa.<br />
Vorrei che il tenente accettasse l’esito del test, che se la prendesse con il punteggio, non con me. Chissà cos’ha risposto lui, del resto? Nei fogli con i pasticci d’inchiostro, ad esempio, io ho visto una vagina e il teschio di una salamandra, tanto ognuno ci vede quel che vuole. E ho provato una vergogna calda per tutta quella pornografia che nascondo in ufficio, fra le pratiche e i bolli. Come è stato bizzarro raccontare del mio ultimo sogno su un cane che indossa il casco da football e mi ripete di correre, correre come non ho mai corso per la salvezza della mia anima, ma non so. Forse è per via del ricordo di bambino, il mio libro sugli animali terrestri, con la coppia di gattini sulla copertina, i loro sguardi rivolti a me: cuccioli da strappare il cuore. Una vertigine, un’emozione mai provata prima. Non era tenerezza, non era eccitazione e neanche era libido. Li osservavo senza poterne fare a meno e qualcosa dentro mi batteva, pulsava sul diaframma fino a darmi un’idea di vomito. Sentivo di volerli amare, li volevo, ne morivo, e cercavo di capire cosa avrei potuto fare per combattere quel torpore, cancellarlo o domarlo, comunque venirne a capo. Li continuavo a fissare fino alle lacrime, non capivo, li temevo, li rassicuravo, mi sentivo inetto, come stare davanti a un angelo, non avrei saputo cosa farci. Non avrei saputo fare nulla. Erano lì davanti e mi mettevano in croce senza che capissi come o perché. Tutto qui, poi strappai la foto. E lo psicologo dei bombardieri ha fatto una faccia strana, come di sollievo. Ma non so, davvero. Sono il primo di un test, è il comando che ha deciso, e il comando non sbaglia mai troppe volte, questa è quella giusta, lo sento.<br />
Ecco cosa dovrebbe capire il tenente: è un bene che io sia qui, gli faccio un bel favore, forse un po’ di gloria si rifletterà su di lui e certamente ne uscirà pulito. Che sconfitta se tornasse alla base con gli scatti del gigante sulla sua digitale, le linee del volto da militare di ferro rammollite in smorfie timide e impacciate, perché neanche le ragazzine al bar se lo filerebbero più, scoprendolo debole tanto quanto loro, ricoverato per accertamenti assieme al resto degli eroi falliti.<br />
In fondo è sciocco che mi preoccupi. Tra poco anche il tenente capirà. Smetterà di fissarmi a quel modo, e le mie spalle torneranno finalmente leggere.<br />
Prima rimarrà in silenzio, poi sibilerà “Dio onnipotente”, inghiottendo la gomma e serrando i denti. “Dio onnipotente” ripeterà come un mantra, con l’identica voce stordita che ogni scatola nera delle missioni precedenti ha registrato impietosa sul nastro. E alla fine capirà, ammetterà che non ci sarebbe mai riuscito. Capirà una volta che avrò sganciato, quando il fianco del gigante, stavolta, si scioglierà sotto di noi, il fungo incandescente si eleverà dalla sua carne in un tuono che scuoterà la valle, spazzando come colpo di spugna tutto quanto, liofilizzando ogni muscolo, setacciandolo a velocità iperbolica in un anello di aria compressa e fuoco.<br />
Oltrepassate le cime di Lilliput, s’intravede qualcosa laggiù. Qualcosa di grande, qualcosa che in video non è la stessa cosa.<br />
Il tenente non mi fissa più, ha smesso di masticare, e a me qualcosa comincia a bruciare dentro, divampa, mentre all’orizzonte si stagliano, baciate dai primi riflessi di sole arancione, le poderose natiche di Gulliver.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Al De Santis		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/04/30/tryptique-recitatif-giuseppe-schillaci-paolo-grassi-linda-calvino/#comment-111449</link>

		<dc:creator><![CDATA[Al De Santis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 10:25:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il Grassi lo avverto subito caro Francesco.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Grassi lo avverto subito caro Francesco.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: effeffe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/04/30/tryptique-recitatif-giuseppe-schillaci-paolo-grassi-linda-calvino/#comment-111448</link>

		<dc:creator><![CDATA[effeffe]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 10:18:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[errata corrige al
grassi che ha partecipato classificandosi secondo ha scritto un racconto diverso da quello che hai letto che invece è di Paolo Barrella,. gli dedicherò un post a parte grazie alla tua raccomandazione, anzi digli pure di scrivermi (ma magari leggerà il messaggio anche lui, magari...)  a francesco.forlani@wanadoo.fr, e di mandarmi tre racconti per un tryptique dal sotto titolo, la sfiga esiste ma può mutare vinto.
effeffe
ps
@ Leonardo, per questo tuo errore di scambio minimo minimo mi paghi il caffè e l&#039;ammazzacaffè]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>errata corrige al<br />
grassi che ha partecipato classificandosi secondo ha scritto un racconto diverso da quello che hai letto che invece è di Paolo Barrella,. gli dedicherò un post a parte grazie alla tua raccomandazione, anzi digli pure di scrivermi (ma magari leggerà il messaggio anche lui, magari&#8230;)  a <a href="mailto:francesco.forlani@wanadoo.fr">francesco.forlani@wanadoo.fr</a>, e di mandarmi tre racconti per un tryptique dal sotto titolo, la sfiga esiste ma può mutare vinto.<br />
effeffe<br />
ps<br />
@ Leonardo, per questo tuo errore di scambio minimo minimo mi paghi il caffè e l&#8217;ammazzacaffè</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: natàlia castaldi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/04/30/tryptique-recitatif-giuseppe-schillaci-paolo-grassi-linda-calvino/#comment-111447</link>

		<dc:creator><![CDATA[natàlia castaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 10:02:11 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=17246#comment-111447</guid>

					<description><![CDATA[io tengo d&#039;occhio Giuseppe Schillaci ... 
bravi tutti, bravo Giuseppe.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>io tengo d&#8217;occhio Giuseppe Schillaci &#8230;<br />
bravi tutti, bravo Giuseppe.</p>
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		<title>
		Di: Al De Santis		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/04/30/tryptique-recitatif-giuseppe-schillaci-paolo-grassi-linda-calvino/#comment-111437</link>

		<dc:creator><![CDATA[Al De Santis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 08:22:46 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=17246#comment-111437</guid>

					<description><![CDATA[Tenete d&#039;occhio Paolo Grassi e il suo &quot;Daruma&quot;...
Io l&#039;ho già fatto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tenete d&#8217;occhio Paolo Grassi e il suo &#8220;Daruma&#8221;&#8230;<br />
Io l&#8217;ho già fatto.</p>
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			</item>
	</channel>
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