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	Commenti a: Halt! ego &#8211; per una ontologia dell&#8217;esilio	</title>
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		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/06/19/halt-ego-per-una-ontologia-dellesilio/#comment-114407</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2009 10:12:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A Salvatore (Saldan)

Mi sembra che la tua esperienza dell&#039;esilio sia rivolta,
grido interiore, non c&#039;è bisogno di partire per sentire
l&#039;esilio, il centro della sua anima, della sua aspirazione,
come isolato.
E&#039; propio il sentimento del nuotatore. Dietro la spiaggia della realtà,
il sentimento di vedere la riva in un altra luce, strana.
L&#039;esilio puo avere un senso intimo e politico: per un momento mi distacco
dalla mia communità, mi separo, nuoto con la mia libertà.

La lingua madre, che ho tradotto lingua materna ( dal francese, che mi sembra esprimere l&#039;idea non della figura della madre, ma nel senso ( portare in se la lingua come maternità) Per altri, l&#039;esilio è sentimento di lasciare dietro la patria ( il lato paterno). Mi sembra che la mia malinconia d&#039;esilio sarebbe l&#039;abbandono del corpo materno, del corpo della lingua.

L&#039;esilio spinge all&#039;invenzione, al moto, alla metamorfosi, all&#039;avventura di se.
Esilio/asilo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Salvatore (Saldan)</p>
<p>Mi sembra che la tua esperienza dell&#8217;esilio sia rivolta,<br />
grido interiore, non c&#8217;è bisogno di partire per sentire<br />
l&#8217;esilio, il centro della sua anima, della sua aspirazione,<br />
come isolato.<br />
E&#8217; propio il sentimento del nuotatore. Dietro la spiaggia della realtà,<br />
il sentimento di vedere la riva in un altra luce, strana.<br />
L&#8217;esilio puo avere un senso intimo e politico: per un momento mi distacco<br />
dalla mia communità, mi separo, nuoto con la mia libertà.</p>
<p>La lingua madre, che ho tradotto lingua materna ( dal francese, che mi sembra esprimere l&#8217;idea non della figura della madre, ma nel senso ( portare in se la lingua come maternità) Per altri, l&#8217;esilio è sentimento di lasciare dietro la patria ( il lato paterno). Mi sembra che la mia malinconia d&#8217;esilio sarebbe l&#8217;abbandono del corpo materno, del corpo della lingua.</p>
<p>L&#8217;esilio spinge all&#8217;invenzione, al moto, alla metamorfosi, all&#8217;avventura di se.<br />
Esilio/asilo.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Salvatore D'Angelo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/06/19/halt-ego-per-una-ontologia-dellesilio/#comment-114396</link>

		<dc:creator><![CDATA[Salvatore D'Angelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 17:55:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tra l&#039;altro, molto bella e considivisibile l&#039; idea  di véronique della malinconia dell&#039;esilio legata alla &quot;lingua materna&quot;, in senso letterale e metaforico; e l&#039;idea dell&#039; esilio volontario che esprime la sua potenziale libertà attraverso la &quot;lingua&quot; del paese d&#039;esilio &quot;d&#039;elezione&quot;, che diviene, di nuovo, lingua dell&#039;infanzia e della meraviglia infantile: Com&#039;è vero! Non solo perchè  queste due idee le esprime  &quot;plasticamente&quot;, in un  italiano fragrante di  lingua materna, ma anche &quot;reinventato&quot; da quella cadenza straniera, e perciò fresco e nuovo. E poi  perchè  questo lo hanno dimostrato moltissimi  grandi narratori &quot;esiliati&quot; dalla propria patria e dalla propria linguamadre: penso a  Joseph Teodor Nalecz Korzeniowski di Gdanks (Polonia), altrimentri e universalmente noto come JOSEPH CONRAD, grandissimo narratore del sentimento dell&#039;esilio, anzi dei sentimenti degli esilii, in quasi tutti i suoi testi più grandi e significativi, da Cuore di tenebra a La Linea d&#039;Ombra, da The Rover a An Outcast of the Islands, da The Secret Sharer (il Compagno Segreto) a Under Western Eyes (Con gli Occhi dell&#039;Occidente). 

A ben vedere, personaggi e storie sempre &quot;al limite&quot;, uomini &quot;disadattati&quot; , incapaci di accettare situazioni e/o realtà a loro estranei, appunto perchè personaggi &quot;esiliati&quot; da contesti interiori (ancor prima che materiali), minati da un forte, inavvertito sentimento dell&#039; esilio. Sì, Conrad è davvero uno dei padri fondatori della letteratura dell&#039;esilio, degli esilii. E si esprimeva in un inglese che gli  rimase sempre &quot;lingua straniera&quot;, benchè vi si fosse stabilito in Inghilterra, e fosse stato naturalizzato cittadino britannico;  &quot;lingua straniera&quot;, ma una grande lingua inglese, in anticipo sui tempi tardo vittoriani, ricca di mediazioni dal francese e che si impenna proprio quando assume l&#039;inconscio tratto della &quot;lingua materna&quot; (il polacco), come dice Véronique. 

Sì, grande Conrad, il vero padre precursore del romanzo del novecento e dell&#039;antieroe.

A ben pensarci, i continui &quot;referti&quot; dei &quot;pensieri&quot; di molti suoi personaggi, sono stati il  vero &quot;stream of consciousness&quot;, ancora prima di quello di Virginia Wolf e di Joyce. Grande Korzeniowsi, che volle farsi Joseph Conrad, e che in fondo in fondo rimase sempre Teodor Nalecz K. : e questa fu la radice - creativa- del suo esilio, dei suoi esilii. Per nostra fortuna (letteraria).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra l&#8217;altro, molto bella e considivisibile l&#8217; idea  di véronique della malinconia dell&#8217;esilio legata alla &#8220;lingua materna&#8221;, in senso letterale e metaforico; e l&#8217;idea dell&#8217; esilio volontario che esprime la sua potenziale libertà attraverso la &#8220;lingua&#8221; del paese d&#8217;esilio &#8220;d&#8217;elezione&#8221;, che diviene, di nuovo, lingua dell&#8217;infanzia e della meraviglia infantile: Com&#8217;è vero! Non solo perchè  queste due idee le esprime  &#8220;plasticamente&#8221;, in un  italiano fragrante di  lingua materna, ma anche &#8220;reinventato&#8221; da quella cadenza straniera, e perciò fresco e nuovo. E poi  perchè  questo lo hanno dimostrato moltissimi  grandi narratori &#8220;esiliati&#8221; dalla propria patria e dalla propria linguamadre: penso a  Joseph Teodor Nalecz Korzeniowski di Gdanks (Polonia), altrimentri e universalmente noto come JOSEPH CONRAD, grandissimo narratore del sentimento dell&#8217;esilio, anzi dei sentimenti degli esilii, in quasi tutti i suoi testi più grandi e significativi, da Cuore di tenebra a La Linea d&#8217;Ombra, da The Rover a An Outcast of the Islands, da The Secret Sharer (il Compagno Segreto) a Under Western Eyes (Con gli Occhi dell&#8217;Occidente). </p>
<p>A ben vedere, personaggi e storie sempre &#8220;al limite&#8221;, uomini &#8220;disadattati&#8221; , incapaci di accettare situazioni e/o realtà a loro estranei, appunto perchè personaggi &#8220;esiliati&#8221; da contesti interiori (ancor prima che materiali), minati da un forte, inavvertito sentimento dell&#8217; esilio. Sì, Conrad è davvero uno dei padri fondatori della letteratura dell&#8217;esilio, degli esilii. E si esprimeva in un inglese che gli  rimase sempre &#8220;lingua straniera&#8221;, benchè vi si fosse stabilito in Inghilterra, e fosse stato naturalizzato cittadino britannico;  &#8220;lingua straniera&#8221;, ma una grande lingua inglese, in anticipo sui tempi tardo vittoriani, ricca di mediazioni dal francese e che si impenna proprio quando assume l&#8217;inconscio tratto della &#8220;lingua materna&#8221; (il polacco), come dice Véronique. </p>
<p>Sì, grande Conrad, il vero padre precursore del romanzo del novecento e dell&#8217;antieroe.</p>
<p>A ben pensarci, i continui &#8220;referti&#8221; dei &#8220;pensieri&#8221; di molti suoi personaggi, sono stati il  vero &#8220;stream of consciousness&#8221;, ancora prima di quello di Virginia Wolf e di Joyce. Grande Korzeniowsi, che volle farsi Joseph Conrad, e che in fondo in fondo rimase sempre Teodor Nalecz K. : e questa fu la radice &#8211; creativa- del suo esilio, dei suoi esilii. Per nostra fortuna (letteraria).</p>
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		<title>
		Di: Salvatore D'Angelo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/06/19/halt-ego-per-una-ontologia-dellesilio/#comment-114394</link>

		<dc:creator><![CDATA[Salvatore D'Angelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 17:18:24 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=18668#comment-114394</guid>

					<description><![CDATA[“Nel quadro di determinate istituzioni, nel mezzo di circostanze socio-politiche tutto sommato esterne, l’esilio volontario è sempre un grido di rivolta. Eppure questo grido risuona una sola volta, nello spazio di un istante, nel momento stesso in cui la decisione è presa: è un no senza condizioni e irrevocabile. Non lo si può né prolungare, né ripetere, perché è stato lanciato una volta per tutte. Eppure, ci è impossibile vivere nella negazione pura. Inoltre, la vita concreta di un essere umano non si svolge nei limiti di un certo quadro istituzionale e di determinate circostanze socio-politiche. La vita è un affare privato. Una volta definita la nostra posizione di principio davanti alle circostanze che ci condizionano e che non abbiamo scelto, ci restano da fare molte altre cose. Siamo allora di fronte ad un nuovo bivio, dove una strada conduce all’esilio subito, l’altra verso l’esilio trasfigurato.”

Non conoscevo il testo della Linhartová, molto bello, tra l’altro, ricco di spunti e stimoli. Grazie a effeffe per averlo riproposto. A pensarci bene, se penso alla mia vita “così come la percepisco dentro”,   spesso ho provato il sentimento dell’esilio, sotto varie sfumature. Il sonetto che segue è una delle tante  ( e non  delle più significative).



IL N ‘ Y A QUE L’EXILE LA CIRCE AFFERMA



Il n’y a que l’exile la Circe afferma
ed ha ragione qui non c’è ch’esilio 
da notti insonni dalla terraferma
dalla vana/gloria da quel concilio

di dèi che incombono da mille storie
vuote che ti consumano la vita
senza santi né madonne vittorie
di carta e a messa già  finita.

Sì non è ch’esilio questo sottrarsi
a scambi ed avventure ai pranzi
e ai benestare questo ritrarsi
al margine lontano dagli avanzi..

Ribelli senza causa sì non resta
che la rabbia la sbornia della festa..


S. D. A . , 14 . 2 . 2008


Sì, sarebbe molto interessante dedicare il prossimo numero di SUD all’esilio, agli ESILII….. E mi viene in mente una bella canzone dei King Crimson, del 1973, dall’album “Larks’ Tongues in Aspic”, dal titolo EXILES, appunto…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Nel quadro di determinate istituzioni, nel mezzo di circostanze socio-politiche tutto sommato esterne, l’esilio volontario è sempre un grido di rivolta. Eppure questo grido risuona una sola volta, nello spazio di un istante, nel momento stesso in cui la decisione è presa: è un no senza condizioni e irrevocabile. Non lo si può né prolungare, né ripetere, perché è stato lanciato una volta per tutte. Eppure, ci è impossibile vivere nella negazione pura. Inoltre, la vita concreta di un essere umano non si svolge nei limiti di un certo quadro istituzionale e di determinate circostanze socio-politiche. La vita è un affare privato. Una volta definita la nostra posizione di principio davanti alle circostanze che ci condizionano e che non abbiamo scelto, ci restano da fare molte altre cose. Siamo allora di fronte ad un nuovo bivio, dove una strada conduce all’esilio subito, l’altra verso l’esilio trasfigurato.”</p>
<p>Non conoscevo il testo della Linhartová, molto bello, tra l’altro, ricco di spunti e stimoli. Grazie a effeffe per averlo riproposto. A pensarci bene, se penso alla mia vita “così come la percepisco dentro”,   spesso ho provato il sentimento dell’esilio, sotto varie sfumature. Il sonetto che segue è una delle tante  ( e non  delle più significative).</p>
<p>IL N ‘ Y A QUE L’EXILE LA CIRCE AFFERMA</p>
<p>Il n’y a que l’exile la Circe afferma<br />
ed ha ragione qui non c’è ch’esilio<br />
da notti insonni dalla terraferma<br />
dalla vana/gloria da quel concilio</p>
<p>di dèi che incombono da mille storie<br />
vuote che ti consumano la vita<br />
senza santi né madonne vittorie<br />
di carta e a messa già  finita.</p>
<p>Sì non è ch’esilio questo sottrarsi<br />
a scambi ed avventure ai pranzi<br />
e ai benestare questo ritrarsi<br />
al margine lontano dagli avanzi..</p>
<p>Ribelli senza causa sì non resta<br />
che la rabbia la sbornia della festa..</p>
<p>S. D. A . , 14 . 2 . 2008</p>
<p>Sì, sarebbe molto interessante dedicare il prossimo numero di SUD all’esilio, agli ESILII….. E mi viene in mente una bella canzone dei King Crimson, del 1973, dall’album “Larks’ Tongues in Aspic”, dal titolo EXILES, appunto…</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/06/19/halt-ego-per-una-ontologia-dellesilio/#comment-114378</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 09:19:08 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=18668#comment-114378</guid>

					<description><![CDATA[Bellissimo discorso che parte dell&#039;idea antica dell&#039;esilio (forma di castigo)per descrivere l&#039;esilio volontario. Ho molto amato la parte luminosa dell&#039;esilio scelto, come dichiarazione d&#039;amore al mondo, nomadismo del corpo e della mente, senza terra ridotta, confinata.
Esilio per me è una parola di solitudine, di lunga traversata, di terre desolate, con l&#039;onda del rimpianto. Esilio mi fa pensare a esile, fragile, senza terra ferma sotto piedi. 

C&#039;è una malinconia dell&#039;esilato (opinione personale) legata alla lingua materna. La lingua dell&#039;esiliato si nasconde nella memoria, cerca un momento a sopravvivere nella lingua straniera, poi diventa memoria: non si parla, si sente nel ricordo o la reminiscenza in una parola scappata.

 L&#039;attacamento alla mia lingua è indefettibile, carnale, è il luogo
del mio amore per la parola. Non so parlare altra lingua.
&quot;Lo scrittore non è prigioniero di una sola lingua.&quot; Trovo questa parola magnifica, perché è diversa della mia esperienza di corpo con la mia lingua. Cosi diversa che mi fa vedere un luogo possibile di creazione.

Il sentimento dell&#039;esilio nella lingua lo sentito in Italia ( paese che amo). Volevo parlare, ma la mia lingua restava muta. Un silenzio strano. Dalla mia bocca non usciva parola giusta, precisa. Sentivo un balbettare. Era la lingua materna che resistava? 

Ma una terra d&#039;esilio è anche una musica di libertà. Le parole ( per me in Italiano) hanno l&#039;innocenza dell&#039;infanzia, del primo amore tornato, della possibilità d&#039;inventare altra vita; per me è la lingua amorosa, di metamorfosi del corpo.

La lingua materna è piena del passato, già stremata, fatta delle giornate con parole dolci, parole addolorite, parole violente.
La lingua della fuga è la musice di flauto.

Il mio commento è troppo lungo, ma il testo di Vera Linhartovà ha toccato un punto sensibile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bellissimo discorso che parte dell&#8217;idea antica dell&#8217;esilio (forma di castigo)per descrivere l&#8217;esilio volontario. Ho molto amato la parte luminosa dell&#8217;esilio scelto, come dichiarazione d&#8217;amore al mondo, nomadismo del corpo e della mente, senza terra ridotta, confinata.<br />
Esilio per me è una parola di solitudine, di lunga traversata, di terre desolate, con l&#8217;onda del rimpianto. Esilio mi fa pensare a esile, fragile, senza terra ferma sotto piedi. </p>
<p>C&#8217;è una malinconia dell&#8217;esilato (opinione personale) legata alla lingua materna. La lingua dell&#8217;esiliato si nasconde nella memoria, cerca un momento a sopravvivere nella lingua straniera, poi diventa memoria: non si parla, si sente nel ricordo o la reminiscenza in una parola scappata.</p>
<p> L&#8217;attacamento alla mia lingua è indefettibile, carnale, è il luogo<br />
del mio amore per la parola. Non so parlare altra lingua.<br />
&#8220;Lo scrittore non è prigioniero di una sola lingua.&#8221; Trovo questa parola magnifica, perché è diversa della mia esperienza di corpo con la mia lingua. Cosi diversa che mi fa vedere un luogo possibile di creazione.</p>
<p>Il sentimento dell&#8217;esilio nella lingua lo sentito in Italia ( paese che amo). Volevo parlare, ma la mia lingua restava muta. Un silenzio strano. Dalla mia bocca non usciva parola giusta, precisa. Sentivo un balbettare. Era la lingua materna che resistava? </p>
<p>Ma una terra d&#8217;esilio è anche una musica di libertà. Le parole ( per me in Italiano) hanno l&#8217;innocenza dell&#8217;infanzia, del primo amore tornato, della possibilità d&#8217;inventare altra vita; per me è la lingua amorosa, di metamorfosi del corpo.</p>
<p>La lingua materna è piena del passato, già stremata, fatta delle giornate con parole dolci, parole addolorite, parole violente.<br />
La lingua della fuga è la musice di flauto.</p>
<p>Il mio commento è troppo lungo, ma il testo di Vera Linhartovà ha toccato un punto sensibile.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Paolo Mossetti		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/06/19/halt-ego-per-una-ontologia-dellesilio/#comment-114373</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 08:31:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[discorso bellissimo e vero. Mai così attuale come ora, in un paese come il nostro di &quot;esiliati volontari&quot;.
Ma non tutti sono in grado di ripartire continuamente, di accettare questo pellegrinaggio senza fine, o di sentirsi &quot;pesci piccoli in un oceano&quot;.
C&#039;è poi la questione del sentimento sociale, e di come esso si concili col desiderio di fuga, di vivere &quot;altrove&quot;. 
Parlo cioè del conflitto tra desiderio di radicamento del proprio agire, e aspirazione alla leggerezza.
Dunque il tema centrale del prossimo Sud è l&#039;esilio?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>discorso bellissimo e vero. Mai così attuale come ora, in un paese come il nostro di &#8220;esiliati volontari&#8221;.<br />
Ma non tutti sono in grado di ripartire continuamente, di accettare questo pellegrinaggio senza fine, o di sentirsi &#8220;pesci piccoli in un oceano&#8221;.<br />
C&#8217;è poi la questione del sentimento sociale, e di come esso si concili col desiderio di fuga, di vivere &#8220;altrove&#8221;.<br />
Parlo cioè del conflitto tra desiderio di radicamento del proprio agire, e aspirazione alla leggerezza.<br />
Dunque il tema centrale del prossimo Sud è l&#8217;esilio?</p>
]]></content:encoded>
		
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