<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	
	>
<channel>
	<title>
	Commenti a: Tre manifesti del femminismo (1966; 1970; 1971)	</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 28 Oct 2009 09:44:54 +0000</lastBuildDate>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.2</generator>
	<item>
		<title>
		Di: La meravigliosa avventura di Niki de Saint Phalle alla Fondazione Roma&#160;&#124;&#160;DaringToDo.com		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/#comment-122486</link>

		<dc:creator><![CDATA[La meravigliosa avventura di Niki de Saint Phalle alla Fondazione Roma&#160;&#124;&#160;DaringToDo.com]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 09:44:54 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=24115#comment-122486</guid>

					<description><![CDATA[[...] si trovano dei sacchetti di pittura che esplodono al momento dell&#8217;impatto. Sull’onda del movimento femminista, comincia quindi ad esplorare le modalità di rappresentazione dell’universo femminile, nascono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] si trovano dei sacchetti di pittura che esplodono al momento dell&#8217;impatto. Sull’onda del movimento femminista, comincia quindi ad esplorare le modalità di rappresentazione dell’universo femminile, nascono [&#8230;]</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: gina		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/#comment-122075</link>

		<dc:creator><![CDATA[gina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2009 07:31:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=24115#comment-122075</guid>

					<description><![CDATA[Update:)
Il femminismo che Repubblica non può utilizzare (L’Altro, 21 ottobre)
Di Anna Simone
Ancora Judith Butler? Sì e soprattutto adesso. Fa quasi impressione, infatti, il doppio scacco in cui è finito gran parte del femminismo italiano in questo periodo. O insegue Repubblica, o insegue  Santoro.  Due modalità di fare opposizione che attraverso l’uso e la strumentalizzazione del corpo femminile tentano di mettere in scacco il re. Eppure da anni gran parte del femminismo italiano, soprattutto quello di ultima generazione, tenta di spostarsi dal significante “donna” per denunciarne l’impianto piatto, tendenzialmente identitario, costruito su modelli arcaici e “naturali” rispetto alle grandi mutazioni della contemporaneità. Nell’operare questa critica e nel mettere a punto nuove pratiche in grado di analizzare a tutto tondo anche il contesto mediatico e socio-culturale nel quale siamo immerse, sono venute fuori almeno due letture importantissime e due modalità di agire il proprio corpo in questo mondo. All’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani, una grande manifestazione di femministe etero e non, riuscì a riprendersi la parola dopo la prima grande strumentalizzazione del corpo femminile messa a punto dai media per “legittimare” le ruspe in un campo rom alla periferia della capitale, nonché il primo tentativo di mettere a punto un pacchetto sicurezza tendenzialmente razzista da parte di Veltroni and company. Il corpo di Giovanna fu strumentalizzato da tutti, anche e soprattutto da Repubblica (che tra l’altro trattò malissimo anche la nostra manifestazione) per avviare quel terribile e lungo percorso che ha portato la gran parte dell’opinione pubblica, financo quella più illuminata, ad avere paura degli immigrati considerandoli lombrosianamente una “specie” incline a delinquere. E’ cominciata lì, anche a partire da Repubblica, la prima legittimazione di massa dell’ideologia securitaria. Eppure allora il femminismo c’era, era vivo e presente, ma non veniva ascoltato. Chissà perché, infatti, in questi giorni e nei mesi addietro tutti hanno parlato del silenzio delle donne. Di quale silenzio parlano? La storia dell’ultimo femminismo smentisce queste illazioni a pieno titolo. Però la domanda che alcuni quotidiani si pongono ci è anche utile per comprendere tante cose. Loro, evidentemente, ritengono parlanti solo “alcune” donne ed in particolare quelle che possono essere “usate” per costruire l’ideologia anti-berlusconiana. L’esito, però, è praticamente lo stesso. Prima si sono usate le donne per sdoganare il securitarismo, poi si sono usate nuovamente le donne per opporsi al presidente del consiglio. E’ la guerra, come abbiamo tante volte scritto su queste pagine, tra poteri forti (De Benedetti contro Mediaset e Mediaset contro De Benedetti, la Rai lottizzata contro Mediaset e quest’ultima contro Mediaset). Una guerra tra uomini e poteri che si consuma a pieno titolo sulla pelle e sui corpi delle donne. Ha ragione Pia Covre (L’Altro, 18 ottobre): siamo in pieno conservatorismo e regressione sul piano della libertà delle donne e sul piano della libertà sessuale. Come dicevamo, le due letture del femminismo contemporaneo, quello comunemente definito di terza generazione, sono andate e vanno in direzioni diversissime da quelle “usate” da Repubblica. La critica del significante “donna” è sempre coincisa con un bisogno più ampio e più grande entro il quale collocare l’azione politica ovvero la nostra parola oggi. Agire il femminismo qui e ora, infatti, significa intrecciare sessismo e razzismo, significa criticare la norma eterosessuale, significa abdicare dagli stereotipi costruiti ad hoc dalla sciagurata cultura che ci è caduta addosso come un macigno (la moglie tradita, l’escort e la velina sono riproposizioni di un modello sociale aderente alle fiction e non alla realtà, un modello che elimina dalla scena pubblica centinaia di migliaia di istanze portate avanti da donne reali, precarie, colf e badanti etc.), significa mettersi in ascolto della parola delle innumerevoli vite precarie che popolano il nostro mondo, significa attenzione verso un processo di de-umanizzazione e di odio sociale attraverso cui si strutturano ormai la gran parte delle relazioni. Significa, in poche parole, sottrarsi dalla logica secondo cui “ci fanno” parlare, significa evitare che anche il femminismo diventi un “dispositivo” ovvero un ordine discorsivo incuneato come non mai all’interno del pericolosissimo reticolo tessuto dal potere mediatico e politico. Un politico che “produce” le donne per poi “usarle”. E allora è meglio riflettere, leggere, studiare. Prendere le distanze da questo circo dei poteri. Due libri belli e importanti sono usciti proprio in questi giorni. Il primo è il famoso dialogo Butler-Spivak sulla crisi degli stati-nazionali, già sugli scaffali delle librerie statunitensi e francesi da almeno due anni (Che fine ha fatto lo Stato-nazione?, a cura di Ambra Pirri, Meltemi, pp. 92, euro 13). Il secondo, invece, è straordinario e decisivo per comprendere la relazione, i punti di intersezione e di frizione, che tanto hanno animato il dibattito femminista italiano in questi ultimi anni, tra il pensiero di Butler e quello di Adriana Cavarero, autrice di opere importantissime soprattutto dopo essere uscita da Diotima nel 1990, nonchè unica vera apripista del pensiero butleriano in Italia (Differenza e relazione. L’ontologia dell’umano nel pensiero di Judith Butler e Adriana Cavarero, a cura di Lorenzo Bernini e Olivia Guaraldo, Ombre corte, pp. 172, euro 16). Butler-Spivak si incontrarono nel maggio del 2007, in pieno bushismo, per discutere assieme sullo “stato globale”, ovvero sulla crisi degli stati-nazionali cominciata a ridosso del processo di globalizzazione. Nonostante questa crisi sia stata spesso un grimaldello attraverso cui far passare politiche reazionarie tese a generare una dispotica riconfigurazione dei confini o una rinascita delle identità di appartenenza etniche, tanto quanto legate ad un nazionalismo di ritorno, rimane indiscutibile il dato secondo cui questo bisogno di reagire alla crisi degli stati-nazionali ha finora prodotto esclusione e morte. Specie se leggiamo questo falso movimento nell’ottica del restringimento del “diritto ad avere diritti”, anziché nell’ottica della necessità di implementare i diritti umani. Diritti, come sappiamo tutti, dal valore più simbolico che reale dal momento che non esistono istituzioni adeguate per attuarli. Butler e Spivak si interrogano e dialogano a partire da posizionamenti differenti, eppure l’esito appare interessantissimo. Intanto siamo dinanzi ad un’interrogazione che agisce il femminismo nell’ottica della comprensione di un contesto che “sposta” il sé sul piano della responsabilità politica nei confronti dell’altro. Ed in particolare della condizione dei migranti e dei latinos negli Stati Uniti durante l’atroce governo Bush. E’ proprio a partire dalla loro voce, dal loro incarnare in piazza bisogni e desideri, che diventa possibile per le due autrici la risignificazione politica del femminismo contemporaneo. Attraverso una rilettura brillante del famoso saggio di Arendt del 1951, “Il tramonto dello stato nazionale e la fine dei diritti umani”, si ritematizza a tutto tondo la crisi degli stati-nazionali. Una crisi che diventa un’opportunità rivoluzionaria e non reazionaria, reattiva, solo se si comprendono fino in fondo i processi di soggettivazione dei migranti. Il titolo originale del volumetto è “Who Sings the Nation-State?”, “Chi canta lo stato-nazione?”.  Domanda curiosa che, secondo me, doveva restare tale anche nel titolo in italiano perché la risposta è il tema più forte e importante del volumetto in questione. Lo stato-nazione in crisi di cui ci parlano le autrici parla e lo fa attraverso i canti dei latinos in una grandissima manifestazione voluta nell’aprile del 2006. Questi cantavano l’inno degli Stati-uniti in spagnolo dicendoci, con una forza simbolica enorme, che la lingua-madre non è sinonimo di appartenenza ad una nazione. Quest’ultima, infatti, per dirla con Butler, nasce come dispositivo di potere, produce forme di appartenenza che sono “performative”, pure fiction a cui sottostare.  Il canto dei latinos, invece, ci dice tutt’altro. Ci dice che non esistono “soggetti” precostituiti, ma soggettività posizionate in continua trasformazione che risignificano la crisi politica della contemporaneità proponendoci un altro sguardo ed un’altra interpretazione del mondo al di là di assetti e riassetti del potere. Altrettanto forte e importante è il messaggio teorico-politico leggibile tra le righe di “Differenza e Relazione”, l’opera curata da Olivia Guaraldo e da Lorenzo Bernini per Ombre Corte.  I curatori del volume si cimentano con un argomento difficile e spinoso ovverosia sul dialogo tra Butler e Adriana Cavarero, pensatrice “diversa” della differenza sessuale. Così diverse eppure così accomunate da un principio di fondo: mettere a tema la crisi del soggetto per riconfigurare una nuova etica pubblica tesa alla rielaborazione di un’idea di umanità in grado di mettere in scacco la violenza e la recrudescenza del potere. Come scrive brillantemente Olivia Guaraldo nell’introduzione al volume: «Il femminismo, in questo senso, non è più il discorso sulle donne/delle donne, ma diviene lo strumento attraverso il quale la critica al soggetto e alla metafisica acquisisce tratti teoreticamente più completi e politicamente più efficaci». Il volume fa emergere assai bene i due blocchi teorici entro i quali si è andato configurando il pensiero femminista negli ultimi anni. Uno propenso a valorizzare la differenza sessuale sui temi della cura, del materno e della relazione; un altro che, a partire da Simone de Beauvoir sino a Butler, non ha mai abbandonato la tesi della subalternità del “femminile” alla natura prima e alla cultura poi. Filone nel quale sono leggibili anche i testi di Lea Melandri. Nonostante i due filoni di “appartenenza” differenti, Butler e Cavarero si incontrano, soprattutto sui concetti di umano, etica e vulnerabilità, perché entrambe “eccedono” le rispettive provenienze dando vita, così, alla necessità di pluralizzare il femminismo. Accettare i femminismi e non “il femminismo” in tutta la sua carica egemonica significa, oggi più che mai, porre al centro la relazione nonché la “politica di concerto”, la possibilità di stare insieme evitando di dogmatizzarsi all’interno di un ordine del discorso che fa del femminismo stesso un dispositivo di potere. Il libro contiene anche un dialogo tra Cavarero e Butler su “Condizione umana contro natura”, già pubblicato da Micro Mega, uno straordinario glossario per orientarsi con termini come agency, binarismo sessuale, gender, unicità incarnate, drag, dispositivo di sessualità, eterosessualità obbligatoria, interesessualità, queer, transgenderismo etc, nonché una bibliografia completa di Butler e Cavarero. Insomma è davvero giunto il tempo di voltare pagina. Di rifiutare qualsiasi processo di egemonizzazione e di strumentalizzazione del corpo femminile e dei femminismi, soprattutto quando sono proprio questi ultimi a rifiutare la complessità ed il pluralismo del presente. Quando, cioè, diventano essi stessi dei dispositivi di potere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Update:)<br />
Il femminismo che Repubblica non può utilizzare (L’Altro, 21 ottobre)<br />
Di Anna Simone<br />
Ancora Judith Butler? Sì e soprattutto adesso. Fa quasi impressione, infatti, il doppio scacco in cui è finito gran parte del femminismo italiano in questo periodo. O insegue Repubblica, o insegue  Santoro.  Due modalità di fare opposizione che attraverso l’uso e la strumentalizzazione del corpo femminile tentano di mettere in scacco il re. Eppure da anni gran parte del femminismo italiano, soprattutto quello di ultima generazione, tenta di spostarsi dal significante “donna” per denunciarne l’impianto piatto, tendenzialmente identitario, costruito su modelli arcaici e “naturali” rispetto alle grandi mutazioni della contemporaneità. Nell’operare questa critica e nel mettere a punto nuove pratiche in grado di analizzare a tutto tondo anche il contesto mediatico e socio-culturale nel quale siamo immerse, sono venute fuori almeno due letture importantissime e due modalità di agire il proprio corpo in questo mondo. All’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani, una grande manifestazione di femministe etero e non, riuscì a riprendersi la parola dopo la prima grande strumentalizzazione del corpo femminile messa a punto dai media per “legittimare” le ruspe in un campo rom alla periferia della capitale, nonché il primo tentativo di mettere a punto un pacchetto sicurezza tendenzialmente razzista da parte di Veltroni and company. Il corpo di Giovanna fu strumentalizzato da tutti, anche e soprattutto da Repubblica (che tra l’altro trattò malissimo anche la nostra manifestazione) per avviare quel terribile e lungo percorso che ha portato la gran parte dell’opinione pubblica, financo quella più illuminata, ad avere paura degli immigrati considerandoli lombrosianamente una “specie” incline a delinquere. E’ cominciata lì, anche a partire da Repubblica, la prima legittimazione di massa dell’ideologia securitaria. Eppure allora il femminismo c’era, era vivo e presente, ma non veniva ascoltato. Chissà perché, infatti, in questi giorni e nei mesi addietro tutti hanno parlato del silenzio delle donne. Di quale silenzio parlano? La storia dell’ultimo femminismo smentisce queste illazioni a pieno titolo. Però la domanda che alcuni quotidiani si pongono ci è anche utile per comprendere tante cose. Loro, evidentemente, ritengono parlanti solo “alcune” donne ed in particolare quelle che possono essere “usate” per costruire l’ideologia anti-berlusconiana. L’esito, però, è praticamente lo stesso. Prima si sono usate le donne per sdoganare il securitarismo, poi si sono usate nuovamente le donne per opporsi al presidente del consiglio. E’ la guerra, come abbiamo tante volte scritto su queste pagine, tra poteri forti (De Benedetti contro Mediaset e Mediaset contro De Benedetti, la Rai lottizzata contro Mediaset e quest’ultima contro Mediaset). Una guerra tra uomini e poteri che si consuma a pieno titolo sulla pelle e sui corpi delle donne. Ha ragione Pia Covre (L’Altro, 18 ottobre): siamo in pieno conservatorismo e regressione sul piano della libertà delle donne e sul piano della libertà sessuale. Come dicevamo, le due letture del femminismo contemporaneo, quello comunemente definito di terza generazione, sono andate e vanno in direzioni diversissime da quelle “usate” da Repubblica. La critica del significante “donna” è sempre coincisa con un bisogno più ampio e più grande entro il quale collocare l’azione politica ovvero la nostra parola oggi. Agire il femminismo qui e ora, infatti, significa intrecciare sessismo e razzismo, significa criticare la norma eterosessuale, significa abdicare dagli stereotipi costruiti ad hoc dalla sciagurata cultura che ci è caduta addosso come un macigno (la moglie tradita, l’escort e la velina sono riproposizioni di un modello sociale aderente alle fiction e non alla realtà, un modello che elimina dalla scena pubblica centinaia di migliaia di istanze portate avanti da donne reali, precarie, colf e badanti etc.), significa mettersi in ascolto della parola delle innumerevoli vite precarie che popolano il nostro mondo, significa attenzione verso un processo di de-umanizzazione e di odio sociale attraverso cui si strutturano ormai la gran parte delle relazioni. Significa, in poche parole, sottrarsi dalla logica secondo cui “ci fanno” parlare, significa evitare che anche il femminismo diventi un “dispositivo” ovvero un ordine discorsivo incuneato come non mai all’interno del pericolosissimo reticolo tessuto dal potere mediatico e politico. Un politico che “produce” le donne per poi “usarle”. E allora è meglio riflettere, leggere, studiare. Prendere le distanze da questo circo dei poteri. Due libri belli e importanti sono usciti proprio in questi giorni. Il primo è il famoso dialogo Butler-Spivak sulla crisi degli stati-nazionali, già sugli scaffali delle librerie statunitensi e francesi da almeno due anni (Che fine ha fatto lo Stato-nazione?, a cura di Ambra Pirri, Meltemi, pp. 92, euro 13). Il secondo, invece, è straordinario e decisivo per comprendere la relazione, i punti di intersezione e di frizione, che tanto hanno animato il dibattito femminista italiano in questi ultimi anni, tra il pensiero di Butler e quello di Adriana Cavarero, autrice di opere importantissime soprattutto dopo essere uscita da Diotima nel 1990, nonchè unica vera apripista del pensiero butleriano in Italia (Differenza e relazione. L’ontologia dell’umano nel pensiero di Judith Butler e Adriana Cavarero, a cura di Lorenzo Bernini e Olivia Guaraldo, Ombre corte, pp. 172, euro 16). Butler-Spivak si incontrarono nel maggio del 2007, in pieno bushismo, per discutere assieme sullo “stato globale”, ovvero sulla crisi degli stati-nazionali cominciata a ridosso del processo di globalizzazione. Nonostante questa crisi sia stata spesso un grimaldello attraverso cui far passare politiche reazionarie tese a generare una dispotica riconfigurazione dei confini o una rinascita delle identità di appartenenza etniche, tanto quanto legate ad un nazionalismo di ritorno, rimane indiscutibile il dato secondo cui questo bisogno di reagire alla crisi degli stati-nazionali ha finora prodotto esclusione e morte. Specie se leggiamo questo falso movimento nell’ottica del restringimento del “diritto ad avere diritti”, anziché nell’ottica della necessità di implementare i diritti umani. Diritti, come sappiamo tutti, dal valore più simbolico che reale dal momento che non esistono istituzioni adeguate per attuarli. Butler e Spivak si interrogano e dialogano a partire da posizionamenti differenti, eppure l’esito appare interessantissimo. Intanto siamo dinanzi ad un’interrogazione che agisce il femminismo nell’ottica della comprensione di un contesto che “sposta” il sé sul piano della responsabilità politica nei confronti dell’altro. Ed in particolare della condizione dei migranti e dei latinos negli Stati Uniti durante l’atroce governo Bush. E’ proprio a partire dalla loro voce, dal loro incarnare in piazza bisogni e desideri, che diventa possibile per le due autrici la risignificazione politica del femminismo contemporaneo. Attraverso una rilettura brillante del famoso saggio di Arendt del 1951, “Il tramonto dello stato nazionale e la fine dei diritti umani”, si ritematizza a tutto tondo la crisi degli stati-nazionali. Una crisi che diventa un’opportunità rivoluzionaria e non reazionaria, reattiva, solo se si comprendono fino in fondo i processi di soggettivazione dei migranti. Il titolo originale del volumetto è “Who Sings the Nation-State?”, “Chi canta lo stato-nazione?”.  Domanda curiosa che, secondo me, doveva restare tale anche nel titolo in italiano perché la risposta è il tema più forte e importante del volumetto in questione. Lo stato-nazione in crisi di cui ci parlano le autrici parla e lo fa attraverso i canti dei latinos in una grandissima manifestazione voluta nell’aprile del 2006. Questi cantavano l’inno degli Stati-uniti in spagnolo dicendoci, con una forza simbolica enorme, che la lingua-madre non è sinonimo di appartenenza ad una nazione. Quest’ultima, infatti, per dirla con Butler, nasce come dispositivo di potere, produce forme di appartenenza che sono “performative”, pure fiction a cui sottostare.  Il canto dei latinos, invece, ci dice tutt’altro. Ci dice che non esistono “soggetti” precostituiti, ma soggettività posizionate in continua trasformazione che risignificano la crisi politica della contemporaneità proponendoci un altro sguardo ed un’altra interpretazione del mondo al di là di assetti e riassetti del potere. Altrettanto forte e importante è il messaggio teorico-politico leggibile tra le righe di “Differenza e Relazione”, l’opera curata da Olivia Guaraldo e da Lorenzo Bernini per Ombre Corte.  I curatori del volume si cimentano con un argomento difficile e spinoso ovverosia sul dialogo tra Butler e Adriana Cavarero, pensatrice “diversa” della differenza sessuale. Così diverse eppure così accomunate da un principio di fondo: mettere a tema la crisi del soggetto per riconfigurare una nuova etica pubblica tesa alla rielaborazione di un’idea di umanità in grado di mettere in scacco la violenza e la recrudescenza del potere. Come scrive brillantemente Olivia Guaraldo nell’introduzione al volume: «Il femminismo, in questo senso, non è più il discorso sulle donne/delle donne, ma diviene lo strumento attraverso il quale la critica al soggetto e alla metafisica acquisisce tratti teoreticamente più completi e politicamente più efficaci». Il volume fa emergere assai bene i due blocchi teorici entro i quali si è andato configurando il pensiero femminista negli ultimi anni. Uno propenso a valorizzare la differenza sessuale sui temi della cura, del materno e della relazione; un altro che, a partire da Simone de Beauvoir sino a Butler, non ha mai abbandonato la tesi della subalternità del “femminile” alla natura prima e alla cultura poi. Filone nel quale sono leggibili anche i testi di Lea Melandri. Nonostante i due filoni di “appartenenza” differenti, Butler e Cavarero si incontrano, soprattutto sui concetti di umano, etica e vulnerabilità, perché entrambe “eccedono” le rispettive provenienze dando vita, così, alla necessità di pluralizzare il femminismo. Accettare i femminismi e non “il femminismo” in tutta la sua carica egemonica significa, oggi più che mai, porre al centro la relazione nonché la “politica di concerto”, la possibilità di stare insieme evitando di dogmatizzarsi all’interno di un ordine del discorso che fa del femminismo stesso un dispositivo di potere. Il libro contiene anche un dialogo tra Cavarero e Butler su “Condizione umana contro natura”, già pubblicato da Micro Mega, uno straordinario glossario per orientarsi con termini come agency, binarismo sessuale, gender, unicità incarnate, drag, dispositivo di sessualità, eterosessualità obbligatoria, interesessualità, queer, transgenderismo etc, nonché una bibliografia completa di Butler e Cavarero. Insomma è davvero giunto il tempo di voltare pagina. Di rifiutare qualsiasi processo di egemonizzazione e di strumentalizzazione del corpo femminile e dei femminismi, soprattutto quando sono proprio questi ultimi a rifiutare la complessità ed il pluralismo del presente. Quando, cioè, diventano essi stessi dei dispositivi di potere.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: gina		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/#comment-121613</link>

		<dc:creator><![CDATA[gina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 09:06:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=24115#comment-121613</guid>

					<description><![CDATA[Dimenticavo
su olympe de gouges ma non solo, bellissmo
&lt;a href=&quot;http://www.deltanews.it/editoria/030607.htm&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;questo libro di cutrufelli&lt;/a&gt;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dimenticavo<br />
su olympe de gouges ma non solo, bellissmo<br />
<a href="http://www.deltanews.it/editoria/030607.htm" rel="nofollow">questo libro di cutrufelli</a></p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: gina		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/#comment-121604</link>

		<dc:creator><![CDATA[gina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 08:07:37 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=24115#comment-121604</guid>

					<description><![CDATA[Del passato non si butta via niente, nel bene e nel male. Con un ardito balzo nel terzo millennio, a chi fosse interessata all&#039;attualizzazione del discorso, ri-segnalo  &lt;a href=&quot;http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=410&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;questo&lt;/a&gt;. 

Estratto di “Alla ricerca dei nessi perduti”, di Beatrice Busi:
Uno dei testi più citati dalle donne nel dibattito sulla femminilizzazione del lavoro è stato certamente il posto dei calzini dell&#039;economista Christian Marazzi. In particolare, un suo passaggio nel quale si discute della centralità attuale della concezione marxiana di lavoro vivo: questo lavoro che trova in se stesso il proprio compimento, caratterizza tutti i servizi alle persone, e sempre più va estendendosi  all&#039;interno della sfera produttiva nella forma delle attività relazionali. Di lavoro domestico incarnato ci parla invece la serva serve di Cristina Morini, che nell&#039;introduzione spiega così le intenzioni del libro: nel corso di questi anni ci siamo soprattutto occupati di lavoro mentale, intellettuale, facendo (come è) del lavoratore “della relazione e della tecnologia”, una sorta di nuovo paradigma dell&#039;era di accumulazione flessibile. Il libro che avete in mano, invece, parla di colf, di baby sitter, di accompagnatrici di anziani e di immigrati. Ma anche questa è una trasformazione della nostra realtà, anche questo è un nuovo profilo del mondo del lavoro.
Le storie di vita di queste donne migranti ci spiegano come la divisione sessuale del lavoro sopravviva e anzi si rafforzi nell&#039;era della femminilizzazione metaforica della produzione. 
La definizione la prendiamo in prestito da Sara Ongaro, che nel suo testo le donne e la globalizzazione esplicita così le somiglianze tra lavoro domestico e lavoro postfordista: 
Con femminilizzazione metaforica della produzione mi riferisco ai cambiamenti intervenuti  nell&#039;organizzazione del lavoro e nell&#039;essenza del lavoro stesso. Se pensiamo alle caratteristiche del lavoro domestico – assenza di contratto e quindi assenza di corrispondenza tra remunerazione e ore di lavoro, l&#039;assenza di un mansionario, l&#039;essere un lavoro senza fine, fatto quando le esigenze degli altri lo necessitano, non essere regolare né protetto- notiamo come siano opposte a quelle del lavoro salariato, ma estremamente vicine ai caratteri dell&#039;organizzazione del lavoro postfordista: flessibile e precario, perché dipendente dalle richieste di mercato, insofferente all&#039;organizzazione sindacale, spesso senza diritti (pensione, malattia, ferie, maternità). Un&#039;analisi che ritroviamo anche in un altro libro, le parole per farlo di Adriana Nannicini, nel quale vengono riportate le discussioni di un laboratorio di autoinchiesta sul lavoro che si è svolto qualche anno fa alla Libera Università delle donne di Milano. L&#039;autonarrazione delle donne al lavoro nel  postfordismo fa emergere che il lavoro cosiddetto produttivo oggi non è affatto percepito come la sfera nella quale poter esercitare la propria libertà: le storie raccolte sono soprattutto storie di ordinario disagio caratterizzate da un atteggiamento ambivalente nei confronti del lavoro. E&#039; proprio la categoria di ambivalenza a riportarci agli studi sul lavoro domestico degli anni 70, in particolare al lavoro di Ulrike Prokop. L&#039;ambivalenza a cui si riferisce Prokop è un sentimento femminile che manifesta l&#039;insoddisfazione per il sovraccarico di lavoro, ma anche per l&#039;imprigionamento di quelle che lei chiama forze produttive femminili, che caratterizzerebbero il lavoro domestico delle donne (orientamento ai bisogni, comportamento espressivo e non strumentale, flusso di tensione affettiva, allontanamento delle minacce immediate, immaginazione e fantasia, spontaneità, orientamento all&#039;ordine della casa,   al corpo, al consumo, alla soddisfazione del desiderio).. Come scriveva Iaia Vantaggiato, con il passaggio al postfordismo il lavoro guadagna un&#039;ambigua connotazione sessuata. Il lavoro postfordista infatti, si presenta  come lavoro femminilizzato. ....
Come sostiene Nannicini, la trappola patriarcale che creava dipendenza totale e dunque precarietà dal privato si è estesa anche al pubblico: una delle qualità oggi più richieste è la disponibilità permanente, che assomiglia un po&#039; troppo alla dedizione richiesta alle donne nei lavori di cura e di riproduzione. O, come dice uno degli aforismi di Tiqqun: la presunta liberazione della donna non è consistita nella loro emancipazione dalla sfera domestica, ma piuttosto all&#039;estensione di questa sfera alla società intera. 
Ma allora in cosa consiste davvero la femminilizzazione del lavoro?  Oggi nel mercato del lavoro non si tratta più di saper fare qualcosa, ma di mettere a profitto anche tutto quello che fa parte del “vivere”: passioni, idee, competenze affettive, capacità di relazionarsi, è la vita stessa ad essere reinvestita continuamente  nel lavoro. Ormai quella bravura ritenuta “tipicamente femminile” nel costruire reti, nel prenderci cura dell&#039;altro o nel sedurlo, è la competenza richiesta dal mercato. Non solo nella pubblicità o nel mondo dello spettacolo, ma anche in un call center o in un fast food. Quello che le donne hanno sempre fatto gratuitamente tra le quattro pareti domestiche, oggi lo fanno le badanti sottopagate, ma anche le aspiranti veline per il quarto d&#039;ora di celebrità. In fondo, viene richiesto lo stesso genere di prestazione anche al giornalista da salotto e al portavoce di partito: dedizione, adattabilità, disponibilità.
Significativamente, Cristina Morini in un&#039;autoinchiesta svolta con e tra le giornaliste RCS, si domandava: è possibile che si vada creando un contesto prostituzionale allargato, legato al fatto che quando l&#039;attività relazionale tende a prendere fortemente il sopravvento, il soggetto debba anche, in qualche modo, lasciar agire, usare, sfruttare tutte le capacità del corpo – con tutta la mimica e la schermaglia tipica della profferta sessuale? Una domanda sottilmente inquieta e inquietante, che ricorda molto da vicino alcune riflessioni degli anni 70 sui ruoli sociali delle donne: E&#039; sesso il sorriso che viene richiesto alle commesse, è sesso la compiacenza che viene richiesta alle segretarie e alle impiegate, è sesso la gonna cortissima prevista per le cameriere. E dal regalo della cosa sesso alla sua vendita il passo non è tanto lungo come si vorrebbe far credere. Alcune curiose assonanze tra la descrizione del lavoro precario e le caratteristiche che le lavoratrici  sessuali utilizzano solitamente per descrivere il loro lavoro le ritroviamo anche in una autoinchiesta della Libera Università delle donne di Milano, in particolare nei racconti della “Cooperativa Invisibile” (un gruppo di ragazze, allora tutte tra i 20 e i 23 anni e con una forte coscienza politica, organizzate tra loro come una rete di informazioni per passarsi lavori “tollerabili, minimamente migliori di altri per retribuzione, ambiente, gerarchie e contenuti”,  tutti lavori, per così dire, a basso investimento libidico, dei “lavori marchetta”) : funzione strumentale del lavoro, ruolo cruciale della contrattazione, separazione tra la propria identità e il lavoro che si svolge. .....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Del passato non si butta via niente, nel bene e nel male. Con un ardito balzo nel terzo millennio, a chi fosse interessata all&#8217;attualizzazione del discorso, ri-segnalo  <a href="http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=410" rel="nofollow">questo</a>. </p>
<p>Estratto di “Alla ricerca dei nessi perduti”, di Beatrice Busi:<br />
Uno dei testi più citati dalle donne nel dibattito sulla femminilizzazione del lavoro è stato certamente il posto dei calzini dell&#8217;economista Christian Marazzi. In particolare, un suo passaggio nel quale si discute della centralità attuale della concezione marxiana di lavoro vivo: questo lavoro che trova in se stesso il proprio compimento, caratterizza tutti i servizi alle persone, e sempre più va estendendosi  all&#8217;interno della sfera produttiva nella forma delle attività relazionali. Di lavoro domestico incarnato ci parla invece la serva serve di Cristina Morini, che nell&#8217;introduzione spiega così le intenzioni del libro: nel corso di questi anni ci siamo soprattutto occupati di lavoro mentale, intellettuale, facendo (come è) del lavoratore “della relazione e della tecnologia”, una sorta di nuovo paradigma dell&#8217;era di accumulazione flessibile. Il libro che avete in mano, invece, parla di colf, di baby sitter, di accompagnatrici di anziani e di immigrati. Ma anche questa è una trasformazione della nostra realtà, anche questo è un nuovo profilo del mondo del lavoro.<br />
Le storie di vita di queste donne migranti ci spiegano come la divisione sessuale del lavoro sopravviva e anzi si rafforzi nell&#8217;era della femminilizzazione metaforica della produzione.<br />
La definizione la prendiamo in prestito da Sara Ongaro, che nel suo testo le donne e la globalizzazione esplicita così le somiglianze tra lavoro domestico e lavoro postfordista:<br />
Con femminilizzazione metaforica della produzione mi riferisco ai cambiamenti intervenuti  nell&#8217;organizzazione del lavoro e nell&#8217;essenza del lavoro stesso. Se pensiamo alle caratteristiche del lavoro domestico – assenza di contratto e quindi assenza di corrispondenza tra remunerazione e ore di lavoro, l&#8217;assenza di un mansionario, l&#8217;essere un lavoro senza fine, fatto quando le esigenze degli altri lo necessitano, non essere regolare né protetto- notiamo come siano opposte a quelle del lavoro salariato, ma estremamente vicine ai caratteri dell&#8217;organizzazione del lavoro postfordista: flessibile e precario, perché dipendente dalle richieste di mercato, insofferente all&#8217;organizzazione sindacale, spesso senza diritti (pensione, malattia, ferie, maternità). Un&#8217;analisi che ritroviamo anche in un altro libro, le parole per farlo di Adriana Nannicini, nel quale vengono riportate le discussioni di un laboratorio di autoinchiesta sul lavoro che si è svolto qualche anno fa alla Libera Università delle donne di Milano. L&#8217;autonarrazione delle donne al lavoro nel  postfordismo fa emergere che il lavoro cosiddetto produttivo oggi non è affatto percepito come la sfera nella quale poter esercitare la propria libertà: le storie raccolte sono soprattutto storie di ordinario disagio caratterizzate da un atteggiamento ambivalente nei confronti del lavoro. E&#8217; proprio la categoria di ambivalenza a riportarci agli studi sul lavoro domestico degli anni 70, in particolare al lavoro di Ulrike Prokop. L&#8217;ambivalenza a cui si riferisce Prokop è un sentimento femminile che manifesta l&#8217;insoddisfazione per il sovraccarico di lavoro, ma anche per l&#8217;imprigionamento di quelle che lei chiama forze produttive femminili, che caratterizzerebbero il lavoro domestico delle donne (orientamento ai bisogni, comportamento espressivo e non strumentale, flusso di tensione affettiva, allontanamento delle minacce immediate, immaginazione e fantasia, spontaneità, orientamento all&#8217;ordine della casa,   al corpo, al consumo, alla soddisfazione del desiderio).. Come scriveva Iaia Vantaggiato, con il passaggio al postfordismo il lavoro guadagna un&#8217;ambigua connotazione sessuata. Il lavoro postfordista infatti, si presenta  come lavoro femminilizzato. &#8230;.<br />
Come sostiene Nannicini, la trappola patriarcale che creava dipendenza totale e dunque precarietà dal privato si è estesa anche al pubblico: una delle qualità oggi più richieste è la disponibilità permanente, che assomiglia un po&#8217; troppo alla dedizione richiesta alle donne nei lavori di cura e di riproduzione. O, come dice uno degli aforismi di Tiqqun: la presunta liberazione della donna non è consistita nella loro emancipazione dalla sfera domestica, ma piuttosto all&#8217;estensione di questa sfera alla società intera.<br />
Ma allora in cosa consiste davvero la femminilizzazione del lavoro?  Oggi nel mercato del lavoro non si tratta più di saper fare qualcosa, ma di mettere a profitto anche tutto quello che fa parte del “vivere”: passioni, idee, competenze affettive, capacità di relazionarsi, è la vita stessa ad essere reinvestita continuamente  nel lavoro. Ormai quella bravura ritenuta “tipicamente femminile” nel costruire reti, nel prenderci cura dell&#8217;altro o nel sedurlo, è la competenza richiesta dal mercato. Non solo nella pubblicità o nel mondo dello spettacolo, ma anche in un call center o in un fast food. Quello che le donne hanno sempre fatto gratuitamente tra le quattro pareti domestiche, oggi lo fanno le badanti sottopagate, ma anche le aspiranti veline per il quarto d&#8217;ora di celebrità. In fondo, viene richiesto lo stesso genere di prestazione anche al giornalista da salotto e al portavoce di partito: dedizione, adattabilità, disponibilità.<br />
Significativamente, Cristina Morini in un&#8217;autoinchiesta svolta con e tra le giornaliste RCS, si domandava: è possibile che si vada creando un contesto prostituzionale allargato, legato al fatto che quando l&#8217;attività relazionale tende a prendere fortemente il sopravvento, il soggetto debba anche, in qualche modo, lasciar agire, usare, sfruttare tutte le capacità del corpo – con tutta la mimica e la schermaglia tipica della profferta sessuale? Una domanda sottilmente inquieta e inquietante, che ricorda molto da vicino alcune riflessioni degli anni 70 sui ruoli sociali delle donne: E&#8217; sesso il sorriso che viene richiesto alle commesse, è sesso la compiacenza che viene richiesta alle segretarie e alle impiegate, è sesso la gonna cortissima prevista per le cameriere. E dal regalo della cosa sesso alla sua vendita il passo non è tanto lungo come si vorrebbe far credere. Alcune curiose assonanze tra la descrizione del lavoro precario e le caratteristiche che le lavoratrici  sessuali utilizzano solitamente per descrivere il loro lavoro le ritroviamo anche in una autoinchiesta della Libera Università delle donne di Milano, in particolare nei racconti della “Cooperativa Invisibile” (un gruppo di ragazze, allora tutte tra i 20 e i 23 anni e con una forte coscienza politica, organizzate tra loro come una rete di informazioni per passarsi lavori “tollerabili, minimamente migliori di altri per retribuzione, ambiente, gerarchie e contenuti”,  tutti lavori, per così dire, a basso investimento libidico, dei “lavori marchetta”) : funzione strumentale del lavoro, ruolo cruciale della contrattazione, separazione tra la propria identità e il lavoro che si svolge. &#8230;..</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/#comment-121575</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 15:53:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=24115#comment-121575</guid>

					<description><![CDATA[Mariapia,

anch&#039;io sono dislessica ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mariapia,</p>
<p>anch&#8217;io sono dislessica &#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: mariapia		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/#comment-121570</link>

		<dc:creator><![CDATA[mariapia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 14:17:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=24115#comment-121570</guid>

					<description><![CDATA[Chiedo scusa degli errori qui e là: la fretta rende, a volte,  un pò dislessici.. Il resto è leggibile,  però. MPQuintavalla]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chiedo scusa degli errori qui e là: la fretta rende, a volte,  un pò dislessici.. Il resto è leggibile,  però. MPQuintavalla</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: mariapia		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/#comment-121569</link>

		<dc:creator><![CDATA[mariapia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 14:14:36 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=24115#comment-121569</guid>

					<description><![CDATA[Ringrazio moltissimo Andrea della volontà politica E COMPETENZA! Della  lungimiranza NEL PROPORE QUESTE RILETTURE,  IN EPOCA DI IGNORANZA, OSCURANTISMO E INTOLLERANZA, coem oggi.
 LA SCELTA è PERTINENTISSIMA: INIZIANDO DA DE bEAUVOIR ( che ANCH&#039;IO LESSI DA ADOLESCENTE, RICAVANDONE UNA INDELEBILE IMPRONTA NELLA MIA FORMAZIONE SUCCESSIVA.)le basi, del rovescimaneto filosofico, umanistico ed esistenziale furono gettate.
E quento terribile coraggio nelle protagoniste, poco più che vite in erba!
Certo, si puù proseguire: con Carla Lonzi, con Luce Irigaray, e Luisa Muraro.

Ma qui siamo nella &quot;fondazione&quot;: sapere e fare sapere che Daniela pellgrini anticipò, leggete le date, nel 1966!!!!! prima de &quot;L&#039; Erba voglio&quot; e prima del &#039;68 stesso!  le tesi antiautoritarie, è semplicemente un miracolo, uno splendido miracolo italiano, stavolta, non di importazione.
Le traduzioni, i carteggi del femminismo europeo sarebbero arrivate subito dopo, un decennio dopo, ma l&#039;onfa viva è qui, negli incipit..

Coraggio, satana (che bel nome!) demonizzare le ns. paure addossandole alla donne, è il peccato più semplice del mondo, fa tenerezza..
Maria Pia Quintavalla]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio moltissimo Andrea della volontà politica E COMPETENZA! Della  lungimiranza NEL PROPORE QUESTE RILETTURE,  IN EPOCA DI IGNORANZA, OSCURANTISMO E INTOLLERANZA, coem oggi.<br />
 LA SCELTA è PERTINENTISSIMA: INIZIANDO DA DE bEAUVOIR ( che ANCH&#8217;IO LESSI DA ADOLESCENTE, RICAVANDONE UNA INDELEBILE IMPRONTA NELLA MIA FORMAZIONE SUCCESSIVA.)le basi, del rovescimaneto filosofico, umanistico ed esistenziale furono gettate.<br />
E quento terribile coraggio nelle protagoniste, poco più che vite in erba!<br />
Certo, si puù proseguire: con Carla Lonzi, con Luce Irigaray, e Luisa Muraro.</p>
<p>Ma qui siamo nella &#8220;fondazione&#8221;: sapere e fare sapere che Daniela pellgrini anticipò, leggete le date, nel 1966!!!!! prima de &#8220;L&#8217; Erba voglio&#8221; e prima del &#8217;68 stesso!  le tesi antiautoritarie, è semplicemente un miracolo, uno splendido miracolo italiano, stavolta, non di importazione.<br />
Le traduzioni, i carteggi del femminismo europeo sarebbero arrivate subito dopo, un decennio dopo, ma l&#8217;onfa viva è qui, negli incipit..</p>
<p>Coraggio, satana (che bel nome!) demonizzare le ns. paure addossandole alla donne, è il peccato più semplice del mondo, fa tenerezza..<br />
Maria Pia Quintavalla</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/#comment-121567</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 13:52:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=24115#comment-121567</guid>

					<description><![CDATA[Manifesto per un corpo lunare

L&#039;uomo dovrebbe sentire il suo copro danzare nel mondo,
osare piangere,
osare essere commosso,
vivere la forma della natura: vento, onda, sole,
fare un cerchio magico del suo corpo,
vedere l&#039;orizzonte, non sempre nella verticale,
essere un ciliegio, un iris, un giglio,
dovrebbe imparare la carezza come piacere assoluto,
imparare il tempo ciclico, il tempo sospeso, il tempo senza fine,
avere un cuore come un sole che si dilata, 
essere un gatto, un cavallo, una libellula,
dovrebbe provare la dolcezza del mano,
la sensualità di avere anche capezzoli,
dovrebbe murmurare, parlare, amare la parola affettuosa,
senza competizione.
Dovrebbe a non avere paura di liberare la lingua del cuore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Manifesto per un corpo lunare</p>
<p>L&#8217;uomo dovrebbe sentire il suo copro danzare nel mondo,<br />
osare piangere,<br />
osare essere commosso,<br />
vivere la forma della natura: vento, onda, sole,<br />
fare un cerchio magico del suo corpo,<br />
vedere l&#8217;orizzonte, non sempre nella verticale,<br />
essere un ciliegio, un iris, un giglio,<br />
dovrebbe imparare la carezza come piacere assoluto,<br />
imparare il tempo ciclico, il tempo sospeso, il tempo senza fine,<br />
avere un cuore come un sole che si dilata,<br />
essere un gatto, un cavallo, una libellula,<br />
dovrebbe provare la dolcezza del mano,<br />
la sensualità di avere anche capezzoli,<br />
dovrebbe murmurare, parlare, amare la parola affettuosa,<br />
senza competizione.<br />
Dovrebbe a non avere paura di liberare la lingua del cuore.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/#comment-121559</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 11:53:41 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=24115#comment-121559</guid>

					<description><![CDATA[Dovrei aggiungere il sesso violento, senza delicatezza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dovrei aggiungere il sesso violento, senza delicatezza.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/15/tre-manifesti-del-femminismo-1966-1970-1971/#comment-121558</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 11:52:55 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=24115#comment-121558</guid>

					<description><![CDATA[Ringrazio Andrea Inglese per avere proposto una riflessione che sembra fare parte degli anni 1970, e che è molto attuale in realtà. Ho letto le deuxième sexe che mi ha fatto riflettere, quando ero ragazza. 

Sono contenta di scoprire testi di manifesti del femminismo intaliano, ma sono sempre intelligenti, vivi, acuti.

Credo che una parola mi piace di più

&quot;La donna è stuffa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante&quot;

Oggi le donne occupano la cultura, la politica, la scienza, ma con l&#039;amore,
l&#039;uomo è lo stesso, di una donna all&#039;altro sotto la pretesa di libertà.
Si potrebbe scrivere un manifesto per un amore lunare, femminile dove il cuore danza con il corpo, e non il sesso sesso solo li maestro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio Andrea Inglese per avere proposto una riflessione che sembra fare parte degli anni 1970, e che è molto attuale in realtà. Ho letto le deuxième sexe che mi ha fatto riflettere, quando ero ragazza. </p>
<p>Sono contenta di scoprire testi di manifesti del femminismo intaliano, ma sono sempre intelligenti, vivi, acuti.</p>
<p>Credo che una parola mi piace di più</p>
<p>&#8220;La donna è stuffa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante&#8221;</p>
<p>Oggi le donne occupano la cultura, la politica, la scienza, ma con l&#8217;amore,<br />
l&#8217;uomo è lo stesso, di una donna all&#8217;altro sotto la pretesa di libertà.<br />
Si potrebbe scrivere un manifesto per un amore lunare, femminile dove il cuore danza con il corpo, e non il sesso sesso solo li maestro.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-08-05 04:26:38 by W3 Total Cache
-->