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	Commenti a: Appunti sulla scrittura del reale	</title>
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		<title>
		Di: viola		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/#comment-123189</link>

		<dc:creator><![CDATA[viola]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 08:45:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sulla scrittura del reale, per ricordare:

http://it.wikipedia.org/wiki/Danilo_Montaldi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sulla scrittura del reale, per ricordare:</p>
<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Danilo_Montaldi" rel="nofollow ugc">http://it.wikipedia.org/wiki/Danilo_Montaldi</a></p>
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		<title>
		Di: marco rovelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/#comment-123045</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 15:51:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Luca
L&#039;apparato bibliografico potrebbe essere utile, è vero. E in effetti con Lavorare Uccide l&#039;avevo utilizzato, in particolare per dare i riferimenti alla messe di dati. Ma in questo caso ho preferito farne a meno, forse per dare un senso compiuto al viaggio/narrazione in sé, e per marcare la distanza dalla forma-saggio.

@ Dimitri
E&#039; un fatto che non ho gli strumenti critici per fare meta-discorsi e teoria della letteratura :-) - dunque cerco di riflettere sul senso di quel che faccio e di quel che leggo - e credo, come dici bene, che si tratti sempre di produrre discorsi che &quot;facciano evidenza&quot;. Ricordo che una volta (l&#039;unica) che ho tenuto un seminario di scrittura ho esaminato la &quot;messa in scena&quot; delle prime pagine di Gomorra. Esemplare, appunto, anche nell&#039;uso delle strategie retoriche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Luca<br />
L&#8217;apparato bibliografico potrebbe essere utile, è vero. E in effetti con Lavorare Uccide l&#8217;avevo utilizzato, in particolare per dare i riferimenti alla messe di dati. Ma in questo caso ho preferito farne a meno, forse per dare un senso compiuto al viaggio/narrazione in sé, e per marcare la distanza dalla forma-saggio.</p>
<p>@ Dimitri<br />
E&#8217; un fatto che non ho gli strumenti critici per fare meta-discorsi e teoria della letteratura :-) &#8211; dunque cerco di riflettere sul senso di quel che faccio e di quel che leggo &#8211; e credo, come dici bene, che si tratti sempre di produrre discorsi che &#8220;facciano evidenza&#8221;. Ricordo che una volta (l&#8217;unica) che ho tenuto un seminario di scrittura ho esaminato la &#8220;messa in scena&#8221; delle prime pagine di Gomorra. Esemplare, appunto, anche nell&#8217;uso delle strategie retoriche.</p>
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		<title>
		Di: Appunti sulla scrittura del reale – Nazione Indiana		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/#comment-122991</link>

		<dc:creator><![CDATA[Appunti sulla scrittura del reale – Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 01:06:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] Prosegue Articolo Originale:  Appunti sulla scrittura del reale – Nazione Indiana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] Prosegue Articolo Originale:  Appunti sulla scrittura del reale – Nazione Indiana [&#8230;]</p>
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		<title>
		Di: dimitri		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/#comment-122972</link>

		<dc:creator><![CDATA[dimitri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 21:48:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Marco,
sono convinto che non ti sarebbe stato difficile dare a queste riflessioni una forma più teorica ed elaborata, ma preferisci affidarti a degli “appunti”, più vicini al tuo stare con il “culo in strada”.  Ed è così che dismetti molti dei meta-discorsi che paralizzano (parte) dell&#039;attuale critica letteraria. C&#039;è chi crede che la contrapposizione alla messa in scena letteraria sia una forma di letteratura diretta, insomma la sostituzione della finzione con qualcosa di preso sul vivo: alle fastose messe in scena del berlusconismo (ma altri direbbero postmodernismo),  si dovrebbe rispondere con l&#039;evidenza della pura realtà.

E&#039; un&#039;opposizione &quot;truccata&quot;: il contrario di una messa in scena non è il diretto selvaggio ma un&#039;altra messa in scena. Lo dimostra bene il tuo libro: l&#039;evidenza e la realtà non sono affatto la stessa cosa. Se non riconosciamo il mondo, è forse perché non l&#039;abbiamo mai conosciuto e rischiamo, presi nella sua evidenza, di non conoscerlo mai. 
E così con la tua scrittura attraversi quella configurazione che chiamiamo realtà, e lo fai chiedendoti non cosa essa sia, ma come produrla “politicamente”. Doppio attraversamento, dunque. Da una parte ci fai vedere una “pre-messa in scena sociale” che sanziona già un modo d&#039;impiego dello spazio e del tempo, dei percorsi obbligati, dei limiti e dei divieti; dall&#039;altra crei tutta una serie di cavità pronominali in cui il lettore possa installare il proprio sguardo ed iniziare a fare il proprio lavoro cognitivo: è quel “tu” rivolto a Mehedi che pone un io e, con esso, uno spazio da colmare.

Da questo angolo prospettico la resa testimoniale del tuo romanzo mi interessa per questioni prevalentemente formali (o, se preferisci, per una questione di etica della forma). Con questo intendo dire che la tua scrittura non sembra mai un semplice riversaggio del vissuto, ma costruisce uno “spessore”  testimoniale del presente ricorrendo a tutta una serie di strategie retoriche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Marco,<br />
sono convinto che non ti sarebbe stato difficile dare a queste riflessioni una forma più teorica ed elaborata, ma preferisci affidarti a degli “appunti”, più vicini al tuo stare con il “culo in strada”.  Ed è così che dismetti molti dei meta-discorsi che paralizzano (parte) dell&#8217;attuale critica letteraria. C&#8217;è chi crede che la contrapposizione alla messa in scena letteraria sia una forma di letteratura diretta, insomma la sostituzione della finzione con qualcosa di preso sul vivo: alle fastose messe in scena del berlusconismo (ma altri direbbero postmodernismo),  si dovrebbe rispondere con l&#8217;evidenza della pura realtà.</p>
<p>E&#8217; un&#8217;opposizione &#8220;truccata&#8221;: il contrario di una messa in scena non è il diretto selvaggio ma un&#8217;altra messa in scena. Lo dimostra bene il tuo libro: l&#8217;evidenza e la realtà non sono affatto la stessa cosa. Se non riconosciamo il mondo, è forse perché non l&#8217;abbiamo mai conosciuto e rischiamo, presi nella sua evidenza, di non conoscerlo mai.<br />
E così con la tua scrittura attraversi quella configurazione che chiamiamo realtà, e lo fai chiedendoti non cosa essa sia, ma come produrla “politicamente”. Doppio attraversamento, dunque. Da una parte ci fai vedere una “pre-messa in scena sociale” che sanziona già un modo d&#8217;impiego dello spazio e del tempo, dei percorsi obbligati, dei limiti e dei divieti; dall&#8217;altra crei tutta una serie di cavità pronominali in cui il lettore possa installare il proprio sguardo ed iniziare a fare il proprio lavoro cognitivo: è quel “tu” rivolto a Mehedi che pone un io e, con esso, uno spazio da colmare.</p>
<p>Da questo angolo prospettico la resa testimoniale del tuo romanzo mi interessa per questioni prevalentemente formali (o, se preferisci, per una questione di etica della forma). Con questo intendo dire che la tua scrittura non sembra mai un semplice riversaggio del vissuto, ma costruisce uno “spessore”  testimoniale del presente ricorrendo a tutta una serie di strategie retoriche.</p>
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		<title>
		Di: L. Tedoldi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/#comment-122971</link>

		<dc:creator><![CDATA[L. Tedoldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 21:34:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il libro è fondamentale; se venisse letto e incarnato, questo nord cieco e odioso in cui vivo forse non sarebbe quello che è. 

Non è la prima volta che per sapere il vero bisogna chiedere al finto. Tucidide cercò di ricostruire le dimensioni delle navi greche rileggendo l&#039;Iliade. Marx chiedeva a Balzac. Anche Stendhal e Manzoni sfidano gli storici. Anche le narrazioni non testimoniali hanno un rapporto, benchè problematico, con la realtà. 
Ma qui al centro c&#039;è la carne viva dell&#039;io che vede, sente e racconta. E si trova di fronte a ciò che accade, ai dolori che narra. 
A questo punto una domanda: perchè espungere la bibliografia? Ricordo un intensissimo &quot;Sappiamo le mie parole di sangue&quot; (Babsi Jones), testo affine per certi versi al tuo ed a quello di Gomorra, con una nutrita schiera di testi alla fine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il libro è fondamentale; se venisse letto e incarnato, questo nord cieco e odioso in cui vivo forse non sarebbe quello che è. </p>
<p>Non è la prima volta che per sapere il vero bisogna chiedere al finto. Tucidide cercò di ricostruire le dimensioni delle navi greche rileggendo l&#8217;Iliade. Marx chiedeva a Balzac. Anche Stendhal e Manzoni sfidano gli storici. Anche le narrazioni non testimoniali hanno un rapporto, benchè problematico, con la realtà.<br />
Ma qui al centro c&#8217;è la carne viva dell&#8217;io che vede, sente e racconta. E si trova di fronte a ciò che accade, ai dolori che narra.<br />
A questo punto una domanda: perchè espungere la bibliografia? Ricordo un intensissimo &#8220;Sappiamo le mie parole di sangue&#8221; (Babsi Jones), testo affine per certi versi al tuo ed a quello di Gomorra, con una nutrita schiera di testi alla fine.</p>
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		<title>
		Di: marco rovelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/#comment-122960</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 19:51:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ops, saltai due parole nella risposta a Giacomo (non ricordavo la grafia esatta e stavo andando a controllare...). Rimetto tutto intero:
@ Giacomo
Penso che la tua sia una considerazione importante, del resto i miei sono appunti, dunque per definizione aperti e in divenire, senza alcuna pretesa di tematizzazione esaustiva. E di certo se c’è una specificità italiana direi a occhio che sta là dove tu la situi. Però dubito – con la carenza di strumenti dovuta all’ignoranza di quanto da questo punto di vista si muove globalmente negli altri paesi – che questo tipo di scrittura sia solo italiana: non so in Francia, ma penso alla Germania (il caso di Wallraff) e ai paesi anglosassoni (dove del resto nasce l’”etichetta” di non fictional novel). Ma appunto, su questo attendo integrazioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ops, saltai due parole nella risposta a Giacomo (non ricordavo la grafia esatta e stavo andando a controllare&#8230;). Rimetto tutto intero:<br />
@ Giacomo<br />
Penso che la tua sia una considerazione importante, del resto i miei sono appunti, dunque per definizione aperti e in divenire, senza alcuna pretesa di tematizzazione esaustiva. E di certo se c’è una specificità italiana direi a occhio che sta là dove tu la situi. Però dubito – con la carenza di strumenti dovuta all’ignoranza di quanto da questo punto di vista si muove globalmente negli altri paesi – che questo tipo di scrittura sia solo italiana: non so in Francia, ma penso alla Germania (il caso di Wallraff) e ai paesi anglosassoni (dove del resto nasce l’”etichetta” di non fictional novel). Ma appunto, su questo attendo integrazioni.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: marco rovelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/#comment-122958</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 19:34:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Antonio
La questione è complessa, ma il punto è: dare diritti. Non accogliere, ma &quot;riconoscere&quot;. E capire che la questione è &quot;di sistema&quot;, e l&#039;umanitarismo non c&#039;entra nulla.

@ Mauro
Hai ragione, non esistono regole o limiti. Si scrive, e tutto ciò che se ne dice viene ex post, come la nottola di Minerva. Appunto ho scritto queste note cercando di pensare più a fondo quel che mi è accaduto di scrivere. Quando interviene troppo il progettare si rischia di inceppare la narrazione - che, concordo anche in questo, deve partire dall&#039;impersonificazione empatica. Su uno squadernamento, vorrei dire, per cui lo sguardo di chi scrive deve uscire da sé e cogliere gli altri sguardi (divenir-qualcosa, deleuzianamente...).

@ Giacomo
Penso che la tua sia una considerazione importante, del resto i miei sono appunti, dunque per definizione aperti e in divenire, senza alcuna pretesa di tematizzazione esaustiva. E di certo se c&#039;è una specificità italiana direi a occhio che sta là dove tu la situi. Però dubito - con la carenza di strumenti dovuta all&#039;ignoranza di quanto da questo punto di vista si muove globalmente negli altri paesi - che questo tipo di scrittura sia solo italiana: non so in Francia, ma penso alla Germania (il caso di ) e ai paesi anglosassoni (dove del resto nasce l&#039;&quot;etichetta&quot; ). Ma appunto, su questo attendo integrazioni.

@ Enrico
La questione fondamentale è la &quot;parola che sia sempre e di nuovo necessaria, pesata, organicamente sofferta&quot; - aderisco senza riserve.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Antonio<br />
La questione è complessa, ma il punto è: dare diritti. Non accogliere, ma &#8220;riconoscere&#8221;. E capire che la questione è &#8220;di sistema&#8221;, e l&#8217;umanitarismo non c&#8217;entra nulla.</p>
<p>@ Mauro<br />
Hai ragione, non esistono regole o limiti. Si scrive, e tutto ciò che se ne dice viene ex post, come la nottola di Minerva. Appunto ho scritto queste note cercando di pensare più a fondo quel che mi è accaduto di scrivere. Quando interviene troppo il progettare si rischia di inceppare la narrazione &#8211; che, concordo anche in questo, deve partire dall&#8217;impersonificazione empatica. Su uno squadernamento, vorrei dire, per cui lo sguardo di chi scrive deve uscire da sé e cogliere gli altri sguardi (divenir-qualcosa, deleuzianamente&#8230;).</p>
<p>@ Giacomo<br />
Penso che la tua sia una considerazione importante, del resto i miei sono appunti, dunque per definizione aperti e in divenire, senza alcuna pretesa di tematizzazione esaustiva. E di certo se c&#8217;è una specificità italiana direi a occhio che sta là dove tu la situi. Però dubito &#8211; con la carenza di strumenti dovuta all&#8217;ignoranza di quanto da questo punto di vista si muove globalmente negli altri paesi &#8211; che questo tipo di scrittura sia solo italiana: non so in Francia, ma penso alla Germania (il caso di ) e ai paesi anglosassoni (dove del resto nasce l'&#8221;etichetta&#8221; ). Ma appunto, su questo attendo integrazioni.</p>
<p>@ Enrico<br />
La questione fondamentale è la &#8220;parola che sia sempre e di nuovo necessaria, pesata, organicamente sofferta&#8221; &#8211; aderisco senza riserve.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/#comment-122955</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 18:59:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Trovo l&#039;immagine di Enrico Macioci bellisssima: &quot;Il romanzo protegge di più chi scrive rispetto alla poesia; la poesia è una scalata verticale, l&#039;orizzontalità e l&#039;ampiezza del romanzo riescono in qualche modo a diluire anche il tema più drammatico.&quot;

E&#039; possibile immaginare l&#039;incontro della verticalità con l&#039;orizzontalità,
il solare con la linea maritima della scrittura?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Trovo l&#8217;immagine di Enrico Macioci bellisssima: &#8220;Il romanzo protegge di più chi scrive rispetto alla poesia; la poesia è una scalata verticale, l&#8217;orizzontalità e l&#8217;ampiezza del romanzo riescono in qualche modo a diluire anche il tema più drammatico.&#8221;</p>
<p>E&#8217; possibile immaginare l&#8217;incontro della verticalità con l&#8217;orizzontalità,<br />
il solare con la linea maritima della scrittura?</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Enrico Macioci		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/#comment-122948</link>

		<dc:creator><![CDATA[Enrico Macioci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 18:29:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il pezzo di Rovelli è molto interessante e acuto. La nominazione può sortire poteri &quot;magici&quot; quando chi scrive esercita sulle parole la giusta pressione, etica ed estetica. Così come è vero che “la vittima del sacrificio è colui che soffre ciò che gli altri dicono&quot;; nominare l&#039;innominabile può condurre a ammutolimento e/o annichilimento (vedi la tragica parabola di Paul Celan innanzi al più cupo inferno che l’umanità ricordi). Credo non si tratti, qui, d&#039;un problema di forma in quanto genere ibrido o meno; ma d&#039;un problema di forma intesa come sostanza, di parola che sia sempre e di nuovo necessaria, pesata, organicamente sofferta. Ciò detto, il romanzo mi sembra il contenitore per eccellenza fra tutte le forme d&#039;arte, e quando è sufficientemente forte esso mescola e fonde qualunque distonia, oppure se ne serve a proprio vantaggio anziché patirne. Pensiamo a INFINITE JEST: quante &quot;forme&quot; ci sono là dentro? La melodia complessiva però è unitaria: è la voce inconfondibile, ironica e accorata di Wallace. Ho poi un’impressione: il romanzo “protegge” di più chi scrive (e forse anche chi legge) rispetto alla poesia; la poesia è una scalata verticale, l’orizzontalità e l’ampiezza del romanzo riescono in qualche modo a diluire anche il tema più drammatico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il pezzo di Rovelli è molto interessante e acuto. La nominazione può sortire poteri &#8220;magici&#8221; quando chi scrive esercita sulle parole la giusta pressione, etica ed estetica. Così come è vero che “la vittima del sacrificio è colui che soffre ciò che gli altri dicono&#8221;; nominare l&#8217;innominabile può condurre a ammutolimento e/o annichilimento (vedi la tragica parabola di Paul Celan innanzi al più cupo inferno che l’umanità ricordi). Credo non si tratti, qui, d&#8217;un problema di forma in quanto genere ibrido o meno; ma d&#8217;un problema di forma intesa come sostanza, di parola che sia sempre e di nuovo necessaria, pesata, organicamente sofferta. Ciò detto, il romanzo mi sembra il contenitore per eccellenza fra tutte le forme d&#8217;arte, e quando è sufficientemente forte esso mescola e fonde qualunque distonia, oppure se ne serve a proprio vantaggio anziché patirne. Pensiamo a INFINITE JEST: quante &#8220;forme&#8221; ci sono là dentro? La melodia complessiva però è unitaria: è la voce inconfondibile, ironica e accorata di Wallace. Ho poi un’impressione: il romanzo “protegge” di più chi scrive (e forse anche chi legge) rispetto alla poesia; la poesia è una scalata verticale, l’orizzontalità e l’ampiezza del romanzo riescono in qualche modo a diluire anche il tema più drammatico.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/#comment-122914</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 14:50:43 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=25646#comment-122914</guid>

					<description><![CDATA[Anche un romanzo reale dovrebbe fare intravedere un altro mondo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche un romanzo reale dovrebbe fare intravedere un altro mondo.</p>
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			</item>
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