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Che la festa cominci

ammaniti di Marco Belpoliti

Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci, Einaudi, pp. 328, € 18

Che la festa cominci è un perfetto esempio della letteratura che Gianni Celati definisce “industriale”, prodotta per avere successo, scalare le classifiche dei libri più venduti, e sostanzialmente per intrattenere, ma non certo per far pensare. Dopo aver letto l’ultimo libro di Niccolò Ammaniti cosa ho imparato di nuovo su me stesso, sul mondo, sulla realtà che ci circonda? Niente di più di quello che apprendo guardando un talk show televisivo.

Mi sono divertito, certo, Ammaniti scrive bene, in modo brioso, accattivante, fantasioso, ma non ho proceduto di un’oncia nella conoscenza. La letteratura industriale avanza così. Non è un caso che l’anonimo estensore della quarta di copertina, descrivendo la catastrofe finale del libro, epilogo splatter da vecchi cannibali della penna, parla di “resti di una civiltà fatua e sfiancata. Incapace di prendere sul serio anche la propria rovina”. Così ha centrato il senso di questo libro e dei due suoi protagonisti, Saverio Moneta, sfigato ragioniere e capo di una minuscola e scalcagnata setta satanica, e Fabrizio Ciba, giovane scrittore di successo, nevrotico e superficiale: non credere in nulla, riderci sopra.

La storia fatica a stare in piedi, scritta in modo paratattico, a strappi, con scene incastrate l’una nell’altra a fiato corto. Ammaniti è un nichilista di complemento, divertente e divertito merlettaio della società degradata in cui viviamo, che ci tiene allegri come un programma televisivo tra urla, sbraiti, cazzeggio e autosatira di se stessi (Ciba e Moneta incarnano due possibili controfigure sbracate e parossistiche dell’ego dell’autore).

In realtà, ci sono due Ammaniti: quello dei suoi libri migliori, narratore d’infanzia, malinconico e fatato, e l’altro che invece fa il verso a se stesso, non si prende sul serio e inventa storie fumettistiche con tecnica eccellente, e tuttavia non va da nessuna parte: vende libri, viene tradotto, abbacina giovani lettori, recita la parte del giovin scrittore. Della festa di Sasà Chiatti, palazzinaro, non resta che un mucchio di ceneri; del romanzo di Ammaniti un vago sapore di Alan Ford, quarant’anni dopo. E così sia.

[pubblicato sull’Espresso, ieri]

198 COMMENTS

  1. Commento per Milano Films:
    Questo libro mi ha colpito per l’aspetto della deindustrializzazione…bravi, complimenti. Raffaella

  2. Però la sensazione è che parlar male degli ultimi libri di Ammaniti sia diventato letterariamente à la page quanto lo era parlare bene dei primi. Con la differenza che i primi e gli ultimi (soprattutto l’ultimo) sono praticamente uguali. Quindi, o si sbagliava prima, o si sbaglia adesso… (ovviamente parlo di sensazione generale, non relativa allo specifico della recensione di Marco Belpoliti)

  3. @ Piero Sorrentino
    Se ne potrebbe dedurre che quella che appariva (certo non a me) una novità deci anni fa, sia – come novità – già bell’e decotta. E che – dunque – anche dieci anni fa non si trattava – no, davvero – di autentica novità.
    Inoltre questa tua sensazione, che sia divenuto un luogo comune scrivere male di Ammaniti, non mi pare proprio corroborata da quanto se ne legge a stampa. Questa di Marco è, a mia conoscenza, la seconda stroncatura ricevuta dal Giovin Scrittore. Certo non leggo tutti i giornali. Quel che è certo è che ancor oggi lo si vede riverito in automatico (vedi come l’ha trattato Tuttolibri, quest’ultimo parto; e un altro illustre critico, a proposito dell’ineffabile Come dio comanda, ha parlato senza vergogna del “Dickens dei nostri tempi”).
    Ma secondo me riguardo a questo pezzo vanno fatte, poi, ancora altre (che poi non sono tanto altre) considerazioni. Invito l’aspirante filologo, per es., a confrontare la versione che se ne legge qui con quella uscita ieri sull’Espresso.

  4. @ Temptative
    Grazie. Dimenticavo in effetti Nori (già sacrosanto eversore di Come dio comanda, con argomenti simili a questi, in un pezzo del “manifesto” raccolto se non sbaglio anche nel magnifico Pubblici discorsi uscito da Quodlibet). Ma quella di La Porta a Ti prendo e ti porto via non la definirei davvero una stroncatura. Senza contare che, se tale fosse, il suo sarebbe un percorso critico inverso a quello supposto da Sorrentino: dal momento che su Come dio comanda è stato proprio lui, invece, a scrivere l’ominosa frase su Dickens (http://xl.repubblica.it/recensionidettaglio/31923).

  5. Andrea, scrivi: “Inoltre questa tua sensazione, che sia divenuto un luogo comune scrivere male di Ammaniti, non mi pare proprio corroborata da quanto se ne legge a stampa.”. E’ vero. Infatti – avrei dovuto specificarlo meglio nel mio commento precedente – non a caso ho usato “parlare” come verbo: mi riferivo proprio alla, diciamo, critica orale su Ammaniti, alle chiacchiere fatte con lettori addetti ai lavori (critici, giornalisti culturali, scrittori, editor…). C’è insomma questa dimensione privata della critica culturale che mi sembra votata a parlar male di Ammaniti tanto quanto prima ne parlava bene. Ho in mente, per esempio, un critico molto stimato e valido a cui ho sentito fare su questo “Che la festa cominci” un’analisi che definire distruttiva è poco; e di questo critico ho poi appunto ritrovato una vecchia recensione in ginocchio di “Fango”.

    Quanto alle differenze tra versioni, immagino che quella pubblicata da Gianni Biondillo sia l’integrale; sarebbe interessante in effetti vedere quali tagli hanno apportato i redattori dell’Espresso.

    Ah, ho cliccato sul link di Temptative.
    1) Ma Paolo Nori scrive su Libero? Ma veramente?
    2) Forse ricordo male, ma questo modello di recensione parallela tra un libro Iperborea e l’ultimo di Ammaniti, Nori non l’aveva fatta pari pari anche con “Come dio comanda” sul Manifesto?

  6. Piero, anzitutto condivido il tuo sgomento a vedere il nome “Nori” accanto alla testata “Libero”, non ci avevo fatto caso seguendo il link. Spero che Nori, o qualcun altro in grado, possa chiarire.
    E sì, come dicevo, già a proposito del libro precedente di Ammaniti Nori aveva usato argomenti simili (del resto per quanto riguarda questo aspetto la scrittura di Ammaniti non è poi così cambiata negli anni, con l’eccezione – che andrebbe attentamente approfondita, se fosse possibile – di Io non ho paura).
    E poi davvero vale la pena fare il confronto tra questo pezzo e la versione uscita sull’Espresso. Non mi sorprende che tu dica ora che una vulgata negativa, circa Ammaniti, appartenga a una, diciamo, tradizione orale. Perché per iscritto è invece molto difficile “parlarne” male. Ma quegli ormai pochi giapponesi che al fine di orientarsi ancora pensano utile leggere delle recensioni, non avendo l’opportunità di assistere ai lievi conversari di cui riferisci, come possono fare?

  7. Piero, mi sono andato a vedere un po’ di cose in rete e ho trovato un utilmente riassuntivo (oltreché, nello specifico, assai condivisibile) articolo di Paolo Di Stefano (in questi giorni sottoposto a un vero e proprio linciaggio su Lipperatura per aver osato eccepire alcunché alla santificazione letteraria di Roberto Saviano e Alda Merini) di un paio di anni fa, dove scopro che non sono poi mancate voci critiche negative sul penultimo Ammaniti: http://archiviostorico.corriere.it/2007/luglio/24/populismo_facile_dell_autore_successo_co_9_070724012.shtml.
    Dunque era mia disinformazione, e chiedo venia.

  8. @ pecoraro
    non cosa intenda precisamente Belpoliti per “tecnica eccellente”, ma io capisco benissimo: la capacità di tenere molto bene le redini della narrazione, la capacità di inchiodare alla pagina; alcuni libri di Ammaniti hanno innegabilmente queste qualità; è pur sempre una qualità;

    @ altri: personalmente ho sempre considerato Ammaniti uno scrittore “vuoto”, vale a dire privo di quelle profondità/novità di sguardo/abissi di sensibilità/peculiarità di lingua/vertigini di vario tipo …. che cerco nella narrativa;

    come però lo sono tanti altri nostri scrittori di successo!; anzi, si potrebbe proprio trovare in questo aspetto della “tecnica eccellente”, di questa capacità di inchiodare alla pagina, un minimo comune denominatore che accomuna figure per altri versi molto diverse (Baricco, tanto per fare un esempio, per me ricade in pieno in questa categoria della “tecnica eccellente”; ma non vado oltre con i nomi, perchè appunto si ricadrebbe nelle detestabili liste);

    il che però rappresenta pur sempre una grossa anomalia della nostra narrativa, perchè negli altri paesi europei non è così; ci sono certo moltissimi scrittori “che non dicono molto”, che sono per certi versi convenzionali (di solito letterariamente, più che tout court), e qualche volta succede che alcuni di questi scrittori vincano anche dei premi, ma moltissimi altri scrittori, la maggior parte, a cominciare proprio da quelli che vincono i premi importanti, battono pur sempre strade con una loro individualità, con una loro profondità intellettuale (o di sensibilità, o insomma di qualcosa); vi invito a prendere a caso 10 libri nella valanga di romanzi della rentrée letteraria francese di settembre, e verificare;
    quindi questo problema di Ammaniti non può essere visto limitandosi a parlare solo di Ammaniti, perchè sarebbe fuorviante; certo, Ammaniti non dice nulla di nuovo, non ha mai detto nulla di nuovo (tranne in Fango), e fra le altre cose rimacina luoghi comuni e cliché della cultura italiana (procedimento che sarebbe interessante analizzare, e che spesso attinge direttamente all’800); ma, ahimé, è in buonissima compagnia; anzi, sembrerebbe che sia piuttosto il contrario (= gli scrittori “non conformisti” hanno molta difficoltà a trovare un pubblico):

    devo dire quindi dire che sono a disagio in questa discussione dove l’alternativa sembra pur sempre restare tra la reiterazione della beatificazione letteraria (visto che Ammaniti è già beatificato) di cui parla Cortellessa o il tuffo nel fango (= “Ammaniti non vale niente, quindi non è uno scrittore”); quando invece per me Ammaniti resta pur sempre uno scrittore con la S maiuscola, che ha diritto di esistere e può essere fiero di quello che fa; ma che, come ogni scrittore, e tanto più se scrittore di successo, può essere criticato anche molto severamente da chi ha il ruolo di criticarlo, vale a dire i critici;
    detto in altre parole: tra beatificazione e disarcionamento nel fango, o linciaggio che sia, non vedo poi questa grande differenza (a parte il segno + o – all’inizio);

    più interessante, sarebbe forse “smontare” le costruzioni ammanitesche, mostrandone le grossolane impalcature (e proprio sulle sue grezze metafore si potrebbe, senza essere degli Einstein, andare molto più in profondità di Nori); mi sembra che dovrebbe essere questo il ruolo, se capisco bene cos’è la critica letteraria, dei critici (il che si può cominciare a fare anche nello spazietto concesso da un giornale, intendiamoci); lo fanno? (farlo oralmente, è come per un muratore tirare su un muro in sogno)

  9. so che è inutile qui ottenere un riscontro su questo, ma in realtà è la parola “tecnica” che mi perplime.
    se parlo di tecnica e dico che è eccellente e però il libro è “vuoto” allora torno al dualismo forma contenuto.
    ma non è proprio il dualismo forma contenuto ciò che si nega nel Novecento?
    non eravamo d’accordo che i due termini coincidono?
    se parlo di tecnica in uno scrittore di cosa parlo?
    di stile o di narrazione e anche qui il dualismo non andava abolito?
    con questo non nego che esistano libri, che belli o brutti che siano, non si riescono a chiudere.
    è che alcuni scrittori narrano magistralmente indipendentemente da cosa narrino: allora è sbagliato l’essunto novecentesco?

  10. Non credo affatto che Ammaniti sia dotato di maggior tecnica d’un Gadda (tanto per dire); credo però venga letto a motivo d’esser dotato d’una certa tecnica, come pure a diversi livelli ne sono dotati Faletti, o Moccia. Ciò naturalmente non significa che questi scrittori siano più abili artigiani della parola e dei ritmi narrativi di, che so, Thomas Berhnard o Céline o Broch o Musil eccetera; significa che raggiungono quel livello minimo di abilità bastante ad avvincere il lettore poco pretenzioso – che rappresenta ahimé, senza scivolare nello snobismo, la grande maggioranza. Replicando quindi a Pecoraro: il grande romanzo realizza una fusione compiuta di forma (tecnica) e sostanza (contenuto); anzi di più: realizza un contenuto che prende la miglior forma possibile a se medesimo. Come altro si sarebbe potuta scrivere la METAMORFOSI? E PERTURBAMENTO? In certi casi la forma usata appare necessaria e addirittura inevitabile ontologicamente (forse il più grande esempio in assoluto di forma cruciale, esiziale, “intelligente” e dotata di vita propria è rappresentato dalle ILLUMINAZIONI, dove significante e significato sono un tutt’uno adamantino). Concludendo, io ne farei un discorso di razzismo del lettore (brrrrrr): non è Ammaniti molto bravo a conquistarsi tutti quei lettori, sono tutti quei lettori poco bravi a farsi conquistare da Ammaniti.

  11. Se sulle copertine dei libri fosse vietato per legge indicare il nome dell’autore, Ammaniti sarebbe solo un figlio di papa’…

  12. @alcor
    è del concetto di “capacità tecnica” che volevo discutere.
    macioci ri-propone il dualismo forma contenuto, per esempio

    il pezzo di nori su ammaniti è molto bello e non è una stroncatura (e nemmeno una recensione), ma una riflessione articolata con giudizio non esplicito.
    odio le stroncature perché mi sembra non abbiano rispetto per il lavoro dello scrivente.
    una stroncatura di mezza cartella, come questa qui sopra, non posso approvarla, anche se di ammaniti mi bastò Ti prendo e ti porto via (non ammirai la tecnica e nemmeno la scrittura, ma c’era un tentativo di restituzione dell’hic et nunc, che qualora fosse stato sincero sarebbe stato apprezzabile: sto stroncando a mia volta, ma a sintesi).
    se vuoi distruggere un libro devi argomentare, possibilmente senza sbeffeggiare.
    possibilmente.
    perché sbeffeggiare, come fa parenti con baricco su il giornale, forse è un po’ troppo fascile: o no?

  13. mah, quella esposizione di similitudini artificiose, e infatti Nori non le riconosce, mi sembra una stroncatura a specchio, se ci aggiungi la citazione della O’Connor direi che il piatto è servito.

  14. “Dateci parole poco chiare quelle che gli italiani non amano capire, basta romanzi d’amore, ritornelli, spiegazioni, interpretazioni facili, ma teorie complesse e oscure, lingue lontane. Servono pochi significati, titoli, ideogrammi, insegne, inglese, americano, slang, senza studiare, senza fiatare, baste intuire che è anche troppo, colpo d’occhio è quello che ci vuole, uno sguardo rapido”. cit. Fossati, Il battito. Concordo con la scrittura industriale, solo che non ci trovo niente di divertente, mi provoca dolore e male come il lavoro in fabbrica coercitivo e doloroso ai reni come alla testa. Ammaniti mi ricorda che la fabbrica mi ha seguito a scuola e poi all’università e non mi ha mai divertito e mai fatto felice. Solo Taylor ci troverebbe qualcosa di buono in tutto questo. Saluti

  15. @pecoraro
    Non ho esattamente riproposto il dualismo forma-contenuto. Ho detto che questo dualismo in realtà non si verifica mai quando l’opera è di valore, e che nel caso di Ammaniti (come di tanti altri) una certa capacità nel gestire il ritmo, la trama eccetera (una tecnica dunque, una branca della tecnica, un aspetto della tecnica, non LA tecnica) basta a garantire un vasto pubblico di lettori. Tiro fuori un esempio intermedio fra il basso di Ammaniti e l’alto dei vari Kafka e Berhnard che citavo prima: Stephen King. Parliamo, a mio avviso, d’un romanziere che in parecchi libri ha raggiunto una buona, a tratti notevolissima ispirazione, e che in tanti altri s’è tenuto su (male) con la stampella della tecnica. Esempi del primo tipo: MISERY, CHRISTINE, IL MIGLIO VERDE, CUORI IN ATLANTIDE, STAGIONI DIVERSE; del secondo tipo: LE CREATURE DEL BUIO, INSOMNIA, MUCCHIO D’OSSA, CELL. Insomma, la tecnica a mio avviso esiste come sottoinsieme del discorso forma-contenuto, ed è l’elemento che più tende a ingannare quando la gente dice di tizio o caio: sa scrivere.

  16. Grazie a Temptative per la segnalazione.
    Confesso la mia incertezza: mi sgomenta di più scoprire che Nori scrive per “Libero” o notare che l’articolo con cui entra nella grande famiglia degli house-organ berlusconiani è pressoché identico a quello con cui stroncava il precedente libro di Ammaniti, quella volta però dalle colonne del Manifesto?
    Avevo trovato molto intelligente e azzeccato quell’articolo ma resto davvero perplesso rispetto al fatto di riproporlo identico perfino negli incisi (altro che “argomenti simili”, Andrea, di diverso c’è quasi solo l’aggiunta del paragrafo finale con un’osservazione di Mandel’štam su Dante).

    Per chi volesse fare un (impressionante) confronto, ecco qui sotto il testo di Nori su “Come Dio comanda”:

    Colpi di tuono e lezioni di sguardo
    di Paolo Nori

    Mi sembra che il modo migliore per dare un’idea del romanzo Colpi al cuore, sottotitolo Come fu girato il padrino, del finlandese Kari Hotakainen (Iperborea 2006, pp. 353, euro 16, traduzione di Tullia Baldassarri Höger Von Högersthal), che ho letto recentemente, sia paragonare l’uso delle sue metafore con quelle del romanzo di Niccolò Ammaniti Come Dio comanda (Mondadori 2006, pp. 496, euro 19), che ho letto subito dopo. Fare proprio due elenchi.
    In Ammaniti: «Cristiano Zena aprì la bocca e si aggrappò al materasso come se sotto ai piedi gli si fosse spalancata una voragine» (p. 7). «Ci fu uno scoppio assordante, e la zuppiera si disintegrò come se fosse stata colpita da un Cruise e rigatoni, schizzi di ragù e pezzi di plastica si sparsero per un raggio di dieci metri» (p. 102). «Dopo mangiato i tre rimasero in coma sul divano» (p. 103). «Ora che era arrivato il grande momento si sentiva sereno come un samurai prima della battaglia» (p. 187). «Si trascinò attraverso l’appartamento in cui sembravano esser passati i lanzichenecchi» (p. 281). «Era completamente zuppo di sudore e il piumino d’oca gli pesava addosso come se fosse sepolto sotto un quintale di terra» (p. 365). «Crollò sul divano sofferente e cominciò a lagnarsi come se gli stessero facendo una rettoscopia» (p. 398). «Il cancro se lo stava mangiando, proprio come una serpe si mangia un uovo» (p. 403). «E lei, a quel punto, come un capretto, un Bambi o quel diavolo che era, cominciò ad agitarsi, a urlare, a dimenarsi, a farfugliare» (p. 429). «Dovevano avere una sessantina d’anni. Una era alta e affilata come una mantide religiosa e l’altra era piccola e verde come un goblin. Il goblin si trascinava dietro un quadrupede che sembrava un diavolo della Tasmania» (p. 439). «Aveva visto i gabbiani volteggiare come avvoltoi che hanno puntato una bestia morta» (p. 446). «Poggiò una mano sul cofano come se fosse stremato da una lunga maratona» (p. 455). «Girò la testa verso la televisione con la velocità di una scimmia da laboratorio sotto oppio» (p. 477).
    In Hotakainen: «Gli uomini sono fatti di carta, di acciaio non ce ne sono mai stati» (p. 177). «Coppola si sentiva come uno scolaretto tenuto per mano a cui viene spiegato per la prima volta come si monta un modellino» (p. 190). «Sonny era emozionato, sopra le righe, come una pustola che si irrita al minimo contatto» (p. 216). «L’uomo tenta di chiamare i figli e i nipoti, e la sua voce cigola come la sedia su cui è seduto» (p. 262). «L’uomo aveva replicato che se nel film c’era quella musica e c’erano anche dei massacri sarebbe andato a vederlo più che volentieri e ci avrebbe portato anche il cognato, che non è un patito di film d’azione ma più un tipo da pesca sul ghiaccio» (p. 264). «Per quarant’anni Keränen era sempre riuscito ad andare in bagno quando gli scappava, ora si sentiva come se entrambi i bisognini stessero per finirgli nei pantaloni senza il permesso del legittimo proprietario» (p. 269). «Le donne sono creature indomabili. Sono elettricità e acqua» (p. 281). «Laatikainen le sembrava una foca pronta a tornare alla sua vita originaria sulle rive del Saimaa. Dal naso e dalle orecchie gli spuntavano i peli, e dalla camicia sbottonata compariva un ciuffo di lanugine grigiastra. A parte il reddito, non vedeva altro che lo distinguesse da una foca» (pp. 288-9). «Il film mi piacque, anche se era fatto male. Brando era il migliore, bisognava ammetterlo. Che sia o meno un brav’uomo, recitare sa recitare. Il suo Vito Corleone era come mia nonna, una persona fragile che dice a bassa voce il fatto suo. La nonna passava le ore sulla sedia a dondolo in soggiorno a rammendare le reti da pesca del nonno. La sedia cigolava, e dalla sua bocca uscivano vecchi proverbi. Non erano regole di vita, erano colpi di tuono» (p. 344).
    Adesso, a parte le foche, è singolare che l’esperienza di un mio quasi coetaneo finlandese mi sia più familiare dell’esperienza di un mio quasi coetaneo italiano.
    A me sotto i piedi non si è mai spalancata una voragine, non ho esperienza diretta di qualcosa disintegrato da un Cruise, non ho mai visto una persona in coma, né un samurai prima della battaglia, né un luogo nel quale erano passati i lanzichenecchi (né un lanzichenecco), non son mai stato sepolto sotto un quintale di terra, non mi hanno mai fatto una rettoscopia, non ho mai visto serpi che mangiano un uovo, né un capretto, un Bambi o quel diavolo che era agitarsi, urlare, dimenarsi, farfugliare. Non ricordo di aver visto una mantide religiosa e non ho idea di cosa sai un goblin, e tantomeno un diavolo della Tasmania, non ho memoria di avvoltoi che puntano una bestia morta, non ho mai fatto una lunga maratona (neanche una breve), non ho idea della velocità con cui gira la testa di una scimmia sotto oppio.
    La carta, i modellini, le pustole, il cigolio delle sedie, la pesca, i bisognini, l’elettricità, l’acqua, le conosco. Le foche poco, ma avevo una nonna che parlava così, con dei colpi di tuono.
    Un mio amico con cui avevamo parlato poco tempo fa del fatto che i libri si scrivono con gli occhi, mi ha chiamato ieri e mi ha letto al telefono un pezzo di Flannery O’Connor preso da Nel territorio del diavolo, Sul mistero di scrivere (minimum fax 2002, pp. 150, euro 7,50, a cura di Robert e Sally Fitzgerald, edizione italiana a cura di Ottavio Fatica). Oggi sono stato in libreria e ho comprato il libro.
    Il pezzo è questo: «La narrativa opera tramite i sensi, e uno dei motivi per cui, secondo me, scrivere racconti risulta così arduo è che si tende a dimenticare quanto tempo e pazienza ci vogliano per convincere tramite i sensi. Se non gli viene dato modo di vivere la storia, di toccarla con mano, il lettore non crederà a niente di quello che il narratore si limita a riferirgli… Ho un amico che sta prendendo lezioni di recitazione, a New York, da una signora russa che ha fama di essere un’ottima insegnante. Mi scriveva questo mio amico che per tutto il primo mese non hanno pronunciato neanche una battuta, ma solo imparato a guardare. Imparare a guardare, infatti, è la base per l’apprendimento di qualsiasi arte, tranne la musica. Molti dei narratori che conosco dipingono, non perché siano particolarmente dotati, ma perché dipingere li aiuta a scrivere. Li costringe a osservare le cose».

    uscito sul Manifesto nel gennaio 2007 (non ricordo la data precisa)

  17. se posso permettermi di inserirmi in questa eccellente discussione
    vorrei dire che oggi fare un romanzo mi pare un’impresa quasi sempre votata al fallimento. non ho mai letto ammaniti e non riesco a leggere neppure certi grandi romanzi novecenteschi specialmente quelli americani.
    non credo che sia solo un mio problema. credo che l’epoca richieda alla letteratura alle forme. credo che il senso di sfinimento che mi pare del tutto inedito
    non possa essere affidato a forme vecchie.
    poi c’è un’altra questione. c’è chi scrive per intrattenere il pubblico e non c’è nulla di male.
    e c’è chi scrive come forma di militanza.
    c’è chi sulla pagina dà spazio al suo dolore e lo fa combattere.
    io sto con questi ultimi, sia che abbiano scritto nel passato, sia che scrivino adesso.

  18. @ Teo Lorini
    Sì, hai ragione. Non avevo (e non ho) sottomano il pezzo del “manifesto” che ora opportunamente riporti, mi suonava simile a questo su Che la festa cominci. E appunto: altro che simile. Poi ricordavo male un’altra cosa: questo pezzo non è compreso in Pubblici discorsi dove però a pp. 124-5 c’è già in embrione lo stesso “discorso”, stavolta a proposito di Io non ho paura. Ora, a parte il fumus persecutionis diciamo, si finisce per sospettare (restando in attesa, dio voglia!, che qualcuno smentisca la circostanza di una sua collaborazione a “Libero”) che con la sua ben nota provocatorietà Nori abbia voluto dimostrare qualcosa, pubblicando la stessa cosa su “Libero” e “il manifesto”. Il che per me dimostrerebbe solamente, però, che non sempre le persone spiritose sono poi così spiritose.

  19. a questo punto mi scuso con paolo nori. avevo pensato di chiedergli l’autorizzazione a postare qui la sua recensione, poi mi sono detta ma come, la rete è per la libera circolazione delle idee. appunto. non ci trovo niente di strano nel fatto di reiterare le stesse idee e gli stessi concetti, né a

  20. (sorry)
    a questo punto dal basso di uno pseudonimo mi scuso con paolo nori: giuro che non lo faccio più. avevo pensato di chiedergli l’autorizzazione a postare qui la sua recensione, poi mi sono detta ma come, la rete è per la libera circolazione delle idee. appunto. non ci trovo niente di strano nel fatto di reiterare le stesse idee e gli stessi concetti, né ad andare a farlo su libero, anzi. soprattutto se sono espressi in una forma ottima e di poco migliorabile. un buon modo per combattere il rumore.

  21. “La letteratura industriale avanza così.”.

    Quella individuale, forse. Ma coraggio. E’ in atto un tentativo di scrittura industriale collettiva (oltre duecento gli autori). E’ la SIC (sic!) Addio patetici gruppi collettivi ristretti (alla Wuming, per intenderci), dunque. Ne vedremo delle belle.

  22. Ahah, geniale nori che da la stessa recensione di due libri di uno stesso scrittore a due giornali di orientamento opposto.

  23. che sia disprezzo per Ammaniti, per il lettore o per il giornale su cui scrive, è un pessimo modo di recensire, rasenta l’inciviltà

  24. @temptative
    “(se non c’è più un centro tutto diventa un centro potenziale)”.
    che significa, in concreto?
    che tutti i giornali sono uguali?
    e il così detto “centro” non è che uno se lo dovrà coltivare “dentro” come base di un qual si voglia comportamento “fuori”?
    sei per la “modernità liquida”? per il tutto è uguale? per il “famolo strano”?

  25. ma in coda alla recensione di la porta sull’indice, (primo link dato da temptative alle 13:33) vi siete letti i giudizi dei lettori?

  26. È quasi un OT, ma dal momento che è stato detto qui [da Andrea Cortellessa, alle 14.54 del 14 novembre], vorrei capire perché, se Paolo Di Stefano insieme ad altri sul “Corriere” critica Roberto Saviano [“la santificazione letteraria di…”], “eccepisce alcunché”, mentre se io assieme ad altri su “Lipperatura” critico Paolo Di Stefano lo “sottopongo a linciaggio”. A me (che non ho letto il libro, e quindi non mi pronuncio) non viene da pensare che qui si sottoponga a linciaggio Ammaniti solo perché molti commenti sono negativi, né viene da pensare che l’orientamento negativo che sembra emergere sia preordinato dall’autore del post o dalla redazione della testata.

  27. Sempre a proposito di Cortellessa che mi chiama graziosamente in causa. Di Stefano, vorrei ricordare, ha parlato di “prospettiva telegenica” a proposito delle idee letterarie di Saviano, di ingenuità, di clichet, insomma, di atteggiamento “di pancia” che si accattiva le simpatie popolari.
    A me sembra che una critica che si ponga con questo atteggiamento (che è persino morbido rispetto ai vari “Giovane Holding” e “Piedone lo sbirro”) nei confronti di uno scrittore che è arrivato a parlare a tanti lettori non forti, a ragazzi, a persone semplici, sia misera. Questo ho detto e ribadisco il concetto. Quanto al fatto che molto spesso ci sia, misconosciuto, l’occhio del romanziere che prevale su quello del critico, bene, mi sembrerebbe interessante riparlarne prima o poi. Peraltro, per aver scritto questo, il linciaggio l’ho subito io, su Lipperatura, a suon di “fascista”.

  28. Di Stefano dice questo : “E come se l’etica non si trovasse altrove che nella realtà. Ambedue, Merini e Saviano, propongono il loro tragico destino come principio universale e capolavoro in sé. Lo scrittore, per essere tale, deve immolarsi alla vita o alla società. Ma secondo questa prospettiva (molto telegenica anche se uscita da un dolore indiscutibile) non sarebbero letteratura i capolavori della letteratura: da Omero a Proust a Kafka a Pessoa a Svevo a Montale …”

    a me non sembra misera, non mi sembra neppure una critica, ma un semplice richiamo a quello che è sempre stata la letteratura

  29. @ De Michele e Lipperini
    Giusto: è OT la mia parentesi, e inidoneo il mio uso della parola “linciaggio”. Temo che aggiungere le prossime righe ci affossi in OT ancora di più; però l’articolo di Di Stefano (io l’ho trovato qui perché su Lipperatura non era leggibile in forma integrale, ancorché relativamente breve: http://terzotriennio.blogspot.com/2009/11/la-letteratura-ne-realta-ne-estasi.html) a me non pare affatto violento, e non merita di essere qualificato da Lipperini “ribollire di veleni”; né la sua idea della letteratura (difesa nel dibattito seguente da Sergio Garufi e Cristiano De Majo) mi pare meriti il sarcasmo liquidatorio di De Michele (che cita una frase di Céline, a proposito delle mosche: “Con buona pace di Di Stefano: sì, la letteratura non basta a se stessa. Chi pensa che basti a se stessa è un paraculo che guarda la parete, o lo specchio del bagno prima di farsi la barba. […] Di Stefano e Garufi sono un esempio adeguato, esaustivo e autosufficiente di cosa significa passare il tempo a cercare di inculare le mosche: ma che glielo dico a fare?”).
    A fronte di un’opinione pressoché unanime che “santifica” Saviano e Merini, cioè esclude questi due personaggi dal novero degli scrittori la cui opera sia leggibile e valutabile al di là e al di fuori delle rispettive (e fra loro, benintesto, diversissime) vicende biografiche, Di Stefano rivendica la possibilità di operare una critica letteraria alla loro opera, nonché alla loro poetica. Questa poetica fra l’altro nell’ultimo periodo Saviano la ripete da tutte le tribune mediatiche che gli sono state messe a disposizione a tutt’altro fine (e cioè a proseguire la sua meritoria opera di denuncia civile, nonché – come giustamente nel dibattito seguito all’intervento di Lipperini ha sottolineato Valentina Maran – a “farsi vedere” come intelligente strategia di difesa nei confronti di chi minaccia la sua incolumità fisica).
    L’appena descritta eterogenesi dei fini ha fatto sì che nell’Italia del 2009 vi sia una e una sola poetica “visibile” da parte del grande pubblico, e mi pare che – già solo per questo – chi voglia professarne altre (ché con buona pace di De Michele negli ultimi decenni ne sono state proposte appunto diverse altre) dovrebbe avere il diritto di farlo senza essere accusato di fare il gioco della camorra oppure di essere mosso dall’invidia professionale. Sono due argomenti che non fanno onore a chi li professa.

  30. Loredana i linciaggi e le mode hanno a che fare con i numeri, sono comportamenti collettivi. Se in una discussione un partecipante dice che il tuo atteggiamento è fascista e gli altri 50 stanno dalla tua parte non si può parlare di linciaggio, di certo non a tuo danno. Che senso ha uno solo che lincia 50 persone? Stessa cosa le mode. Ora sarebbe di moda stroncare Ammanniti quando le stroncature si contano sulle dita di una mano mentre con gli elogi si potrebbe riempire la Biblioteca Nazionale? Le mode letterarie sono altre, sono i libri che recensisci tu, le saghe dei vampiri, ecc.

  31. quello più danneggiato dall’impossibilità di operare una critica letteraria alla sua opera, oltre che dalle condizioni in cui è costretto a vivere, è proprio Saviano, che prende sempre più ai miei occhi la dimensione di una figura in tutti i sensi tragica

  32. Stiamo andando OT. Garufi, io mi occupo di quelle “mode” perchè sarebbe miope non farlo, e negativo. Non è questa la sede par parlarne: possiamo farlo su Lipperatura o via mail, se lo desideri.
    Andrea. I toni. Dipende da come ne parli. Chiunque ha diritto di criticare letterariamente Saviano e Ammaniti: ma se la critica letteraria di Di Stefano si esprime in quei termini, io ci leggo poco più di un corsivetto maligno.
    Chiudo qui per quanto mi riguarda.

  33. tutti dicono tutto il tempo le stesse cose con noiose, verbose e troppe parole. nori è uno scrittore: perché non può quotare sé stesso? le sue parole lasciano un segno, così qualcuno ne ha avuto memoria, cioè reiterate sono diventate durature. questo dice, secondo me, quello che ha fatto nori.

  34. @ La Lipperini
    Appunto, “i toni”. A te sembrano, quelli di Di Stefano, “un ribollire di veleni”. A me no. Non sarà la prima volta che non siamo d’accordo. (Faccetta.)

    @ temptative
    sperando basti a tornare IT (si dice così?): per quanto mi riguarda “quello che ha fatto Nori” è stato pubblicare un articolo su “Libero”. Mi piacerebbe sapere perché abbia ritenuto opportuno farlo.

  35. Meglio niente che “Libero”. E Nori, cultore dei “nullisti del Don”, dovrebbe saperlo bene.

  36. Ho visto il post su Saviano in Lipperatura. Il problema è sempre lo stesso: l’impossibilità d’analizzare serenamente da un punto di vista letterario Saviano, e nel caso anche d’eccepire sulle sue capacità di scrittore. A me pare una forma d’intolleranza ideologica l’aggressione sistematica e aprioristica nei confronti di chiunque metta in discussione Saviano come scrittore.
    ps: vita e scrittura sono sempre intrecciate, quando la scrittura è seria; il caso di Saviano è un caso d’intreccio più “concreto” (deve vivere sotto scorta, rischia le rappresaglie camorriste eccetera a causa del suo libro): ma questo lo rende in automatico intoccabile sotto tutti i punti di vista?
    pps: interessante (nonché inquietante) la raccolta delle metafore del libro di Ammaniti a opera di Nori.

  37. Ossignore la questione morale? Mi pare che state discutendo di un libro che parla della camorra uscito per mondadori. suvvia. non mi pare che in italia gli scrittori si preoccupino della questione morale. soprattutto quello di sinistra.

  38. Andrea, su Nori:
    “per quanto mi riguarda “quello che ha fatto Nori” è stato pubblicare un articolo su “Libero”. Mi piacerebbe sapere perché abbia ritenuto opportuno farlo.”

    Forse perché Libero lo paga e Il Manifesto no?

    ;-)

    (A proposito: non è difficile: prima il due punti, o nel mio caso il punto e virgola, poi il trattino poi la parentesi chiusa. Ce la puoi fare. Scrivere sempre *(Faccetta)* è solo una perdita di tempo. Per te che scrivi e per noi che leggiamo)

  39. @Gianni Biondillo
    e se uno non vuole scrivere l’emoticon? se il parametro è la perdita di tempo, allora sarebbe meglio tornare a lavorare, piuttosto che stare qui. Quanto al fatto che “il manifesto” non paghi, ne so ben qualcosa. Ma non è stato questo il motivo per cui ho smesso di scriverci. E non è certo un buon motivo per scrivere su “Libero” (niente Faccetta)

  40. Non c’è nessun buon motivo neanche per pubblicare con einaudi e mondadori se è per questo. ma ho un senso di deja vù. non sono affermazioni gradite, mi sa.

  41. Gianni, io il (faccetta) di Andrea lo interpretavo come un metterlo fra virgolette, il segno della sua estraneità agli emoticon. Non facciamo i prescrittivi, le faccette nere :-)

  42. Se non si vede la differenza fra “Libero” e Mondadori o Einaudi, il déja vu non farà aggio sul melius abundare. A dispetto della (evidente) perdita di tempo.

  43. comunque, quanto al tempo, faccio prima a scrivere “Faccetta” che a fare l’emoticon (quanto alla lettura non so, mi pare difficile da misurare). Ma naturalmente ha ragione Garufi. Come quasi sempre.

  44. stacchetto della domenica
    vetusto, didascalico, pedagogico, la differenza sta nell’orecchio di chi ascolta

    Racconteranno che adesso è più facile
    che la giustizia si rafforzerà
    che la ragione è servire il più FORTE
    e un calcio in culo all’umanità

    Ditemi ora se tutto è mutevole
    se il criminale fu chi assassinò
    poi l’interesse così prepotente che conta solo chi più sterminò

    Romba il potere che detta le regole
    cade la voce della libertà
    mentre sui conti dei lupi economici
    non resta il sangue di chi pagherà

    Italia d’oro frutto del lavoro cinta dall’alloro
    trovati una scusa tu se lo puoi

    Italia nera sotto la bandiera vecchia vivandiera te ne sbatti di noi
    mangiati quel che vuoi fin quando lo potrai
    tanto non paghi mai

    Tutto si perde in un suono di missili
    mentre altri spari risuonano già
    sopra alle strade viaggiate dai deboli
    la nostra guerra non si spegnerà

    E torneranno a parlarci di lacrime dei risultati della povertà
    delle tangenti e dei boss tutti liberi
    di un’altra bomba scoppiata in città

    Spero soltanto di stare tra gli uomini
    che l’ignoranza non la spunterà
    che smetteremo di essere complici
    che cambieremo chi deciderà

    Italia d’oro frutto del lavoro cinta dall’alloro
    trovati una scusa tu se lo puoi

    Italia nera sotto la bandiera vecchia vivandiera te ne sbatti di noi
    mangiati quel che vuoi fin quando lo potrai
    tanto non paghi mai

    Frateeeeeeeeeelli d’Italia, l’Iiiiiiiiiitalia s’è desta
    dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa
    baci
    la fu

  45. A me rattrista leggere critici che solo un paio di anni fa dicevano che la rete non produceva nulla di nuovo e rilevante e ora passano il tempo a intasarla di loro arguti commenti su libri di scarso interesse e su polemiche di scarso interesse. Cortellessa, Policastro, Belpoliti e compagnia bella perchè non vi occupate di parlare di quei tanti libri importanti e belli di cui nè Di Stefano nè la Lipperini nè Nori parleranno? Perchè non parlate della letteratura non-industriale, ma a tutto campo. Il vostro tempo è sacro; di critici ce ne sono pochi e voi, nel bene e nel male siete tra questi. Fate bene il vostro lavoro, invece di correre laddove c’è polverone per far vedere che non si solleva sabbia senza che ci sia la vostra zampa.

  46. @Alligatore
    Allora, se non si frequentano i blog si è degli snob nella torredavorio; se li si frequentano si perde il preziosotempo che andrebbe piuttosto destinato a “libri importanti e belli” di cui qui, per definizione, non si parla. Allora dicci tu quali sono questi “libri importanti e belli” da noi colpevolmente negletti. Dacci una mano, orsù.

    @ Francesco Pecoraro
    Sarà. Ma se “il cielo stellato sopra di me, la norma morale dentro di me” fa parte della “cultura western”, vuol dire che questa cultura per una volta ha fatto buone letture.

  47. Il problema di Ammaniti (che non sarà mai grave come scrivere su Libero, per quanto mi riguarda su Nori ho messo una bella croce) è, semplicemente, l’aver finito le cose da dire, proprio a livello di modo di dirle. Era micidialmente e inevitabilmente buona letteratura commerciale anni ’90 e come tale, oggi, risulta obsoleta.

  48. Nori è Nori. Ovunque scriva. Mi pare.
    D’Alema pubblica con Mondadori. Saviano pure.
    Ci occupiamo una volta della sostanza?
    In più, a me pare interessante, ragionando per schemi manichei, invadere il terreno nemico. Un anarchico come Nori fa bene a muoversi in libertà. L’importante è non aver padroni. A mio modesto parere che ovviamente condivido.

  49. Oh bè se lo fa D’Alema… :D

    Parlando seriamente: al di là del fatto che personalmente non apprezzo troppo neanche chi pubblica per Mondadori quando potrebbe tranquillamente rimediare ponti d’oro altrove, c’è una differenza sostanziale tra pubblicare per Mondadori ed Einaudi e scrivere per Libero: la linea editoriale (nel caso di Einaudi anche la storia).
    E’ vero che per ogni libro venduto con le suddette case editrici si arricchisce un certo uomo politico, ma è vero anche che le suddette, se si eccettua il recente caso Saramago, non riflettono la sua linea politica e anzi hanno una tradizione di pluralismo, oltre che pubblicare fior di classici. Libero, al contrario, è un’arma di propaganda al soldo di quel potere, un organo non libero (mi si perdoni il gioco di parole) che non di rado si è mosso in dispregio delle più elementari norme del giornalismo. Per questo scriverci sopra dovrebbe essere cagione di maggior vergogna rispetto a pubblicare un libro con le suddette case editrici.

    P.S. La favoletta del “battitore libero” ce la raccontano da 15 anni ed ecco in che Italia ci troviamo :)

  50. @andrea cortellessa
    quando gary cooper resta solo ad aspettare i cattivi perché lo fà?
    è la legge morale dentro di lui.
    lo stesso per van heflin che intigna contro ogni logica di auto-conservazione a mettere glen ford sul treno per yuma: glen ford capisce cosa lo spinge e alla fine persino lo aiuta.
    quanto al cielo stellato a quei tempi ce n’era quanto se ne voleva.
    la cultura western è anti-politica nel senso che il motore delle azioni umane non vi è il consenso (su cui si basa appunto la politica e forse tout court la polis) altrui, ma la convinzione di ciò che è giusto fare o non fare, la percezione di avere una dignità da preservare a tutti i costi.
    questo induce l’Io western ad agire per risolvere tutte quelle contraddizioni che minacciano la sua dignità: a qualsiasi costo.
    ed è proprio in quel “a qualsisi costo” che risiede la differenza col nostro modo di difenderla.
    però c’è un limite anche per noi e gli intellettuali italiani l’hanno oltrepassato da un pezzo.
    che la dignità non sia più un concetto non solo praticabile ma nemmeno intelligibile?
    oggi noi possiamo distinguere quanto vogliamo su cosa sia giusto o non-giusto fare: l’Io western non avrebbe dubbi.

  51. Io da tempo apprezzo i blog letterari caro Cortellessa, e da tempo vi trovo più vita e più imprevisti che altrove. Ma è il lavoro di redazione e le proposte che contano molto più di trentaquattro commenti di cinque righe ciascuno. Quelli lasciali a noi. Quanto alla lista di quelli di cui potresti occuparti, questo è il tuo lavoro, non il mio. E so che lo sai fare, ma non farlo solo dove c’è clangore e ribalta. Puoi partire anche da NI, da certe proposte davvero importanti, Arno Schmidt, ad esempio. Oppure se vuoi una mia ultima lettura: http://www.sponsorizzati.it/06-07-2009/finalmente-dopo-anni-jr-di-william-gaddis-189191.php. Queste sono opere di cui varrebbe la pena di parlare criticamente in Italia. Ma bisogna ogni tanto passare il casello di Chiasso.

  52. @ Cortellessa
    Io da anni trovo più vita e più imprevisti nei blog letterari che altrove. Ma è il lavoro di redazione e le proposte che contano molto più dei 15 commenti di cinque righe ciascuno che decidi di lasciare qui o altrove. Quelli lasciali a noi. Quanto alla lista di quelli di cui potresti occuparti, questo è il tuo lavoro, non il mio. E so che lo sai fare, ma non farlo solo dove c’è clangore e ribalta. Puoi partire anche da NI, da certe proposte davvero importanti fatte anche qui, Arno Schmidt, ad esempio. Oppure se vuoi una mia ultima lettura: http://www.sponsorizzati.it/06-07-2009/finalmente-dopo-anni-jr-di-william-gaddis-189191.php. Queste sono opere di cui varrebbe la pena di parlare criticamente in Italia. Ma bisogna ogni tanto passare il casello di Chiasso.

  53. @ Andrea Cortellessa
    Nel mio post scrivevo anche (sennò sembra che sia intervenuto per partito preso verso Di Stefano):
    «La critica alla non-autosufficienza, o non-autoreferenzialità della letteratura nella pratica e nella manualistica scolastica (vedi, uno per tutto, “Il materiale e l’Immaginario” di Ceserani-De Federicis come oggetto polemico) è uno dei cavalli di battaglia di chi ritiene che la letteratura (e il suo insegnamento) debbano ritornare indietro di 50 anni. Nei curricoli per l’insegnamento dell’italiano preparati dal ministro Moratti (e tutt’ora sul tavolo del ministro Gelmini) la teoria letteraria si arresta là dove finisce l’elenco degli autori italiani del Novecento: a Riccardo Bacchelli».
    Riporto, per spiegarmi meglio, un passo tratto da un testo sulla scuola tutt’altro che banale e privo di spunti (non stiamo parlando di Paola Mastrocola o Galli della Loggia, per capirci), dove si critica in questo modo l’insegnamento della letteratura nella scuola italiana dell’ultimo trentennio:
    «Di fronte alla contestazione studentesca i professori provano a rispondere impossessandosi di un birignao sociologico marxisteggiante buono per tutte le occasioni e che passati gli anni della rivolta si reinventa in forme molteplici e successive. Il materiale e l’immaginario, la semiotica, la narratologia con i suoi schemi, le frecce, le funzioni, che di ogni personaggio di romanzo fanno manifestazione superficiale di strutture attanziali profonde: in tutti i casi è come se la letteratura debba ricavare da tutto fuorché da se stessa le ragioni che giustificano la sua presenza nell’insegnamento scolastico» (Adolfo Scotto di Luzio, “La scuola degli italiani”, Mulino, 2007, p. 365).
    Ecco: secondo il mio modesto avviso, Di Stefano porta acqua a questo mulino, e non è rilevante che ne sia consapevole o meno; e contribuisce a rafforzare una linea culturale che sembra prevalente nel “Corriere”, sia nel campo della critica “pura”, sia in quello della critica “pratica”, cioè la sua estensione al campo della prassi (in questo caso, didattica). E mi sembra che questo La chiami in causa, sia come uno degli operatori di questo orientamento culturale, sia come co-autore di testi scolastici. E, sempre secondo il mio modesto avviso, spesso il dibattito critico-letterario s’impunta sul singolo albero, e perde di vista la più vasta foresta, sulla quale non vedo schiere di combattenti.
    E, se posso aggiungere: se sul “Corriere” ho delle impressioni su una linea prevalente, non ho dubbi su quello che “Libero” sostiene, e contribuisce a sostenere, sulla foresta che chiamo “scuola”.

  54. @ De Michele
    Non ho capito bene se il “Le” con maiuscola ironica chiami in causa me personalmente o chissà quale avversario immaginario. Rispondo per “me”, minuscolo. Riguardo a me, dunque, come coautore di testi scolastici immagino ti riferisca all’antologia Storia e testi della letteratura italiana, entro la quale ho collaborato con l’autore principale che è Giulio Ferroni. Se immagini che un testo firmato da Ferroni possa “portare acqua al mulino” di una visione “autoreferenziale” del letterario vuol dire che, oltre a essere scarsamente informato sulla storia della critica italiana recente, hai una visione davvero manichea (nonché surreale) del “campo” letterario di questo paese. Quanto alla mia attività critica personale il mio primo libro s’intitola Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale: che se proprio si può imputare di un partito preso (e tutto sommato non credo lo possa) è di quello contrario all'”orientamento culturale” che tu presupponi appartenermi (così come tantissimi saggi e articoli, per i quali ho anche pagato di persona; la casistica in privato, please). Se poi la “linea prevalente” dell’informazione letteraria che passa sui grandi quotidiani italiani ti pare quella dell'”autosufficienza della letteratura” vuol dire che non leggi neppure i giornali, né accendi mai la televisione. Tanto poco è “prevalente”, oggi in Italia, questo modo di intendere la letteratura, che i (minimi) sali polemici riscontrabili nel pezzo di Di Stefano – quelli che hanno fatto parlare di “veleno” ecc. – si devono semmai, secondo me, a un (abbastanza più verosimile) complesso di accerchiamento uguale e contrario a quello da te ipotizzato. Ma appunto: i nemici più sfuggenti sono quelli immaginari.

  55. E’ vero, concordo con quanto afferma l’Alligatore: la migliore critica, che non ha mai tempo per, si produce qui in un fiume di commenti per discettare sul grado zero del romanzo medio di Ammanniti e il grado zero della critica di La porta ?

  56. Manuel, e io, me miserello, se suggerisco tomi di editori ignoti e di scrittori dalle geografie inconsuete vengo pure tacciato di invadere il campo altrui. Ahimé, povero me, me meschino… (faccetta)

    Fattala, l’inutile battuta, affermo invece che la discussione se è sgorgata così eruttiva significava che andava fatta. Di Ammaniti si deve parlare, insomma. E se degli “altri” più che meritevoli non si trova spazio sulle riviste di alrgo consumo, ebbene, qui non manca proprio.

  57. probabilmente hai ragione. L’impressione è che comunque si seguano sempre i soliti noti, per riverirli o per svilirli, comunque per parlarne e gonfiare l’evento Di fatto, rendendosi complici della mercificazione in atto.

    Ho letto in qualche commento che c’è una qualche differenza tra la linea editoriale di Einaudi, Mondadori, e non so chi: qualcuno mi spieghi come mai indistintamente ritrovo alcuni autori in entrambe le case.

    Ogni tanto sospetto che la casa di via Biancamano si ridurrà a fare cantautorato. Con buona pace della critica e della carta stampata, del pubblico (una volta li chiamavano lettori) e forse delle vendite.

  58. @ Andrea Cortellessa
    (e un po’ anche @ A., @ me e @ tutti gli altri perplessi),
    non c’è errore e non c’è smentita, anzi qui Paolo Nori rende noto che si trova perfettamente a suo agio sulle colonne di Libero, proponendo il solito sofisma a cui costantemente ricorrono coloro che mettono la propria firma su quel foglio (e sugli altri del medesimo tenore e del medesimo padrone), sofisma che a me pareva già lambiccato e strumentale 5 o 6 anni fa e che, formulato in questo particolare momento storico-politico, mi sembra anche abbastanza patetico.

  59. a proposito di condivisione
    non fa alcuna differenza condividere o non condividere la “linea” di un giornale,
    siamo in democrazia e ognuno si esprime dove gli danno voce

    è tuttavia presumibile che se non dici nulla di “rilevante” ti lascino dire il cazzo che ti piace e che ti pare

    poi così puoi essere visibile e leggibile attraverso gli occhi di certa ggente che compra magari “libero” perchè ne condivide in pieno il “senso”, quello ultimo, e che troverà di buon gusto e altamente democratico leggere su un giornale di merda qualche bel pezzo “libero”

    che poi l’abbiano fatto tanti in passato, quelli famosi citati da nori, non fa che confermare la situazione di grande “democrazia” cui siamo pervenuti o parvenu.

    penso che alcuni dei celebri defunti si siano pentiti, mi sono apparsi in sogno

    di mio mi permetto un pensiero radicale, diciamo che quello non me lo può togliere nessuno, diciamo!

    molti baci
    la funambola

  60. Chiedo scusa a Paolo Nori, ma è proprio sicuro, Nori, che scrivere sul “Corriere” o sulla “Stampa” sia lo stesso che scrivere su “Libero”? Non esisteva, un tempo, una cosa che si chiamava “pregiudiziale antifascista”? Che fine ha fatto?

  61. @ Andrea Cortellessa
    1. Il “Le” non era ironico né offensivo
    2. La (ti) chiamavo in causa non perché porteresti acqua al mulino ecc. ecc., ma al contrario perché, essendoti impegnato anche nella divulgazione didattica, dovresti (credo tu sia) sensibile al problema che sollevavo relativamente all’insegnamento della letteratura italiana. Che esiste, a partire dai documenti ministeriali.
    3. Conosco la differenza tra “prevalente” ed “egemone”, e anche tra la forma assertiva e quella dubitativa (infatti ho detto che “mi sembra prevalente”). Se ho sbagliato nel calibrare la quantità di posizioni come quella di Di Stefano, non ho problemi ad ammetterlo. Non è invece secondario nell’ambito della didattica (in senso largo) e, per capirci, gente come Bertagna o Israel hanno più capacità di incidere nel reale di un articolo sul “Corriere”.

  62. Mi è saltato via un “essere” (“dovresti essere”) nel post soprastante, ormai è un tic :-)

  63. Dai, A., non fare così; vedrai che insieme riusciremo a superare anche questa delusione…

  64. Trovo molto brutto il piccolo testo di Paolo Nori dove si spiega perché ha accettato di collaborare con Libero. Intanto perché dimentica il fondamentale ammonimento di Fortini a guardare anche quello che c’è scritto ATTORNO ai tuoi pezzi sui quotidiani; e poi perché mette sullo stesso piano testate come Il Mondo di Pannunzio e Libero di Belpietro.
    Meglio, assai meglio, sarebbe stato dire: “Guardate, preferirei continuare a scrivere sul Manifesto, ma al Manifesto non pagano, o pagano così poco che è come se non ti pagassero; e dunque scrivo su Libero perché Libero mi paga, e bisogna pur mettere da parte un po’ di euro per mangiare e per pagare le bollette”.

  65. caro gianni
    ultime notizie che coinvolgono miliono di “delusi”
    test a sorpresa anticctroga per giovani lavoratori assunti con contratto determinato, determinato cazzo, in qualche grande multinazionale del commercio
    i cocainomani come i loro datori di lavoro in pochi giorni si puliscono come pure gli allegri dediti all’alcool, per i fumatori occasionali o non di mariuana il tempo per ritornare “vergini” è di tre settimane.
    se non ti sottoponi al test ti licenziano, se ti sottoponi e risulti giocoforza positivo ti licenziano, ti spediscono al sert, ti schedano.
    cosa ne pensano libero ed i suoi lettori di questa bella trovata?
    a cosa pensa nori quando scrive su libero?
    pensa a tutelare la sua “libertà” d’espressione?
    e cosa ne pensano le grandi testate, culla delle firme prestigiose?
    e cosa ne pensiamo noi?
    non ti credere caro gianno biondillo, non sono ottì, o lo sono tanto quanto nori che si fa pubblicare nella pagina culturale di feltri e belpietro, feltri e belpietro, feltri e belpietro (per tacere degli altri)
    che fare?
    consolarsi, e stare viscini viscini
    sì, è un’idea come tante
    baci
    la fu

  66. per essere precisa: analisi del sangue e delle urine
    perchè adesso ti guardano anche dentro, fin nelle viscere, e magari in un futuro non molto lontano “selezioneranno” chi è dotato, sano, prestante, affidabile geneticamente, con un bel sangue pulito e con anticorpi che scongiurino malattie che intralcino la produzione.
    ripassarsi, stampare, divulgare “la zona grigia” di levi
    ci siamo dentro tutti, non ci salveremo se non ci salviamo tutti!
    cazzo
    baci
    la fu

  67. Concordo in pieno con Piero. Un conto è fare il travet delle cronache, un conto fare l’opinionista, dove il testo è sempre, strutturalmente, ineluttabilmente, “marcato” dal contesto.

  68. @Gianni: la stavo superando infatti :)
    Ma il testo di Nori linkato dall’amico là sopra mi ha lasciato completamente basito. Fingere di non vedere quel che accade in quel giornale, di non vedere come si comporta quel giornale (spesso violando pure la legge), di non vedere come quel giornale sia sponsor quotidiano di intolleranza e non rispetto della legge, tutto questo per due soldi – io non so quanto possa essere pagata una breve recensione, ma certamente molto poco – è ripugnante. E ancora più ripugnante è osare paragonarlo al Corriere (che anche nei suoi anni più bui è sempre stato un giornale vero). Paragonarsi a Pasolini, poi, fa solo pietà. :(

  69. Lipperini dice: “Non è questa la sede par parlarne: possiamo farlo su Lipperatura o via mail, se lo desideri”.

    Ricordo per l’ennesima volta che Lipperatura è un blog in cui si pratica sistematicamente la censura verso i non omologati al pensiero della titolare. Ieri, per esempio, nel post in cui si parlava di generi (maschile e femminile), avevo postato la seguente profonda considerazione:

    “E che dire della folla mista (uomini & donne uniti nella lotta) che corre
    appresso a interminabili ROTOLONI REGINA nella pubblicità televisiva?
    Suvvia, ormai la questione di genere è superata, anche se aiuta a vendere certi saggi calcati su altri precedenti.”

    Risultato: il commento è stato CENSURATO DI BRUTTO. Lipperatura è più una newsletter per amici e fan di provata fiducia della giornalista che una libera palestra di discussione.

  70. “Sapevamo che le sue opinioni politiche differivano in gran parte dalle nostre (seppur non così tanto come ritengono alcuni).”

    quoto il commento di @funambola del 16 ore 18:00

  71. io ho sempre pensato che la pagina cultura di Libero, fosse una buona pagina cultura [seppure “corta”: due, tre pagine al massimo].

    negli ultimi anni ho poca frequentazione coi giornali.
    giovedì scorso – mi pare – ho avuto il corsera fra le mani. come da abitudine ho cercato la pagina cultura, per accorgermi che c’erano solo le pagine: *eventi*; *spettacoli*. mostre da una parte, televisione/film dall’altra.

    ed è un fatto.

    secondo fatto: come scriveva La funambola – se davvero la pagina cultura di Libero è libera [e io credo di sì], avremmo la dimostrazione pratica di quanto poco influenzi il Reale, la cultura.
    ovvero: le pagine cultura non spaventano nessuno.

    terzo fatto: è diverso rilasciare un’intervista, o avere una recensione su Libero – è diverso da “scrivere su” Libero?
    e quanto è diverso?

    e.

  72. do un fastidioso dato pragmatico, che potrete bellamente ignorare, as usual. nori i soldi dal “nemico” li ha presi, qualcun altro gli riempie le tasche quotidianamente. su nori però ci facciamo le croci sopra mentre agli altri, quando spesso gli altri siamo noi, facciamo gli altarini. c’è da domandarsi come mai la cultura faccia così poca paura in questo paese. c’è da rispondersi che spesso nelle file del nemico ci siamo anche noi, solo che facciamo finta di niente.

  73. Enpi, sul “primo fatto”, boh. Forse hai ragione, forse no. Non conosco così bene le pagine culturali di Libero per farmene un’opinione. Ma è evidente che qui NON si parla del livello culturale delle pagine culturali di Libero.

    Sul “secondo fatto”, è un’ipotesi da tenere in considerazione. Ricordo che, qualche tempo fa, discorsi simili li ho sentiti fare anche a proposito della Terza pagina del Giornale.

    Sul “terzo fatto”, certo che è diverso: la differenza mi sembra SOSTANZIALE. L’intervista puoi decidere di rilasciarla o meno perché vieni INTERROGATO su un fatto, e di quel fatto, se vuoi, puoi dare la tua opinione/interpretazione (magari del tutto opposta a quella del cronista o del giornale; e questo vale naturalmente per TUTTI i quotidiani).
    Sulla recensione, non credo si possa intervenire, no?, se la redazione decide di parlare del tuo lavoro. Nella stragrande maggioranza dei casi, a uno scrittore le recensioni arrivano tutte assieme, per mezzo dell’Eco della stampa, nei file allegati dagli uffici stampa dell’editore.

  74. @Piero
    scusa, Piero. scrivi:
    “L’intervista puoi decidere di rilasciarla o meno perché vieni INTERROGATO su un fatto, e di quel fatto, se vuoi, puoi dare la tua opinione/interpretazione […]. Sulla recensione, non credo si possa intervenire, no?, se la redazione decide di parlare del tuo lavoro”.

    quindi “scrivere per” Libero, è assimilabile a rilasciare un’intervista a Libero?

    @Alessandro
    “c’è da domandarsi come mai la cultura faccia così poca paura in questo paese”.
    ecco, questo mi sembra più interessante, che parlare dei soldi che ha preso o non preso Nori. anche perché a volte si perde il contatto con la Realtà.
    ovvero:
    – se Nori ha ricevuto un compenso: bene. è giusto
    – ci sta che non l’abbia ricevuto – anche
    – se l’ha ricevuto, non credo proprio sia il caso di dire “s’è venduto”. dài! che gli possono aver dato?

    @Andrea [Cortellesa]
    Andrea, io non credo che gli articoli sulle pagine cultura giustifichino il giornale in sé. siano la foglia di fico ecc.
    al contrario credo che le pagine cultura – se esistono, se son fatte “bene” – possono essere autonome dalla linea politica di un giornale, proprio per la questione di cui parla Alessandro. ovvero: sono ininfluenti.
    altro problema, le marchette – recensioni fellatorie, lanci veri e propri ecc.
    Nori non è tenero nei confronti di un libro del gruppo Mondadori, su un giornale [vicino a? appartenente a? ‘sta cosa non la so, e non ho neanche voglia di verificarla…] “del” gruppo Mondadori.
    sul Magazine del Corriere il principale “critico” si spertica sempre, quando parla dei libri dello stesso gruppo editoriale [Mondadori], persino più di quando parla dei libri RCS.

    e.

  75. “Quindi “scrivere per” Libero, è assimilabile a rilasciare un’intervista a Libero?”

    No, Enpi, non è assimilabile. Rilasciare un’intervista a un quotidiano del quale non si condividono idee, opinioni, linea politica, linea editoriale ecc. NON è come esserne collaboratore. L’intervista è una REAZIONE. Il giornale X mi chiama e mi chiede un’opinione su Y, e io decido se rendere o meno pubblica la mia opinione dalle sue colonne.
    E’ un evento una tantum. Non partecipa della linea editoriale, politica, culturale ecc. del giornale X. Non a caso, nel testo compare la firma del giornalista e NON dell’intervistato, che risponde solo delle parole virgolettate (non apriamo adesso il discorso dell’eventuale fedeltà del virgolettato alle parole effettivamente pronunciate sennò non ne usciamo più…)

    Scrivere sul giornale X è una AZIONE.Io mi riconosco nella linea politica, culturale, editoriale di quel giornale. Io alzo il telefono, o apro una email, e comunico al responsabile di voler scrivere di Y. Nel testo compare la MIA firma fin dall’apertura. E’ un evento che si verifica con regolarità, e partecipa di quel flusso editoriale e politico e culturale espresso dal giornale. Volenti o nolenti. I manuali di giornalismo usano non a caso, per le redazioni, l’immagine di un corpo collettivo, un unico elemento composto di vari pezzi. E magari il piede delle pagine culturali non contribuisce DIRETTAMENTE alle azioni della mano; ma di quel corpo è parte organica e integrante.

  76. Piero, ma – lo sappiamo tutti – le interviste vengono alterate: modificate, tagliate ecc.
    mentre firmare un pezzo dà più garanzie – teoriche, eh.

    comunque mi è chiara la tua distinzione.
    non so però se sia applicabile alle pagine cultura [se è vero che le pagine cultura sono “tollerate”, più che altro].

    ciao,
    e.

  77. Ho usato il grimaldello dei “soldi” proprio come tale, per farmi rispondere. di questi tempi pare che non basti più bussare sulla spalla di qualcuno per farsi ascoltare, ma bisogna colpirlo con un maglio ;)
    L’episodio di nori mi pare faccia uscire allo scoperto un punto dolente della questione, ossia come gli intellettuali di sinistra si rapportano all’attuale situazione italiana. ci sono molti modi, e molte azioni da poter fare, ognuna con una sfumatura diversa. io sono convinto che saviano sia una persona eticamente onesta, che abbia agito in assoluta buonafede, con degli esiti che poi, ad oggi, ognuno può valutare soggettivamente. la denuncia originaria di saviano si è risolta in un bagno di soldi per marina berlusconi, e una vita sotto scorta per lui. ora ognuno può vederla come gli pare. questo è l’esempio di saviano ma ognuno nel suo piccolo compie varie azioni che si assoggettano al contesto culturale dove ci troviamo purtroppo a vivere. non so se vi rendente conto proprio bene, ma noi italiani siamo una sorta di acquario sperimentale che all’estero osservano per constatare come si può ridurre una nazione che fa convergere potere mediatico e potere politico in una sola persona, che nel nostro caso rappresenta anche uno stile di vita, martellato nella testa di noi tutti per venti anni. il problema dell’intellettuale oggi in italia dovrebbe proprio esser quello di risvegliare qualche coscienza e farci rendere conto dall’interno di ciò che siamo diventati. per questo se saviano decidesse di non pubblicare più per un gruppo editoriale della famiglia di berlusconi darebbe, dalla posizione che si è creato, un grande esempio per tutti. Questo ovviamente è un parere personale, non sono saviano e cerco di dire quello che provo nella maniera più sincera di lui, questo glielo devo, glielo dovremmo tutti. com’è che diceva mourinho? prostituzione intellettuale, ecco. Questo è il rischio che corre ognuno con le proprie “azioni”. nello specifico, quella di nori potrebbe tranquillamente rientrare nella categoria, visto che molti qui su NI si sono risentiti del suo gesto. a me, onestamente, appare un modo intelligente di fregarli. voglio dire, critica un libro mondadori, riportando pari pari l’architettura della precedente recensione già di per sé irrisoria di ammaniti, comunicando che a distanza di anni non è cambiato nulla. a me questo arriva della recensione di nori, ossia: ammaniti, scrivi sempre uguale, non mi sforzo neanche di dirtelo in un altro modo, ripeto la stessa formula, solo che, e qui la boutade, esce per un giornale della parte politica opposta. io in questo ci vedo una forma di rivolta, non un asservimento. ma ecco, ognuno valuti come gli pare. il nocciolo della questione qual’è? che la cultura non fa paura, cultura è il vestito che ti metti e il libro che leggi. ma è anche l’informazione che ricevi, quella che tu ritieni ufficiale. in questo paese il 70 per cento s’informa solo tramite la televisione, ci dicono. e chi controlla la televisione? ecco. una pagina su libero oggi non conta come cinque minuti all’italia sul due. e nessuna pagina di nessun giornale. e anche nessun libro, a quanto pare. per questo la cultura in italia è innocua. per questo anche un libro dirompente come gomorra è stato assorbito dal muro mediatico che anzi l’ha fagocitato e riespulso fuori sotto forma di euro. questo è un paese addormentato. talmente addormentato che secondo me gli intellettuali di sinistra si sono appisolati sotto l’ombrello del “così fan tutti”. sarà anche così per tutti ma se intanto chi si professa antagonista di un sistema, che è quello berlusconiano, smettesse di farsi pagare da un suo ramo forse si potrebbe cominciare a distinguere chi è diverso da cosa. e invece d’alema pubblica con mondadori, e veltroni, e anche genna e wu ming, tanto è uguale dice. e non si offendano gli amici genna e wu ming che so benissimo che portano avanti battaglie e discorsi molto seri e che in parte condivido. ma qui ci si continua a scandalizzare per nori mentre il problema e molto più vasto e riguarda ognuno. Di questo, volevo parlare. Ma, me ne rendo conto, credo che vada a toccare l’aspetto personale e lavorativo di molti, quindi capisco che possa dare un fastidio enorme. Ma almeno non si guardi la pagliuzza nell’occhio dell’altro. e se lo si fa ci si prenda la responsabilità della propria trave.

  78. Manicheismo: O Bianco, o Nori. Scusate, ma qui c’è un clima da Tribunale del Popolo che è agghiacciante ed è pure finita l’estate, tra l’altro. Le parole, fossero pietre, magari? Ma qui son palottole. Uno scrittore dovrebbe essere responsabile solo di quel che scrive. Cazzo. E scusate se ho detto “di quel che scrive”. Giudici che si firmano, tra l’altro, come A. B. C. Ah, l’anonimato … che gran coraggio. Ma dico… rileggetevi un po’.

  79. Infatti sarebbe molto bello se gli autori che possono permettersi di andarsene da Mondadori/Einaudi se ne andassero (io non biasimo certo l’esordiente – come era Saviano ai tempi – che pubblica per Einaudi o Mondadori, ma tutti quelli citati troverebbero fior di contratti altrove): certo le loro parole e i loro discorsi politici acquisterebbero ben altro spessore, ben altra credibilità.

  80. @Giancarlo
    dài, alla fine si sta discutendo.
    io non so chi sia “A.” e non devo saperlo: ma se non vuole più leggere Nori perché ha scritto su Libero, son fatti suoi.
    forse l’importanza che ha [aveva] Paolo Nori nella vita di A., è maggiore di quella che nella mia, o nella tua. io – per esempio – continuerò imperterrito a leggere Nori. ché credo scriva buoni libri, Nori.

    @Alessandro
    posso essere d’accordo su alcune delle cose che scrivi.
    la questione “pubblicare con Mondadori” è dibattuta da tempi immemori [almeno dal 1990 – ma in realtà la “questione major” è aperta da molto prima] .
    bisognerebbe provare a “identificarsi”, credo.
    se ti/mi chiamano da Torino, e mi/ti dicono: Alessandro, carissimo! sono tizio/a e caio/a di Einaudi. il tuo libro ci interessa e vogliamo pubblicarlo.
    tu che fai?
    sul serio… tu che fai?

    però prima di approfondire quello che hai scritto, ho necessità di farti una domanda:
    che cavolo vuol dire “intellettuali di sinistra”?
    [ché poi leggo: D’Alema e Veltroni, accanto a Genna e Wu Ming, e prima ho letto Saviano. e non capisco – e già non capivo il senso di “intellettuali di sinistra”]
    e – visto che ci sono – ti chiedo: Gomorra è “un libro di sinistra”?

    [aggiungerei anche:
    – Mondadori ha bisogno di Saviano, per “arricchirsi”? ma davvero?
    – chi altro avrebbe potuto permettere una tale diffusione di Gomorra (2 milioni di copie)? ]

    e.

  81. Ma l’avete vista qualche prima pagina di Libero? Personalmente mi vergognerei quasi di leggerlo, ancora prima di scriverci. Ricordo che ai tempi del rapimento della Sgrena (o forse era il cronista di Repubblica in Afganistan, non ricordo più) titolava qualcosa tipo: “noi abbiamo 300mila ostaggi”. Senza parole. Neanche Cuore sarebbe stato capace di tanto, e Feltri faceva finta di dire sul serio. O la prima pagina su Veronica. Oppure quella di domenica, ogni titolo una mazzata al “nemico” e all’onestà intellettuale. Vi dicono qualcosa Renato Farina e Luciano Moggi? Scusate, sono un ingenuo, non riesco a cogliere l’aspetto “provocatorio” dello scrivere per una testata del genere, la cui missione sembra solo l’avvelenamento dell’aria, come se il paese non fosse già abbastanza marcio. Mai letto Nori – che a dire il vero mi incuriosisce – ma anche a me “scandalizza” la sua scelta (e per inciso non credo che una sua stroncatura arrechi un grave danno economico alla Mondadori). L’argomento che sarebbe più grave pubblicare libri per il berlusca non mi convince per niente: il discorso è troppo lungo e ne hanno parlato in centinaia meglio di me, ma non lo considero una grave manifestazione di incoerenza per un autore. Penso che più di ogni altra cosa parlino i cataloghi delle (ahinoi, Sue) case editrici.

  82. [oggi son pieno di domande]

    @A.
    ovvero: chi pubblica con Feltrinelli – per dire – è più credibile di chi che pubblica con Einaudi?
    davvero è così?

    e questo è vero anche per lo stesso libro?

  83. Intellettuali di sinistra vuol dire chi incide culturalmente sull’attività di un paese e si dichiara antagonista della destra, accidentalmente e anche in maniera offensiva capeggiata oggi da berlusconi. va dal politico al poeta che si dichiara apertamente ostile.
    per questo metto vicini wu ming e d’alema. e lo faccio anche in maniera provocatoria se vuoi, certo. è paradossale ma se ci si perde in infinite sfumature si perde di vista il problema centrale. fra di noi possiamo anche ognuno essere uno diverso dall’altro, ma rispetto a lui/loro siamo uno.
    gomorra non è un libro di sinistra, hai ragione, la legalità dovrebbe essere uno dei valori portanti della destra, ma non è che chi è di sinistra è per l’illegalità. e poi non è un caso se comunque è diventato un libro di sinistra. vuol dire che gli intellettuali di sinistra che facciamo finta di non sapere chi sono l’hanno avallato e fatto ariete anche di una loro battaglia.
    infatti saviano l’appello contro il ddl sulla sicurezza lo lancia da repubblica mica dal giornale, no?
    Tu dici che se non fosse uscito per mondandori non avrebbe venduto milioni di copie. io ti dico ok, ma vendendo due milioni di copie ha raggiunto il risultato che voleva ottenere? la risposta è no. e come hanno fatti questi maghi del marketing a convertire una denuncia in euro? ti rispondo per me. col nostro beneplacito. per questo ti dico che ognuno dovrebbe farsi un’analisi di coscienza e reagire con le armi che ha. saranno piccole, saranno niente, ma intanto si prova a schierarsi da una parte che non è quella del “così fan tutti.”
    Alla domanda ti chiama l’einaudi tu sinceramente cosa fai ti rispondo che sinceramente li manderei a fanculo ma il problema non si pone nemmeno perché se non spedisci le cose è difficile che ti chiamino a casa. quindi la scelta è a monte, non dopo. La mia esperienza personale adesso è pubblicare con editori clandestini o minimi, ma è una scelta, non credo posso fare da modello.

  84. @Alessandro
    son soddisfatto della risposta [“li mando a fanculo”] :)
    forse – e dico forse, senza insinuare nulla – dovresti davvero trovarti davanti alla possibilità di pubblicare Einaudi, per esserne certo.

    per me Gomorra non è un libro di sinistra, e non è un libro di destra.
    è un libro civile.
    sugli effetti che ha avuto o non ha avuto: non so dirti. non credo affatto che un solo libro possa cambiare il Mondo.
    ma – anche un solo libro – può servire. è gia qualcosa.

    anche la definizione che dài di “intellettuale di sinistra” è più chiara, ora:
    “chi incide culturalmente sull’attività di un paese e si dichiara antagonista della destra, accidentalmente e anche in maniera offensiva capeggiata oggi da berlusconi. va dal politico al poeta che si dichiara apertamente ostile”.

    ora Di Pietro sa di essere un intellettuale di sinistra ;)
    [oh, perdonami, davvero! è che ‘sto “intellettuale di sinistra” o lo attribuiamo per bene oppure fa ridere].

    e.

  85. Si sa che Einaudi telefona a tutti quelli che NON gli mandan nulla per farsi mandare a fanculo. E’ così che va l’editoria capitalista. A me per esempio, mi ferman per strada, si appostano nei vicoli bui, mi mandan fax, si nascondono dietro i testimoni di Geova i sabato mattina e sbucano all’improvviso per propormi di pubblicare un romanzo con loro. Io niente. Li mando affanculo, ttiè. Altro che cazzi. Col pugnetto chiuso ovvviamente e guardando lontano, in alto, verso il Soldell’avvenir. Altro che cotica. Uè.

  86. ma che c’entra adesso la pubblicazione dei libri col gruppo mondadori con quella della collaborazione a libero? Sono due cose distinte e separate, e spero che siate così mentalmente vispi da non dovervelo spiegare passo passo…

  87. due pensierini

    credo che mettere il dito nella piaga sia salutare anche se può far male

    la Letteratura non è nè di destra nè di sinistra
    la Letteratura, è Necessità o quantomeno tentativo di “Onestà”

    la destra e la sinistra, intese come schieramenti politici opposti, si appropriano poi della Letteratura per i propri fini, evidentemente machiavellici, che non rispondono ovviamente alla “Necessità” all'”Imperativo” che dovrebbe abitare qualsiasi uomo di “buona volontà”

    la Letteratura però, non è neutrale, la Letteratura è “rivoluzionaria” e in quanto tale denuda il Re e i suoi cortigiani
    ma il Re e suoi cortigiani hanno la forza di depotenziare persino il pensiero più “eversivo”, persino il pensiero più “onesto” persino il pensiero meno “omologato” persino il pensiero più “irriverente”

    come?

    ospitandolo per esempio nella sezione “pagine culturali” di qualche suo giornale (televisione, radio e così via cantando) dalla linea liberal fascita, dalla linea “barbara”, dalla linea “soft”, dalla linea “volemose bene”
    adducendo il nobile pretesto che la “cultura” non ha colore, che le cose “belle” fan bene a tutti,
    grandi e piccini, bruttini e carini.

    la cultura insomma è come una “puttana” socialmente utile.

    e fino qui, a me pare logico, scontato, accertabile e dolorosamente verificabile.

    quindi anche un giornale come libero si fregia di avere la sua bella pagina culturale, avulsa dal contesto becero, barbaro, offensivo, scandaloso che lo caratterizza.

    e il suo portavoce arriva persino a lamentarsi “dello stato del mondo culturale italiano e dell’odio ideologico che lo pervade”

    si vede che lui legge solo le pagine culturali del giornalino per cui lavora!

    chi scrive, su qualsiasi giornale scriva, non fa un’operazione neutra, fa una scelta. punto

    ora, dire che il contenitore sia ininfluente ai fini del messaggio che si vuol veicolare, sostenere che l’essenziale sia aver la “libertà” di dire senza essere censurato è a dir poco da ingenui, a dire un pochino di più da “pavidi” ,a dire ancor di più da “ambiziosi” ,a dirla tutta da “disonesti”

    ognuno poi si regoli con “coscienza”, e si collochi, in quel momento della sua vita , dove crede di sentirsi meglio “rappresentato”

    credo anche che queste siano questioni di lana caprina, e credo non ci sia peggior sordo di chi non vuole “sentire” e “vedere”
    credo anche che la storia, le atrocità della storia che si ripete in un circolo vizioso, stiano a dimostrare quanto Male le questioni di lana caprina abbiano prodotto in seculaseculorumamen.
    (e gli innocenti confondersi e gli assassini brindare)

    penso che ognuno di noi dovrebbe sacrificare il talento, il suo talento, quando questo, trasformandosi in azione, opera, va abbellire, ingentilire, legittimare la barbarie e nella fattispecie “libero” è un giornale barbaro

    credo anche in una smiliardata di altri pensieri che ruotano però tutti attorno al concetto di “necessità”

    un bacio
    la funambola

  88. Tu sei seduto nel buio, io lavoro nella luce.
    Tu sei seduto in silenzio, io vivo con la mia voce.
    Tu sei seduto comunque, dovunque, qualunque cosa fai.
    Tu sei un ragazzo pulito, hai le orecchie piene di sapone.
    Sarà per questo che non distingui più la regola dall’eccezione.
    Quando ritocchi la punteggiatura del tuo ultimo capolavoro,
    e ti rivolti nella malafede e poi firmi con la tua penna d’oro.
    Dimmi come ti va, come ti senti,
    dimmi come ti va e come ti addormenti.
    Dimmi come si sta, come ti senti,
    se c’è qualcuno di cui ti penti o se va bene tutto così com’è.
    Tu sei da tutte le parti, io sempre da una parte sola,
    non ho consigli da darti, la tua politica ha fatto scuola.
    Ciambellano del nulla, avanzo di segreteria.
    Ma ti ricordi com’eri quando cercavi una sistemazione?
    Professionista dell’amicizia e della compassione?
    Ma sempre meglio di adesso che vai girando come una sciantosa,
    e non sei niente ma fai di tutto per sembrare qualcosa.
    Dimmi come ti va, come ti senti,
    dimmi come ti va e come ti addormenti.
    Dimmi come si sta, come ti senti,
    se c’è qualcuno di cui ti penti o se va bene tutto così com’è.

    nessun riferimento a persone, ovviamente
    baci
    la fu

  89. chi scrive, su qualsiasi giornale scriva, non fa un’operazione neutra, fa una scelta. punto

    Questa donna è ormai il mio filosofo di riferimento.
    Mi anticipa anche nei pensieri.
    Insostituibile.
    Come il filo su cui sta in piedi.

    15 parole x 118 commenti.

  90. Dopo aver letto i numerosi interventi, vorrei farvi notare alcune cose.
    Intanto, le pagine culturali di Libero non sono avulse dal contesto del giornale, ma parte integrante di esso. Libero non ospita Nori in cultura perché la sezione è un’oasi di civiltà in mezzo al pattume berlusconiano che voi dipingete. Libero ospita Nori perché lo apprezza e se Nori volesse, potrebbe scrivere anche in altre pagine. Mi sembra molto arrogante ritenere che la cultura di Libero sia “leggibile” solo perché lì si esprimono anche idee “di sinistra” (semplifico, ma nemmeno troppo).
    Qualcuno di voi lo ha mai letto, il nostro giornale? Mi pare di no. E non mi sembra che qualcuno di voi abbia preso in considerazione l’idea che al mondo esistano opinioni diverse, che forse meritano considerazione e attenzione. Oltre cento commenti, e quasi tutti a spiegare quanto siano porci i fascisti di Libero: che profondità…
    Vorrei inoltre specificare che Libero non appartiene a Berlusconi, alla sua famiglia o a persone a lui vicine, ma a un editore che possiede anche giornali di altro orientamento politico. Peraltro, chi scrive non è “il portavoce” di Libero, ma un giornalista che si occupa delle pagine culturali e si prende – lui – la briga di leggere il vostro sito e citarlo, quando lo merita (chiedete a Forlani, che con me ha avuto un intenso scambio di idee). Piero Sorrentino lo sa, perché anni fa ci siamo conosciuti e trovati d’accordo su molti argomenti, seppur su posizioni diverse. Sì, Sorrentino ha parlato con uno di Libero, ci ha scherzato (e quello di Libero lo ricorda con piacere). Ditemi: è grave?
    Ancora: Libero pagherà Paolo Nori come qualsiasi altro collaboratore, per il semplice fatto che ha lavorato. Altri giornali non pagano i collaboratori? Fatti loro e di chi accetta di scrivere gratis. Mi sembra un tantino arrogante ritenere che per una certa testata si possa lavorare senza retribuzione, quasi che a pubblicare un pezzo quella testata facesse un favore al collaboratore. Non ho ancora letto un commento che prendesse seriamente in considerazione il contenuto della recensione di Paolo Nori. Mi piacerebbe leggerlo. Invece state a dibattere su questioni ridicole come: “E’ peggio farsi intervistare da Libero o pubblicare per esso?”. Chiedetevi piuttosto come mai i giornali che ritenete degni di attenzione non si filano scrittori come Antonio Moresco, tanto per citarne uno.
    Ho concluso, grazie dello spazio.

  91. caro forterbraccio :)
    le lascio il copirait sui miei pensierini
    e che peste la colga se li cede a libero

    “libero”
    una fra le tante parole “sacre” che abbiamo “sputtanato”

    però non voglio intrististirmi e mi/le faccio dono di questa

    Ninaaaaaaaaaaaa ti te ricordiiiiiiiiiii
    quanto che gavemo messo
    a andar su ‘sto toco de leto
    insieme a far a l’amor.

    Sie ani a far i morosi
    a strenserla franco su franco
    e mi che sero stanco
    ma no te volevo tocar.

    To mare che brontolava
    «Quando che se sposemo»;
    el prete che racomandava
    che no se doveva pecar.

    E dopo se semo sposai
    che quasi no ghe credeva
    te giuro che a mi me pareva
    parfin che fusse un pecà.

    Adesso ti speti un fio
    e ancuo la vita xe dura
    a volte me ciapa la paura
    de aver dopo tanto sbaglià.

    Amarse no xe no un pecato,
    ma ancuo el xe un lusso de pochi
    e intanti ti Nina te speti
    e mi so disocupà.
    E intanto ti Nina te speti
    e mi so disocupà.

    …è inutile, stasera son davvero triste:) domani andrà meglio
    molti baci
    la funambola

  92. Imparare a memoria il commento 18.34 di la funambola.

    A proposito di “necessità” diceva Simone Weil:
    “Non avevo mai letto nulla dei mistici, perché non avevo mai sentito nulla che mi imponesse di leggerli. Infatti anche nelle letture mi son sempre sforzata di praticare l’obbedienza. Nulla è più favorevole al progresso intellettuale, poiché io leggo, per quanto è possibile, soltanto ciò di cui ho fame nel momento in cui io ho fame, e allora non leggo: mi nutro”.
    Ora, mistici o non mistici, non conosco un’altra definizione migliore del rapporto con la letteratura (e quindi con la lettura):
    “poiché io leggo, per quanto è possibile, soltanto ciò di cui ho fame nel momento in cui io ho fame, e allora non leggo: mi nutro”

  93. Ciao Francesco. Spezzo il tuo intervento, così è più facile rispondere (e leggere). Spero di non incasinare il senso dei tuoi pensieri, con questo montaggio.

    “Intanto, le pagine culturali di Libero non sono avulse dal contesto del giornale, ma parte integrante di esso.”

    E’ quello che, da par mio, sto provando a dire (e vale ovviamente, come ho già detto, per QUALSIASI giornale).

    “Libero ospita Nori perché lo apprezza e se Nori volesse, potrebbe scrivere anche in altre pagine.”

    Se Nori domani proponesse quindi un’inchiesta, magari à là Nori, su Nicola Cosentino, o un racconto letterariamente bellissimo e scritto benissimo e interessantissimo su Dino Boffo o sulle dichiarazioni di Giovanardi a proposito di Stefano Cucchi o un editoriale arguto e intelligente che dia spazio, pacatamente e in modo motivato, alle ragioni di Veronica Lario, voi quindi lo pubblichereste tal quale?

    “Qualcuno di voi lo ha mai letto, il nostro giornale? Mi pare di no. E non mi sembra che qualcuno di voi abbia preso in considerazione l’idea che al mondo esistano opinioni diverse, che forse meritano considerazione e attenzione. Oltre cento commenti, e quasi tutti a spiegare quanto siano porci i fascisti di Libero: che profondità”.

    Non ho visto insulti a Libero o ai suoi redattori, mi pare…

    “Vorrei inoltre specificare che Libero non appartiene a Berlusconi, alla sua famiglia o a persone a lui vicine, ma a un editore che possiede anche giornali di altro orientamento politico.”

    Bene. Ma, onestamente, e senza troppi giri di parole, senza ragionamenti per spaccare in quattro il capello, secondo te questo editore, e la linea editoriale che decide assieme al direttore, sono o non sono riconducibili alla difesa della politica e della persona di Silvio Berlusconi e della compagine di potere che rappresenta? Ripeto, lo chiedo onestamente, e senza troppe perifrasi, e spero in una risposta altrettanto onesta e diretta.

    “Peraltro, chi scrive non è “il portavoce” di Libero, ma un giornalista che si occupa delle pagine culturali e si prende – lui – la briga di leggere il vostro sito e citarlo, quando lo merita (chiedete a Forlani, che con me ha avuto un intenso scambio di idee). Piero Sorrentino lo sa, perché anni fa ci siamo conosciuti e trovati d’accordo su molti argomenti, seppur su posizioni diverse. Sì, Sorrentino ha parlato con uno di Libero, ci ha scherzato (e quello di Libero lo ricorda con piacere). Ditemi: è grave?”

    No, non lo è.

    “Ancora: Libero pagherà Paolo Nori come qualsiasi altro collaboratore, per il semplice fatto che ha lavorato. Altri giornali non pagano i collaboratori? Fatti loro e di chi accetta di scrivere gratis. Mi sembra un tantino arrogante ritenere che per una certa testata si possa lavorare senza retribuzione, quasi che a pubblicare un pezzo quella testata facesse un favore al collaboratore”.

    Sono d’accordo.

  94. “Oltre cento commenti, e quasi tutti a spiegare quanto siano porci i fascisti di Libero”. Basta usare il comando “Trova”, in questa discussione, per verificare la frequenza dell’appellativo “fascista” e a chi era rivolto.
    Un monumento alla coda di paglia.

  95. Borgonovo, mi consenta: per il suo sc/f/ritto delle h 19.52 la collocazione più giusta non è il colonnino dei commenti (nel quale, comunque, non ha voluto far mancare la lucina/consigli per gli acquisti che rimanda alla casa madre), ma una vecchia rubrica del (purtroppo) defunto “Cuore”. Provi a indovinare “quale”…

    Un aiutino?

  96. libero
    una fra le tante parole “sacre” che abbiamo “sputtanato”

    Maestra, Lei è un mito!

    Grazie per il dono, apprezzo molto, ma oserei una piccola correzione al testo: nel senso che (cfr. seconda strofa) a me piace toccare anche quando sono stanco. Mi perdoni, ma non ho resistito.

  97. @borgonovo
    Trovo il pezzo di Nori interessante, molto legato all’idea di letteratura del Nori ipse.
    Trovo sorprendente il fatto che il pezzo abbia praticamente due versioni, identiche nell’impostazione, destinate a recensire due libri diversi dello stesso autore.
    Trovo che il giornale Libero, nel quale tu ti pregi di lavorare, sia non tanto un foglio che porta avanti una linea politica per me non condivisibile, quanto una sorta di portale che conduce ad una sorta di quarta dimensione, dove ogni regola professionale ed etica del giornalismo non solo viene calpestata, ma viene pubblicamente ricoperta di cacca-con-sghignazzo.
    Per la gioia non tanto di Berlusconi, che ormai si è comprato come mastino personale il vostro ex direttore (chissà perché ha scelto proprio lui, così indipendente…) – concedendovi però di utilizzare per questa funzione uno dei suoi molossi di seconda mano, tanto per sottolineare a cosa serve Libero e dunque a cosa servi tu, Borgonovo – quanto dei suoi orrendi lettori, dimentichi che esiste una dimensione civile con delle regole non scritte, di cui anche loro, volendo, potrebbero ancora sentirsi partecipi.
    Il danno culturale e politico cui partecipate rischia di essere immenso.
    Libero lo percepisco essenzialmente come un giornale fecale, coprolalico: non è un’immagine per dire che lo considero un giornale di merda (in realtà non lo considero un giornale), quanto un modo per definire con la massima esattezza possibile il modo di scrivere e di argomentare dei suoi giornalisti.
    Probabilmente si tratta di un’indelebile impronta lasciata dal suo leader culturale, Feltri, che tutti voi vi portate addosso, tristemente.
    Ora nel dire di sì o di no a un giornale che ti offre una collaborazione, un minimo di riflessione su tutto questo, uno che ha scritto un libro come “Noi la farem vendetta”, dovrebbe farlo.
    Oppure è tutto uguale, e allora che Nori se ne vada dove vuole, non sarebbe il primo e certamente non se ne sentirà la mancanza.

  98. Funambola, Fortebraccio e Pecoraro (tra i tre non saprei davvero chi ringraziare di più) hanno già risposto ad abundantiam sia in merito al commento di Borgonovo, sia alla perplessità sulle scelte del «nostro Paolo» (delizioso!) e sulle sue opinioni politiche che, come Borgonovo informa, «non differiscono poi cosi tanto» da quelle di Libero.
    Quanto all’articolo che qualcuno ha provveduto a segnalare, non avrei mai sperato che i miei piccoli contributi potessero essere citati accanto al lavoro di Cortellessa. Però devo dire che sono emozionato di ricevere da un quotidiano che raggiunge i livelli di livore e cattiveria di Libero un attestato di appartenenza al «circolo (o era la fabbrica?) dell’odio del mondo culturale italiano».
    Sono riconoscimenti che, tanto più in un momento storico come questo, non si dimenticano facilmente.
    Non posso fare a meno infine di sottoscrivere l’intervento in cui Andrea Cortellessa segnala come l’accusa di fascismo, agitata, invocata persino da Borgonovo ma mai riferita in tutto il thread a Libero o ai suoi collaboratori, riveli una magistrale coda di paglia. Direi quasi di rimpianto.
    A rimediare ci vuol poco.
    E’ semplice come rispondere: «Preferirei di no» a un giornale fascista.

  99. Scusa Francesco B. , date le mie attuali finanze vorrei a distanza di due anni cambiare idea sulla storia dello scippo della mia traduzione di Cèline. All’epoca infatti ti scusasti con me per non essere riuscito a contattarmi e ricevere l’autorizzazione alla pubblicazione, mostrando la tua disponibilità a un petit geste di compenso per quella “mia” non affatto volontaria collaborazione. All’epoca ti risposi no grazie, perché non mi interessava essere “pagato” dal tuo giornale. Così ti chiesi in cambio l’articolo che mi scrivesti e che pubblicai su NI. Qui
    https://www.nazioneindiana.com/2007/06/11/a-gamba-tesa-in-fondo-a-destra/
    Lo accompagnai con questa nota:
    Come alcuni di voi sanno, la mia traduzione dell’articolo di Céline su Rabelais, era stata pubblicata senza che mi fosse chiesto alcunché, su Libero. A seguito di alcune mie considerazioni sullo scippo mi arrivava la mail del redattore responsabile che, in buonissima fede, mi raccontava la genesi del gesto e la difficoltà a rintracciarmi. Poichè questo accadeva in contemporanea alla discussione aperta da Andrea Inglese sul gesto di Berlusconi – io la penso come Giuliano Mesa quando, qualche giorno fa, mi diceva che Leopardi avrebbe rifiutato quel denaro- avevo chiesto al redattore , Francesco Borgonovo di intervenire.
    Lui come promesso mi ha mandato una sua riflessione per Nazione Indiana. Lo ringrazio ribadendo quanto ci siamo scritti nel nostro scambio mail, ovvero che per la mia traduzione non avrei richiesto alcun compenso. Che è un modo come un altro, il mio sicuramente, per essere libero, ma libero veramente.
    effeffe
    ps
    Francesco è mio ospite. Questa è un’occasione di confronto e sicuramente anche di scontro, ma senza colpi sotto la cintura. Mi sono solo permesso alcune velate correzioni e di promettere a breve una replica.

    Posizioni
    di
    Francesco Borgonovo, redazione cultura di Libero

    Nei giorni scorsi Francesco Forlani mi ha invitato a prendere posizione sul dibattito riguardante la gestione della cultura nei giornali di destra e di sinistra, scoppiato su Nazione Indiana dopo che Libero, il quotidiano per cui scrivo, ha sostenuto l’appello di Franco D’Intino – docente alla Sapienza di Roma – per la traduzione dello Zibaldone di Leopardi in Inglese.
    Casualmente, proprio oggi Repubblica propone (con rimando in prima pagina) un articolo del regista Bernardo Bertolucci, dal titolo Cultura, la parola dimenticata dalla politica. Bertolucci cita una frase di XXXXXX XXXXXXXXXX: Dal governo di centrosinistra vogliamo azioni, fatti concreti, tutto il resto è poesia. E subito dopo spiega che quest’espressione ripropone esemplarmente la mappa elementare del rapporto tra B. e la cultura. (continua)
    ———————————————————-
    Ecco, come ti dicevo, a distanza di tre anni (quasi) vorrei chiederti di essere pagato, per provare anche io il brivido di essere sul libro paga di Libero.
    C’est possible? Però datemi un sacco di soldi, altrimenti che gusto c’è
    effeffe

  100. @ Teo Lorini
    Sottoscrivo. Ma insisto: non diamo a questa gente la soddisfazione di chiamarli “fascisti”. Restituiamo il fascismo alla storia, e dunque non usiamo (cerchiamo di non usare troppo, sforziamoci di non usare a cazzo) la parola “fascista” relativamente alle posizioni politiche in campo oggi. “Libero” è un’altra cosa, così come il post-autoritarismo oggi vigente è diverso (è post-tale, infatti) dall’autoritarismo di settant’anni fa.
    Mi sembra molto più realistico (oltre che esilarante nella sua espressività) la descrizione che di “Libero” faceva pochi post fa Tashtego: “una sorta di portale che conduce ad una sorta di quarta dimensione, dove ogni regola professionale ed etica del giornalismo non solo viene calpestata, ma viene pubblicamente ricoperta di cacca-con-sghignazzo”.
    Ecco. Riflettiamo sulla “quarta dimensione”, certo, ma anche sul “portale”, anzi sui diversi “portali” che vi possono condurre (magari per strade assai più tortuose, e preterintenzionali, di quella fieramente percorsa da “Libero”). La cosa riguarda anche noi, per chi non lo avesse capito. Stiamo attenti al linguaggio, “le parole sono importanti!”, strillava quello. Quanto dovremmo arrivare a mettere in discussione adesso, insomma, assomiglia molto alle questioni dibattute una settimanella fa su “Vibrisse” a proposito di una polemica fra Gilda Policastro e Carla Benedetti (http://vibrisse.wordpress.com/2009/11/06/di-questo-si-sarebbe-potuto-e-dovuto-dibattere/ ).
    Per esempio in questo thread (grazie Lorini per la correzione lessicale) sinora il livello di “civiltà” e costruttività è ai miei occhi ideale. E il motivo è proprio che nessuno ha dato gratuitamente del “fascista” o del “venduto” a chicchessia. Checché ne pensi il signor Borgonovo.

  101. Borgonovo.
    (Storpiare intenzionalmente i nomi degli avversari è un tipico strumento della “quarta dimensione”: vedi Emilio Fede. Non mi appartiene.)

  102. Borgonovo è un uomo di destra e fa il suo mestiere, io non gli imputo il fatto che la proprietà abbia scelto Belpiero, magari a Borgonovo piacerebbe una proprietà meno becera (ha ragione, io libero non lo leggo, mi basta Belpiero in tv e qualche articolo particolarmente apprezzabile in rete).
    E’ Nori che mi crea un problema.

    Se Nori è un uomo di sinistra mi colpisce che abbia perso quell’orientamento fondamentale in base al quale si sa per istinto che in un momento storico come questo si dice no, non si è cool, ragionevoli, equilibrati, magari un po’ cinici, così straordinariamente di mondo, ci si schiera.

    Se Nori è un uomo di destra o un qualunquista mi colpisce invece che NOI non siamo capaci di leggere la sua lingua e le idee dei suoi libri.

    Questa pappina avvelenata che ci propinano da anni secondo la quale destra e sinistra sono categorie vecchie, aiutata a scendere lungo l’esofago dal continuo travaso di uomini della sinistra in campo avverso, soprattutto di ex-socialisti, che forse vera sinistra non erano, ma anche di radicali di sinistra, ci ha definitivamente tolto quel banale buon senso, quelle banali regole di comportamento, quella capacità di mettere paletti che faceva parte della nostra storia fino a un paio di decenni fa.

    Una volta messi questi paletti io non solo li leggo, gli scrittori di destra, ma li apprezzo e posso anche farci amicizia, in privato, come esseri umani, sapendo che sono di destra, ma che la sfera pubblica resti pubblica e ben definita – e un giornale ne fa parte – vorrei che fosse il minimo, in questi tempi oscuri.

  103. La redazione di Libero ci adora.
    Ci legge di continuo, entra pure nei commenti, controlla, dice la sua, replica. Ci legge così tanto che, come ricordato, una volta ha preso (di peso) una traduzione inedita di Celine fatta da Francesco Forlani e l’ha pubblicata sul quotidiano, dimenticando di pagare il giusto compenso al traduttore. Ché tanto ciò che è in rete è gratis. Ma è gratis finché resta in rete, c’è da aggiungere. Altrimenti, ragazzi, se viene pubblicato su un periodico che bisogna pagare per leggere, occorre che quel guadagno venga equamente distribuito, no?
    (Come? Borgonovo non trovava Forlani, non sapeva come raggiungerlo? Certo, deve essere complicato per un giornalista “trovare una informazione”, mica è il suo mestiere. Deve essere difficile, per uno abituato alla carta stampata, cliccare sulla casella postale pubblica di Nazione Indiana e mandare una email di richiesta… Che poi Francesco si sia comportato da signore è cosa differente…)

    Ci legge, ci legge. Ma lo fa sempre con un pizzico (giusto un pizzico) di pregiudizio. Ché io, nella mia battuta sul Manifesto che non paga e su Libero che assolve il suo compito, me la prendevo col quotidiano comunista, mica con Libero. Altro che “vendersi al padrone”! (che brutta roba i pregiudizi!) Era per dire: se paga, quanto meno, è professionale. E riprendo, scusate il mantra, l’argomentazione: se io pubblico su una rivista che all’edicola SI PAGA, devo ricevere un giusto compenso. E’ una questione di serietà professionale.
    E la militanza? La militanza si fa gratis, certo che si fa. Noi qui su NI facciamo tutto gratis, non ci guadagna nessuno, anzi perdiamo del tempo e del denaro. Ma sono stufo che con la scusa della militanza si giustifichi la mancanza di rispetto per il lavoro altrui.

    Lungi da me, poi, criticare Nori. La doppia recensione, tra l’altro, la trovo esilarante. Sono stufo dei mancheismi. E’ una questione di responsabilità personale, Nori saprà decidere da sé come usare lo spazio che gli viene messo a disposizione. Come dice Sorrentino, se domattina proporrà un pezzo critico sul caso Cucchi, o sulla cultura videocratica, sapremo se Libero glielo pubblicherà o meno. E lui si comporterà di conseguenza. Un intellettuale deve fare l’ospite ingrato, sempre e ovunque. (Ancor più a “casa sua”, dove si è tutti pappa e ciccia.)
    La sventolata libertà offerta da Libero la tasterò con mano quando i nomi usati come specchietti delle allodole da Borgonovo nel suo pezzo piccatissimo, nomi usati per fregiarsi della propria libertà di scelta rispetto al dogmatismo del sinistrume, quella libertà la vedrò in atto quando Nori, Valerio, Forlani o Biondillo potranno dire quello che vogliono sugli argomenti che vogliono, e non quelli selezionati alla fonte.
    Il caso di Pasolini al Corriere (che fu vituperato dal dogmatismo della sinistra di quegli anni) era peculiare perché Pasolini, sul Corriere (“il giornale dei padroni”) diceva esattamente quel cazzo che voleva. Nessun pezzo su commissione. Quello era il “coraggio” e il “fiuto” da giornalista del direttore dell’epoca. Oggi abbiamo da 20 anni, al posto di PPP, Alberoni. La cosa la dice lunga, mi pare.

  104. @ Alcor
    Belpietro. (Maurizio Belpietro – mi dicono ché non ho ancora visto i volumi in oggetto – il quale figura antologizzato da Franco Contorbia – studioso eccellente e di provata fede antifascista [appunto!] – nell’ultimo Meridiano del “Giornalismo italiano 1860-2001”, volume IV.)
    (E questo è un altro problema, carissima Alcor. La nostra – ormai -subalternità culturale. La – loro – conquistata egemonia. Che si misura dalle parole di una persona con cui ho parlato ieri lungamente al telefono: “io non sono della cultura del no, io sono della cultura del sì. La cultura del no è ideologia”. Ecco. Vorrei dire che Veltroni e i suoi hanno fatto, su di noi – su alcuni di noi – più danni di Berlusconi e dei suoi. Se Berlusconi – o Belpietro – sputano veleno sulla parola e sul concetto di “ideologia”, nessuno di noi gli crede. Ma se lo fa Veltroni…. e lo fa da ANNI… ecco i risultati.)

  105. (oh dio…. i paletti. Aiuto).
    Destra/Sinistra….
    esistono anche gli anarchici.

    Oh Biondillo, finalmente un po’ di buon senso.
    Ciao.

  106. @Cortellessa

    Belpietro, sì, mi sbaglio sempre, cerco di trasformarlo.

    Vedi sopra Tramutoli? i paletti gli fanno schifo, non li capisce proprio, non capisce a cosa servano, @Tramutoli, se c’è un pozzo, in campagna, i paletti per non cascarci dentro senza accorgersene, servono.

    @Biondillo

    Il caso di Pasolini al Corriere non era peculiare solo perché poteva scriverci quel che voleva, era il giornale del padronato, ma non era becero, aveva una storia di un certo tipo, che tu, Nori e altri non capiate questa differenza è sintomatico, conferma quello che ho detto sopra, Libero NON E’ come il Corriere della Sera, che è un giornale storico della parte moderata.

  107. @Alcor
    è la parola “paletti” che mi fa schifo.
    Come “a valle” , “a monte”, “cortesemente” , “e quant’altro” e “tra virgolette”… ovviamente.

  108. Lo so anch’io, Alcor, che (citandoti) “Libero NON E’ come il Corriere della Sera”. Infatti io sul Corriere ci scrivo.
    Ma ti rammenti le cose che dicevano da sinistra, in quegli anni, a Pasolini per la sua collaborazione? No? Dimenticate?

  109. però @Tramutoli, c’è qualcosa che non va, nel tuo commento, scusami, tu non dici nulla sull’argomento, ma ti concentri sul dettaglio, il dettaglio è anche una mia mania, ma questo è un dettaglio malato, perché quando devo dire paletto, (il picchetto in realtà ha un altra funzione ed è sensibilmente più basso, perciò si può cadere comunque) dico paletto, se devo indicare un posto che è a valle di un fiume, o a monte, dico a valle e a monte, e se mi serve mettere tra virgolette qualcosa, la metto, poi guardo il piatto forte, la pietanza principale, mi dici gentilmente cosa pensi tu della pietanza principale?

  110. @ Borgonovo

    Non compro mai Libero, e fin quando avrò facoltà di scegliere non lo farò mai. Non ho bisogno di assaggiare il kópros, per citare Pecoraro, per sapere che non ha un buon sapore. Però uno dei collaboratori fissi delle pagine culturali del giornale cui lei si fregia di appartenere è stato a lungo un personaggio a me mio malgrado noto, per essermi ritrovata con sommo sconcerto e più d’una volta tra i suoi bersagli. Ma non è del caso personale che voglio parlare, solo del fatto che Libero è un giornale che affidò il resoconto di una seria e vivacissima giornata di studi sulla critica, rara occasione di confronto tra studiosi di nuova e vecchia generazione, al tal Massimiliano Parente che ne fece una galleria di freaks, riuscendo a dileggiare uno per uno, con gli argomenti più singolari (a ciascuno il suo) tutti i partecipanti. Il pezzo è diventato leggendario non solo per la sua deprecabile grossolanità, ma perché vi si confondeva Romano Luperini, classe ’40, con Cesare Luporini, attribuendo al primo un improbabile titolo del secondo, *Leopardi progressivo* che, com’è a tutti noto, inaugurò una capitale svolta negli studi leopardiani: correva l’anno ’47, dunque Luperini era in seconda elementare. Pagine culturali, lei dice? Se vuole si faccia raccontare o legga direttamente dagli archivi, e mi dica se ho torto a non voler più comprare Libero (che non mi risulta si sia mai dissociato da tutto quel kópros) e a non volerlo fare mai, fin quando avrò facoltà di scegliere, e che iddio me la conservi.

    Quanto alla polemica sul manifesto che non paga, lo so perché ci scrivo, ma so anche che 1) nessuno mi costringe a farlo e anzi è condizione preliminarmente chiarita, e di conseguenza accettata; 2) scrivere non assoldati dà una grandissima libertà di scelta, di esserci o non esserci, di selezionare i propri oggetti, di rifiutare le proposte altrui; 3) scrivere su un giornale piuttosto che su un altro non è ininfluente, e il discrimine è proprio quel “mi paga, oppure no”: scrivere non pagati vuol dire anche poter garantire l’assoluta buona fede delle proprie intenzioni e trasparenza delle proprie prese di posizione (se non ci guadagno in termini materiali, chi me lo fa fare, se non la passione, la fede in un’idea, la militanza?).
    Ed è altrettanto inutile stare a ricordare che Pasolini, che Calvino etc.: il neocapitalismo avversato da Pasolini è ben al di qua del berlusconismo, l’appiattimento dei valori e delle aspirazioni sociali sul modello borghese denunciato come mutazione antropologica e genocidio culturale da Pasolini si è trasformato nell’ambizione senza controllo della ricchezza e del potere, e quel banchetto a base di escrementi che è la metafora dei consumi più forte dell’immaginario pasoliniano ce lo ingoiamo tutti i giorni in televisione (anzi adesso manco ce l’abbiamo più la televisione, siamo andati a viva forza sul digitale terrestre). In una condizione come questa, scrivere da una parte e dall’altra è un dovere di coscienza, proprio se la differenza la fa essere pagati oppure no: è così che ci stanno trasformando la vita materiale, con il ricatto dello stipendio precario, non vendiamogli pure l’anima.

  111. io non dimentico nulla, ma sono responsabile solo di me, avevo messo un post, su Pasolini a Venezia, nel mio vecchio blog, so cos’è successo, sono stata presente a una specie di linciaggio morale, so anche che chi pensa con la pancia e si fa portare a spasso al guinzaglio dalla mente altrui rischia di diventare uno squadrista intellettuale, i fascisti rossi ci sono sempre stati, ma qui siamo in una situazione completamente diversa, abbiamo un giornale, Libero, che sembra un manganello al servizio di Berlusconi, e uno scrittore considerato di sinistra al quale sembra non interessare, e per di più, scusate, non Pasolini, uno cioè che poteva usare il Corriere, ma Nori, che per quanto sia bravo non può usare niente, ma solo correre il rischio di essere usato.

  112. Oh Alcor…. vai su su e vedrai che già m’espressi a riguardo.
    Non mi piace l’intolleranza, il settarismo e il dogmatismo che vanno sempre insieme alla seriosità e all’arroganza. A quel concetto di superiorità intellettuale della sinistra (sottovalutando l’avversario) che ci ha regalato vent’anni di berlusconi… “mettere i paletti” fa parte di quel politichese che aborro insieme ai tavoli da aprire, agli incontri interlocutori, ai vertici Fao sulla fame prima del gran pranzo di gala. Scusa, ma io guardo alla sostanza, ai comportamenti quotidiani e anche alla qualità delle parole…

  113. @ tramutoli

    siccome io il politichese non l’ho mai usato, e sono stata settaria, è vero, sia pure con una certa riluttanza intellettuale solo per una brevissima stagione, ma non lo sono da più di quarant’anni, uso anche “paletti” con la massima tranquillità, le parole hanno una storia lunga e chiunque abbia usato l’espressione per la prima volta ha mostrato di avere una certa efficace creatività

  114. e “politichese” scusa @Tramutoli, se proprio vogliamo percorrere questa strada, è ben peggio di paletti, che almeno ha una sua matericità

  115. @sempre Tramutoli, l’unico tuo giudizio che ho trovato è questo:

    “Uno scrittore dovrebbe essere responsabile solo di quel che scrive.”

    perciò se ti infastidisce “paletti” nel mio commento, una ragione c’è, a mio avviso, pensala un po’ a fondo, la tua frase, se lo scrittore dev’essere responsabile solo di quel che scrive, l’uomo, che dovrebbe abitare lo scrittore, di che cosa dev’essere responsabile?

  116. piccolo intermezzo per far sorare lo “psicodramma”

    fortebraccio!
    monellaccccio! :))
    lui era stanco di aspettare ma rispettava lei che era stanca pure lei nè ma resisteva per motivi culturalcattolicitradizinalpopolari
    io ho sempre pensato e non solo che “ogni Lasciata è persa”
    faccio un appello a paolo nori: non fare il giuda, non tradirci! :)
    un bacio alla bella gilda
    la funambola

  117. @Alcor
    grazie del complimento. E’ il mio primo lavoro.
    Ecco, qualche quintale di sense of humour è quello che serve per evitare processi somari (ahia.. n’altra battuta, pardon). Mi guardo in giro: cavolo, manco l’ombra di un po’ di autoironia. Prima, autogiudicarsi, poi… passa la voglia di fare i giudici, gli appelli, le generiche requisitorie.

  118. “Qualcuno di voi lo ha mai letto, il nostro giornale?”
    Io sì. Ma basterebbe la collazione dei vostri titoli di prima pagina per fare una galleria dell’orrore dell’epoca presente.
    Mai visto un livello di violenza verbale del genere vostro. E Lei ha pure l’impudenza di parlare di odio ideologico? Ma non ha un minimo di pudore? Di sana, onesta vergogna?
    E sottoscrivo il commento di Pecoraro.

  119. non è un pochino più complesso di così?

    la contrapposizione, la distanza, la differenza, la lotta: non dovrebbero essere tra chi è onesto [intellettualmente] e chi no, tra chi si vende e chi no, tra chi fa davvero cultura e chi no?

    sul Corriere va bene, a prescindere? ma davvero?

  120. Paolo Nori scopre oggi (v. suo blog) che ieri Libero ha pubblicato una sua foto con scritto P.N. “collaboratore di Libero”, e si stupisce, cara anima.

  121. @Cortellessa
    Libero non l’ho letto. Parlo di quel che leggo. Qui, autoironia= 0
    Poi è vero che da quel che sento in tv, sicuramente Belpietro è uno dei cani da guardia del Premier com’è vero che sentire una Concita De Gregorio, quella petulanza opaca e pedante, non è un grande spettacolo. O la sussiegosità perbenino e salottiera e snob di un Fazio, di una Dandini. O l’arroganza di un Santoro, ecco, tutti insieme fanno un pessimo servizio alla sinistra. Un bel contraltare ai vari Ghedini, Fede, Feltri. O bisogna per forza fare il tifo per una squadra, come allo stadio? L’ultimo, ovviamente.

  122. A Francesco Borgonovo.

    Due brevi osservazioni.

    1) Da autrice ed editor Einadi chiamata in causa indirettamente da lei («Il sito al grande pubblico è pressoché sconosciuto, ma ne fanno parte, tra gli altri, autori di successo come il giallista Gianni Biondillo e Roberto Saviano oltre a persone che lavorano nelle principali case editrici…») e in quanto «parte» di Nazione Indiana (per quanto non mi sia espressamente pronunciata sulla questione prima di adesso), vorrei semplicemente osservare che una casa editrice come l’Einaudi, pur con gli assestamenti che indubbiamente ha registrato in questi anni, è ancora adesso un patrimonio di cultura (e di professionalità) che se un giorno dovesse essere smantellato o costretto a ridimensionamenti ulteriori sarebbe una perdita credo per tutti, indipendentemente dagli schieramenti politici (come è stata una perdita per tutti che Il Giornale sia diventato quel che è diventato).
    Che autori (o editor) Einaudi (o Mondadori) scrivano e si pronuncino con indipendenza, sino a prova contraria, è un valore che dovrebbe essere sempre salvaguardato (né vedo altro modo per valutare la natura di una casa editrice, se non i suoi autori, le opere pubblicate, la ricchezza e diversità delle sue voci). Per questo mi sembra si è tanto discusso (giustamente!) del caso Saramago o Belpoliti, no? Perché non è risultato chiaro se il giudizio di merito (sull’opera in sé) fosse condizionato dalla natura del tema trattato… o se, piuttosto, non si volesse che il tema trattato fosse motivo sufficiente per orientare positivamente un giudizio di merito.
    Non capisco dunque questo ricorrente evocare il libro paga di Berlusconi. Personalmente svolgo il mio lavoro, e lo svolgo secondo criteri che nessuno fino ad adesso ha messo in discussione e all’interno di una compagine che mi sembra continui a reggere contro l’onda d’urto soprattutto del mercato (basta dare una scorsa al catalogo). Ma, siccome svolgo un lavoro, credo che faccia parte della dignità stessa del mio lavoro il fatto che mi venga corrisposto un compenso.
    Tutt’altra faccenda è quando, per ragioni personali o ideali, decido di offrire il mio lavoro gratuitamente. Cosa che faccio, e in piena libertà, nei casi e contesti in cui lo ritengo opportuno e, a volte, doveroso.

    2) Riguardo alla questione sollevata da Cortellessa e aizzata dal suo articolo (con un titolo lontanissimo dalla realtà del dibattito, in cui nessuno stava stillando odio o vietando niente a nessuno), le chiedo:
    è semplicemente frutto di un errore di valutazione, di una distorsione culturale o ideologica cogliere nella linea editoriale di quotidiani come Il Giornale e Libero un rigoroso (rabbioso, e a volte squadrista) allineamento, non dico sulle posizioni governative (che già ci muoveremmo in un orizzonte un po’ più ampio e democratico), ma sulle posizioni specificatamente espresse da Berlusconi e dai suoi più fedeli alleati, posizioni spesso palesemente contrarie allo stato di diritto e orientate, con uguale evidenza, a salvaguardare una serie di interessi solo apparentemente pubblici (considerata la totale confusione di piani verificatasi in questo paese) e non sempre (per usare un eufemismo) così cristallini?
    È così «ideologico», così «di parte» (di quale «parte» poi vorrei capirlo, visto che ormai «di parte» sono tutti coloro che dissentono o si disallineano rispetto alla linea dettata dall’«Unto della gente», come lui stesso si è definito) chiedersi se sia così ininfluente, neutro, lasciare che la propria voce venga impaginata o comunque sommersa, di fatto, da tutto il resto all’interno di giornali con una tale linea editoriale?

    Paolo Nori ritiene che una cosa siano le responsabilità di chi dirige un giornale e altra cosa siano quelle di chi vi scrive, il quale a rigore è solo responsabile delle proprie posizioni. E, per corroborare la sua tesi, porta esempi illustri, difendendo così la sua indipendenza a tutto campo (http://www.paolonori.it/su-libero/ ). Bene.
    Altri invece – considerati i tempi, le circostanze, la semiclandestinità in cui spesso versa il dibattito culturale (siamo ben lontani dall’influenza e autorevolezza di cui comunque godevano gli intellettuali della generazione di Pasolini), la pervasività dei modelli sdoganati dalla tv commerciale, la capillarità del potere politico economico culturale espresso dal nostro capo del governo, la natura specifica della linea editoriale espressa da testate come Libero e il Giornale (il fatto che non si parli del Foglio mi sembra molto significativo della natura «non ideologica» del dibattito) – altri, dicevo, credono che non sia affatto il caso.
    È odio questo? Non mi pare. Solo radicale diversità di vedute e di valutazioni (tra autori, per inciso, che si ritrovano a pubblicare nella medesima casa editrice…)

  123. sottoscrivo ForteBraccio e Funanbola. Per quel che può valere… nella loro essenziale stringatezza….
    (ma io invece sono prolisso)

    Poi tutte le scelte sono scelte lecite in democrazia.

    Sarei più tiepido, invece, nei cori a favore di Corsera e Stampa che hanno una storia piuttosto imbarazzante da digerire, a partire dalle Radiose giornate del maggio 1915, fino a tutto il ben noto ventennio, e un’altra, non meno… embedded, durante la cosiddetta strategia della tensione, Valle Giulia e il 68, il caso Negri nel 77, e vai così sino a Genova 2001. E a Bolzaneto.

    Che sia il solito meccanismo coatto che fa tutt’uno di progressismo e socialismo, quel difetto di fondo che ci fa credere che le forze di ‘destra’ siano tout court ‘reazionarie’ e conservatrici’ come sottolinea JC Michea?
    (e Leopardi, nella Ginestra, ovviamente, e Verga, nella Prefazione ai Malavoglia, e Svevo, nella chiusa della Coscienza, e Vico e Bruno, ecc…) Quella che ci fa approvare le leggi sul lavoro interinale con la scusa del ‘progresso’?

    Boh, io scrivo per l’Unità (paga, poco, ma regolarmente) e non condivido affatto la linea dei DS, ma ho abbandonato E Polis (pagava, abbastanza bene abbastanza regolarmente, almeno me) quando dentro è arrivato il buon Dell’Utri…. Tanti colleghi di ‘sinistra’ sono rimasti dov’erano e spesso gli editoriali li firma Folena…. Ma la proprietà, anche se Dell’Utri è stato messo da parte per ragioni di comune decenza, è rimasta la stessa. Una proprietà che vale 700.000 (dico settecentomila) copie distribuite al giorno…. I pagamenti non erano proprio regolari, ma avevo un contratto e alla fine sono stato pagato quasi del tutto…
    Chi ha fatto meglio, io o Folena ?
    nel momento in cui EPolis era sul mercato, le COOP compravano inutili banche, invece di investire per assicurarsi una fetta così cospicua del mercato editoriale.
    Per carità sono scelte, come quella di Bersani di non partecipare al populistico anti B day.
    Ma se io non capisco, è normale: io sono nato anarco-populista e tale morirò e la considero una nobile tradizione della nobile area del socialismo. Un’opinione, per carità, niente di più….
    Per altro leggo appelli in rete perché Saviano non pubblichi più con Mondadori…. Rizzoli è tanto meglio? Non so….

    Oppure tutti gli autori di best sellers dovrebbero cambiare editore e scommettere sulla media e piccola editoria… E anche questa sarebbe un’idea, o no? Qualche lira in meno subito, ma dopo….
    Ma se persino Caparezza protegge maniacalmente i suoi Cd con sistemi avveniristici per evitarne la riproduzione in MP3 allora non è che si possa essere eccessivamente ottimisti, non credete? Se sinora solo pochi tra noi chiedono che i propri testi siano editati in copyleft, se questo non costituisce alcun problema per molti di noi, anche in letteratura non c’è da gongolare troppo…

    Insomma: grande è la confusione sotto il cielo.
    Si chiama pervasività del capitale, e forse dobbiamo darci tutti da fare per capire dove sono (se ci sono) gli strappi nella ‘rete’….
    quelli di cui parla Gadda nella Meditazione, in fondo
    o la Common decency di cui parla Orwell che attraverso Michea ho riscoperto da qualche mese….

    lv

  124. @ Tramutoli
    Per caso hai letto striscioni, qui, in favore della Dandini? Tanto poco si indulge a quel tipo di retoriche, qui, che il thread, come Ares non si stanca di farci notare, era nato a proposito di tutt’altro. E cioè guarda caso proprio dicendone di cotte e di crude al narratore forse più rappresentativo del pensiero debole all’amatriciana di Veltronia, Niccolò Ammaniti. Ma la questione di Nori su “Libero” è una questione ben più importante; e se è emersa per caso, per la sublime eterogenesi dei fini dell’OT, ebbene che la si affronti come merita. Con ironia se necessario, e se non è necessario senza.
    Il problema di “Libero” non è che sia uno strumento politico nelle mani di tizio o caio, nella sua bassa macelleria del day-by-day. Il problema è più in generale, come già trent’anni fa, la responsabilità della scrittura, e la questione della sede. Cioè del dove siamo e del quando siamo. Del momento storico in cui ci troviamo. E’ per questo che il paragone con Pasolini è sbagliato: il dove è diverso (il “Corriere della Sera” di Ottone non è il “Libero” di Feltri o di Belpietro) e soprattutto è diverso il quando: gli anni Settanta – come pure non ci si stanca di far notare – non sono questi sgoccioli di anni Zero (speriamo finiscano presto, ché son stati proprio un disastro).

  125. @ Gianni Biond:

    domanda cattivella: posto che tu abbia ragione e che PPP mai scrisse nulla che non volesse, verificato che su una serie di tematiche il PPP prese posizione (da Valle Giulia sin all’aborto) con le ali più retrive di quella che allora si chiamava la reazione clerico-fascista, cosa ne concludiamo? Che PPP era clerico-fascista? e che avrebbe fatto il Corriere se PPP avesse scritto a favore della libertà delle donne e dell’aborto e degli studenti di Valle Giulia, invece di fare il contrario? Lo avrebbe pubblicato? Boh…
    Poi naturalmente la storia (e la critica) non si fanno con i se e con i ma. Meno che mai la politica culturale…
    Un tiro, Biond? Senza polemica…. obviously…

    lv

  126. Francamente a me ‘sto processo a Nori, mi pare esagerato.
    Io spesso ho apprezzato le pagine culturali de Il Giornale, sul web, senza leggere altro di quel giornale. Le pagine culturali hanno una loro autonomia e possono essere di qualità anche in un contesto ideologico che non si condivide. Forse può essere più utile entrare come guerrieri culturali nel Cavallo di Troia, e tentare di modificare idee, pensieri, atteggiamenti, senza farsi condizionare dal contesto. invece di cantare in coro a gente che la pensa già come noi. Non è semplice, ma c’è anche questa possibilità. Ogni scrittore ha la sua credibilità che è fatta di QUELLO che scrive, non da DOVE lo scrive. Poi una recensione letteraria mantiene una sua autonomia. Quasi mai è anche una dichiarazione d’intenti politica e ideologica. E non parliamo del conformismo culturale che c’è su molta stampa di sinistra. Specie in materia di letteratura. Vedi l’illeggibile, per me, pagina culturale de La Repubblica…

  127. @Tramutoli

    l’entrismo hai suoi vantaggi, ma in questo caso mi pare che non ce ne siano (tra l’altro io qui non ho visto processi a Nori, ma molta perplessità e sconcerto, e critiche neppure tanto esagitate, perché è stimato) a parte i vantaggi che può trarne Libero che può dire guarda come siamo aperti e privi di pregiudizi ideologici sulle pagine culturali, continuando a usare la spranga in quelle politiche
    non solo il luogo è importante, ma anche il momento storico nel quale lo si abita, tu trovi davvero buona cosa diventare collaboratore di Libero, OGGI?

    Libero, mio dio, usa Nori, e Nori neppure se ne accorge, lo trovo assai distratto, come minimo.

  128. Leggo il post con qualche giorno di ritardo e mi scuso se intervengo con qualche considerazione che poco ha a che vedere con la recensione di Belpoliti,ma scorrendo i numerosi commenti scaturiti dalla lettura dell’articolo ha richiamato la mia attenzione la discussione a proposito dei giornali che non pagano i propri collaboratori e soprattutto quanto diceva GILDA POLICASTRO,circa i vantaggi di scrivere gratis per una testata,nel suo caso specifico il Manifesto.

    D’accordo sul fatto che questa forma di collaborazione può svincolare da un eventuale impegno a pubblicare regolarmente su un determinato giornale (a dire il vero,però,anche le collaborazioni occasionali possono essere pagate), non condivido invece l’assunto secondo il quale collaborare gratis é condizione non tanto deprecabile,visto che, almeno, garantisce la vera e trasparente libertà d’espressione.
    Tale considerazione sembra implicare l’asserzione (anche se condita da tutta la rassegnazione possibile) che i giornalisti,i collaboratori stipendiati,perché pagati,quindi assoldati,automaticamente subiscano o accettino di buon grado condizionamenti a proposito dei temi di cui occuparsi e soprattutto circa il modo in cui farlo.
    E’ vero,in molti casi ciò accade,ma questo malcostume non dovrebbe mai esser fatto passare,anche involontariamente, per normativo, come una specie di naturale rischio che tocca correre a chi scrive a pagamento, e a fronte del quale scrivere gratis risulta a questo punto un privilegio.

    Inoltre,chi l’ha detto che scrivere gratis affranchi automaticamente il collaboratore dal pericolo di sottostare a delle direttive,anche se non esplicite,silenziose? (e ora parlo in generale,non mi riferisco precisamente al Manifesto)
    Mi si dirà che in quest’ultimo caso,non essendo in ballo alcun compenso di ordine economico, viene meno,chiamiamola così,l’arma del ricatto,ma in una società in cui i critici praticamente non li paga quasi più nessuno e in cui,come ricordava qualcuno, permettere loro di pubblicare equivale purtroppo a fargli un favore,si capisce come molte volte l’arma del ricatto possa essere rappresentata dalla stessa possibilità di pubblicare, di soddisfare il giusto desiderio di uno scrittore, di un critico, di rendersi visibile,di essere letto.

    Con questo non intendo dire che,a questo punto,sarebbe preferibile collaborare con una testata come Libero,se non se ne condivide la linea di fondo,per il semplice fatto che paga i propri redattori,né proporre adesso un’astensione di massa da tutti i quotidiani o le riviste che non pagano; solo,sottolineare che se molto spesso si acconsente a scrivere gratis é perché non c’é altra scelta e non perché ciò renda liberi…da che?

    Purtroppo quello del non riconoscimento del lavoro intellettuale é un male diffuso e su cui troppo spesso si chiude un occhio, a sinistra come a destra.

  129. cara alcor
    l’entrismo ha dei vantaggi?
    quali?
    se intendo denunciare il sitema dall’interno, farne esplodere le contraddizioni, minarlo alla base, denunciare, fare nomi e cognomi, fare insomma “politica” nel senso autentico, originario del termine, credi che il sistema te lo permetta?

    ma quando mai? quando mai?

    minimo ti cacciano, massimo ti fanno fuori, se ti lasciano da solo/a

    credi che a saviano, la mondadori, avrebbe permesso di pubblicare, sponsorizzare, publicizzare a quel dio, un libro in cui faceva nomi e cognomi dei politici (viventi e non ) collusi con la camorra?

    perchè minare il sistema significa svelarne i meccanismi ALTI

    tutto il resto non fa che ingrassare il sistema stesso che tu “entrista” ingenuo o scafato o giustamente “prudente” dici di combattere

    poi siamo uomini, e siamo ambiziozi, e dobbiamo campare, e teniamo famiflia e ci mancherebbe altro…
    e infatti manca tutto il resto!

    credo che l’intervento di lello voce dovrebbe essere ripreso
    e credo sia da ingenui pensare che lo schifo stia da una parte sola

    ora però si sta parlando di nori e se ne parla in modo appassionato e “civile” perchè non è il solo che se la suona e se la canta.
    nella merda ci siamo tutti, tentare di capire è salutare, stare uniti anche
    ma non è più tempo di moderatismi

    qui, fra poco, fra una battuta di vegassola e un’ intervista della dandini all’ambra verranno a prenderci/vi tutti!
    io ho paura, voi
    baci

    la funambola

  130. Lello,
    infatti, concordo. E l’ho anche scritto: “E’ una questione di responsabilità personale, Nori saprà decidere da sé come usare lo spazio che gli viene messo a disposizione. Come dice Sorrentino, se domattina proporrà un pezzo critico sul caso Cucchi, o sulla cultura videocratica, sapremo se Libero glielo pubblicherà o meno. E lui si comporterà di conseguenza. Un intellettuale deve fare l’ospite ingrato, sempre e ovunque.”
    Quanto era, fino in fondo, ospite ingrato PPP sul Corrierone? L’unica prova del nove possibile è quella della censura. Nel momento in cui vieni censurato allora capisci il tuo limite di libertà, dove sta il confine invalicabile. E ti comporti di conseguenza.
    Poi, sai, è curioso che io debba prendere questa posizione, quando anch’io come te, da Epolis me ne sono andato il giorno prima che la proprietà passò a Dell’Utri, per il tuo stesso desiderio di coerenza con me stesso. Dovevo restare? Vedere fin dove potevo arrivare? Fino a che punto ero libero di dire quello che volevo nella mia rubrica? Bah. Io, comunque, resto responsabile solo delle mie azioni, non di quelle altrui.

    E già che stiam qui a provocarci:
    A Cortellessa che è “quasi sempre” d’accordo con Garufi vorrei chiedergli se in quel “quasi” c’è il fatto che Garufi ha scritto per il Domenicale di Dell’Utri. I suoi pezzi erano perciò “scientificamente” meno condivisibili?
    Che qui c’è una bella contraddizione: le pagine culturali dei quotidiani di destra sono libere perché non gliene frega a nessuno della cultura? E allora perché ci scrivo? Cosa scrivo, semmai, mi chiedo. Fa male dover ammettere che scrivere di Gadda, Borges o Manganelli, in fondo, oggi, è talmente pacifico (e pacificante) che se ne può parlare ovunque, soprattutto sul Domenicale? Che Gadda, Manganelli o Borges, in fondo, sono ornamentali, consolatori, insomma che non fanno male a nessuno e danno la patente, e lustrano le mostrine, sia a chi ne scrive che a chi lo pubblica?
    Quanto la cultura sa essere politica per davvero? (non cioè fatta di schieramenti – milan vs inter – ma di incisioni delle cisti collettive?)

    (il tiro, Lello, quando vuoi. Peace and Love!)

  131. nori, se passi di qui, ti prego. scrivi una recensione del libro di poesie di bondi. te ne sarei grato. un tuo ammiratore.

  132. Il tiro Gianni

    sì capisco bene e lo dicevo anch’io. Il rischio dècor è appunto pervasivo, non risparmia certo Gadda (che peraltro fu interventista, poi quasi fascista, poi nellefasi ultime aspramente anti-mussoliniano, e Celine, quello che non vuole inculare le mosche con uno spillo fu collaborazionista e Pound che adoro fu.. Pound, fascista…) Ma ha senso analizzare la letteratura così? E la letteratura (e la poesia e il cinema) che lavorano sull’immaginario quanto e come possono mutare il ‘REALE’ e quanto è infine compito loro?
    Bada mi faccio domande a cui non ho risposte.
    Forse dovremmo scoprire quei meccanismi della lingua che mettono ins cacco la lingua.
    forse. Non so. Faccio bene o male a notare che Saviano deve molto a Mastriani?
    e se difendo saviano sono obbligato a condividere le sue scelte stilistiche?
    E se la discussione, come nel 689 e 77 dai testi passasse nelle strade, che fine farebbe la nostra letteratura, la mia poesia engagé?
    insomma beati quelli che hanno certezze.
    Insisto la confusione è grande sotto il cielo.
    Intanto ci penso su…
    Tu ripassami la canna, Bogart-Biondillo…

  133. non è che si tratta di avere certezze.
    nessuno è “fuori dal sistema” salvo gli homeless che vivono sotto i viadotti, lungo i greti dei fiumi, negli edifici abbandonati e quelli i giornali li usano per pulirsi il culo e per appicciare il fuoco.
    anche senza certezze uno una regolata se può dare lo stesso.
    nessuno processa nessuno.
    il “caso nori-libero” mi tocca, ci tocca, perché ci costringe ad interrogarci, per quanti siamo, su cosa faremmo, su come dobbiamo comportarci in un eventuale caso analogo che ci tocchi personalmente, su come dobbiamo considerare il rapporto tra il veicolo e quello che ci scriviamo sopra.
    per lo meno, per me è così.

  134. Mi stupisce tanta attenzione per un romanzo chiaramente buttato giù alla meno peggio nei ritagli di tempo.

    (Ad Ammaniti non manca il talento. Ma ha un difetto ancora più grave per uno scrittore: è pigro).

  135. quando la cultura sa essere politica per davvero?

    io penso e che “la parola che pretende di essere al di sopra dei propri atti sia una parola bugiarda”
    io penso che la cultura che pretende di essere al di sopra dei propri atti sia una cultura bugiarda
    io penso che la politica che pretende di essere al di sopra…..
    io penso che la vita che pretende di essere al di sopra….

    c’è un cazzo da dire, c’è un cazzo da giustificare

    si può solo per donare chi ha fatto tentativi di onestà, chi si è ricreduto, chi alla fine “ha capito”
    possiamo per donarci?

    la cultura è sempre stata al servizio del potere
    tranne la cultura popolare finchè non è stata anch’essa fagocitata e rivomitata dal potere stesso
    non voglio farla lunga, ripassiamoci la storia
    in nome della cultura, dell’arte, abbiamo giustificato massacri, sfruttamenti, violenze di ogni genere
    abbiamo sublimato la bellezza, abbiamo sublimato la morte, il dolore, la sofferenza, la vita stessa

    quando penso alle piramidi mi vengono in mente quei figli di puttana di faraoni, quando penso ai grattacieli di nuiork mi vengono in mente i nostri poveri muratori che sfidavano la forza di gravità a suon di morti che ora chiamiamo”bianche” quando penso ai dipinti che hanno fatto la storia dell’arte della nostra bella italia mi vengono in mente i berlusconi che li commissionavano per appagarsi gli occhi, per comprarsi un po’ di “bellezza” quando penso alle cattedrali mi viene in mente la povera gente violata dalla paura e dalla superstizione e cazzo, potrei continuare all’infinito!
    c’è da impazzire a metterci la testa
    che fare allora?
    mi pare che siamo alle aste se abbiamo ancora bisogno di prove, di testimonianze, di fatti per smascherare l’ovvio, lo scandalo, l’osceno che ci circonda e che è entrato a far parte della nostra quotidianità e della stessa sostanza di cui siamo fatti
    che fare allora?
    cominciare a chiedersi, ogni tanto, frequentemente, di continuo: il mio atto, qualsiasi atto, che risonanza ha vicino e lontano da me?
    dire no!
    pubblicamente
    non scrivo sul tuo giornale perchè è barbaro
    non pubblico con te perchè sei un mafioso
    non espongo in quella mostra sponsorizzata da quella banca
    non partecipo a quella manifestazione indetta dalla letizia moratti
    non ti stringo la mano perchè sei un criminale in giacca e cravatta
    non presenzio nel tuo salottino buono lottizzato dai soliti noti
    non leggo il tuo libro edito da un criminale
    non compro il tuo giornale che giustifica l’ingiustificabile
    non mi lascio intimidire dalle tue belle parole
    non ti legittimo, non ti legittimo
    ti spengo. ti spengo
    ……………………………………..
    oppure, se posso, se sono all’altezzza, se conosco, se ne ho le capacità, io ti abito dall’interno e dall’interno ti faccio un mazzo così!

    e poi concedersi una “tregua”, sana, mi raccomando!:)
    baci
    la funambola

    tutti, proprio tutti, sono tolleranti e comprensivi solo col “ribelle” che produce, che è visibile che ha successo!
    ma un “ribelle” vincente che razza di “ribelle” è?

  136. “La cultura popolare si è involgarita da
    quando il popolo ha rinunciato a copiare
    ingenuamente la cultura ‘aristocratica’ per
    comprare la cultura ‘popolare’ di manifattura
    borghese”
    Nicolàs Gòmez Dàvila

    …vado a comprare una bici per donarla
    al ‘nostro’ nori

    si iu
    e bacioni alla fu

  137. @ la fu

    dal di dentro non si riesce a fare un granché, meglio star fuori, e pensare di lavorare con la persona, non con le masse.. e puntare alla contaminazione culturale..pensarsi un agente infettivo, imparare a pensarsi come una “staminale culturale” ^__^.

    Queste letture scientifiche degli ultimi tempi mi stanno rovinando.. e_e

  138. Eh già, una bicicletta… Ma di quelle speciali, non so, tipo a ventosa, per arrampicarsi meglio sugli specchi.

    “Mi hanno detto che ieri, su Libero, c’era una mia fotografia e sotto c’era scritto Paolo Nori, collaboratore di Libero. Mi è sembrata una cosa abbastanza ridicola, come se la mia attività principale fosse fare il collaboratore di Libero”. (da paolonori.it)

    “Mi hanno detto che”.
    Perché lui Libero non lo legge?
    Se lo fa leggere da qualcun altro?
    Ha disturbi agli occhi?
    “Mi hanno detto che”.
    E che cosa dovevano scrivere?
    Non-collaboratore di Libero in quanto scrive poco su Libero? Ciò non sarebbe ridicolo?
    Ci manca solo che Nori scriva, la prossima volta:
    “Mi hanno detto che io sarei un collaboratore di Libero. Che strano. Non lo sapevo”.

  139. Qui, per fare un altro esempio che non sia Nori, di qualcuno (Tornatore) che lavora in altro ambito, per quanto egli ci “comunica” sempre la stessa cosa: che lui si sente “libero”, è “libero” di lavorare come crede e quindi, si suppone, che la “libertà” esista per davvero… (ma solo per lui e/o pochi altri o per tutti?).

    http://trovacinema.repubblica.it/multimedia
    /copertina/medusa-non-ha-condizionato-il-film
    /12016761/1/1

  140. @Carretta

    Brevemente, in quanto OT. La prospettiva da cui partivo era diversa se non opposta a una logica economicistica, in base alla quale evidentemente alcuni rapporti professionali devono essere regolati anche in termini retributivi e però, con altrettanta evidenza, con condizioni bilaterali. Tu dici a un certo punto che non tutti i giornalisti inquadrati professionalmente sono asserviti alle direttive del giornale e possono conservare un’autonomia di azione e di giudizio. Non so dire quanto questo sia vero perché non faccio parte stabilmente della redazione di nessun giornale non essendo, appunto, giornalista, e dunque non partecipo alle riunioni di redazione o ad attività connesse; collaboro però in modo del tutto libero e volontario con dei quotidiani e dei periodici e nessuno (tranne Liberazione, al momento in crisi per le note contingenze politiche) mi ha mai pagata per un pezzo di critica. Questo per chi afferisce in qualche modo al mondo accademico non è per niente anomalo, è, anzi, prassi comune che la collaborazione alle riviste non sia minimamente remunerata: si considera come una specie di offerta libera della proprie competenze, che della libertà conserva la condizione essenziale, e cioè la mancanza di una regolamentazione dei tempi e delle modalità di tale collaborazione. Nessuno mi dice quando scrivere, sono io che valuto se e come farlo. La differenza tra me e un giornalista è questa: non sono un segugio da notizia, non mi interessa anticipare l’uscita dell’ultimo di Ammanniti (esempio a caso, solo perché da questo partiva il thread), leggerlo prima degli altri e fare lo scoop parlandone bene o male a seconda di cosa sia più controcorrente. Ho la libertà e il vantaggio di potermene occupare se lo ritengo opportuno, quando lo senta urgente e necessario. Come ebbi la libertà di non occuparmi di Gomorra, in tempi assolutamente non sospetti, perché non mi interessava il genere del reportage. In altre parole io scrivo solo di libri e di temi di cui mi occupo già per conto mio, e non perché serve al giornale. Lo farei comunque, lo farei perché porto avanti un mio discorso critico, certi libri vi rientrano, altri no, certi giornali sono compatibili, altri no, e il discrimine non è la pecunia ma l’ideologia. Il manifesto questa libertà me la concede: non mi sento sottoposta a un ricatto, perché l’offerta ricattatoria, diciamo così, di uno spazio fisico ove compiere un apprendistato vale evidentemente per i primi tempi della collaborazione, poi se molti di noi continuano a prestarla gratuitamente le ragioni sono altre, e definirci dei ricattati mi sembra sminuente nei confronti della passione e della fede in un orizzonte culturale comune sia pur debole, traballante, marginale, e in cui vorremmo però continuare a riconoscerci, anche a costo di qualche sacrificio.

  141. Tempo fa, leggendo “Batticuore fuorilegge” di Scarpa, sono arrivato al punto in cui racconta l’episodio della naja, che considera la cosa più imbarazzante della sua vita. Se non sbaglio nel finale invita i lettori a ricordare il proprio “episodio imbarazzante”, e così mi è venuto in mente il periodo in cui scrivevo per quotidiani e settimanali nazionali, come “Il Domenicale” e “Liberazione”. Ovviamente in 46 anni ho fatto ben di peggio, però siccome si parla di scrittura quello è sicuramente il mio “episodio imbarazzante”. In “Harry a pezzi” di Woody Allen c’è una scena divertente in cui lui va all’inferno in ascensore. A ogni piano della discesa le porte si aprono e una voce spiega che tipo di peccatori ci sono, per cui dagli scippatori si passa ai rapinatori giù giù fino ai serial killer e ai pedofili. All’ultimo piano, dov’era destinato, scopre che il suo compagno di pena è l’inventore degli infissi in alluminio anodizzato. Ecco, per me scrivere su carta ha significato qualcosa di simile. Quando collaboravo col “Domenicale” mi imbarazzavano tante cose: la proprietà di Dell’Utri, i circoli della Brambilla, ma anche cose apparentemente più culturali, per esempio l’accostamento alle recensioni di Massimiliano Parente, o il fatto che lì Darwin fosse dileggiato quanto Fassino. Prima di andarmene dal “Domenicale”, dove uscirono in tutto 10 miei pezzi, iniziai a scrivere per “Liberazione”, che qui invece riscuote grande rispetto, e confesso che pure questa collaborazione mi provocò imbarazzo, tant’è che alla fine smisi. Mi imbarazzava vedere Sansonetti a “Porta a Porta” sostenere che Berlusconi e De Benedetti in fondo pari son. Mi imbarazzava scrivere sulla terza pagina di un giornale che nella prima esultava per la vittoria di Luxuria all’ ”Isola dei famosi”. Mi imbarazzava leggere la caporedattrice Angela Azzaro che difendeva Fabrizio Corona. Mi imbarazzava Ritanna Armeni schierarsi con Mara Carfagna contro Sabina Guzzanti. Mi imbarazzava che mi pagavano, quando mi pagavano, 9 mesi dopo la pubblicazione. Insomma, mi imbarazzavano tante cose, così non gli mandai più niente e credo che neanche se ne siano accorti. Oggi, a furia di imbarazzarmi a scrivere per questo e quell’altro, ho finito per aprire un mio blogghettino dove non devo render conto a nessuno. Forse è vero che “il contesto condiziona il testo”, e che certi luoghi molto ipotecati semanticamente rischiano di fagocitarti, però credo che sia sempre possibile sovvertirne il segno negativo. Per tornare a Scarpa, ricordo quando partecipò alla trasmissione di Marzullo dopo la vittoria allo Strega. Molti glielo rimproverarono, ma io esultai vedendo che, alla solita domanda su quale fosse la sua canzone preferita, rispose: “se sei scemo ti tirano le pietre”. Fu una scena surreale guardare la “bella, brava e pronta” Giovanna Bizzarri suonare quel pezzo fra la costernazione del conduttore. Ma certo, ci vuole uno bravo come Tiziano per riuscirci.

  142. come si dice… quoto praticamente tutti: Francesco Pecoraro, la fu, Ares, Sergio Garufi, Lello Voce. e anche Gilda Policastro.
    la questione – come tutti sanno e hanno inteso – non è “può Tizio scrivere su Caione?”, ma è molto più complessa.

  143. trovo però @garufi, che sia di peso diverso l’imbarazzo a fronte della proprietà di Dell’Utri e l’imbarazzo a fronte delle pecche estetico-culturali e delle vaghezze politiche degli altri che citi.

    e trovo che Lello Voce abbia fatto benissimo a togliere di mezzo, prima ancora di provarlo, l’imbarazzo di primo tipo

    e trovo ancora che siano successe molte cose nel tempo, una specie di assopimento, perché trent’anni fa, quando andare da Costanzo voleva dire far salire mostruosamente le vendite, c’erano molti, e forse anche in contrasto con il loro editore, che si rifiutavano di andarci, sbeffeggiati in quanto snob, elitari, incapaci di capire lo spirito del tempo, non abbastanza pop, non abbastanza cool, non abbastanza capaci di usare la televisione

    poi c’è stato un cinico e intelligente “liberi tutti”, e l’intelligenza vince sempre

  144. @ Gilda Policastro:

    Ti ringrazio per avermi offerto il tuo punto di vista.

    Io partivo da un presupposto ideale,secondo il quale un qualsiasi giornale X che paghi i propri collaboratori non necessariamente per questo debba o possa esercitare un controllo,anche minimo, sulle loro menti. Pagando, infatti, almeno in teoria, il giornale ricompensa semplicemente la qualità della collaborazione prestata, ad esempio la correttezza dell’informazione, nel caso di un giornalista, o la profondità dell’argomentazione, nel caso del critico, indipendentemente dal fatto che questa segua la determinata linea politica o il particolare orientamento culturale del giornale. Come dire: io, direttore del giornale, ti pago perché ho stima di quello che fai, ed é la qualità del tuo lavoro che assicurerà prestigio alla mia testata,mi procurerà lettori, non altro.

    Non avendo esperienza diretta in questo campo specifico, neanch’io sarei in grado di stabilire in quale misura il suddetto basilare principio della libertà d’espressione sia riscontrabile nella realtà; ma non per questo mi sembrava potesse essere fatta passare come normativa, regolare,da accettare come stato di fatto ineluttabile, l’equazione: mi paghi, quindi compri,condizioni le mie idee (anche se solo parzialmente).

    Per quanto riguarda la scelta di collaborare gratuitamente con quotidiani o riviste: certo, nessun critico che sia animato da quel minimo di sana passione necessaria per votarsi a tale attività intende il suo lavoro come un “mestiere” e quindi, nel momento in cui scrive, la questione del ritorno economico é proprio l’ultima che si pone.
    E so, questa volta anche per esperienza diretta, che – almeno in Italia – praticamente non esistono, o saranno pochissime, le riviste letterarie, accademiche e non, che ricompensano economicamente gli autori.
    Però, ancora una volta, ipotizzo che non sia il fatto che tale quadro sia ormai considerato normativo a renderlo per forza giusto, o almeno non, diciamo così, migliorabile.
    Anche perché, se escludiamo o almeno accantoniamo temporaneamente la speranza per il critico di essere accolto – stabilmente- dall’università, allora mi viene da chiedere (e non lo chiedo espressamente a te, Gilda, ma questa é una domanda che rivolgerei a tutti, ed é la domanda che mi pongo anch’io, per il mio futuro): “Critico, ‘di cosa campi'” ? – sempre per rifare il verso a Moretti…

  145. chiuderei in bellezza e in allegria

    “ci si martirizza
    a furia di tormenti
    ci si crea una “coscienza”
    e poi ci si accorge
    con orrore
    che non è più possibile disfarsene”

    c’est la vie
    tanti baci
    la funambola

  146. nori è, nel migliore dei casi, un ingenuo. dimentica che il mezzo (d’informazione) è il messaggio. è stato reclutato da libero, che raccoglie la feccia del giornalismo, con il miraggio dell’eroica indipendenza. temo che se non diserterà immediatamente lo trasformeranno in un soldatino al soldo del sultano. i suoi nuovi lettori, d’altronde, non sanno neppure chi sia “questo nori”, ma la vanità di nori è più forte della loro ignoranza. caro nori, attento, impara a distinguere tra le testate (il corsera su cui scriveva pasolini, mutatis mutandis, equivale al “tuo” libero? ma chi vuoi prendere in giro?). il teschio del nostro amato chlebnikov rotola su e giù nella bara. se non lo capisci più, è un niet.

  147. Per Biondillo,a proposito della querelle su Nori-Libero,che mi contesta la correttezza di quanto avevo riportato sul mio blog dallo stesso Libero.

    gianni biondillo ha detto…
    Bastava andare alla fonte diretta e non riprendere le cose riportate (sapientemente) male da Libero. Ecco il tuo errore. Se non è un atteggiamento dogmatico, è prevenuto e pregiudiziale. O quanto meno poco furbo e attento alla verità delle cose.

    24 novembre 2009 12.24
    johnny doe ha detto…
    Erano vere quelle di Cortellessa (leggo dalla fonte diretta) e non avevo quindi ragione di dubitare delle tue,tra l’altro virgolettate.Che c’entri in questo l’atteggiamento pregiudiziale o prevenuto,faccio fatica a capirlo.Al contrario,molti alla Nazione Indiana,in fatto di dogmi e pregiudizi,non scherzano,stante i diversi episodi censori di questo genere.Come si fa a dire poi che Cortellessa è pro Nori,dopo quanto dichiarato in merito su Nazione Indiana,resta un mistero di cui solo tu hai la chiave..
    Detto questo,riporto il tuo commento dalla fonte diretta,esattamente simile a quanto pubblicato su Libero:

    Quindi,per prima cosa,rimando al mittente,tu caro Biondillo,errori,preguidizi,atteggiamenti poco furbi e attenzione alla verità,che tu mi attribuisci.

    Se poi vogliamo giocare sull’ambiguità del tuo commento,sono possibili due interpretazioni;la prima più maliziosa,insinuante che Nori scriva su Libero perchè pagato (anche se interrogativa),la seconda,più benevola, ironica verso Cortellessa che ha smesso di scrivere sul manifesto gratis.Almeno questo intendono i poveri mortali.Quanto a quella da te suggerita :”io parlavo male del Manifesto che NON paga, con la scusa della militanza, umiliando il lavoro intellettuale. Meglio, allora, Libero, che almeno paga e rispetta i suoi collaboratori.”,ci vuole un po’ di fantasia per ricavarne tutto questo.Sia come sia, ammesso e non concesso che sei stato male interpretato,puoi prendertela solo con te stesso e ii tuo ambiguo commento,prima di accusare gli altri di disinformazione e di inadeguata decriptazione.

    j.d.

  148. il tuo commento :

    gianni biondillo
    Pubblicato 15 Novembre 2009 alle 12:53 | Permalink
    Andrea, su Nori:
    “per quanto mi riguarda “quello che ha fatto Nori” è stato pubblicare un articolo su “Libero”. Mi piacerebbe sapere perché abbia ritenuto opportuno farlo.”

    Forse perché Libero lo paga e Il Manifesto no?

  149. johnny doe, ho scritto anche, proprio qui:
    “io, nella mia battuta sul Manifesto che non paga e su Libero che assolve il suo compito, me la prendevo col quotidiano comunista, mica con Libero. Altro che “vendersi al padrone”! (che brutta roba i pregiudizi!) Era per dire: se paga, quanto meno, è professionale. E riprendo, scusate il mantra, l’argomentazione: se io pubblico su una rivista che all’edicola SI PAGA, devo ricevere un giusto compenso. E’ una questione di serietà professionale.”
    Che laddove il commento era ambiguo, ho, qui, “disambiguato” abbastanza mi pare.

  150. Ho scritto un pezzo per “Il Giornale” di domani, sulla questione Nori-Libero. Di Nori ho letto poco, ma mi sembra bravo. Anzi, adesso mi metto a leggerlo. A me è stato chiesto di scrivere sul Manifesto, anni fa, da Valentino Parlato, e poi, più di recente, da altri. Ma non lo faccio per pigrizia, perché pagano poco o nulla, e perché, gratis per gratis, preferisco scrivere sul Mucchio Selvaggio, dove dico tutto quello che voglio. Comunque: per me chiunque abbia qualcosa da dire dovrebbe poterlo dire ovunque gli riesca.
    In compenso Borgonovo doveva scrivere una recensione a un mio libro, me l’aveva promesso, e non l’ha mai scritta. Pazienza, mica me la prendo. Invece me ne sono trovate, di recensioni, e positive, sull’Unità, su Liberazione e su Le Monde Diplomatique. Strano, vero? Ma il mondo va così. Uno mette i paletti e un altro li toglie. Per fortuna. Ciao.

  151. No, ForteBraccio, sono di più. Poi bisognerebbe aggiungere quelli per “Panorama”, “Il Foglio”, una dozzina di riviste di viaggi e tempo libero, senza contare “Eco di Biella” e, negli anni Ottanta, “Piemontevip”…
    Ah, e poi tutto il mio lavoro in campo editoriale, per esempio con la destrorsa Bompiani. Con quel repubblichino di Marcello Baraghini.
    Insomma, a te importerà anche poco, ma c’è un mucchio di gente che mi consente di muovermi di qua e di là, e addirittura mi paga per farlo.
    Ma probabilmente tu non leggi abbastanza, mio caro amico.

  152. No, Bianchi, ma che dice? Io la seguo in tutti i suoi spostamenti, lei per me è un punto di riferimento, un mito, se mi è concesso.

    Mi dispiace soltanto averle fatto torto con quella cifra, che sicuramente non rende conto della sua produzione (e tutta pagata, per giunta!), ma trattasi soltanto del numero dei suoi lavori che ho archiviato finora. Mi sa che devo rimetterci mano. Grazie.

  153. Guardi ForteBraccio, proprio tutta tutta pagata no. La primissima produzione non lo fu. Neanche il sublime “Mucchio Selvaggio” ce la fa, se non a sprazzi. Una volta “Rolling Stone” fallì e non mi diede nulla, e lo stesso fece “Bell’Italia” con un paio di rubriche (le ultime, infatti, io non lavoro gratis per Urbano Cairo, calciofilo). Essere un suo mito mi pare eccessivo. Le basti prendermi a esempio una volta ogni tanto. Quanto all’archivio, sono a sua disposizione, ci mancherebbe. E non se la prenda, se la pubblicano poco. Dipende solo da lei.

  154. ohoh oh..purtroppo il fatto che tu sei un intelletualoideonanistasfigocentrico distrugge tutto.ammaniti ha le palle,ha creato un divertissement satirico e visionario sulla società odierna.leggiti la merda sciolta dei numeri primi di giordano.e noterai la differenza.

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gianni biondillo
GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Nel 2011 il romanzo noir I materiali del killer ha vinto il Premio Scerbanenco. Nel 2018 il romanzo storico Come sugli alberi le foglie ha vinto il Premio Bergamo. Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.