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	Commenti a: Che cos&#8217;è un classico?	</title>
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		<title>
		Di: francesco pecoraro		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126928</link>

		<dc:creator><![CDATA[francesco pecoraro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 13:48:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’esclamazione «Questo lo facevo pure io» la si sente spesso nei musei d’arte contemporanea, l’ho udita mentre osservavo un quadro di Pollock, eccetera.
Quando la sento pronunciare (a Roma risuona un Ero bbono pure io) da una parte mi fa ridere, dall’altra mi viene da girarmi e dire Va bene, allora perché non l’hai fatto? Perché sotto quel quadro c’è la firma di Pollock e non la tua?
Mentre sarebbe molto difficile, lungo, complicato, provare a spiegare perché quella cosa che a farla Eri bbono pure tu, ha invece un senso, anche se, certamente, non un significato.
Da common reader credo che la differenza tra senso e significato sia cruciale anche per la poesia, perché introduce la questione di cosa vuol dire «capire» una poesia.
Esistono poesie completamente intellegibili prive di senso e poesie oscure che invece ne sono piene.
Dipende dalla loro capacità di forare la sostanza isolante che ci separa dal testo e dipende anche dalla nostra capacità di andare incontro al testo con fiducia, concedendogli sulle prime di non farsi capire e cercandone invece il senso, cioè la capacità di risuonare lasciandoci qualcosa che chiamerei (con un certo ribrezzo) un residuo interiore.
Grazie Carabba e grazie a tutti quelli che hanno preso in considerazione la mia domanda.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’esclamazione «Questo lo facevo pure io» la si sente spesso nei musei d’arte contemporanea, l’ho udita mentre osservavo un quadro di Pollock, eccetera.<br />
Quando la sento pronunciare (a Roma risuona un Ero bbono pure io) da una parte mi fa ridere, dall’altra mi viene da girarmi e dire Va bene, allora perché non l’hai fatto? Perché sotto quel quadro c’è la firma di Pollock e non la tua?<br />
Mentre sarebbe molto difficile, lungo, complicato, provare a spiegare perché quella cosa che a farla Eri bbono pure tu, ha invece un senso, anche se, certamente, non un significato.<br />
Da common reader credo che la differenza tra senso e significato sia cruciale anche per la poesia, perché introduce la questione di cosa vuol dire «capire» una poesia.<br />
Esistono poesie completamente intellegibili prive di senso e poesie oscure che invece ne sono piene.<br />
Dipende dalla loro capacità di forare la sostanza isolante che ci separa dal testo e dipende anche dalla nostra capacità di andare incontro al testo con fiducia, concedendogli sulle prime di non farsi capire e cercandone invece il senso, cioè la capacità di risuonare lasciandoci qualcosa che chiamerei (con un certo ribrezzo) un residuo interiore.<br />
Grazie Carabba e grazie a tutti quelli che hanno preso in considerazione la mia domanda.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: 499. La voce. &#171; anfiosso		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126861</link>

		<dc:creator><![CDATA[499. La voce. &#171; anfiosso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 10:22:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] devo scegliere le peggiori (le più dimostrative) ne prendo due. Già “un signore che passava” su NI faceva notare, a proposito di Sanguineti: “è (relativamente) facile raggiungere esiti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] devo scegliere le peggiori (le più dimostrative) ne prendo due. Già “un signore che passava” su NI faceva notare, a proposito di Sanguineti: “è (relativamente) facile raggiungere esiti [&#8230;]</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: anfiosso		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126853</link>

		<dc:creator><![CDATA[anfiosso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 09:21:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ https://www.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126444
Leggo ora il commento. E&#039; XIX.8.&lt;b&gt;15&lt;/b&gt;, non .13 (citazione proletarjssima).
A parte questo, la definizione, ideologica o no, è una patente stronzata (posto che Aulo Gellio intendesse alla lettera e non figuratamente). 

Può avere senso una definizione di classico completamente imputridita?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126444" rel="nofollow ugc">https://www.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126444</a><br />
Leggo ora il commento. E&#8217; XIX.8.<b>15</b>, non .13 (citazione proletarjssima).<br />
A parte questo, la definizione, ideologica o no, è una patente stronzata (posto che Aulo Gellio intendesse alla lettera e non figuratamente). </p>
<p>Può avere senso una definizione di classico completamente imputridita?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: enrico macioci		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126691</link>

		<dc:creator><![CDATA[enrico macioci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 09:45:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[carabba
In questi giorni non ho connessione. Ti rsiponderò con calma non appena potrò, anche perchè vedo che hai capito poco di quel che intendevo. &quot;Ecco, Petrarca è proprio l’esempio del contrario, letto per secoli in tutta Europa tanto da galantuomini, dame e istitutrici che da fini letterati.&quot; Bisogna vedere cosa ci capivano, e in quanti. E bisogna vedere quel che intendiamo per poesia oggi, 2010. Il concetto (mio) di base è che non siamo antropologicamente pronti a una poesia ecumenica che sia anche poesia profonda, poesia &quot;in contatto&quot; con le corde del tempo attuale. Ancora, al volo: Petrarca è proprio l&#039;esempio di poeta &quot;accademico&quot; che oggi non può più sussistere; tutte le più grandi e tragiche e profetiche figure poetiche moderne (da Holderlin a Baudelaire a Rimbaud a Trakl, Celan, Cvetaeva, Campana, Thomas eccetera eccetera) sono scisse, socialmente mal integrate; e sono mal integrate proprio perchè profetiche. A presto, spero, e con maggiore calma. Internet permettendo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>carabba<br />
In questi giorni non ho connessione. Ti rsiponderò con calma non appena potrò, anche perchè vedo che hai capito poco di quel che intendevo. &#8220;Ecco, Petrarca è proprio l’esempio del contrario, letto per secoli in tutta Europa tanto da galantuomini, dame e istitutrici che da fini letterati.&#8221; Bisogna vedere cosa ci capivano, e in quanti. E bisogna vedere quel che intendiamo per poesia oggi, 2010. Il concetto (mio) di base è che non siamo antropologicamente pronti a una poesia ecumenica che sia anche poesia profonda, poesia &#8220;in contatto&#8221; con le corde del tempo attuale. Ancora, al volo: Petrarca è proprio l&#8217;esempio di poeta &#8220;accademico&#8221; che oggi non può più sussistere; tutte le più grandi e tragiche e profetiche figure poetiche moderne (da Holderlin a Baudelaire a Rimbaud a Trakl, Celan, Cvetaeva, Campana, Thomas eccetera eccetera) sono scisse, socialmente mal integrate; e sono mal integrate proprio perchè profetiche. A presto, spero, e con maggiore calma. Internet permettendo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: lorenzo carlucci		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126631</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo carlucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 17:14:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(urk... due coppie di cose)

bye
lorenzo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(urk&#8230; due coppie di cose)</p>
<p>bye<br />
lorenzo</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: lorenzo carlucci		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126630</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo carlucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 17:10:29 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=27773#comment-126630</guid>

					<description><![CDATA[gentile carlo, 

grazie per le tue precisazioni. rimandando il tutto a una più ragionata discussione, solo due cose:

- la tesi per cui si scrive poesia esoterica &lt;i&gt;perché&lt;/i&gt; l&#039;autore sente di dover rispondere solo alla critica specializzata non è così evidente. si possono esistere ragioni interne alla logica delle arti (cfr. à nouveau, il discorso sul simbolismo). 

- dici che in francia le cose non vanno meglio. sinceramente non lo so. l&#039;impressione mia e del tutto superficiale è che il lettore colto sia più preparato a certi esoterismi e a una certa poetica. 

- &quot;mi pare che la situazione migliore sia quella nordamericana, dove tendo a pensare che l’impatto del simbolismo sia stato trascurabile.&quot; ehm... scusa ma questo non depone a favore della mia tesi? :)

- sono d&#039;accordo che &quot;questo mi prende per i fondelli&quot; è da dedicarsi esclusivamente a certa poesia ipertecnica ed esoterica. ma ti assicuro pure che &quot;questa la scrivevo pure io&quot; viene sparata anche contro poesie di tutt&#039;altro tipo. la mia sensazione è che entrambe le reazioni abbiano una radice comune, esprimano lo stesso disinteresse. e in qualche modo questo è in accordo con quanto dici tu: tanto &quot;questa poesia non ha senso&quot; (= &quot;questa poesia non parla di niente&quot;) quanto &quot;che ingenuità&quot; (= &quot;questa poesia parla dei fatti personali dell&#039;autore&quot;) sono forme di &quot;questa poesia NON parla di me&quot;, e dunque in opposizione al desiderabile &quot;questa poesia parla di me&quot;.

a presto, 
lorenzo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>gentile carlo, </p>
<p>grazie per le tue precisazioni. rimandando il tutto a una più ragionata discussione, solo due cose:</p>
<p>&#8211; la tesi per cui si scrive poesia esoterica <i>perché</i> l&#8217;autore sente di dover rispondere solo alla critica specializzata non è così evidente. si possono esistere ragioni interne alla logica delle arti (cfr. à nouveau, il discorso sul simbolismo). </p>
<p>&#8211; dici che in francia le cose non vanno meglio. sinceramente non lo so. l&#8217;impressione mia e del tutto superficiale è che il lettore colto sia più preparato a certi esoterismi e a una certa poetica. </p>
<p>&#8211; &#8220;mi pare che la situazione migliore sia quella nordamericana, dove tendo a pensare che l’impatto del simbolismo sia stato trascurabile.&#8221; ehm&#8230; scusa ma questo non depone a favore della mia tesi? :)</p>
<p>&#8211; sono d&#8217;accordo che &#8220;questo mi prende per i fondelli&#8221; è da dedicarsi esclusivamente a certa poesia ipertecnica ed esoterica. ma ti assicuro pure che &#8220;questa la scrivevo pure io&#8221; viene sparata anche contro poesie di tutt&#8217;altro tipo. la mia sensazione è che entrambe le reazioni abbiano una radice comune, esprimano lo stesso disinteresse. e in qualche modo questo è in accordo con quanto dici tu: tanto &#8220;questa poesia non ha senso&#8221; (= &#8220;questa poesia non parla di niente&#8221;) quanto &#8220;che ingenuità&#8221; (= &#8220;questa poesia parla dei fatti personali dell&#8217;autore&#8221;) sono forme di &#8220;questa poesia NON parla di me&#8221;, e dunque in opposizione al desiderabile &#8220;questa poesia parla di me&#8221;.</p>
<p>a presto,<br />
lorenzo</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: carlo carabba		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126629</link>

		<dc:creator><![CDATA[carlo carabba]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 16:51:11 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=27773#comment-126629</guid>

					<description><![CDATA[gentile lorenzo carlucci,

ti avevo tenuto come dulcis in fundo e in effetti forse le mie parole di risposta alle tue erano frettolose.

Il problema in effetti è ancipite, si tratta sia di riavvicinare la poesia al pubblico che il pubblico alla poesia. Le considerazioni che andrebbero fatte sono editoriali critiche e poetiche.

È evidente che inseguire il gusto del pubblico è pratica sbagliata e, in linea di massima, vana (il solito equivoco secondo cui è facile diventare Moccia o la Rowling). Paradossalmente il pubblico, per vie misteriose, mi appare come un rimedio all&#039;isterilimento e alla chiusura in sé delle forme espressive.
Mi pare che l&#039;autonomia di un poeta, ora che deve rispondere solo ed esclusivamente alla critica specializzata, sia infinitamente minore di quella che potrebbe essere se dovesse rispondere, nel contempo, alla critica e ai nostri emblematici common readers.

In realtà mi pare che questa vaghezza di gusti common reader non sia un male, nella misura in cui il poeta può rivolgersi a un common reader senza sapere esattamente come esso sia.

Riguardo all&#039;esempio storico, volevo solo osservare che la tua ipotesi è interessante ma non so se l&#039;incomprensione tra i due common (reader e poet) ha origine nel simbolismo mancato - e nell&#039;assenza di poeti rock-star in Italia (Byron, Rimbaud, Dylan Thomas, Pound, Ginsberg). In Francia, dove il simbolismo trionfava, mi pare vi siano problemi analoghi.
Restando alle nazioni occidentali (che sono quelle di cui ho qualche, pur vaga, cognizione) mi pare che la situazione migliore sia quella nordamericana, dove tendo a pensare che l&#039;impatto del simbolismo sia stato trascurabile.

Rispetto alla sensazione &quot;questa la scrivevo pure io&quot;, io avevo a mente Berardinelli e quindi la contrapponevo nel mio animo a &quot;questa poesia parla di me&quot;. Devo dire che però la poesia essoterica mi pare si presti più al commento &quot;che ingenuità&quot; che al &quot;ci riusciva pure mio nipote di tre anni&quot;. Mentre, come scrive Lucy, certa poesia neoavanguardista suscita, almeno in me, la sensazione &quot;questo mi prende per i fondelli&quot;.

Ma hai ragione quando scrivi che di tutto questo si dovrebbe parlare con più calma.

Ciao,

Carlo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>gentile lorenzo carlucci,</p>
<p>ti avevo tenuto come dulcis in fundo e in effetti forse le mie parole di risposta alle tue erano frettolose.</p>
<p>Il problema in effetti è ancipite, si tratta sia di riavvicinare la poesia al pubblico che il pubblico alla poesia. Le considerazioni che andrebbero fatte sono editoriali critiche e poetiche.</p>
<p>È evidente che inseguire il gusto del pubblico è pratica sbagliata e, in linea di massima, vana (il solito equivoco secondo cui è facile diventare Moccia o la Rowling). Paradossalmente il pubblico, per vie misteriose, mi appare come un rimedio all&#8217;isterilimento e alla chiusura in sé delle forme espressive.<br />
Mi pare che l&#8217;autonomia di un poeta, ora che deve rispondere solo ed esclusivamente alla critica specializzata, sia infinitamente minore di quella che potrebbe essere se dovesse rispondere, nel contempo, alla critica e ai nostri emblematici common readers.</p>
<p>In realtà mi pare che questa vaghezza di gusti common reader non sia un male, nella misura in cui il poeta può rivolgersi a un common reader senza sapere esattamente come esso sia.</p>
<p>Riguardo all&#8217;esempio storico, volevo solo osservare che la tua ipotesi è interessante ma non so se l&#8217;incomprensione tra i due common (reader e poet) ha origine nel simbolismo mancato &#8211; e nell&#8217;assenza di poeti rock-star in Italia (Byron, Rimbaud, Dylan Thomas, Pound, Ginsberg). In Francia, dove il simbolismo trionfava, mi pare vi siano problemi analoghi.<br />
Restando alle nazioni occidentali (che sono quelle di cui ho qualche, pur vaga, cognizione) mi pare che la situazione migliore sia quella nordamericana, dove tendo a pensare che l&#8217;impatto del simbolismo sia stato trascurabile.</p>
<p>Rispetto alla sensazione &#8220;questa la scrivevo pure io&#8221;, io avevo a mente Berardinelli e quindi la contrapponevo nel mio animo a &#8220;questa poesia parla di me&#8221;. Devo dire che però la poesia essoterica mi pare si presti più al commento &#8220;che ingenuità&#8221; che al &#8220;ci riusciva pure mio nipote di tre anni&#8221;. Mentre, come scrive Lucy, certa poesia neoavanguardista suscita, almeno in me, la sensazione &#8220;questo mi prende per i fondelli&#8221;.</p>
<p>Ma hai ragione quando scrivi che di tutto questo si dovrebbe parlare con più calma.</p>
<p>Ciao,</p>
<p>Carlo</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: lorenzo carlucci		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126628</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo carlucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 16:32:12 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=27773#comment-126628</guid>

					<description><![CDATA[gentile carlo carabba, 

temo che non ci siamo capiti, probabilmente mi sono spiegato male o non ho capito le tue risposte. magari ne riparliamo con più calma.

non capisco quando scrivi: &quot;Ma in realtà mi pare che il discorso andasse guardato con la prospettiva contraria, a partire dal lettore e non dall’autore.&quot; mi sembrava che il tuo problema fosse: come avvicinare la poesia ai lettori? piuttosto che: come avvicinare i lettori alla poesia? insomma mi sembrava un appello a cambiare la poesia e non a cambiare i lettori. che un common reader italiano &quot;esista&quot; indipendentemente dalla nostra &quot;capacità di tracciarne un profilo esaustivo&quot; è molto probabile (in una prospettiva realista...), ma mi chiedo come si possa affrontare il problema di riavvicinare common reader e poesia senza tracciare un profilo esaustivo (nella misura richiesta dalle determinazioni del problema) del common reader. 

non ho detto che il tuo discorso comporta &quot;un appiattirsi nell’inseguimento di un common reader becero&quot;. &quot;becero&quot; lo aggiungi tu. il &quot;common reader&quot;, anche se non è becero, è sempre &quot;common&quot;, e ti chiedevo: secondo te la letteratura deve informare e rinnovare il gusto del pubblico? precorrerlo? esserne in qualche non trascurabile misura indipendente?

quanto alla ricostruzione storica: io ho fatto un &lt;i&gt;esempio&lt;/i&gt; (quello del Simbolismo) per dare una possibile spiegazione di una incomprensione tra common reader e common poet italiani. non ho mai detto che il poeta in Italia non ha mai goduto di fama e potere. 

infine, quanto al &quot;questa la scrivevo pure io&quot;, non so cosa Berardinelli le contrapponesse, ma mi pare che tu la usassi riguardo alla poesia oscura/ermetica. io osservavo che si riscontra lo stesso atteggiamento nei riguardi della poesia chiara/essoterica. 

ciao, 
lorenzo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>gentile carlo carabba, </p>
<p>temo che non ci siamo capiti, probabilmente mi sono spiegato male o non ho capito le tue risposte. magari ne riparliamo con più calma.</p>
<p>non capisco quando scrivi: &#8220;Ma in realtà mi pare che il discorso andasse guardato con la prospettiva contraria, a partire dal lettore e non dall’autore.&#8221; mi sembrava che il tuo problema fosse: come avvicinare la poesia ai lettori? piuttosto che: come avvicinare i lettori alla poesia? insomma mi sembrava un appello a cambiare la poesia e non a cambiare i lettori. che un common reader italiano &#8220;esista&#8221; indipendentemente dalla nostra &#8220;capacità di tracciarne un profilo esaustivo&#8221; è molto probabile (in una prospettiva realista&#8230;), ma mi chiedo come si possa affrontare il problema di riavvicinare common reader e poesia senza tracciare un profilo esaustivo (nella misura richiesta dalle determinazioni del problema) del common reader. </p>
<p>non ho detto che il tuo discorso comporta &#8220;un appiattirsi nell’inseguimento di un common reader becero&#8221;. &#8220;becero&#8221; lo aggiungi tu. il &#8220;common reader&#8221;, anche se non è becero, è sempre &#8220;common&#8221;, e ti chiedevo: secondo te la letteratura deve informare e rinnovare il gusto del pubblico? precorrerlo? esserne in qualche non trascurabile misura indipendente?</p>
<p>quanto alla ricostruzione storica: io ho fatto un <i>esempio</i> (quello del Simbolismo) per dare una possibile spiegazione di una incomprensione tra common reader e common poet italiani. non ho mai detto che il poeta in Italia non ha mai goduto di fama e potere. </p>
<p>infine, quanto al &#8220;questa la scrivevo pure io&#8221;, non so cosa Berardinelli le contrapponesse, ma mi pare che tu la usassi riguardo alla poesia oscura/ermetica. io osservavo che si riscontra lo stesso atteggiamento nei riguardi della poesia chiara/essoterica. </p>
<p>ciao,<br />
lorenzo</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: carlo carabba		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126627</link>

		<dc:creator><![CDATA[carlo carabba]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 14:35:17 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=27773#comment-126627</guid>

					<description><![CDATA[scusate, trovato il refuso, calembour]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>scusate, trovato il refuso, calembour</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: carlo carabba		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/#comment-126626</link>

		<dc:creator><![CDATA[carlo carabba]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 14:34:17 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=27773#comment-126626</guid>

					<description><![CDATA[qualche risposta

@ lucy (ladies first). grazie, penso che il tuo modo di leggere la poesia e il mio coincidano per larga parte e di questo sono molto felice

@ un signore che passava. sono d&#039;accordo che il giudizio su sanguineti possa essere (forse vada) formulato solo a partire dall&#039;opera di sanguineti. credo però sia da tenere presente che nell&#039;opera di sanguineti hanno un forte peso le dichiarazioni programmatiche e che la sua poetica abbia, letteralmente, fatto scuola. Nella mia riflessione più che rivolgermi al Sanguineti poeta, che pure, ripeto, non amo, pensavo al Sanguineti teorico della poesia e alla scuola sanguinetiana. Molto d&#039;accordo con te, comunque, che è più facile e meno rischioso un calambour che parlare dei propri genitori.

@ enrico macioci. Lasciamo perdere l&#039;alternativa manichea e ricattatoria Grande Fratello / capolavoro per pochi eletti.
Che la poesia sia per sua natura iniziatica è storicamente falso. Per secoli è stato un genere di largo consumo popolare e a vari livelli. Un nuovo esempio. Ho sentito il poeta Gregorio Scalise difendere le ragioni della difficoltà e oscurità della poesia, parlando di Petrarca e della nostra necessità di leggerlo con un adeguato commentario. Ecco, Petrarca è proprio l&#039;esempio del contrario, letto per secoli in tutta Europa tanto da galantuomini, dame e istitutrici che da fini letterati. La fruizione popolare della poesia nasce con la poesia stessa e si interrompe, per sommi capi, tra la prima e la seconda guerra mondiale, con le avanguardie storiche e l&#039;affermazione di una poesia di difficile fruibilità. Ovviamente è una ricostruzione frettolosa e parziale, che non vuole sminuire il rilievo delle avanguardie e che trascura il fatto che alcuni poeti sono stati molto letti e amati anche nel 900 da common readers di tutto il mondo (Neruda, Hikmet, alcuni russi, di recente la Szymborska, per non parlare di alcuni poeti del passato che nel 900 hanno trovato una notevole fortuna presso il grande pubblico, come Emily Dickinson).
Tutto questo per dire che la tua affermazione &quot;la poesia è necessariamente iniziatica&quot; non mi pare solo non condivisibile. Mi pare falsa.
Detto questo, la realtà delle case editrici a pagamento per la poesia è terribile, è probabile che in molti libri invisibili si celino libri bellissimi. Però è una conseguenza (perniciosa e aggravante) dello stato delle cose, non la causa. La mancanza di lettori porta gli editori a evitare pavidamente di pubblicare libri di poesia e chi scrive si deve necessariamente rivolgere a case editrici piccole o inesistenti, o, per avere più visibilità, deve accettare la poetica di un gruppo, anche a costo di svilire la propria vena migliore.

@ Lorenzo Carlucci. Dunque, hai sicuramente colto uno degli aspetti portanti del mio appello, invitare chi scrive poesia a non accontentarsi di essere letti solo dagli addetti ai lavori e a fuggire le regole implicite imposte da mode e correnti. Ma in realtà mi pare che il discorso andasse guardato con la prospettiva contraria, a partire dal lettore e non dall&#039;autore.
Il punto è che un common reader in Italia esiste, indipendentemente dalla mia capacità di tracciarne un profilo esaustivo. Esistono persone che vanno in libreria e comprano libri scritti da autori italiani viventi. E non parlo di libri facili dalla spiccata vena commerciale (Moccia, Volo) o di eclatanti casi editoriali su cui pure varrebbe la pena riflettere (Saviano, Giordano), parlo di libri che vendono in media tra le 5000 e le 15000 copie (quando vanno molto bene), scritti da autori interessanti e letterariamente non disprezzabili, né disprezzati. Libri che sono sempre romanzi.
Mi chiedo: è possibile per la poesia ambire a qualcosa di simile? Macioci crede di no, io credo di sì.

Tornando alla prospettiva dell&#039;autore, tutto questo, nella mia idea, non comporta un appiattirsi nell&#039;inseguimento di un common reader becero, ma lo scrivere una poesia che possa interessare a un pubblico non specialistico o esoterico - in senso etimologico non rosacrociano.

Quanto all&#039;analisi storica, frettolosa, sulla fortuna della poesia in Italia, penso che in Italia, come vuole l&#039;antico adagio, i poeti abbiano sempre goduto di alta considerazione. Negli stessi anni che tu citi (all&#039;incirca gli ultimi 30 del XIX secolo) l&#039;intellettuale italiano di riferimento era Carducci e proprio per la sua attività di poeta.

E rispetto alla sensazione &quot;questa la scrivevo pure io&quot;, mi pare che Berardinelli le contrapponesse non lo stupore davanti alla perizia tecnica, quanto la sensazione &quot;questa poesia parla di me&quot;. È chiaro che questa formula può essere presa anche in senso riduttivo, ma non penso che debba essere presa per forza in senso riduttivo.


Un caro saluto a tutti,

Carlo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>qualche risposta</p>
<p>@ lucy (ladies first). grazie, penso che il tuo modo di leggere la poesia e il mio coincidano per larga parte e di questo sono molto felice</p>
<p>@ un signore che passava. sono d&#8217;accordo che il giudizio su sanguineti possa essere (forse vada) formulato solo a partire dall&#8217;opera di sanguineti. credo però sia da tenere presente che nell&#8217;opera di sanguineti hanno un forte peso le dichiarazioni programmatiche e che la sua poetica abbia, letteralmente, fatto scuola. Nella mia riflessione più che rivolgermi al Sanguineti poeta, che pure, ripeto, non amo, pensavo al Sanguineti teorico della poesia e alla scuola sanguinetiana. Molto d&#8217;accordo con te, comunque, che è più facile e meno rischioso un calambour che parlare dei propri genitori.</p>
<p>@ enrico macioci. Lasciamo perdere l&#8217;alternativa manichea e ricattatoria Grande Fratello / capolavoro per pochi eletti.<br />
Che la poesia sia per sua natura iniziatica è storicamente falso. Per secoli è stato un genere di largo consumo popolare e a vari livelli. Un nuovo esempio. Ho sentito il poeta Gregorio Scalise difendere le ragioni della difficoltà e oscurità della poesia, parlando di Petrarca e della nostra necessità di leggerlo con un adeguato commentario. Ecco, Petrarca è proprio l&#8217;esempio del contrario, letto per secoli in tutta Europa tanto da galantuomini, dame e istitutrici che da fini letterati. La fruizione popolare della poesia nasce con la poesia stessa e si interrompe, per sommi capi, tra la prima e la seconda guerra mondiale, con le avanguardie storiche e l&#8217;affermazione di una poesia di difficile fruibilità. Ovviamente è una ricostruzione frettolosa e parziale, che non vuole sminuire il rilievo delle avanguardie e che trascura il fatto che alcuni poeti sono stati molto letti e amati anche nel 900 da common readers di tutto il mondo (Neruda, Hikmet, alcuni russi, di recente la Szymborska, per non parlare di alcuni poeti del passato che nel 900 hanno trovato una notevole fortuna presso il grande pubblico, come Emily Dickinson).<br />
Tutto questo per dire che la tua affermazione &#8220;la poesia è necessariamente iniziatica&#8221; non mi pare solo non condivisibile. Mi pare falsa.<br />
Detto questo, la realtà delle case editrici a pagamento per la poesia è terribile, è probabile che in molti libri invisibili si celino libri bellissimi. Però è una conseguenza (perniciosa e aggravante) dello stato delle cose, non la causa. La mancanza di lettori porta gli editori a evitare pavidamente di pubblicare libri di poesia e chi scrive si deve necessariamente rivolgere a case editrici piccole o inesistenti, o, per avere più visibilità, deve accettare la poetica di un gruppo, anche a costo di svilire la propria vena migliore.</p>
<p>@ Lorenzo Carlucci. Dunque, hai sicuramente colto uno degli aspetti portanti del mio appello, invitare chi scrive poesia a non accontentarsi di essere letti solo dagli addetti ai lavori e a fuggire le regole implicite imposte da mode e correnti. Ma in realtà mi pare che il discorso andasse guardato con la prospettiva contraria, a partire dal lettore e non dall&#8217;autore.<br />
Il punto è che un common reader in Italia esiste, indipendentemente dalla mia capacità di tracciarne un profilo esaustivo. Esistono persone che vanno in libreria e comprano libri scritti da autori italiani viventi. E non parlo di libri facili dalla spiccata vena commerciale (Moccia, Volo) o di eclatanti casi editoriali su cui pure varrebbe la pena riflettere (Saviano, Giordano), parlo di libri che vendono in media tra le 5000 e le 15000 copie (quando vanno molto bene), scritti da autori interessanti e letterariamente non disprezzabili, né disprezzati. Libri che sono sempre romanzi.<br />
Mi chiedo: è possibile per la poesia ambire a qualcosa di simile? Macioci crede di no, io credo di sì.</p>
<p>Tornando alla prospettiva dell&#8217;autore, tutto questo, nella mia idea, non comporta un appiattirsi nell&#8217;inseguimento di un common reader becero, ma lo scrivere una poesia che possa interessare a un pubblico non specialistico o esoterico &#8211; in senso etimologico non rosacrociano.</p>
<p>Quanto all&#8217;analisi storica, frettolosa, sulla fortuna della poesia in Italia, penso che in Italia, come vuole l&#8217;antico adagio, i poeti abbiano sempre goduto di alta considerazione. Negli stessi anni che tu citi (all&#8217;incirca gli ultimi 30 del XIX secolo) l&#8217;intellettuale italiano di riferimento era Carducci e proprio per la sua attività di poeta.</p>
<p>E rispetto alla sensazione &#8220;questa la scrivevo pure io&#8221;, mi pare che Berardinelli le contrapponesse non lo stupore davanti alla perizia tecnica, quanto la sensazione &#8220;questa poesia parla di me&#8221;. È chiaro che questa formula può essere presa anche in senso riduttivo, ma non penso che debba essere presa per forza in senso riduttivo.</p>
<p>Un caro saluto a tutti,</p>
<p>Carlo</p>
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