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	Commenti a: Ad limine Artaud &#8211; (ancora in margine a scrittura ed etica)	</title>
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		<title>
		Di: The O.C.		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[The O.C.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 02:19:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[piscio sangue e tombe]]></description>
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		Di: Ares		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/04/ad-limine-artaud/#comment-130411</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ares]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 18:20:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[..mia madre quand&#039;ero bambino, mi svegliava sempre con una nenia  e mi addormentava con L&#039;Heavi metal;

 l&#039;operazione funzionava, quando la musica partiva a palla era ora di addormentarsi: non era piu&#039; disposta a sopportarmi, quando sopraggiungeva il dolce canto della nenia sapevo che sarei stato al centro delle sue amorevoli attenzioni e il risveglio sopraggiungeva in una attimo..]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>..mia madre quand&#8217;ero bambino, mi svegliava sempre con una nenia  e mi addormentava con L&#8217;Heavi metal;</p>
<p> l&#8217;operazione funzionava, quando la musica partiva a palla era ora di addormentarsi: non era piu&#8217; disposta a sopportarmi, quando sopraggiungeva il dolce canto della nenia sapevo che sarei stato al centro delle sue amorevoli attenzioni e il risveglio sopraggiungeva in una attimo..</p>
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		<title>
		Di: Ares		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/04/ad-limine-artaud/#comment-130408</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ares]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 18:01:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Perchè bisogna sempre complicare Artaud .. o_O]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perchè bisogna sempre complicare Artaud .. o_O</p>
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		<title>
		Di: nevio gambula		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/04/ad-limine-artaud/#comment-130377</link>

		<dc:creator><![CDATA[nevio gambula]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 13:45:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Marco
concordo su tutto, compreso il finale sul contesto-Libero. E infatti, parafrasando lo stesso Artaud, ho scritto: AL DI LÀ DI OGNI PATTEGGIAMENTO CON LA CULTURA CORROTTA. Il problema, semmai, è riconoscere le trame assolutamente mobili della corruzione. Come scrisse il dimenticato Giorgio Cesarano, viviamo il nostro ambiente tramite un medium che lo filtra e che pertanto ci appare esclusivamente nella sua rappresentazione fissata in schemi. Riconoscere la corruzione è scovare cosa si nasconde sotto le rappresentazioni. 

nevio gàmbula]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Marco<br />
concordo su tutto, compreso il finale sul contesto-Libero. E infatti, parafrasando lo stesso Artaud, ho scritto: AL DI LÀ DI OGNI PATTEGGIAMENTO CON LA CULTURA CORROTTA. Il problema, semmai, è riconoscere le trame assolutamente mobili della corruzione. Come scrisse il dimenticato Giorgio Cesarano, viviamo il nostro ambiente tramite un medium che lo filtra e che pertanto ci appare esclusivamente nella sua rappresentazione fissata in schemi. Riconoscere la corruzione è scovare cosa si nasconde sotto le rappresentazioni. </p>
<p>nevio gàmbula</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: marco rovelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/04/ad-limine-artaud/#comment-130373</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 12:52:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non avevo pensato direttamente al dibattito, ma fai bene Nevio a coglierne le implicazioni. Lo statuto della rappresentazione artistica, in questo senso, dev&#039;essere quella di modificare la percezione dell&#039;essere - in qualcuna delle sue forme. E sono assolutamente d&#039;accordo che non si tratta di mettere in comunicazione l&#039;ambito letterario con quello politico, ché l&#039;ambito letterario è immediatamente politico. Si tratta di giocare segni. Ma quali? Non certo un gioco formalistico e indifferente, ma - artaudianamente - segni dove è in gioco, ad ogni passo, l&#039;esistenza nella sua integralità. Il segno non è mai puro, ma un grumo fecale dove si addensa la vita. Il segno è sempre oltre se stesso, nel fango dell&#039;esistenza, che non può non dirsi. C&#039;è una terra dove pensiero e vita non sono separati, ma che li precede. Ed è questo il segno che (ci)interessa. Ma allora, proprio per questo, non ha senso dire che Artaud insegna la &quot;trasversalità&quot; se non su questi presupposti, nel senso che è un&#039;azione che sfonda e trapassa ad ogni istante. Se la letteratura è politica in quanto vi è sempre in gioco l&#039;esistenza, allora anche l&#039;esistenza deve essere presa &quot;alla lettera&quot;. Pensiero e vita sono, ambedue, allo stesso tempo, una questione etica. E&#039; questo il cuore della questione, credo. L&#039;etica.
L&#039;oggetto della narrazione (il sociale piuttosto che la dimensione individuale: ma vi è una differenza di mondi, davvero? io non lo credo) è allora un segno ulteriore, segno tra i segni: è però - e questa è la sua specificità - l&#039;attrito, la hylé della narrazione. In questo senso allora la letteratura è ancor più atto politico in quanto rimescola le coordinate della percezione di un evento.
(E per venire allora a ciò che ha scatenato il dibattito: se si tratta di segni, non è certo possibile asserire una indifferenza ad un contesto. Del resto, è pssibile immaginare Artaud che scrive su Libero? E soprattutto, che ci scrive in maniera innocua come certi presunti anarchici senza corona? Come ho già detto: è questione di stile)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non avevo pensato direttamente al dibattito, ma fai bene Nevio a coglierne le implicazioni. Lo statuto della rappresentazione artistica, in questo senso, dev&#8217;essere quella di modificare la percezione dell&#8217;essere &#8211; in qualcuna delle sue forme. E sono assolutamente d&#8217;accordo che non si tratta di mettere in comunicazione l&#8217;ambito letterario con quello politico, ché l&#8217;ambito letterario è immediatamente politico. Si tratta di giocare segni. Ma quali? Non certo un gioco formalistico e indifferente, ma &#8211; artaudianamente &#8211; segni dove è in gioco, ad ogni passo, l&#8217;esistenza nella sua integralità. Il segno non è mai puro, ma un grumo fecale dove si addensa la vita. Il segno è sempre oltre se stesso, nel fango dell&#8217;esistenza, che non può non dirsi. C&#8217;è una terra dove pensiero e vita non sono separati, ma che li precede. Ed è questo il segno che (ci)interessa. Ma allora, proprio per questo, non ha senso dire che Artaud insegna la &#8220;trasversalità&#8221; se non su questi presupposti, nel senso che è un&#8217;azione che sfonda e trapassa ad ogni istante. Se la letteratura è politica in quanto vi è sempre in gioco l&#8217;esistenza, allora anche l&#8217;esistenza deve essere presa &#8220;alla lettera&#8221;. Pensiero e vita sono, ambedue, allo stesso tempo, una questione etica. E&#8217; questo il cuore della questione, credo. L&#8217;etica.<br />
L&#8217;oggetto della narrazione (il sociale piuttosto che la dimensione individuale: ma vi è una differenza di mondi, davvero? io non lo credo) è allora un segno ulteriore, segno tra i segni: è però &#8211; e questa è la sua specificità &#8211; l&#8217;attrito, la hylé della narrazione. In questo senso allora la letteratura è ancor più atto politico in quanto rimescola le coordinate della percezione di un evento.<br />
(E per venire allora a ciò che ha scatenato il dibattito: se si tratta di segni, non è certo possibile asserire una indifferenza ad un contesto. Del resto, è pssibile immaginare Artaud che scrive su Libero? E soprattutto, che ci scrive in maniera innocua come certi presunti anarchici senza corona? Come ho già detto: è questione di stile)</p>
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		<title>
		Di: viola		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/04/ad-limine-artaud/#comment-130371</link>

		<dc:creator><![CDATA[viola]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 10:39:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Era come se l’irrimediabile si fosse compiuto:
L’orrore era al suo culmine
Insieme alla disperazione
                 E allo sconforto.
E ciò si estendeva
A tutta la vita futura della mia anima.
Dio allora si era  reso introvabile.
C’era un punto nero
Dov’era confluita la mia sorte
Che restava lì
                              Inchiodata
Fin quando il tempo
Non sarà riassorbito dall’eternità.

(A. Artaud)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era come se l’irrimediabile si fosse compiuto:<br />
L’orrore era al suo culmine<br />
Insieme alla disperazione<br />
                 E allo sconforto.<br />
E ciò si estendeva<br />
A tutta la vita futura della mia anima.<br />
Dio allora si era  reso introvabile.<br />
C’era un punto nero<br />
Dov’era confluita la mia sorte<br />
Che restava lì<br />
                              Inchiodata<br />
Fin quando il tempo<br />
Non sarà riassorbito dall’eternità.</p>
<p>(A. Artaud)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: nevio gambula		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/04/ad-limine-artaud/#comment-130366</link>

		<dc:creator><![CDATA[nevio gambula]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 08:57:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non so se Rovelli, proponendo questo suo scritto, ha pensato alle ricadute sul dibattito in corso sulla responsabilità dell’autore. Eppure, quand’anche indirettamente, ci sono due spunti che ha senso evidenziare proprio in relazione a quel dibattito: la «pura gratuità» e la «crudeltà» che «rende liberi». Sono spunti che riassumono tutto il programma di Artaud, che com’è noto sorge e si affina in opposizione alla cultura del suo tempo. È un programma politico, che si produce dall’interno di quella cultura e che mira a farla esplodere. La crudeltà è, per Artaud, la coscienza applicata alla forma: non più la rappresentazione della vita, ma la vita stessa che si esalta in un atto gratuito e perturbante. Una crudeltà, quindi, che agisce la propria politicità all’interno dello specifico campo artistico, nella disposizione particolare dei segni, e che mira non a cambiare il mondo (per questo servono le mitragliatrici, dirà lo stesso Artaud), ma a modificare la relazione tra i soggetti che partecipano all’evento. Sono spunti, insomma, quelli proposti da Artaud (e giustamente sottolineati da Rovelli), che possono ribaltarsi proficuamente nel linguaggio creativo, che è poi il vero obiettivo dell’impegno responsabile dell’autore. Fino ad oggi, ad esclusione di alcuni passi in Trevi, il problema della responsabilità è stato affrontato mettendo su piani diversi l’ambito letterario e quello politico; l’impressione che ne ho ricavato è che il primo ambito, quello letterario, deve uscire da se stesso per incontrarsi con quello politico, come conciliando l’individualità dello scrittore con la socialità del cittadino. Ai fini dell’impegno, il fatto letterario diventa secondario rispetto all’intervento diretto nel reale. E infatti le domande redazionali esulano le opere e la loro intrinseca allegoricità. Artaud, invece, se ne frega dell’impegno e dell’attualità. Quel che gli preme è lavorare sulla forma e, tramite questa, ritemprare la percezione  e dunque la coscienza: «spezzare il linguaggio per raggiungere la vita». L’arte è un gesto bruto, sincopato, dissonante, il cui scopo «non è di risolvere conflitti sociali o psicologici, di servire da terreno di scontro a passioni morali», ma quello di mettere i corpi di fronte alla limitatezza delle convenzioni. Piano etico e piano estetico non sono separati: al di là di ogni patteggiamento con la cultura corrotta. Quanto può ancora dirci Artaud?

Nevio Gàmbula]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non so se Rovelli, proponendo questo suo scritto, ha pensato alle ricadute sul dibattito in corso sulla responsabilità dell’autore. Eppure, quand’anche indirettamente, ci sono due spunti che ha senso evidenziare proprio in relazione a quel dibattito: la «pura gratuità» e la «crudeltà» che «rende liberi». Sono spunti che riassumono tutto il programma di Artaud, che com’è noto sorge e si affina in opposizione alla cultura del suo tempo. È un programma politico, che si produce dall’interno di quella cultura e che mira a farla esplodere. La crudeltà è, per Artaud, la coscienza applicata alla forma: non più la rappresentazione della vita, ma la vita stessa che si esalta in un atto gratuito e perturbante. Una crudeltà, quindi, che agisce la propria politicità all’interno dello specifico campo artistico, nella disposizione particolare dei segni, e che mira non a cambiare il mondo (per questo servono le mitragliatrici, dirà lo stesso Artaud), ma a modificare la relazione tra i soggetti che partecipano all’evento. Sono spunti, insomma, quelli proposti da Artaud (e giustamente sottolineati da Rovelli), che possono ribaltarsi proficuamente nel linguaggio creativo, che è poi il vero obiettivo dell’impegno responsabile dell’autore. Fino ad oggi, ad esclusione di alcuni passi in Trevi, il problema della responsabilità è stato affrontato mettendo su piani diversi l’ambito letterario e quello politico; l’impressione che ne ho ricavato è che il primo ambito, quello letterario, deve uscire da se stesso per incontrarsi con quello politico, come conciliando l’individualità dello scrittore con la socialità del cittadino. Ai fini dell’impegno, il fatto letterario diventa secondario rispetto all’intervento diretto nel reale. E infatti le domande redazionali esulano le opere e la loro intrinseca allegoricità. Artaud, invece, se ne frega dell’impegno e dell’attualità. Quel che gli preme è lavorare sulla forma e, tramite questa, ritemprare la percezione  e dunque la coscienza: «spezzare il linguaggio per raggiungere la vita». L’arte è un gesto bruto, sincopato, dissonante, il cui scopo «non è di risolvere conflitti sociali o psicologici, di servire da terreno di scontro a passioni morali», ma quello di mettere i corpi di fronte alla limitatezza delle convenzioni. Piano etico e piano estetico non sono separati: al di là di ogni patteggiamento con la cultura corrotta. Quanto può ancora dirci Artaud?</p>
<p>Nevio Gàmbula</p>
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		<title>
		Di: orsola puecher		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/04/ad-limine-artaud/#comment-130365</link>

		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 08:53:27 +0000</pubDate>
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[ &lt;em&gt;Artaud padre della assoluta trasversalità intellettuale - per quel suo concetto di crudeltà come purezza morale - crudeltà come severità - crudeltà come rigore&lt;/em&gt; ]
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<p>&nbsp;<br />
[ <em>Artaud padre della assoluta trasversalità intellettuale &#8211; per quel suo concetto di crudeltà come purezza morale &#8211; crudeltà come severità &#8211; crudeltà come rigore</em> ]<br />
&nbsp;<br />
<a href="http://orsola-puecher.tumblr.com/post/425906189" traget="_blank" rel="nofollow"><strong>,\\&#8217;</strong></a><br />
&nbsp;</p>
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