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	Commenti a: La responsabilità dell&#8217;autore: Franco Cordelli	</title>
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		Di: La responsabilità dell&#8217;autore: Laura Pugno &#8211; Nazione Indiana		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La responsabilità dell&#8217;autore: Laura Pugno &#8211; Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 May 2010 14:04:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian [...]]]></description>
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		<title>
		Di: La responsabilità dell&#8217;autore: Ginevra Bompiani &#8211; Nazione Indiana		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La responsabilità dell&#8217;autore: Ginevra Bompiani &#8211; Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 May 2010 14:03:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian [&#8230;]</p>
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		<title>
		Di: La responsabilità dell&#8217;autore: Biagio Cepollaro &#8211; Nazione Indiana		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La responsabilità dell&#8217;autore: Biagio Cepollaro &#8211; Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 May 2010 14:02:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian [&#8230;]</p>
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		<title>
		Di: La responsabilità dell&#8217;autore: Marco Giovenale &#8211; Nazione Indiana		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La responsabilità dell&#8217;autore: Marco Giovenale &#8211; Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 May 2010 12:48:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian [...]]]></description>
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		<title>
		Di: effettolarsen		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/#comment-131176</link>

		<dc:creator><![CDATA[effettolarsen]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 22:37:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Riflessioni sulla scrittura elettronica (Roma, 16-12-96)
Intervista a Nanni Balestrini 

Domanda:
La possibilità di lavorare con uno strumento diverso che possiede delle caratteristiche anche fisiche diverse da quello tradizionale, per le quali si vedono un certo numero di colonne sullo schermo anziché la pagina bianca su cui scrivere, cambia il modo di scrivere, secondo Lei? Lei usa il computer, normalmente, per scrivere?

Risposta:
Sì, io lo uso quasi essenzialmente. Non credo che la scrittura sia cambiata molto rispetto a quella a penna, a quella della macchina da scrivere, anche se dicono che lo stile di Hemingway viene dalla macchina da scrivere. Può darsi...dicono anche che si abbia uno stile diverso con un testo scritto a computer. Io penso che si possono fare di queste osservazioni, però non mi sembra un aspetto così rilevante. Credo sempre che questi strumenti siano al servizio di uno scrittore o di un artista che si vuole esprimere, su cui egli traccia la sua impronta, fa il segno; li utilizza come strumenti e non il contrario; non si tratta di uno strumento che si imprime su un autore. Il computer è una macchina per scrivere utilissima che fa risparmiare molto tempo: non si deve ricorreggere continuamente i fogli, si possono fare degli spostamenti di testi...è un risparmio enorme di tempo, permette di lavorare più in fretta ed anche di trovare delle soluzioni, se si vuole, nuove. Per esempio, per la poesia, dove il fatto visivo di spostamento nella pagina è molto più rilevante che in un testo in prosa, può suggerire molte idee: si può avere sotto il proprio sguardo, contemporaneamente, una serie di varianti sulle quali intervenire. Tuttavia, ripeto, io rimango sempre un po&#039; scettico sul fatto che queste nuove tecnologie possano, direttamente, determinare 
nuovi stili, nuovi universi espressivi.

testo integrale dell&#039;intervista:
http://www.mediamente.rai.it/HOME/bibliote/intervis/b/balestri.htm]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riflessioni sulla scrittura elettronica (Roma, 16-12-96)<br />
Intervista a Nanni Balestrini </p>
<p>Domanda:<br />
La possibilità di lavorare con uno strumento diverso che possiede delle caratteristiche anche fisiche diverse da quello tradizionale, per le quali si vedono un certo numero di colonne sullo schermo anziché la pagina bianca su cui scrivere, cambia il modo di scrivere, secondo Lei? Lei usa il computer, normalmente, per scrivere?</p>
<p>Risposta:<br />
Sì, io lo uso quasi essenzialmente. Non credo che la scrittura sia cambiata molto rispetto a quella a penna, a quella della macchina da scrivere, anche se dicono che lo stile di Hemingway viene dalla macchina da scrivere. Può darsi&#8230;dicono anche che si abbia uno stile diverso con un testo scritto a computer. Io penso che si possono fare di queste osservazioni, però non mi sembra un aspetto così rilevante. Credo sempre che questi strumenti siano al servizio di uno scrittore o di un artista che si vuole esprimere, su cui egli traccia la sua impronta, fa il segno; li utilizza come strumenti e non il contrario; non si tratta di uno strumento che si imprime su un autore. Il computer è una macchina per scrivere utilissima che fa risparmiare molto tempo: non si deve ricorreggere continuamente i fogli, si possono fare degli spostamenti di testi&#8230;è un risparmio enorme di tempo, permette di lavorare più in fretta ed anche di trovare delle soluzioni, se si vuole, nuove. Per esempio, per la poesia, dove il fatto visivo di spostamento nella pagina è molto più rilevante che in un testo in prosa, può suggerire molte idee: si può avere sotto il proprio sguardo, contemporaneamente, una serie di varianti sulle quali intervenire. Tuttavia, ripeto, io rimango sempre un po&#8217; scettico sul fatto che queste nuove tecnologie possano, direttamente, determinare<br />
nuovi stili, nuovi universi espressivi.</p>
<p>testo integrale dell&#8217;intervista:<br />
<a href="http://www.mediamente.rai.it/HOME/bibliote/intervis/b/balestri.htm" rel="nofollow ugc">http://www.mediamente.rai.it/HOME/bibliote/intervis/b/balestri.htm</a></p>
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		<item>
		<title>
		Di: enpi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/#comment-131173</link>

		<dc:creator><![CDATA[enpi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 21:47:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[immagino non sia più negli archivi di RaiEducational.
per cui lo copincollo di seguito - sperando che non sia troppo lungo:

&lt;b&gt;Edoardo Sanguineti e Tiziano Scarpa
Scrittura elettronica &#038; scrittura creativa&lt;/b&gt;

    Domanda 1 &#124; Educational. Il tema di questo dialogo è “Scrittura elettronica &#038; scrittura creativa”. Con la dicitura “scrittura creativa” ci riferiamo sia alla vostra attività di poeti e narratori, sia, nell’accezione anglosassone, “creative writing”, all’esperienza dei laboratori dove, dal vivo o in Rete, si cerca di insegnare a diventare scrittori. Chiedo anzitutto a entrambi: qual è, da scrittori, il vostro rapporto con il computer e con la Rete?

    Sanguineti: Personalmente, potrei dire che non ho nessun rapporto né con il computer né con la Rete. A casa mia C’è un computer, perché lo usa mia figlia, quindi ho un’idea di come funzioni, ma questo non mi ha sollecitato, nel complesso, a impadronirmi dello strumento. Con la Rete, di rapporti non ne ho nessuno. So di che si tratta, come tutti, perché abbiamo tutti amici da cui assumere tante informazioni. Ma quanto a esperienza diretta, confesso, non ne ho nessuna.

    Scarpa: Per me, invece, l’uso del computer ha cambiato qualcosa. Ce l’ho da una decina d’anni, non di più e, da allora, di fatto il 98% di ciò che scrivo è scritto al computer. Come esperienza fisica è interessante, perché la scrittura è retro-illuminata, C’è una lampadina… Esce da un televisore. Sono rimasto colpito, una volta, da Leonetti che, proprio riferendosi a un sito, per dire che non l’aveva ancora visto in Rete, si espresse così: “Non l’ho ancora visto nel televisore, lì”. E intendeva il computer. Di fatto il computer è un televisore, sebbene a circuito chiuso quando non venga usato con la connessione in rete. E questo fisicamente, appunto, ha reso la scrittura un po’ retroilluminata, illuminata elettricamente, elettronicamente. C’è anche da dire che da quando i modeli portatili sono diventati più accessibili economicamente, è cambiato, in me, anche l’atteggiamento verso il computer, che prima era stanziale: come Maometto, bisognava andare al computer per scrivere. C’è stata una finestra di anni in cui se non andavo alla mia scrivania le sedute di scrittura non le potevo fare. Mentre ora il computer è diventato uno strumento analogo a una macchina da scrivere portatile.

    Sanguineti: I metodi tradizionali di scrittura concedevano già questo vantaggio. Io, quando scrivo, non sono obbligato a essere al mio tavolino. Mi può essere comodo per abitudine, può essere comodo avere dei libri a disposizione, però un foglio di carta e la penna hanno il vantaggio di essere portabilissimi, più, evidentemente di un computer. Ma questo è un altro discorso.

    Scarpa: Mi sembra di intravedere delle differenziazioni di genere. È vero che qualche verso anch’io lo faccio tuttora su carta. Come se ci fosse ancora, chi sa, un qualche rimasuglio forse un po’ reazionario, pseudo, tanto pseudo romantico, della “poesia su carta”.

    Sanguineti: Io ho preso quest’abitudine ormai da parecchio tempo: la scrittura come si dice, ahimè, creativa, una poesia, un racconto, mi nascono normalmente con stilografica e fogli di carta. Poi, faccio tutte le correzioni battendo a macchina. Ho una macchina elettronica, che va benissimo… Invece, se scrivo un articolo, un saggio, prevalentemente lo faccio direttamente alla macchina da scrivere. E batto e ribatto. C’è anche una specie di superstizione: finché ci sono errori, ribatto. E solo quando la scrittura è tutta pulita mi sembra aver raggiunto una condizione ottimale anche dal punto di vista stilistico. Ma queste sono superstizioni private.

    Scarpa: Non so se sono solo superstizioni. Nel passaggio dalla scrittura a mano a quella a macchina c’è, ovviamente, un progressivo distaccarsi dal gesto del corpo e, quindi, un disincarnamento della scrittura che raggiunge, per così dire, un’alterità.

    Sanguineti: C’è l’ottica del lettore che incalza. Ti leggi come se ti leggesse un altro mentre il manoscritto, finché è tale, resta tuo.

    Domanda 2 &#124; Ora passiamo alle domande inviate dagli utenti del nostro sito. Massimo Brioschi e Fabio Orfei tornano su un tema che in qualche modo avete già sfiorato. Dicono: la possibilità di scrivere con mezzi diversi dal foglio e matita influisce sulla forma finale di uno scritto? Si diceva per esempio, ricorda Orfei, che lo stile di Hemingway fosse a misura di macchina da scrivere. Mentre Umberto Eco, un fedelissimo del computer, sostiene che quest’ultimo conduce a scrivere in modo più modulare.

    Scarpa: Mi viene in mente ciò che fanno germinare i diversi strumenti. Ricordo quello che scrisse Amelia Rosselli in “Spazi metrici”. Di fatto la sua metrica derivava dalla persistenza di una misura che veniva enfatizzata dalla macchina da scrivere. Mi spiego meglio. Diceva: “Quando scrivo un testo poetico, batto a macchina il primo verso e i versi successivi sono, per così dire, non dello stesso numero di lettere, di battute, però entrano in un rango molto molto simile, di poche battute meno o più”. Non ricordo quale sua raccolta poetica, se “Variazioni belliche” o una successiva, venne stampata, infatti, con un carattere che oggi si chiamerebbe “Courier” che è quello della macchina da scrivere. Proprio perché una tipografia normale, con la “i” più stretta, la “m” più larga, sballa tutto rispetto alla larghezza in millimetri o micromillimetri di un carattere. Mentre col carattere “Courier” come con la macchina da scrivere lo spazio è uguale sia per la “i” che per la “m”. Questo significa che, per esempio, la fascinazione dello strumento della battitura in Amelia Rosselli aveva creato addirittura una misura metrica che non era fondata, come nella tradizione, dalle sillabe o da quant’altro…

    Sanguineti: Io credo che la macchina da scrivere, lo strumento che io frequento, non faccia che dare maggiore razionalità a un fenomeno che si verifica anche a mano. Io amo dei versi troppo lunghi, strepitosamente lunghi, un tormento per gli editori…

    Scarpa: …perché spesso bisogna stamparli in verticale…

    Sanguineti: Però questo stile mi è nato scrivendo a mano. Lo stesso problema di misura, impiegando un verso libero, te lo poni già scrivendo a mano. Quando su un foglio faccio una prima stesura di poesia, anche lì ho un sistema di regolazione che, naturalmente, poi a macchina si modifica, si cristallizza…

    Scarpa: Hai sempre scritto su dei fogli formato A4? La capienza di quella riga, quindi, conteneva il verso che poi, tipograficamente, è diventato troppo lungo?

    Sanguineti: No, io avevo un verso lungo in partenza, diciamo così, in testa…

    Scarpa: …con una cadenza mentale, sonora, percussiva…

    Sanguineti: …non determinata dallo spazio.

    Scarpa: …che, se posso dire, di solito è un doppio endecasillabo…

    Sanguineti: Grosso modo. Io lo pensavo come una sorta di ideale esametro però pieno di irregolarità… Questo, a mano, poi la macchina da scrivere mi poteva incitare a regolarizzare alcune cose in maniera più evidente.
    Nel complesso, io direi che il grande salto, culturalmente, è avvenuto col passaggio dalla comunicazione orale, da una civiltà prescrittoria, alla comunicazione scritta. Naturalmente sempre con un’andata e ritorno: la cultura scritta non cancella l’oralità originaria, può essere anche un puro strumento di memorizzazione empirica, cristallizzata. Dopo, le variazioni, relativamente parlando, mi sembrano infinitamente meno significative. Posso immaginare che la macchina da scrivere agisca in un certo modo e il computer in un altro, ma credo che siamo di fronte a sfumature di ordine soggettivo, quasi psicologico, se non addirittura psicoanalitico, in qualche caso sono lievemente maniacali. Come per certi tipi che non riescono a scrivere se non hanno la loro penna, il loro inchiostro, o quel tipo di carta. Spesso si tratta di una sorta di superstizioni.

    Scarpa: Però, se è vero quello che dicevi prima, a proposito di superstizioni, che tu ribatti finché non è tutto perfetto, senza un refuso, è vero che si fa fatica a ribattere. Non sempre si ha voglia di farlo per una sciocca virgola. Per uno spazio più a destra mannaggia, tocca rifare tutta la cartella… Al computer la revisione da questo punto di vista è più semplice, più confortevole, meno faticosa. Questo, secondo me, spinge a volte a implementare la sintassi: aggiungere complementi secondari, mettere dei cunei, per così dire, tanto non costa fatica, non devi ribattere tutto.

    Sanguineti: Questo è anche un guaio, C’è un eccesso di facilità. Quando ribatto e ribatto con quella meta ottimale, un po’ fanatica, sono costretto a ripensare molte e molte volte il testo. Ogni correzione, proprio perché costa fatica, acquista un significato e un peso. Credo che ci sia nel computer il rischio di un eccesso di confort. Come quando si incide una cosa a voce, e quando la rileggi ti cascano le braccia perché la sintassi, spesso, è quella del parlato, i periodi sono sospesi, le ripetizioni sterminate. Il rischio, paradossalmente, è che la scrittura computerizzata torni a un regime di oralità nel senso quotidiano. Ecco, ahimé, si scrive come si parla e questo comporta un deficit nel controllo del testo. Invece il battere a macchina ha questa funzione: ti vedi già stampato, anche se in modo ideale, perché poi subentrano stampa, distanze, caratteri. Ma insomma…

    Scarpa: Non sono del tutto d’accordo. È anche vero che la scrittura elettronica consente di fare tali e tanti interventi… Ricordo che a macchina ero molto più meandrico, complesso, orale, facevo un sacco di ipotassi… Mentre al computer riesco ad ottenere un’artificiosissima semplicità che deriva dalla possibilità di fare mille revisioni.
    A volte, è vero, faccio l’ultima revisione ribattendo tutto, uso il computer come se fosse una macchina da scrivere, in maniera anticomputeristica: rimetto in discussione tutto, stampo e dalla carta rimetto in discussione frase per frase.

    Sanguineti: Alla fine, vieni ad essere d’accordo con me: nella riscrittura, dopo tanto computer torni alla macchina da scrivere.

    Scarpa: Questo è vero.

    Domanda 3 &#124; Lucia Cormorano chiede, in particolare a lei, Scarpa: quando un autore usa la tecnologia classica, quella della carta, si serve di un codice alfabetico, e il testo arriva al lettore così come lui l’ha composto; quando usa il computer, pure se non ne è cosciente, passa attraverso un codice binario. Quale slittamento semiotico si produce?
    Scarpa: Nessuno. È come dire che con l’inchiostro la scrittura passa attraverso un codice chimico. Sì, la scrittura al computer sarà sostenuta, nelle profondità ctonie degli elettroni che passano attraverso i circuiti, da un codice binario, però è come dire che quando vado in barca ho a che fare con il codice semiotico dei pesci abissali o delle alghe che stanno a cento metri sul fondo.

    Sanguineti: Mi viene in mente Savinio, ossessionato dai lapsus.

    Scarpa: Li chiamava refusi. Li reificava.

    Sanguineti: Sì. Diceva che in fondo la macchina da scrivere pensa. Se crediamo a questa mitologia saviniana, è probabile che il sistema binario possa nel profondo agire, là dove la macchina parla. Ma questo appartiene all’inconscio tecnologico, posto che esista.

    Scarpa: Alla fine, i refusi del computer sono gli stessi della macchina da scrivere, perché la disposizione della tastiera è la stessa, sebbene per una minuscola differenza: C’è la tastiera cosiddetta “qwerty”, perché la prima riga alfabetica ha le lettere q w e r t y, e C’è la “qzerty”, perché nel sistema MacIntosh c’è la zeta al posto della w. Savinio parlava di refusi perché sono sbagli non dettati dalla psiche ma dalla posizione dei tasti. Però, al di là non vedo… Sì, a me una volta è successo di aver versato dell’acqua sulla tastiera ed era bellissimo: prima che si asciugasse, battendo un tasto venivano fuori dei fantastici grumi di alfabeto, non so, epossidici, stranissimi, ma quello aveva a che fare con l’elettricità con la conduzione che queste piccole gocce d’acqua avevano creato nella tastiera.

    Domanda 4 &#124; Fulvia Baldini ricorda un’osservazione di Tullio De Mauro a proposito del “broken english”, l’inglese giovanile e gergale che regna in Rete. E chiede: in che misura, secondo voi, il gergo internettista va cambiando il linguaggio quotidiano e quello artistico?

    Sanguineti: Semmai quello che può essere interessante è non tanto l’inserirsi di questo nuovo lessico o gergo, quanto le aperture metaforiche che da esso nascono. Come il linguaggio tecnologico in tutti i suoi altri aspetti ha già generato delle metafore: l’espressione “partire in quarta” non esisteva prima che esistessero le marce nelle automobili. C’è, allora, un’immensa rete metaforica che deriva dal computer e da Internet. E questo può essere interessante. Probabilmente qui si ha uno sviluppo più intenso di quanto sia accaduto con altre modalità linguistiche precedenti. Ma bisogna aspettare e vedere.

    Scarpa: C’è un altro aspetto complementare a questo, quello della rivitalizzazione. Ogni nuovo paesaggio tecnologico, o umano, antropologico, politico, arriva con tutto il suo bel kit di vocabolario e di linguaggio. Bene, per esempio chi usava più la parola “sito”, era una parola ormai relegata agli Hotel Belsito o a una poesia davvero fradicia di cascami post romantici. “Sito”, come il nuovo senso che riverbera sulla parola “scaricare” il senso computeristico dello “scaricare dalla Rete”.

    Sanguineti: …Già, Rete.

    Scarpa: Sì, Rete. Sono contento quando la lingua italiana riesce ad ampliarsi, ad annettere significati. Senza arrivare allo sciovinismo francese che, come sappiamo, non accetta computer, ma ha ripescato “ordinateur”, non accetta software ma dice “logiciel”. Noi non diciamo “ordinatore” né “logicale”, però siamo riusciti ad annettere cose nuovi sensi e sfumature . Tra l’altro sono questioni che hanno veramente millenni: era lo stesso problema che aveva Cicerone quando doveva tradurre la filosofia greca in latino.

    Sanguineti: E anche quando la parola rimane identica, inglese, “mouse” per esempio, entra come una parola che aderisce al linguaggio e si presta, poi, a dei giochi. Questo “topolino”…

    Domanda 5 &#124; Gabriele Gugliemi osserva: il computer e internet ci danno la possibilità di comporre graficamente il testo a nostro piacimento, e la possibilità di usare immagini, così come “emoticons”, cioé la simbologia inventata dal popolo della Rete. Ci riavvicinano allora alle esperienze di poesia visiva care alla avanguardie di primo e secondo Novecento?

    Sanguineti: Ma, sì. Mi sembra sia disponibile un sistema segnico allargato. Se prendiamo una poesia tradizionale, tradizionale in senso anche molto avanzato, di norma ci troviamo delle parole, una punteggiatura, delle disposizioni grafiche e basta. Il fatto che si possano usare delle icone, anche se in un numero, almeno per ora, limitato nel complesso, può… Ma, qui, ho l’impressione che si scambino dei fenomeni molto elementari… Per esempio i futuristi erano ossessionati dallo stile telegrafico. Era per loro una sorta di modello di scrittura lasciar cadere l’avverbio, l’aggettivo, la sintassi più elementare. Ma, insomma, nonostante la loro lingua telegrafica non è che tutti scriviamo, né artisticamente né nella comunicazione quotidiana, come se fossimo dinnanzi all’invio di telegrammi, moduli da riempire.

    Scarpa: No, al contrario.

    Sanguineti: Al contrario. Evidentemente si può approfittare di questo, è un suo fascino il fatto di produrre, all’interno di modi più arcaici, questo tipo di icone e di segni. Ci sono sigle comunicative, rapidissime e piene di giocosità. Non so, “sei contento?” si scrive col 6 in cifra, per esempio. E facce che ridono, segni di semplice punteggiatura o micromessaggi pieni di significato, si può giocare, con questo. Personalmente, aggiungerò, io non amo affatto la poesia visiva, come non amo quella sonora. Mi pare che l’interesse della poesia sia oscillare tra il silenzio della pagina, la rapidità dell’occhio e, invece, l’aspetto sonoro, proprio nel muoversi tra questi due estremi, un puro suono e una pura scrittura, con una grafia, diciamo pure un disegno se vuoi, questo è il fascino della scrittura poetica. Puntare sull’una componente o sull’altra, come esperienza è stata interessante ma, insomma, lo facevano già gli antichi greci, lo hanno fatto i futuristi, lo ha fatto Apollinaire, è una tradizione, questa, della parola figurata. Pozzi ha fatto su questo bellissime riflessioni con molta e molto ricca documentazione. Nel complesso direi che la nostra tradizione culturale è abbastanza allergica a queste cose. E noi siamo lontanissimi da una cultura come quella orientale. Basti pensare a quella cinese, dove nella calligrafia, nell’ideogramma, tra pittura e scrittura i contatti sono estremamente fitti. Per un poeta cinese, la calligrafia è decisiva.

    Scarpa: Io distinguerei, così come ha fatto chi ha posto la domanda. Computer e Internet sono due mondi coincidenti ma non sovrapponibili. Sono nello stesso posto, che è quel televisore, lo schermo. Però, per esempio, quando compri un programma di computer con la videoscrittura, ha, sì, un kit, un suo bel deposito di diversi tipi di caratteri, una cinquantina di solito – che mimano magari l’inglese antico, cioè il corsivo usato da quelli che ancora oggi ti possono fare il cartellino di auguri di compleanno nelle bottegucce inglesi, perché fa molto scrittura d’antan, vecchia società merletti e pizzi, o che sono, magari, il Font, con dei design molto alla moda – ma, per il resto, vai da sinistra a destra e vai a capo. Il programma non ti consente tante acrobazie. Se vuoi fare le acrobazie da poesia visiva, a parte cambiare colore al carattere e cambiare forma del carattere, puoi mimare su uno schermo ipertecnologico un vecchio carattere antico o uno ipermoderno, però da sinistra a destra vai, e vai a capo. Fare delle cose alla Apollinaire è molto faticoso e complesso, ti fa perdere molto tempo. Vale la pena di farle a mano o col collage. Non è un caso che ci sia stata molta più produzione di poesia visiva negli anni Cinquanta e Sessanta che non oggi. Gianni Toti all’inizio, negli anni Settanta-Ottanta, con l’euforia della prima possibilità di realizzare al computer degli effetti visivi, ha fatto dei video, con delle parole tridimensionali che si mescevano a degli effetti sonori, ha rifatto “Voyelles” di Rimbaud con degli effetti cromatici tridimensionali in video. Però era videopoesia, non era poesia visiva. Erano filmati che duravano dieci minuti, da guardare in tv. In internet è diverso perché la pagina di internet non è solo scrittura: c’è, appunto, la musichetta che suona, c’è il micro cartone animato… L’attuale pagina di Internet – con i mezzi tecnologici che ancora non consentono di avere delle immagini pesanti, nel senso che sono immagini hanno una tale quantità di bit, di informazione, che necessitano di cavi o connessioni molto potenti, come dei tubi, non so, più capienti, mentre, attualmente, tutti abbiamo il nostro cavetto telefonico che lascia passare di solito quarantottomila, cinquantaseimila kb al secondo – l’attuale pagina di Internet, stante le condizioni, fa arrivare un po’ di testo, un po’ di immagini, un po’ di musichetta, un micro cartone animato che si muove sulla sinistra dello schermo. Così, attualmente, a me sembra una divertente immagine metaforica della mente. La mente spesso così è: è un pensiero con un flusso verbale, però magari mentre pensi sullo sfondo hai qualcosa che ti ricorda la canzone di Battisti o Barbie Girl o una sinfonia, e questo non ti impedisce, nella tua testa, di continuare a fare un ragionamento pseudologico, mentre arrivano alla superficie grumi verbali o flussi di frasi, mescolati a delle immagini mentali. Questa miscelazione, questa fenomenologia per cui nello schermo della mente si presentano fatti verbali ed eventi pseudologici visivi, sonori, secondo me è abbastanza ben metaforizzata dallo schermo del computer in Internet, in un portale di un giornale, dove c’è la pubblicità, c’è il banner pubblicitario, e c’è il testo dell’articolo.

    Sanguineti: Quello che però mi impressiona un po’ è il fatto che questi meccanismi mentali appaiano riprodotti in modo estremamente impoverito. La mente funziona in modo molto più complicato. E allora qui vedo un rischio: ci può essere chi, effettivamente, è indotto a ridurre i propri movimenti mentali perché vuole adeguarsi in qualche modo alla riduzione prodotta degli schemi operativi in internet. Può, cioè, essere stimolata una sorta di semplificazione, essere assunto un modello mentale semplificato. Fenomeni di robotizzazione… Nel linguaggio comune dei giovani lo senti, un crescere della stereotipia dei modi di dire che riempiono il vuoto. Ho l’impressione, invece, che sia più fecondo quello che si può fare con il computer quando si sviluppano elementi di tipo virtuale. Per esempio come viene usato dagli architetti: lì effettivamente hai degli arricchimenti linguistici, tu prendi un’immagine, la fai girare, la modifichi… Molta dell’invenzione figurativa è ormai influenzata da questo: un architetto vede delle strutture architettoniche, virtuali o esistenti, con una ricchezza di possibilità che nessun disegno prima gli poteva dare, e può fare prove di ogni sorta. Questo, rimescolato con elementi di scrittura, può generare effettivamente nuovi spazi di invenzione. Ma, naturalmente, questo dipenderà dalla volontà delle persone: come per tutte le cose, ci sono usi che noi consideriamo propri e usi impropri, come per le “armi improprie”. Recentemente ci sono state molte mostre relative al primo Novecento e sono rimasto impressionato dalla quantità di frammenti della voce “journal” fatta da pittori russi intorno al 1910, da pittori francesi, spagnoli “jou”, “rnal”, intero, a pezzi. A un certo momento ci sono dei codici di immaginazione che diventano topici, ossessionano una generazione di pittori. Ma, naturalmente, dopo un poco, è chiaro, tutti hanno smesso di usare “journal” e anche cose affini, tu puoi mettere per un po’ dei biglietti del bus, dentro i quadri, dei francobolli, ma dopo un po’ si esaurisce proprio anche lo stimolo di questa invenzione. E qui non possono essere che i fruitori, gli utenti, a decidere che fare.

    Scarpa: Questo mi sembra un po’ liquidatorio. Ci sono degli elementi veri, concreti, che appartengono solo e soltanto a questo mezzo, al computer collegato alla Rete. Per esempio, sì, potrà anche darsi che lo schermo, così come si presenta su Internet, sia una metafora della mente molto impoverita, che la mente è molto più ricca e molto più complessa, che i suoi meccanismi non sono certo rappresentati da quel quadratino luminoso, molto deprimente come ambasciatore di ciò che accade, però la scrittura è ancora più semplificante, si fa forte proprio della deprivazione sensoriale totale.

    Sanguineti: Sì, ma vedi, chi scrive, proprio perché sa che deve selezionare enormemente rispetto alla complessità delle cose, è stimolato a rendere immensamente intensa la comunicazione. Quando uno dice “Nel mezzo del cammin di nostra vita” sa benissimo che deve compattare in una decasillabo un’immensa rete, è il caso proprio di usare la parola, di immagini, di allusioni culturali e via discorrendo. In Internet tu hai una apparente ricchezza, ma è solo apparente, anzi, sei stimolato a dire “ma che abbondanza di cose”, poi analizzi e tutto è molto, molto elementare. Invece, più che sulla Rete, io appuntavo l’attenzione proprio sul computer, per quelli che sono i valori virtuali di simulazione che si possono aprire. Lì mi pare ci sia molta maggiore fecondità. Penso ai giochi che faceva Godard nei suoi momenti migliori quando utilizzava – è una sperimentazone analoga a quella con la parola “journal” che dicevo prima – pezzi di scrittura visti in modo esteso, poi selezionando, mettiamo nella parola “anima”, una parte, “an”. Ma, ripeto, chi vivrà vedrà. Nel senso che chi vivrà farà: svilupperà queste tendenze al massimo oppure le abbandonerà.

    Scarpa: Sì, perché poi alla fine chi scrive, cosa vuoi, ha una tastiera. Il computer, è già stato detto tante volte prima di me, prima di noi oggi, è una macchina da scrivere più potente. Lo ha già detto Eco, se non sbaglio. Una macchina che ti semplifica un po’ le operazioni. Infatti noto che mentre i computer negli ultimi cinque anni hanno avuto una crescita di potenza esponenziale, quanto a microprocessori, proprio di potenza, di macchina, come macchina, i programmi di scrittura sono sempre quelli. Probabilmente qualcosa potrà cambiare quanto ai programmi che consentano di dettare: il riconoscimento vocale è una frontiera che non è ancora stata acquisita, perché ci sono ancora problemi di fonologia, di riconoscimento della propria fonetica idiosincratica… E allora il rapporto tra oralità e scrittura diventerà ancora più stretto e problematico e strano. Oltre a risolvere la tortura della sbobinatura di un’intervista, una di quelle cose che non auguro al mio peggior nemico: battere a macchina al computer quello che è stato registrato a voce. Però, appunto al di là di queste facilitazioni che chiamerei confort per chi scrive, non vedo proprio possibilità di sfondare ulteriormente la scrittura.

    Sanguineti: E, come accennavo all’inizio, bisogna tener conto dei rischi che comporta un eccesso di confort rispetto alle energie mentali che si possono mobilitare, invece, proprio sul piano dell’invenzione. Omero era bravissimo, parlo del proto Omero, quello reale, non trascritto, quello degli aedi…

    Scarpa: Loro sì, erano modulari, e non usavano la macchina da scrivere…

    Sanguineti: E non usavano la macchina da scrivere. Ma c’era questo loro lavoro di memorizzazione straordinaria e di combinatoria estremamente ricca e complessa, anche se apparentemente simile a un Lego, un lavoro fatto, in fondo, di un numero molto limitato di pezzi. Ma è come la questione di quante siano le lettere dell’alfabeto, e cosa diavolo però ci si possa fare, con esse.

    Domanda 6 &#124; Carlotta Saba ricorda: ci sono scrittori, come Nanni Balestrini, che hanno condotto in Rete esperimenti di scrittura collaborativa. Vi sembra solo un gioco oppure secondo voi può diventare arte? Teniamo conto anche di quanto avete appena detto a proposito degli aedi e del proto Omero…
    Scarpa: Tutto può diventare arte.

    Sanguineti: Io direi che è già stato fatto. Dai Surrealisti, per esempio. Personalmente ricordo quando lavorai, per esempio, con Octavio Paz, Tomlison, Roubaud, nel 1971, facemmo un poema collettivo, lì non era un metodo surrealista, perché ciascuno sapeva cosa l’altro scriveva, e si facevano delle combinatorie – Roubaud non a caso era un matematico – per fabbricare questo “renga” a quattro voci. Ne nacque un libro intero.

    Scarpa: Dove accadeva? A Parigi, all’Oulipo? Roubaud era dell’Oulipo, se non sbaglio…

    Sanguineti: Sì, ma arrivò in seconda ondata, non era tra gli iniziatori. Apparteneva a quella genia di gente adorabile che era molto interessata alla scienza, alla matematica, come Queneau, come Perec… &#124; Appunto, non c’era bisogno di nessuna Rete. Eravamo lì in quattro, intorno a un tavolo, a scambiarci i fogli, per giunta era un testo plurilingue, ognuno usava la propria lingua poi, naturalmente, a mano a mano le cose diventavano sempre più sofisticate, ognuno scriveva nelle lingue degli altri, le rimescolava, per cui certi pezzi sono di difficilissima attribuzione, se non si sa quale era la regola. &#124; Io, poi, ho condotto con altri poeti esperimenti di questo genere, una volta in Olanda. Lì si toccò il culmine, perché eravamo in quattro per questo poema, “Made in Holland”, nessuno conosceva la lingua dell’altro, c’erano un israeliano, un serbo, io e un sudafricano.
    E in più due non avevano nemmeno una comunanza alfabetica, perché l’israeliano scriveva con lettere ebraiche, il serbo in cirillico, ciascuno traduceva rimescolando le lingue più ovvie francese, tedesco, inglese e comunicava agli altri che cosa aveva detto, traduceva, e l’altro continuava la scrittura, sempre premesso questo gioco di scambio. &#124; Il fatto di fare queste cose in Rete può rendere più comoda la cosa, però è molto importante la presenza. Tu collabori con qualcuno e tu scrivi ma C’è la faccia dellaltro, C’è la grafia dell’altro, queste cose agiscono enormemente sull’invenzione e la fecondano molto. Non sei di fronte a uno schermo. Per telefono puoi benissimo fare una scrittura collettiva, ma…

    Scarpa: …È anche vero che esplori il contrario, cioè l’assenza. Se la presenza è feconda, cosa significa l’assenza, la sterilità dell’assenza dell’altro…

    Sanguineti: È quello che capita in un carteggio. Tu scrivi e l’altro non è presente e questo dà una certa fecondità, una lettera presuppone che l’altro non sia lì, perché non c’è nessuna ragione di scrivere una lettera se…

    Scarpa: Su questo non ho dubbi, io penso che chiunque usi i messaggini sui telefoni o la posta elettronica abbia verificato quanto sia più facile arrabbiarsi e far crescere come una panna che monta e poi impazzisce, una polemica, perché c’è l’assenza di segni sovrasegmentali, potrei dire.

    Sanguineti: E la cosa deve per forza semplificarsi, perché abolendo tutto quello che è dato dallo sguardo, dal gesto, dal comportamento fisico, per forza devi rendere il messaggio molto elementare. Potrai dire “ti amo” e questo è un messaggio chiarissimo. Ma da questo a scrivere “chiare, fresche, dolci acque”…

    Scarpa: Noto in quello che hai detto una specie di placido ghigno umanistico, nel senso che alla fine, sembra, la scrittura non è molto cambiata e non cambierà e rimane comunque umanistica comunque sia fatta, col computer, con la carta, con la macchina da scrivere. E questo, secondo me, porta a riflettere sul fatto che non c’è poi grande rischio di robotizzazione.

    Sanguineti: Non lo chiamerei umanistico, questo atteggiamento, sarà che la parola non mi piace molto.

    Scarpa: Infatti io lo dico, magari, per rassicurare mia zia.

    Sanguineti: Perché credo sia proprio una questione di tipo direi materialistico. La scrittura è una grossa rivoluzione. Raggiunta quella… Sai, non ne posso più, avendo raggiunto la mia età, di sentire dire ogni giorno dire che c’è una svolta epocale per questa o per quella cosa. È vero, il mondo cambia continuamente, è sempre cambiato, le accelerazioni si possono discutere, dipende a che cosa guardi, a cosa parli, ma c’è più una retorica della svolta irreversibile. È bene riserbarla a delle cose che effettivamente mutano i comportamenti, come dire, antropologicamente strutturali. Il resto, come dicevi tu, è solo questione di confort maggiore o minore. Io ricordo quando in classe si imparava alle elementari con la boccetta d’inchiostro, il pennino, il numero del pennino ecc., e poi asciugarlo, togliere il pelo…

    Scarpa: …perché la carta di cattiva qualità intasava il pennino.

    Sanguineti: Io, poi, lo facevo in epoca protostorica o quasi. Certo, è molto più comodo avere una Parker e lì avanti prosegui tranquillo, ma…

    Scarpa: Però c’è anche da dire, perché non sono contento del tutto, che una delle arti del Novecento è stata quella di inventare nuove arti.

    Sanguineti: Una, il cinematografo.

    Scarpa: Oppure, dire ogni dieci anni che abbiamo inventato una nuova arte.

    Sanguineti: Ma non è vero.

    Scarpa: Lo so, ogni epoca ama innamorarsi della descrizione di se stessa come estremamente nuova, diversa da tutto il resto… Però è vero che spesso il compito degli artisti, da due secoli a questa parte, è stato quello di essere completamente nuovi. E, quindi, di inventare anche nuove arti.

    Sanguineti: Guarda, se io dovessi dire la mia sua questo punto, direi che c’è stata una svolta, quella definita da Benjamin una volta per tutte, la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. Allora la vera svolta è stata la fotografia, la fotografia è diventato cinematografo, il cinematografo si è aperto alla televisione, è una catena che continua, evidentemente, e che si arricchisce, ma siamo sempre in questo. Nell’immagine tecnicamente riprodotta, lì è stata la svolta. E la sintassi del cinematografo è stata davvero una svolta di procedimenti mentali: è nato un sistema a collage di montaggio, nel momento in cui l’immagine si è messa in movimento. Su questo, poi, si procede fino a Internet e si andrà immagino anche oltre, ma lì è il vero punto, quello è stato epocale. Sul resto, altre arti non ne conosco, semmai ci sono molti mondi che sono deperiti perché, nello sviluppo borghese, è morta la tragedia, è morto il melodramma, il balletto ha mutato statuto e modalità di organizzazione…

    Scarpa: Il teatro non sta benissimo…

    Sanguineti: Appunto. Quando io dico è morta la tragedia tu mi dirai, ora, che è stato inventato il dramma. Ma io direi che è molto più rilevante, qui, quello che non si può più fare che non quello che si è incominciato a fare: il dramma è una miseria rispetto a quelle che erano le potenzialità tragiche. Infatti hanno dovuto prendere altre strade. Per fare una tragedia ci vuole Beckett.

    Domanda 7 &#124; Di nuovo Fabio Orfei, che chiede: conoscete la letteratura ipertestuale? E, se sì, la ritenete più adatta a un uso didattico, narrativo o poetico?

    Scarpa: Secondo me didattico, soprattutto, narrativo poco. Beh, intanto ci ha chiesto se la conosciamo. Io conosco qualcosa di Michael Joyce che è stato il primo. Ha fatto “Afternoon”, una specie di romanzo, di testo poematico ipertestuale. Poi c’è Lorenzo Miglioli che ha fatto “Ra-Dio”. E poi, secondo me, l’esempio più riuscito rimane quello di William Gibson che ha scritto “Agrippa – The book of the dead”, una poesia, l’equivalente di qualche cartella. Voleva dare il senso dell’angoscia, del lutto per la morte di suo padre. Come funziona “Agrippa”?. Si apre il documento, il file, si ha qualche minuto di tempo per leggere la poesia, dopo di che il programma distrugge il testo, come un equivalente elettronico dell’inchiostro simpatico, o come se un foglio prendesse fuoco. Il lettore, insomma, ha un’esperienza di lettura equivalente a quella della scomparsa del padre, il testo scompare come è morto lui. Questo mi sembra un uso del mezzo proprio, intrinseco, sfrutta una potenzialità del mezzo in modo intelligente, geniale, poetico, interessante quanto meno. Ecco, per il resto non lo so, sì, lo vedo più adatto a uso didattico. Lo stesso Robert Coover, uno dei più importanti tra gli scrittori americani che hanno fatto corsi su questo, dice che anche in America si è un po’ esaurito l’entusiasmo nel fare romanzi ipertestuali, perché poi mettersi lì davanti a uno schermo a leggere narrativa per ore e ore è veramente defatigante.
    Noterei una sola una differenza: Jane Austen in un suo romanzo alla fine dice, “beh, lettore ormai hai questo oggetto in mano e vedi che mancano poche pagine, sai che stai andando verso la fine, che questa vicenda non può esser tirata ancora per le lunghe, ti aspetti la ‘catastrofé’, la risoluzione”. In un romanzo ipertestuale questo non è possibile perché non sai quanto è grande il mondo dentro il qualche sei entrato, perché i link, le pagine che puoi aprire gli eventi sonori, verbali, visivi che puoi attivare esplorando questo mondo potrebbero durare 850 ore come potrebbero esserci solo altre due cartelle, l’equivalente di due pagine scritte. Non sai quanto è grande il mondo in cui sei entrato, con che un romanzo ipertestuale. Questa è un’altra differenza, una potenzialità del mezzo rispetto al romanzo cartaceo.

    Sanguineti: Penso a certe analogie, a tante esperienze di cinema underground, penso a Warhol, anche lì i problemi di durata sono importantissimi, effettivamente. Penso al famoso film di Warhol dove la macchina da presa è fissa sopra un gelato che lentissimamente si scioglie… E puoi andare avanti per delle giornate intere, anche musicalmente hai spesso questi effetti di durata incerta. Dove può essere più interessante è quando tu puoi agire, hai la possibilità di manipolare il testo. Questa, effettivamente, è una ricchezza perché il testo te lo fabbrichi tu. C’è stato un momento in cui le opere erano davvero aperte, checché ne dica l’ormai pentito Eco. Di fronte a un testo musicale potevi cominciare di qua o di là, l’esecutore sceglieva liberamente e lì, di fronte a un romanzo, le pagine erano così, un blocco di fogli che tu disordinavi e ordinavi a tuo piacere.

    Scarpa: Anche Cortazar nel “Gioco del mondo” mimava questo. O anche “Finnegans wake”, dove il finale è “along the river run”, che è anche nella prima pagina. Andrebbe rilegato intorno a un tubo, per essere letto circolarmente.

    Sanguineti: Quindi, è chiaro, si possono meccanizzare delle cose. Ma, di nuovo, io non direi che è epocale, la svolta. Invece, sono d’accordo con te, tecnicamente il mezzo ha delle possibilità.

    Domanda 8 &#124; Clarissa Duddenheim e Chiara Zucchi entrano in merito allo stesso tema, ma con punti di vista opposti. Il tema è l’archiviazione. Duddenheim ricorda che la scrittura al computer cancella correzioni e rielaborazioni del testo. E chiede: questo in che modo influenza la creazione letteraria? E in che modo influenzerà il lavoro dei futuri filologi? Mentre Zucchi ricorda, all’opposto, che un foglio di carta deperisce naturalmente in un centinaio d’anni. E chiede: quali risorse in più concede, allora, a scrittori e filologi la scrittura elettronica?

    Sanguineti: Se vogliamo cominciare dalla seconda questione, quella della durata, è un’idea assolutamente illusoria, la cosa che più deperisce è proprio quella tecnologicamente prodotta. Non è così urgente restaurare Raffaello, ma restaurare un film è un imperativo categorico perché tutta la cinematografia si sta perdendo. C’è gente disperata perché quel tipo di computer con cui ha accumulato non so quanto, non si trova più e via dicendo…

    Scarpa: …non si decodifica più.

    Sanguineti: E bisogna riciclare continuamente le cose. Fra poco spariranno le cassette video, spariranno le audio cassette, avremo tutti un compact. Benissimo, ma tutto il resto è da buttare via perché non ci sarà più nessuno che può utilizzarlo.

    Scarpa: Senza fare i futurologi, chi ha in casa un superotto efficiente con il quale può riguardare i filmini dei genitori, non dico dei bisnonni?

    Sanguineti: Invece le vecchie fotografie le abbiamo ancora lì. Allora questa è una grossa illusione, ed è pericolosa, perché è vero il contrario. Qui si dice che la carta deperisce in un centinaio d’anni e non è affatto vero. La carta di oggi deperisce forse anche meno che in cento anni, fa più presto a rovinarsi, in compenso abbiamo libri del Cinquecento che sono più duraturi del bronzo. Quanto all’altra parte della domanda, io credo che va bene, i filologi faranno a meno delle varianti, a parte il fatto che uno può stampare in corso d’opera, se proprio è maniaco.

    Scarpa: Cioè, stai dicendo che non aver a disposizione le varie versioni con le varie rielaborazioni del testo, la stratificazione per così dire fossile…

    Sanguineti: Salvo, ripeto, che tu nell’atto della scrittura mano a mano, prima di correggere, stampi. Creativamente questo può avere un’influenza, perché a un certo momento credo sia capitato a chiunque di scrivere una cosa, poi non ti piace, la correggi in corso di lavoro, butti via magari quello che hai scritto, poi dici, ma no era meglio prima, cosa avevo scritto? qual era la parola che andava così bene?. Io, personalmente, di cose di questo genere non ne so niente, io distruggo tutti i manoscritti regolarmente, una volta che una cosa è passata a stampa non voglio più correggerla, una volta che la dò allo stampatore. Io sono quello a quel giorno e a quella data, sono quell’animale che a mano a mano che cammina cancella le orme. Altri sono lì che passano la vita, penso a un amico, un Arbasino che passa la vita a riscrivere le cose che ha scritto. E credo che in paradiso, se ci arriverà, starà per tutta l’eternità a scrivere “Fratelli d’Italia” venticinquemillesima versione…

    Scarpa: Lui in paradiso. Mentre Gadda diceva “morirò, andrò all’inferno e come pena mi leggeranno la mia opera omnia per l’eternità”.

    Sanguineti: Lì sono questioni soggettive. E poi, sotto, C’è un’idea tipicistica, da noi passata soprattutto con la scuola continiana, che è che lo studio delle varianti è la chiave di interpretazione, ogni documento è utile, anche sapere che quel tizio amava la cioccolata può aiutare l’interpretazione di un testo, ma mio Dio…

    Scarpa: Dipende se le varianti ci sono. E se magari uno, come dicevi tu, appallottola il foglio e lo butta via, dove sono le varianti?

    Sanguineti: Io non ho varianti.

    Scarpa: Diciamo che per i filologi il computer puo’ essere utile, anche qui, perché è un confort per le statistiche, per le occorrenze, uno si risparmia il lavoro di schedatura, e anziché contare quante volte viene usata la parola “fretta”, “rapidità”, “velocità” in Dante…

    Sanguineti: Certo, le concordanze vengono semplificate, tenendo conto che sono esposte ad errore perché altro è dire “fretta”, altro dire “in fretta”, “di fretta” e allora occorre tutta un’interpretazione, anche, di un lavoro che a prima vista sembra puramente meccanico.

    Scarpa: Per quanto, con un cd rom puoi richiamare non solo la parola, ma il contesto.

    Sanguineti: Certamente, ma allora a quel punto lì torni a sudare.

    Scarpa: Sì, però lo fai, diciamo, con meno fatica.

    Sanguineti: Siamo al confort.

    Scarpa: Ma anche nella creazione diciamo, se Burroughs faceva i cut up con i fogli, ora puoi generare testi. Beh, forse è più semplice con due pezzi di carta, è più confortevole.

    Sanguineti: Hai degli spazi, fra l’altro, se hai un mucchio di fogli, manovri molto…

    Scarpa: Farlo su finestre aperte su computer è un po’ più complesso…

    Sanguineti: Diventa più complicato, poi nasceranno altre abitudini. Bisogna tener conto che ci sono assuefazioni, per noi sfogliare un libro è la cosa più naturale del mondo, prendi un libro, cerchi la pagina, vai avanti e indietro, ricordi come era la pagina, quella era la parola che iniziava una frase, oppure finiva all’improvviso tagliata a metà. Hai delle tecniche di memorizzazione…

    Scarpa: Certo, la collocazione sulla pagina di una parola ti fa risalire a una citazione…

    Sanguineti: Probabilmente nasceranno altre abitudini, memorizzazioni.

    Scarpa: Avevo un programma che si chiamava “Bubble”, anni fa, ed era dadaista puro, perché anziché, appunto, prendere io le parole, tagliarle, metterle in un sacchetto e prenderle a caso, lo faceva lui. Io immettevo delle parole che potevano essere mie, di una pagina, di un autore famoso, di un giornale e lui automaticamente generava testi, dalla sintassi alquanto impresentabile perché non aveva, come dire, uno schema grammaticale generativo né trasformazionale e generava delle stringhe, dove aveva messo così, randomaticamente, delle parole a caso, da questa cisterna che gli avevo messo dentro. Anche qui, confort. Anziché tagliarle e prenderle, come dei dadaisti, da un sacchetto, quasi dalla lotteria…

    Sanguineti: Ci pensava lui. Io penso invece, per esempio, al caso di Balestrini, quando produsse i primi testi poetici ex-machina. La cosa più impressionante era questa: le poesie di Balestrini erano ex-machina perché, con la testa, lui le fabbricava esattamente come la macchina che, poi, gliele ridava indietro. Aveva già una testa organizzata elettronicamente, come lo facevano i dadaisti, insomma. E quando abbandonò questo metodo continuò a produrre poesie che erano assolutamente identiche. È una questione di funzionamento celebrale, insomma dalle macchine ricavi quello che ci metti dentro. Questo mi pare il dato decisivo.

    Domanda 9 &#124; Anna Maria Zollo, insegnante, rileva che mentre fra gli studenti la scrittura elettronica è diffusa, i docenti spesso la ignorano, o la percepiscono come invadenza tecnologica nel campo umanistico. E chiede: è giusto percepirla come tale? E come avvicinare docenti e studenti?

    Sanguineti: Docenti conservatori ce ne sono sempre stati. E anche studenti conservatori. Probabilmente, però, ci avviciniamo al momento in cui, per incitamento delle Supreme Autorità che reggono le sorti della scuola, avremo dei docenti ipertecnologici che guarderanno malissimo lo studente che non lavora col computer. Le cose tenderanno a rovesciarsi, ne sono convinto. Perché c’è un fanatismo riguardo al metodo ultratecnologico, un metodo al momento gestito in maniera sciolta, divertita dai giovani, ma quando questo passerà nelle mani della Autorità Suprema, diventerà coazione a… Non hai il sospetto che avremo professori molti più computerofili di quanto non lo siano oggi gli studenti?

    Scarpa: Bisogna vedere cosa vuol dire computerofili: dentro un computer uno ci può fare tante cose, ci può passare la notte a collegarsi a siti scollacciati o a giocare ai video giochi o a scrivere la nuova “Divina Commedia”…

    Sanguineti: Credo che saranno più feticisti, il feticismo del mezzo passerà agli adulti, un poco come è avvenuto per la televisione: i giovani la guardano meno degli adulti ormai, hanno altri modi di divertirsi. Il modello televisivo è stato imposto molto più da genitori che bloccavano i figli davanti alla televisione, dicendo “divertiti figlio mio”. E i poverini hanno cominciato a seccarsi, magari gli piaceva di più andare a giocare a bocce.

    Domanda 10 &#124; Daniele Pasqua ricorda che esistono ormai, in italiano, più di 900 siti di scrittura creativa. Laboratori in Rete, dove ci si ingegna a imparare e insegnare a scrivere. Ma, chiede, il saper scrivere, saper inventare finzioni narrative o poetiche, è un’esperienza che si può trasmettere?

    Sanguineti: Di ciarlatani, a vendere prodigi, ce ne sono sempre stati. Può essere utile insegnare l’ortografia, la sintassi. Si può fare una tradizionale lezione insegnando “guardate Joyce come è bravo, guardate Petrarca come è efficace in questo e quello”. Non si insegna a scrivere, si possono fare analisi di testo. E tutto l’apparato editoriale non fa che insegnare scrittura creativa, abbiamo degli apparati che sono lì, penna rossa e blu. Alcuni hanno fatto in maniera geniale l’editing, Vittorini è un buon esempio, con tutti i rischi della cosa. Al di fuori di questo intervento d’autorità non c’è nessuno che sappia insegnare a scrivere né c’è nessuno che impari da qualcun altro.

    Scarpa: È la tradizione ci insegna a scrivere.

    Sanguineti: Ecco.

    Scarpa: C’è un po’ di ipocrisia quando si dice “ma non si può insegnare a scrivere”. Se non si insegna, si può insegnare quanto meno a leggere.

    Sanguineti: Io sono ancora più radicale. Io dico, non si può insegnare niente, nemmeno il greco. Se vuoi imparare, il professore è uno strumento come il vocabolario, il resto sono rapporti umani, psicologici. È chiaro che uno può giovare a qualcun altro, ma non bisogna dire “io ho avuto un buon maestro che mi ha insegnato questo e quello”, no, sei tu che sei stato un buon scolaro e hai imparato.

    Scarpa: Io qualche piccolo corso di scrittura l’ho anche fatto anche fatto. Trovo che ci sia molta ipocrisia, non c’è nulla di male, alla fine è una sorta di corso di letteratura dove, come hai esordito tu, si presentano degli ottimi exempla: guarda come scrive bene… E non lo si fa scolasticamente, anziché dire “guarda come Pirandello e Svevo rappresentano la condizione di crisi dell’uomo moderno alle soglie del nuovo secolo”, si dice “guarda, accipicchia, come Philip Roth rappresenta una lite coniugale, se vuoi descrivere un litigio prendi esempio da Moravia, da Roth, da Ionesco, perché guarda che bravi che sono a rappresentare moglie e marito che si prendono a schiaffoni con le parole”.

    Sanguineti: Che la cosa sia destinata a far capire come si legge un testo o a fabbricare testi, non cambia, in realtà si insegna a leggere.

    Scarpa: Sì, sono scuole di lettura, bisognerebbe chiamarle “creative reading”.

    Domanda 11 &#124; Antonio Iovane, per finire, osserva: una delle caratteristiche di Internet è l’assenza di selettività. Ciascuno può far leggere a chiunque il proprio romanzo nel cassetto, basta che sappia pubblicizzarlo. Come ristabilire una gerarchia di valore letterario? Come ritrovare una distinzione tra scrittore e scrivente?

    Sanguineti: Rispondo subito io, perché c’è qualcosa che mi fa molto arrabbiare. Siamo pieni di lamenti, dopo il fanatismo per la meraviglia di Internet, ecco il lamento sui siti sospetti, falsi, pieni di cattive notizie, di menzogne. Lo dice anche Umberto Eco: dopo tutte le apologie, di colpo, scopre che i siti sono cattivi. Ma cosa crede, Umberto Eco, che i libri invece sono tutti buoni e garantiti? Mi pare delirante: si fida di ogni libro che trova stampato, per il fatto che è un libro, di un sito invece no. Secondo me non ti devi fidare né di un sito né di un libro. Allora, le classifiche letterarie! Ma insomma, basta guardare classifiche e indici di vendita per capire che non c’è da fidarsene. &#124; Allora, non c’è da ristabilire nulla… Siamo noi a decidere se un libro è buono o cattivo, oppure lo decide il mercante perché ha un apparato di propaganda adeguato. E questo può valere per un libro, per un sito o per altro. Oppure lo decide quello che chiamiamo il critico, delegato dalla società a esprimere dei pareri. Che, poi, è la voce di un gruppo sociale, di una scuola di politica, di una classe.

    Scarpa: Non è mai innocente, non si basa su valori o una gerarchia assoluta.

    Sanguineti: Per fortuna, per fortuna perché, dato che non esiste…

    Scarpa: Sì, ma in Internet, però, c’è un aspetto positivo: si risparmia della carta. Perché ci sono molti romanzi che comunque verrebbero fotocopiati e diffusi tra amici, o stampati da stampatori che si fanno pagare dall’autore, che speculano su chi è disposto a sborsare un po’ di soldi per vedere il proprio libro stampato e rilegato. Tutto a discapito della carta.

    Sanguineti: Va bene per l’ecologia.

    Scarpa: Va bene per l’ecologia. E, comunque, questo dà anche un piccolo sovrappiù di valore a quei libri che arrivano ad essere stampati: se non sono rimasti fantasmaticamente su Internet, ma hanno trovato un editore, significa che hanno un pochino più di peso. Significa che acquista un po’ più di peso la bistrattata editoria cartacea: se qualcuno è stato disposto a rischiare economicamente per stampare un libro, anziché lasciarlo nel limbo internettistico… E poi forse, secondo me, bisognerebbe un po’ rivisitare le diffidenze che senz’altro ci saranno state nel Quattrocento, nel Cinquecento, verso la stampa. Di sicuro anche lì sarà stato detto “una volta sì un amanuense che dedicava giorni e giorni a ricopiare un codex ne certificava il valore, adesso non si fa più fatica a ristampare, chiunque può essere dato alle stampe, crolla il valore del testo”…

    Sanguineti: Il vero problema alla fin fine è un problema di polizia, diciamo pure di censura. Se Internet rimarrà uno spazio davvero libero, e non so quanto possa durare questa proliferazione a tutto campo, allora è possibile un tipo di comunicazione assolutamente franco. E infatti nascono già le questioni: il problema del sito dei pedofili non si porrebbe se non ci fosse di mezzo uno strumento che permette di scavalcare queste cose. La censura interviene molto di più sulla carta stampata, con il problema della selezione, cosa si stampa cosa non si stampa… Però questo produce anche un contraccolpo: ci sarà, paradossalmente, maggiore venerazione verso il libro, perché in teoria dovrebbe dare più garanzie. In realtà si producono anche, ottimamente, libri orrendi e se ne produrranno ancora e sempre. Il povero compagno Mao s’era affaticato a inveire contro il culto del libro…
    Credo che uno dei risvolti utili di Internet sia che può collaborare a diminuire il culto del libro. A renderci coscienti che se il sito o un portale non è la porta del cielo, giusto appunto, non lo è neanche un libro stampato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>immagino non sia più negli archivi di RaiEducational.<br />
per cui lo copincollo di seguito &#8211; sperando che non sia troppo lungo:</p>
<p><b>Edoardo Sanguineti e Tiziano Scarpa<br />
Scrittura elettronica &amp; scrittura creativa</b></p>
<p>    Domanda 1 | Educational. Il tema di questo dialogo è “Scrittura elettronica &amp; scrittura creativa”. Con la dicitura “scrittura creativa” ci riferiamo sia alla vostra attività di poeti e narratori, sia, nell’accezione anglosassone, “creative writing”, all’esperienza dei laboratori dove, dal vivo o in Rete, si cerca di insegnare a diventare scrittori. Chiedo anzitutto a entrambi: qual è, da scrittori, il vostro rapporto con il computer e con la Rete?</p>
<p>    Sanguineti: Personalmente, potrei dire che non ho nessun rapporto né con il computer né con la Rete. A casa mia C’è un computer, perché lo usa mia figlia, quindi ho un’idea di come funzioni, ma questo non mi ha sollecitato, nel complesso, a impadronirmi dello strumento. Con la Rete, di rapporti non ne ho nessuno. So di che si tratta, come tutti, perché abbiamo tutti amici da cui assumere tante informazioni. Ma quanto a esperienza diretta, confesso, non ne ho nessuna.</p>
<p>    Scarpa: Per me, invece, l’uso del computer ha cambiato qualcosa. Ce l’ho da una decina d’anni, non di più e, da allora, di fatto il 98% di ciò che scrivo è scritto al computer. Come esperienza fisica è interessante, perché la scrittura è retro-illuminata, C’è una lampadina… Esce da un televisore. Sono rimasto colpito, una volta, da Leonetti che, proprio riferendosi a un sito, per dire che non l’aveva ancora visto in Rete, si espresse così: “Non l’ho ancora visto nel televisore, lì”. E intendeva il computer. Di fatto il computer è un televisore, sebbene a circuito chiuso quando non venga usato con la connessione in rete. E questo fisicamente, appunto, ha reso la scrittura un po’ retroilluminata, illuminata elettricamente, elettronicamente. C’è anche da dire che da quando i modeli portatili sono diventati più accessibili economicamente, è cambiato, in me, anche l’atteggiamento verso il computer, che prima era stanziale: come Maometto, bisognava andare al computer per scrivere. C’è stata una finestra di anni in cui se non andavo alla mia scrivania le sedute di scrittura non le potevo fare. Mentre ora il computer è diventato uno strumento analogo a una macchina da scrivere portatile.</p>
<p>    Sanguineti: I metodi tradizionali di scrittura concedevano già questo vantaggio. Io, quando scrivo, non sono obbligato a essere al mio tavolino. Mi può essere comodo per abitudine, può essere comodo avere dei libri a disposizione, però un foglio di carta e la penna hanno il vantaggio di essere portabilissimi, più, evidentemente di un computer. Ma questo è un altro discorso.</p>
<p>    Scarpa: Mi sembra di intravedere delle differenziazioni di genere. È vero che qualche verso anch’io lo faccio tuttora su carta. Come se ci fosse ancora, chi sa, un qualche rimasuglio forse un po’ reazionario, pseudo, tanto pseudo romantico, della “poesia su carta”.</p>
<p>    Sanguineti: Io ho preso quest’abitudine ormai da parecchio tempo: la scrittura come si dice, ahimè, creativa, una poesia, un racconto, mi nascono normalmente con stilografica e fogli di carta. Poi, faccio tutte le correzioni battendo a macchina. Ho una macchina elettronica, che va benissimo… Invece, se scrivo un articolo, un saggio, prevalentemente lo faccio direttamente alla macchina da scrivere. E batto e ribatto. C’è anche una specie di superstizione: finché ci sono errori, ribatto. E solo quando la scrittura è tutta pulita mi sembra aver raggiunto una condizione ottimale anche dal punto di vista stilistico. Ma queste sono superstizioni private.</p>
<p>    Scarpa: Non so se sono solo superstizioni. Nel passaggio dalla scrittura a mano a quella a macchina c’è, ovviamente, un progressivo distaccarsi dal gesto del corpo e, quindi, un disincarnamento della scrittura che raggiunge, per così dire, un’alterità.</p>
<p>    Sanguineti: C’è l’ottica del lettore che incalza. Ti leggi come se ti leggesse un altro mentre il manoscritto, finché è tale, resta tuo.</p>
<p>    Domanda 2 | Ora passiamo alle domande inviate dagli utenti del nostro sito. Massimo Brioschi e Fabio Orfei tornano su un tema che in qualche modo avete già sfiorato. Dicono: la possibilità di scrivere con mezzi diversi dal foglio e matita influisce sulla forma finale di uno scritto? Si diceva per esempio, ricorda Orfei, che lo stile di Hemingway fosse a misura di macchina da scrivere. Mentre Umberto Eco, un fedelissimo del computer, sostiene che quest’ultimo conduce a scrivere in modo più modulare.</p>
<p>    Scarpa: Mi viene in mente ciò che fanno germinare i diversi strumenti. Ricordo quello che scrisse Amelia Rosselli in “Spazi metrici”. Di fatto la sua metrica derivava dalla persistenza di una misura che veniva enfatizzata dalla macchina da scrivere. Mi spiego meglio. Diceva: “Quando scrivo un testo poetico, batto a macchina il primo verso e i versi successivi sono, per così dire, non dello stesso numero di lettere, di battute, però entrano in un rango molto molto simile, di poche battute meno o più”. Non ricordo quale sua raccolta poetica, se “Variazioni belliche” o una successiva, venne stampata, infatti, con un carattere che oggi si chiamerebbe “Courier” che è quello della macchina da scrivere. Proprio perché una tipografia normale, con la “i” più stretta, la “m” più larga, sballa tutto rispetto alla larghezza in millimetri o micromillimetri di un carattere. Mentre col carattere “Courier” come con la macchina da scrivere lo spazio è uguale sia per la “i” che per la “m”. Questo significa che, per esempio, la fascinazione dello strumento della battitura in Amelia Rosselli aveva creato addirittura una misura metrica che non era fondata, come nella tradizione, dalle sillabe o da quant’altro…</p>
<p>    Sanguineti: Io credo che la macchina da scrivere, lo strumento che io frequento, non faccia che dare maggiore razionalità a un fenomeno che si verifica anche a mano. Io amo dei versi troppo lunghi, strepitosamente lunghi, un tormento per gli editori…</p>
<p>    Scarpa: …perché spesso bisogna stamparli in verticale…</p>
<p>    Sanguineti: Però questo stile mi è nato scrivendo a mano. Lo stesso problema di misura, impiegando un verso libero, te lo poni già scrivendo a mano. Quando su un foglio faccio una prima stesura di poesia, anche lì ho un sistema di regolazione che, naturalmente, poi a macchina si modifica, si cristallizza…</p>
<p>    Scarpa: Hai sempre scritto su dei fogli formato A4? La capienza di quella riga, quindi, conteneva il verso che poi, tipograficamente, è diventato troppo lungo?</p>
<p>    Sanguineti: No, io avevo un verso lungo in partenza, diciamo così, in testa…</p>
<p>    Scarpa: …con una cadenza mentale, sonora, percussiva…</p>
<p>    Sanguineti: …non determinata dallo spazio.</p>
<p>    Scarpa: …che, se posso dire, di solito è un doppio endecasillabo…</p>
<p>    Sanguineti: Grosso modo. Io lo pensavo come una sorta di ideale esametro però pieno di irregolarità… Questo, a mano, poi la macchina da scrivere mi poteva incitare a regolarizzare alcune cose in maniera più evidente.<br />
    Nel complesso, io direi che il grande salto, culturalmente, è avvenuto col passaggio dalla comunicazione orale, da una civiltà prescrittoria, alla comunicazione scritta. Naturalmente sempre con un’andata e ritorno: la cultura scritta non cancella l’oralità originaria, può essere anche un puro strumento di memorizzazione empirica, cristallizzata. Dopo, le variazioni, relativamente parlando, mi sembrano infinitamente meno significative. Posso immaginare che la macchina da scrivere agisca in un certo modo e il computer in un altro, ma credo che siamo di fronte a sfumature di ordine soggettivo, quasi psicologico, se non addirittura psicoanalitico, in qualche caso sono lievemente maniacali. Come per certi tipi che non riescono a scrivere se non hanno la loro penna, il loro inchiostro, o quel tipo di carta. Spesso si tratta di una sorta di superstizioni.</p>
<p>    Scarpa: Però, se è vero quello che dicevi prima, a proposito di superstizioni, che tu ribatti finché non è tutto perfetto, senza un refuso, è vero che si fa fatica a ribattere. Non sempre si ha voglia di farlo per una sciocca virgola. Per uno spazio più a destra mannaggia, tocca rifare tutta la cartella… Al computer la revisione da questo punto di vista è più semplice, più confortevole, meno faticosa. Questo, secondo me, spinge a volte a implementare la sintassi: aggiungere complementi secondari, mettere dei cunei, per così dire, tanto non costa fatica, non devi ribattere tutto.</p>
<p>    Sanguineti: Questo è anche un guaio, C’è un eccesso di facilità. Quando ribatto e ribatto con quella meta ottimale, un po’ fanatica, sono costretto a ripensare molte e molte volte il testo. Ogni correzione, proprio perché costa fatica, acquista un significato e un peso. Credo che ci sia nel computer il rischio di un eccesso di confort. Come quando si incide una cosa a voce, e quando la rileggi ti cascano le braccia perché la sintassi, spesso, è quella del parlato, i periodi sono sospesi, le ripetizioni sterminate. Il rischio, paradossalmente, è che la scrittura computerizzata torni a un regime di oralità nel senso quotidiano. Ecco, ahimé, si scrive come si parla e questo comporta un deficit nel controllo del testo. Invece il battere a macchina ha questa funzione: ti vedi già stampato, anche se in modo ideale, perché poi subentrano stampa, distanze, caratteri. Ma insomma…</p>
<p>    Scarpa: Non sono del tutto d’accordo. È anche vero che la scrittura elettronica consente di fare tali e tanti interventi… Ricordo che a macchina ero molto più meandrico, complesso, orale, facevo un sacco di ipotassi… Mentre al computer riesco ad ottenere un’artificiosissima semplicità che deriva dalla possibilità di fare mille revisioni.<br />
    A volte, è vero, faccio l’ultima revisione ribattendo tutto, uso il computer come se fosse una macchina da scrivere, in maniera anticomputeristica: rimetto in discussione tutto, stampo e dalla carta rimetto in discussione frase per frase.</p>
<p>    Sanguineti: Alla fine, vieni ad essere d’accordo con me: nella riscrittura, dopo tanto computer torni alla macchina da scrivere.</p>
<p>    Scarpa: Questo è vero.</p>
<p>    Domanda 3 | Lucia Cormorano chiede, in particolare a lei, Scarpa: quando un autore usa la tecnologia classica, quella della carta, si serve di un codice alfabetico, e il testo arriva al lettore così come lui l’ha composto; quando usa il computer, pure se non ne è cosciente, passa attraverso un codice binario. Quale slittamento semiotico si produce?<br />
    Scarpa: Nessuno. È come dire che con l’inchiostro la scrittura passa attraverso un codice chimico. Sì, la scrittura al computer sarà sostenuta, nelle profondità ctonie degli elettroni che passano attraverso i circuiti, da un codice binario, però è come dire che quando vado in barca ho a che fare con il codice semiotico dei pesci abissali o delle alghe che stanno a cento metri sul fondo.</p>
<p>    Sanguineti: Mi viene in mente Savinio, ossessionato dai lapsus.</p>
<p>    Scarpa: Li chiamava refusi. Li reificava.</p>
<p>    Sanguineti: Sì. Diceva che in fondo la macchina da scrivere pensa. Se crediamo a questa mitologia saviniana, è probabile che il sistema binario possa nel profondo agire, là dove la macchina parla. Ma questo appartiene all’inconscio tecnologico, posto che esista.</p>
<p>    Scarpa: Alla fine, i refusi del computer sono gli stessi della macchina da scrivere, perché la disposizione della tastiera è la stessa, sebbene per una minuscola differenza: C’è la tastiera cosiddetta “qwerty”, perché la prima riga alfabetica ha le lettere q w e r t y, e C’è la “qzerty”, perché nel sistema MacIntosh c’è la zeta al posto della w. Savinio parlava di refusi perché sono sbagli non dettati dalla psiche ma dalla posizione dei tasti. Però, al di là non vedo… Sì, a me una volta è successo di aver versato dell’acqua sulla tastiera ed era bellissimo: prima che si asciugasse, battendo un tasto venivano fuori dei fantastici grumi di alfabeto, non so, epossidici, stranissimi, ma quello aveva a che fare con l’elettricità con la conduzione che queste piccole gocce d’acqua avevano creato nella tastiera.</p>
<p>    Domanda 4 | Fulvia Baldini ricorda un’osservazione di Tullio De Mauro a proposito del “broken english”, l’inglese giovanile e gergale che regna in Rete. E chiede: in che misura, secondo voi, il gergo internettista va cambiando il linguaggio quotidiano e quello artistico?</p>
<p>    Sanguineti: Semmai quello che può essere interessante è non tanto l’inserirsi di questo nuovo lessico o gergo, quanto le aperture metaforiche che da esso nascono. Come il linguaggio tecnologico in tutti i suoi altri aspetti ha già generato delle metafore: l’espressione “partire in quarta” non esisteva prima che esistessero le marce nelle automobili. C’è, allora, un’immensa rete metaforica che deriva dal computer e da Internet. E questo può essere interessante. Probabilmente qui si ha uno sviluppo più intenso di quanto sia accaduto con altre modalità linguistiche precedenti. Ma bisogna aspettare e vedere.</p>
<p>    Scarpa: C’è un altro aspetto complementare a questo, quello della rivitalizzazione. Ogni nuovo paesaggio tecnologico, o umano, antropologico, politico, arriva con tutto il suo bel kit di vocabolario e di linguaggio. Bene, per esempio chi usava più la parola “sito”, era una parola ormai relegata agli Hotel Belsito o a una poesia davvero fradicia di cascami post romantici. “Sito”, come il nuovo senso che riverbera sulla parola “scaricare” il senso computeristico dello “scaricare dalla Rete”.</p>
<p>    Sanguineti: …Già, Rete.</p>
<p>    Scarpa: Sì, Rete. Sono contento quando la lingua italiana riesce ad ampliarsi, ad annettere significati. Senza arrivare allo sciovinismo francese che, come sappiamo, non accetta computer, ma ha ripescato “ordinateur”, non accetta software ma dice “logiciel”. Noi non diciamo “ordinatore” né “logicale”, però siamo riusciti ad annettere cose nuovi sensi e sfumature . Tra l’altro sono questioni che hanno veramente millenni: era lo stesso problema che aveva Cicerone quando doveva tradurre la filosofia greca in latino.</p>
<p>    Sanguineti: E anche quando la parola rimane identica, inglese, “mouse” per esempio, entra come una parola che aderisce al linguaggio e si presta, poi, a dei giochi. Questo “topolino”…</p>
<p>    Domanda 5 | Gabriele Gugliemi osserva: il computer e internet ci danno la possibilità di comporre graficamente il testo a nostro piacimento, e la possibilità di usare immagini, così come “emoticons”, cioé la simbologia inventata dal popolo della Rete. Ci riavvicinano allora alle esperienze di poesia visiva care alla avanguardie di primo e secondo Novecento?</p>
<p>    Sanguineti: Ma, sì. Mi sembra sia disponibile un sistema segnico allargato. Se prendiamo una poesia tradizionale, tradizionale in senso anche molto avanzato, di norma ci troviamo delle parole, una punteggiatura, delle disposizioni grafiche e basta. Il fatto che si possano usare delle icone, anche se in un numero, almeno per ora, limitato nel complesso, può… Ma, qui, ho l’impressione che si scambino dei fenomeni molto elementari… Per esempio i futuristi erano ossessionati dallo stile telegrafico. Era per loro una sorta di modello di scrittura lasciar cadere l’avverbio, l’aggettivo, la sintassi più elementare. Ma, insomma, nonostante la loro lingua telegrafica non è che tutti scriviamo, né artisticamente né nella comunicazione quotidiana, come se fossimo dinnanzi all’invio di telegrammi, moduli da riempire.</p>
<p>    Scarpa: No, al contrario.</p>
<p>    Sanguineti: Al contrario. Evidentemente si può approfittare di questo, è un suo fascino il fatto di produrre, all’interno di modi più arcaici, questo tipo di icone e di segni. Ci sono sigle comunicative, rapidissime e piene di giocosità. Non so, “sei contento?” si scrive col 6 in cifra, per esempio. E facce che ridono, segni di semplice punteggiatura o micromessaggi pieni di significato, si può giocare, con questo. Personalmente, aggiungerò, io non amo affatto la poesia visiva, come non amo quella sonora. Mi pare che l’interesse della poesia sia oscillare tra il silenzio della pagina, la rapidità dell’occhio e, invece, l’aspetto sonoro, proprio nel muoversi tra questi due estremi, un puro suono e una pura scrittura, con una grafia, diciamo pure un disegno se vuoi, questo è il fascino della scrittura poetica. Puntare sull’una componente o sull’altra, come esperienza è stata interessante ma, insomma, lo facevano già gli antichi greci, lo hanno fatto i futuristi, lo ha fatto Apollinaire, è una tradizione, questa, della parola figurata. Pozzi ha fatto su questo bellissime riflessioni con molta e molto ricca documentazione. Nel complesso direi che la nostra tradizione culturale è abbastanza allergica a queste cose. E noi siamo lontanissimi da una cultura come quella orientale. Basti pensare a quella cinese, dove nella calligrafia, nell’ideogramma, tra pittura e scrittura i contatti sono estremamente fitti. Per un poeta cinese, la calligrafia è decisiva.</p>
<p>    Scarpa: Io distinguerei, così come ha fatto chi ha posto la domanda. Computer e Internet sono due mondi coincidenti ma non sovrapponibili. Sono nello stesso posto, che è quel televisore, lo schermo. Però, per esempio, quando compri un programma di computer con la videoscrittura, ha, sì, un kit, un suo bel deposito di diversi tipi di caratteri, una cinquantina di solito – che mimano magari l’inglese antico, cioè il corsivo usato da quelli che ancora oggi ti possono fare il cartellino di auguri di compleanno nelle bottegucce inglesi, perché fa molto scrittura d’antan, vecchia società merletti e pizzi, o che sono, magari, il Font, con dei design molto alla moda – ma, per il resto, vai da sinistra a destra e vai a capo. Il programma non ti consente tante acrobazie. Se vuoi fare le acrobazie da poesia visiva, a parte cambiare colore al carattere e cambiare forma del carattere, puoi mimare su uno schermo ipertecnologico un vecchio carattere antico o uno ipermoderno, però da sinistra a destra vai, e vai a capo. Fare delle cose alla Apollinaire è molto faticoso e complesso, ti fa perdere molto tempo. Vale la pena di farle a mano o col collage. Non è un caso che ci sia stata molta più produzione di poesia visiva negli anni Cinquanta e Sessanta che non oggi. Gianni Toti all’inizio, negli anni Settanta-Ottanta, con l’euforia della prima possibilità di realizzare al computer degli effetti visivi, ha fatto dei video, con delle parole tridimensionali che si mescevano a degli effetti sonori, ha rifatto “Voyelles” di Rimbaud con degli effetti cromatici tridimensionali in video. Però era videopoesia, non era poesia visiva. Erano filmati che duravano dieci minuti, da guardare in tv. In internet è diverso perché la pagina di internet non è solo scrittura: c’è, appunto, la musichetta che suona, c’è il micro cartone animato… L’attuale pagina di Internet – con i mezzi tecnologici che ancora non consentono di avere delle immagini pesanti, nel senso che sono immagini hanno una tale quantità di bit, di informazione, che necessitano di cavi o connessioni molto potenti, come dei tubi, non so, più capienti, mentre, attualmente, tutti abbiamo il nostro cavetto telefonico che lascia passare di solito quarantottomila, cinquantaseimila kb al secondo – l’attuale pagina di Internet, stante le condizioni, fa arrivare un po’ di testo, un po’ di immagini, un po’ di musichetta, un micro cartone animato che si muove sulla sinistra dello schermo. Così, attualmente, a me sembra una divertente immagine metaforica della mente. La mente spesso così è: è un pensiero con un flusso verbale, però magari mentre pensi sullo sfondo hai qualcosa che ti ricorda la canzone di Battisti o Barbie Girl o una sinfonia, e questo non ti impedisce, nella tua testa, di continuare a fare un ragionamento pseudologico, mentre arrivano alla superficie grumi verbali o flussi di frasi, mescolati a delle immagini mentali. Questa miscelazione, questa fenomenologia per cui nello schermo della mente si presentano fatti verbali ed eventi pseudologici visivi, sonori, secondo me è abbastanza ben metaforizzata dallo schermo del computer in Internet, in un portale di un giornale, dove c’è la pubblicità, c’è il banner pubblicitario, e c’è il testo dell’articolo.</p>
<p>    Sanguineti: Quello che però mi impressiona un po’ è il fatto che questi meccanismi mentali appaiano riprodotti in modo estremamente impoverito. La mente funziona in modo molto più complicato. E allora qui vedo un rischio: ci può essere chi, effettivamente, è indotto a ridurre i propri movimenti mentali perché vuole adeguarsi in qualche modo alla riduzione prodotta degli schemi operativi in internet. Può, cioè, essere stimolata una sorta di semplificazione, essere assunto un modello mentale semplificato. Fenomeni di robotizzazione… Nel linguaggio comune dei giovani lo senti, un crescere della stereotipia dei modi di dire che riempiono il vuoto. Ho l’impressione, invece, che sia più fecondo quello che si può fare con il computer quando si sviluppano elementi di tipo virtuale. Per esempio come viene usato dagli architetti: lì effettivamente hai degli arricchimenti linguistici, tu prendi un’immagine, la fai girare, la modifichi… Molta dell’invenzione figurativa è ormai influenzata da questo: un architetto vede delle strutture architettoniche, virtuali o esistenti, con una ricchezza di possibilità che nessun disegno prima gli poteva dare, e può fare prove di ogni sorta. Questo, rimescolato con elementi di scrittura, può generare effettivamente nuovi spazi di invenzione. Ma, naturalmente, questo dipenderà dalla volontà delle persone: come per tutte le cose, ci sono usi che noi consideriamo propri e usi impropri, come per le “armi improprie”. Recentemente ci sono state molte mostre relative al primo Novecento e sono rimasto impressionato dalla quantità di frammenti della voce “journal” fatta da pittori russi intorno al 1910, da pittori francesi, spagnoli “jou”, “rnal”, intero, a pezzi. A un certo momento ci sono dei codici di immaginazione che diventano topici, ossessionano una generazione di pittori. Ma, naturalmente, dopo un poco, è chiaro, tutti hanno smesso di usare “journal” e anche cose affini, tu puoi mettere per un po’ dei biglietti del bus, dentro i quadri, dei francobolli, ma dopo un po’ si esaurisce proprio anche lo stimolo di questa invenzione. E qui non possono essere che i fruitori, gli utenti, a decidere che fare.</p>
<p>    Scarpa: Questo mi sembra un po’ liquidatorio. Ci sono degli elementi veri, concreti, che appartengono solo e soltanto a questo mezzo, al computer collegato alla Rete. Per esempio, sì, potrà anche darsi che lo schermo, così come si presenta su Internet, sia una metafora della mente molto impoverita, che la mente è molto più ricca e molto più complessa, che i suoi meccanismi non sono certo rappresentati da quel quadratino luminoso, molto deprimente come ambasciatore di ciò che accade, però la scrittura è ancora più semplificante, si fa forte proprio della deprivazione sensoriale totale.</p>
<p>    Sanguineti: Sì, ma vedi, chi scrive, proprio perché sa che deve selezionare enormemente rispetto alla complessità delle cose, è stimolato a rendere immensamente intensa la comunicazione. Quando uno dice “Nel mezzo del cammin di nostra vita” sa benissimo che deve compattare in una decasillabo un’immensa rete, è il caso proprio di usare la parola, di immagini, di allusioni culturali e via discorrendo. In Internet tu hai una apparente ricchezza, ma è solo apparente, anzi, sei stimolato a dire “ma che abbondanza di cose”, poi analizzi e tutto è molto, molto elementare. Invece, più che sulla Rete, io appuntavo l’attenzione proprio sul computer, per quelli che sono i valori virtuali di simulazione che si possono aprire. Lì mi pare ci sia molta maggiore fecondità. Penso ai giochi che faceva Godard nei suoi momenti migliori quando utilizzava – è una sperimentazone analoga a quella con la parola “journal” che dicevo prima – pezzi di scrittura visti in modo esteso, poi selezionando, mettiamo nella parola “anima”, una parte, “an”. Ma, ripeto, chi vivrà vedrà. Nel senso che chi vivrà farà: svilupperà queste tendenze al massimo oppure le abbandonerà.</p>
<p>    Scarpa: Sì, perché poi alla fine chi scrive, cosa vuoi, ha una tastiera. Il computer, è già stato detto tante volte prima di me, prima di noi oggi, è una macchina da scrivere più potente. Lo ha già detto Eco, se non sbaglio. Una macchina che ti semplifica un po’ le operazioni. Infatti noto che mentre i computer negli ultimi cinque anni hanno avuto una crescita di potenza esponenziale, quanto a microprocessori, proprio di potenza, di macchina, come macchina, i programmi di scrittura sono sempre quelli. Probabilmente qualcosa potrà cambiare quanto ai programmi che consentano di dettare: il riconoscimento vocale è una frontiera che non è ancora stata acquisita, perché ci sono ancora problemi di fonologia, di riconoscimento della propria fonetica idiosincratica… E allora il rapporto tra oralità e scrittura diventerà ancora più stretto e problematico e strano. Oltre a risolvere la tortura della sbobinatura di un’intervista, una di quelle cose che non auguro al mio peggior nemico: battere a macchina al computer quello che è stato registrato a voce. Però, appunto al di là di queste facilitazioni che chiamerei confort per chi scrive, non vedo proprio possibilità di sfondare ulteriormente la scrittura.</p>
<p>    Sanguineti: E, come accennavo all’inizio, bisogna tener conto dei rischi che comporta un eccesso di confort rispetto alle energie mentali che si possono mobilitare, invece, proprio sul piano dell’invenzione. Omero era bravissimo, parlo del proto Omero, quello reale, non trascritto, quello degli aedi…</p>
<p>    Scarpa: Loro sì, erano modulari, e non usavano la macchina da scrivere…</p>
<p>    Sanguineti: E non usavano la macchina da scrivere. Ma c’era questo loro lavoro di memorizzazione straordinaria e di combinatoria estremamente ricca e complessa, anche se apparentemente simile a un Lego, un lavoro fatto, in fondo, di un numero molto limitato di pezzi. Ma è come la questione di quante siano le lettere dell’alfabeto, e cosa diavolo però ci si possa fare, con esse.</p>
<p>    Domanda 6 | Carlotta Saba ricorda: ci sono scrittori, come Nanni Balestrini, che hanno condotto in Rete esperimenti di scrittura collaborativa. Vi sembra solo un gioco oppure secondo voi può diventare arte? Teniamo conto anche di quanto avete appena detto a proposito degli aedi e del proto Omero…<br />
    Scarpa: Tutto può diventare arte.</p>
<p>    Sanguineti: Io direi che è già stato fatto. Dai Surrealisti, per esempio. Personalmente ricordo quando lavorai, per esempio, con Octavio Paz, Tomlison, Roubaud, nel 1971, facemmo un poema collettivo, lì non era un metodo surrealista, perché ciascuno sapeva cosa l’altro scriveva, e si facevano delle combinatorie – Roubaud non a caso era un matematico – per fabbricare questo “renga” a quattro voci. Ne nacque un libro intero.</p>
<p>    Scarpa: Dove accadeva? A Parigi, all’Oulipo? Roubaud era dell’Oulipo, se non sbaglio…</p>
<p>    Sanguineti: Sì, ma arrivò in seconda ondata, non era tra gli iniziatori. Apparteneva a quella genia di gente adorabile che era molto interessata alla scienza, alla matematica, come Queneau, come Perec… | Appunto, non c’era bisogno di nessuna Rete. Eravamo lì in quattro, intorno a un tavolo, a scambiarci i fogli, per giunta era un testo plurilingue, ognuno usava la propria lingua poi, naturalmente, a mano a mano le cose diventavano sempre più sofisticate, ognuno scriveva nelle lingue degli altri, le rimescolava, per cui certi pezzi sono di difficilissima attribuzione, se non si sa quale era la regola. | Io, poi, ho condotto con altri poeti esperimenti di questo genere, una volta in Olanda. Lì si toccò il culmine, perché eravamo in quattro per questo poema, “Made in Holland”, nessuno conosceva la lingua dell’altro, c’erano un israeliano, un serbo, io e un sudafricano.<br />
    E in più due non avevano nemmeno una comunanza alfabetica, perché l’israeliano scriveva con lettere ebraiche, il serbo in cirillico, ciascuno traduceva rimescolando le lingue più ovvie francese, tedesco, inglese e comunicava agli altri che cosa aveva detto, traduceva, e l’altro continuava la scrittura, sempre premesso questo gioco di scambio. | Il fatto di fare queste cose in Rete può rendere più comoda la cosa, però è molto importante la presenza. Tu collabori con qualcuno e tu scrivi ma C’è la faccia dellaltro, C’è la grafia dell’altro, queste cose agiscono enormemente sull’invenzione e la fecondano molto. Non sei di fronte a uno schermo. Per telefono puoi benissimo fare una scrittura collettiva, ma…</p>
<p>    Scarpa: …È anche vero che esplori il contrario, cioè l’assenza. Se la presenza è feconda, cosa significa l’assenza, la sterilità dell’assenza dell’altro…</p>
<p>    Sanguineti: È quello che capita in un carteggio. Tu scrivi e l’altro non è presente e questo dà una certa fecondità, una lettera presuppone che l’altro non sia lì, perché non c’è nessuna ragione di scrivere una lettera se…</p>
<p>    Scarpa: Su questo non ho dubbi, io penso che chiunque usi i messaggini sui telefoni o la posta elettronica abbia verificato quanto sia più facile arrabbiarsi e far crescere come una panna che monta e poi impazzisce, una polemica, perché c’è l’assenza di segni sovrasegmentali, potrei dire.</p>
<p>    Sanguineti: E la cosa deve per forza semplificarsi, perché abolendo tutto quello che è dato dallo sguardo, dal gesto, dal comportamento fisico, per forza devi rendere il messaggio molto elementare. Potrai dire “ti amo” e questo è un messaggio chiarissimo. Ma da questo a scrivere “chiare, fresche, dolci acque”…</p>
<p>    Scarpa: Noto in quello che hai detto una specie di placido ghigno umanistico, nel senso che alla fine, sembra, la scrittura non è molto cambiata e non cambierà e rimane comunque umanistica comunque sia fatta, col computer, con la carta, con la macchina da scrivere. E questo, secondo me, porta a riflettere sul fatto che non c’è poi grande rischio di robotizzazione.</p>
<p>    Sanguineti: Non lo chiamerei umanistico, questo atteggiamento, sarà che la parola non mi piace molto.</p>
<p>    Scarpa: Infatti io lo dico, magari, per rassicurare mia zia.</p>
<p>    Sanguineti: Perché credo sia proprio una questione di tipo direi materialistico. La scrittura è una grossa rivoluzione. Raggiunta quella… Sai, non ne posso più, avendo raggiunto la mia età, di sentire dire ogni giorno dire che c’è una svolta epocale per questa o per quella cosa. È vero, il mondo cambia continuamente, è sempre cambiato, le accelerazioni si possono discutere, dipende a che cosa guardi, a cosa parli, ma c’è più una retorica della svolta irreversibile. È bene riserbarla a delle cose che effettivamente mutano i comportamenti, come dire, antropologicamente strutturali. Il resto, come dicevi tu, è solo questione di confort maggiore o minore. Io ricordo quando in classe si imparava alle elementari con la boccetta d’inchiostro, il pennino, il numero del pennino ecc., e poi asciugarlo, togliere il pelo…</p>
<p>    Scarpa: …perché la carta di cattiva qualità intasava il pennino.</p>
<p>    Sanguineti: Io, poi, lo facevo in epoca protostorica o quasi. Certo, è molto più comodo avere una Parker e lì avanti prosegui tranquillo, ma…</p>
<p>    Scarpa: Però c’è anche da dire, perché non sono contento del tutto, che una delle arti del Novecento è stata quella di inventare nuove arti.</p>
<p>    Sanguineti: Una, il cinematografo.</p>
<p>    Scarpa: Oppure, dire ogni dieci anni che abbiamo inventato una nuova arte.</p>
<p>    Sanguineti: Ma non è vero.</p>
<p>    Scarpa: Lo so, ogni epoca ama innamorarsi della descrizione di se stessa come estremamente nuova, diversa da tutto il resto… Però è vero che spesso il compito degli artisti, da due secoli a questa parte, è stato quello di essere completamente nuovi. E, quindi, di inventare anche nuove arti.</p>
<p>    Sanguineti: Guarda, se io dovessi dire la mia sua questo punto, direi che c’è stata una svolta, quella definita da Benjamin una volta per tutte, la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. Allora la vera svolta è stata la fotografia, la fotografia è diventato cinematografo, il cinematografo si è aperto alla televisione, è una catena che continua, evidentemente, e che si arricchisce, ma siamo sempre in questo. Nell’immagine tecnicamente riprodotta, lì è stata la svolta. E la sintassi del cinematografo è stata davvero una svolta di procedimenti mentali: è nato un sistema a collage di montaggio, nel momento in cui l’immagine si è messa in movimento. Su questo, poi, si procede fino a Internet e si andrà immagino anche oltre, ma lì è il vero punto, quello è stato epocale. Sul resto, altre arti non ne conosco, semmai ci sono molti mondi che sono deperiti perché, nello sviluppo borghese, è morta la tragedia, è morto il melodramma, il balletto ha mutato statuto e modalità di organizzazione…</p>
<p>    Scarpa: Il teatro non sta benissimo…</p>
<p>    Sanguineti: Appunto. Quando io dico è morta la tragedia tu mi dirai, ora, che è stato inventato il dramma. Ma io direi che è molto più rilevante, qui, quello che non si può più fare che non quello che si è incominciato a fare: il dramma è una miseria rispetto a quelle che erano le potenzialità tragiche. Infatti hanno dovuto prendere altre strade. Per fare una tragedia ci vuole Beckett.</p>
<p>    Domanda 7 | Di nuovo Fabio Orfei, che chiede: conoscete la letteratura ipertestuale? E, se sì, la ritenete più adatta a un uso didattico, narrativo o poetico?</p>
<p>    Scarpa: Secondo me didattico, soprattutto, narrativo poco. Beh, intanto ci ha chiesto se la conosciamo. Io conosco qualcosa di Michael Joyce che è stato il primo. Ha fatto “Afternoon”, una specie di romanzo, di testo poematico ipertestuale. Poi c’è Lorenzo Miglioli che ha fatto “Ra-Dio”. E poi, secondo me, l’esempio più riuscito rimane quello di William Gibson che ha scritto “Agrippa – The book of the dead”, una poesia, l’equivalente di qualche cartella. Voleva dare il senso dell’angoscia, del lutto per la morte di suo padre. Come funziona “Agrippa”?. Si apre il documento, il file, si ha qualche minuto di tempo per leggere la poesia, dopo di che il programma distrugge il testo, come un equivalente elettronico dell’inchiostro simpatico, o come se un foglio prendesse fuoco. Il lettore, insomma, ha un’esperienza di lettura equivalente a quella della scomparsa del padre, il testo scompare come è morto lui. Questo mi sembra un uso del mezzo proprio, intrinseco, sfrutta una potenzialità del mezzo in modo intelligente, geniale, poetico, interessante quanto meno. Ecco, per il resto non lo so, sì, lo vedo più adatto a uso didattico. Lo stesso Robert Coover, uno dei più importanti tra gli scrittori americani che hanno fatto corsi su questo, dice che anche in America si è un po’ esaurito l’entusiasmo nel fare romanzi ipertestuali, perché poi mettersi lì davanti a uno schermo a leggere narrativa per ore e ore è veramente defatigante.<br />
    Noterei una sola una differenza: Jane Austen in un suo romanzo alla fine dice, “beh, lettore ormai hai questo oggetto in mano e vedi che mancano poche pagine, sai che stai andando verso la fine, che questa vicenda non può esser tirata ancora per le lunghe, ti aspetti la ‘catastrofé’, la risoluzione”. In un romanzo ipertestuale questo non è possibile perché non sai quanto è grande il mondo dentro il qualche sei entrato, perché i link, le pagine che puoi aprire gli eventi sonori, verbali, visivi che puoi attivare esplorando questo mondo potrebbero durare 850 ore come potrebbero esserci solo altre due cartelle, l’equivalente di due pagine scritte. Non sai quanto è grande il mondo in cui sei entrato, con che un romanzo ipertestuale. Questa è un’altra differenza, una potenzialità del mezzo rispetto al romanzo cartaceo.</p>
<p>    Sanguineti: Penso a certe analogie, a tante esperienze di cinema underground, penso a Warhol, anche lì i problemi di durata sono importantissimi, effettivamente. Penso al famoso film di Warhol dove la macchina da presa è fissa sopra un gelato che lentissimamente si scioglie… E puoi andare avanti per delle giornate intere, anche musicalmente hai spesso questi effetti di durata incerta. Dove può essere più interessante è quando tu puoi agire, hai la possibilità di manipolare il testo. Questa, effettivamente, è una ricchezza perché il testo te lo fabbrichi tu. C’è stato un momento in cui le opere erano davvero aperte, checché ne dica l’ormai pentito Eco. Di fronte a un testo musicale potevi cominciare di qua o di là, l’esecutore sceglieva liberamente e lì, di fronte a un romanzo, le pagine erano così, un blocco di fogli che tu disordinavi e ordinavi a tuo piacere.</p>
<p>    Scarpa: Anche Cortazar nel “Gioco del mondo” mimava questo. O anche “Finnegans wake”, dove il finale è “along the river run”, che è anche nella prima pagina. Andrebbe rilegato intorno a un tubo, per essere letto circolarmente.</p>
<p>    Sanguineti: Quindi, è chiaro, si possono meccanizzare delle cose. Ma, di nuovo, io non direi che è epocale, la svolta. Invece, sono d’accordo con te, tecnicamente il mezzo ha delle possibilità.</p>
<p>    Domanda 8 | Clarissa Duddenheim e Chiara Zucchi entrano in merito allo stesso tema, ma con punti di vista opposti. Il tema è l’archiviazione. Duddenheim ricorda che la scrittura al computer cancella correzioni e rielaborazioni del testo. E chiede: questo in che modo influenza la creazione letteraria? E in che modo influenzerà il lavoro dei futuri filologi? Mentre Zucchi ricorda, all’opposto, che un foglio di carta deperisce naturalmente in un centinaio d’anni. E chiede: quali risorse in più concede, allora, a scrittori e filologi la scrittura elettronica?</p>
<p>    Sanguineti: Se vogliamo cominciare dalla seconda questione, quella della durata, è un’idea assolutamente illusoria, la cosa che più deperisce è proprio quella tecnologicamente prodotta. Non è così urgente restaurare Raffaello, ma restaurare un film è un imperativo categorico perché tutta la cinematografia si sta perdendo. C’è gente disperata perché quel tipo di computer con cui ha accumulato non so quanto, non si trova più e via dicendo…</p>
<p>    Scarpa: …non si decodifica più.</p>
<p>    Sanguineti: E bisogna riciclare continuamente le cose. Fra poco spariranno le cassette video, spariranno le audio cassette, avremo tutti un compact. Benissimo, ma tutto il resto è da buttare via perché non ci sarà più nessuno che può utilizzarlo.</p>
<p>    Scarpa: Senza fare i futurologi, chi ha in casa un superotto efficiente con il quale può riguardare i filmini dei genitori, non dico dei bisnonni?</p>
<p>    Sanguineti: Invece le vecchie fotografie le abbiamo ancora lì. Allora questa è una grossa illusione, ed è pericolosa, perché è vero il contrario. Qui si dice che la carta deperisce in un centinaio d’anni e non è affatto vero. La carta di oggi deperisce forse anche meno che in cento anni, fa più presto a rovinarsi, in compenso abbiamo libri del Cinquecento che sono più duraturi del bronzo. Quanto all’altra parte della domanda, io credo che va bene, i filologi faranno a meno delle varianti, a parte il fatto che uno può stampare in corso d’opera, se proprio è maniaco.</p>
<p>    Scarpa: Cioè, stai dicendo che non aver a disposizione le varie versioni con le varie rielaborazioni del testo, la stratificazione per così dire fossile…</p>
<p>    Sanguineti: Salvo, ripeto, che tu nell’atto della scrittura mano a mano, prima di correggere, stampi. Creativamente questo può avere un’influenza, perché a un certo momento credo sia capitato a chiunque di scrivere una cosa, poi non ti piace, la correggi in corso di lavoro, butti via magari quello che hai scritto, poi dici, ma no era meglio prima, cosa avevo scritto? qual era la parola che andava così bene?. Io, personalmente, di cose di questo genere non ne so niente, io distruggo tutti i manoscritti regolarmente, una volta che una cosa è passata a stampa non voglio più correggerla, una volta che la dò allo stampatore. Io sono quello a quel giorno e a quella data, sono quell’animale che a mano a mano che cammina cancella le orme. Altri sono lì che passano la vita, penso a un amico, un Arbasino che passa la vita a riscrivere le cose che ha scritto. E credo che in paradiso, se ci arriverà, starà per tutta l’eternità a scrivere “Fratelli d’Italia” venticinquemillesima versione…</p>
<p>    Scarpa: Lui in paradiso. Mentre Gadda diceva “morirò, andrò all’inferno e come pena mi leggeranno la mia opera omnia per l’eternità”.</p>
<p>    Sanguineti: Lì sono questioni soggettive. E poi, sotto, C’è un’idea tipicistica, da noi passata soprattutto con la scuola continiana, che è che lo studio delle varianti è la chiave di interpretazione, ogni documento è utile, anche sapere che quel tizio amava la cioccolata può aiutare l’interpretazione di un testo, ma mio Dio…</p>
<p>    Scarpa: Dipende se le varianti ci sono. E se magari uno, come dicevi tu, appallottola il foglio e lo butta via, dove sono le varianti?</p>
<p>    Sanguineti: Io non ho varianti.</p>
<p>    Scarpa: Diciamo che per i filologi il computer puo’ essere utile, anche qui, perché è un confort per le statistiche, per le occorrenze, uno si risparmia il lavoro di schedatura, e anziché contare quante volte viene usata la parola “fretta”, “rapidità”, “velocità” in Dante…</p>
<p>    Sanguineti: Certo, le concordanze vengono semplificate, tenendo conto che sono esposte ad errore perché altro è dire “fretta”, altro dire “in fretta”, “di fretta” e allora occorre tutta un’interpretazione, anche, di un lavoro che a prima vista sembra puramente meccanico.</p>
<p>    Scarpa: Per quanto, con un cd rom puoi richiamare non solo la parola, ma il contesto.</p>
<p>    Sanguineti: Certamente, ma allora a quel punto lì torni a sudare.</p>
<p>    Scarpa: Sì, però lo fai, diciamo, con meno fatica.</p>
<p>    Sanguineti: Siamo al confort.</p>
<p>    Scarpa: Ma anche nella creazione diciamo, se Burroughs faceva i cut up con i fogli, ora puoi generare testi. Beh, forse è più semplice con due pezzi di carta, è più confortevole.</p>
<p>    Sanguineti: Hai degli spazi, fra l’altro, se hai un mucchio di fogli, manovri molto…</p>
<p>    Scarpa: Farlo su finestre aperte su computer è un po’ più complesso…</p>
<p>    Sanguineti: Diventa più complicato, poi nasceranno altre abitudini. Bisogna tener conto che ci sono assuefazioni, per noi sfogliare un libro è la cosa più naturale del mondo, prendi un libro, cerchi la pagina, vai avanti e indietro, ricordi come era la pagina, quella era la parola che iniziava una frase, oppure finiva all’improvviso tagliata a metà. Hai delle tecniche di memorizzazione…</p>
<p>    Scarpa: Certo, la collocazione sulla pagina di una parola ti fa risalire a una citazione…</p>
<p>    Sanguineti: Probabilmente nasceranno altre abitudini, memorizzazioni.</p>
<p>    Scarpa: Avevo un programma che si chiamava “Bubble”, anni fa, ed era dadaista puro, perché anziché, appunto, prendere io le parole, tagliarle, metterle in un sacchetto e prenderle a caso, lo faceva lui. Io immettevo delle parole che potevano essere mie, di una pagina, di un autore famoso, di un giornale e lui automaticamente generava testi, dalla sintassi alquanto impresentabile perché non aveva, come dire, uno schema grammaticale generativo né trasformazionale e generava delle stringhe, dove aveva messo così, randomaticamente, delle parole a caso, da questa cisterna che gli avevo messo dentro. Anche qui, confort. Anziché tagliarle e prenderle, come dei dadaisti, da un sacchetto, quasi dalla lotteria…</p>
<p>    Sanguineti: Ci pensava lui. Io penso invece, per esempio, al caso di Balestrini, quando produsse i primi testi poetici ex-machina. La cosa più impressionante era questa: le poesie di Balestrini erano ex-machina perché, con la testa, lui le fabbricava esattamente come la macchina che, poi, gliele ridava indietro. Aveva già una testa organizzata elettronicamente, come lo facevano i dadaisti, insomma. E quando abbandonò questo metodo continuò a produrre poesie che erano assolutamente identiche. È una questione di funzionamento celebrale, insomma dalle macchine ricavi quello che ci metti dentro. Questo mi pare il dato decisivo.</p>
<p>    Domanda 9 | Anna Maria Zollo, insegnante, rileva che mentre fra gli studenti la scrittura elettronica è diffusa, i docenti spesso la ignorano, o la percepiscono come invadenza tecnologica nel campo umanistico. E chiede: è giusto percepirla come tale? E come avvicinare docenti e studenti?</p>
<p>    Sanguineti: Docenti conservatori ce ne sono sempre stati. E anche studenti conservatori. Probabilmente, però, ci avviciniamo al momento in cui, per incitamento delle Supreme Autorità che reggono le sorti della scuola, avremo dei docenti ipertecnologici che guarderanno malissimo lo studente che non lavora col computer. Le cose tenderanno a rovesciarsi, ne sono convinto. Perché c’è un fanatismo riguardo al metodo ultratecnologico, un metodo al momento gestito in maniera sciolta, divertita dai giovani, ma quando questo passerà nelle mani della Autorità Suprema, diventerà coazione a… Non hai il sospetto che avremo professori molti più computerofili di quanto non lo siano oggi gli studenti?</p>
<p>    Scarpa: Bisogna vedere cosa vuol dire computerofili: dentro un computer uno ci può fare tante cose, ci può passare la notte a collegarsi a siti scollacciati o a giocare ai video giochi o a scrivere la nuova “Divina Commedia”…</p>
<p>    Sanguineti: Credo che saranno più feticisti, il feticismo del mezzo passerà agli adulti, un poco come è avvenuto per la televisione: i giovani la guardano meno degli adulti ormai, hanno altri modi di divertirsi. Il modello televisivo è stato imposto molto più da genitori che bloccavano i figli davanti alla televisione, dicendo “divertiti figlio mio”. E i poverini hanno cominciato a seccarsi, magari gli piaceva di più andare a giocare a bocce.</p>
<p>    Domanda 10 | Daniele Pasqua ricorda che esistono ormai, in italiano, più di 900 siti di scrittura creativa. Laboratori in Rete, dove ci si ingegna a imparare e insegnare a scrivere. Ma, chiede, il saper scrivere, saper inventare finzioni narrative o poetiche, è un’esperienza che si può trasmettere?</p>
<p>    Sanguineti: Di ciarlatani, a vendere prodigi, ce ne sono sempre stati. Può essere utile insegnare l’ortografia, la sintassi. Si può fare una tradizionale lezione insegnando “guardate Joyce come è bravo, guardate Petrarca come è efficace in questo e quello”. Non si insegna a scrivere, si possono fare analisi di testo. E tutto l’apparato editoriale non fa che insegnare scrittura creativa, abbiamo degli apparati che sono lì, penna rossa e blu. Alcuni hanno fatto in maniera geniale l’editing, Vittorini è un buon esempio, con tutti i rischi della cosa. Al di fuori di questo intervento d’autorità non c’è nessuno che sappia insegnare a scrivere né c’è nessuno che impari da qualcun altro.</p>
<p>    Scarpa: È la tradizione ci insegna a scrivere.</p>
<p>    Sanguineti: Ecco.</p>
<p>    Scarpa: C’è un po’ di ipocrisia quando si dice “ma non si può insegnare a scrivere”. Se non si insegna, si può insegnare quanto meno a leggere.</p>
<p>    Sanguineti: Io sono ancora più radicale. Io dico, non si può insegnare niente, nemmeno il greco. Se vuoi imparare, il professore è uno strumento come il vocabolario, il resto sono rapporti umani, psicologici. È chiaro che uno può giovare a qualcun altro, ma non bisogna dire “io ho avuto un buon maestro che mi ha insegnato questo e quello”, no, sei tu che sei stato un buon scolaro e hai imparato.</p>
<p>    Scarpa: Io qualche piccolo corso di scrittura l’ho anche fatto anche fatto. Trovo che ci sia molta ipocrisia, non c’è nulla di male, alla fine è una sorta di corso di letteratura dove, come hai esordito tu, si presentano degli ottimi exempla: guarda come scrive bene… E non lo si fa scolasticamente, anziché dire “guarda come Pirandello e Svevo rappresentano la condizione di crisi dell’uomo moderno alle soglie del nuovo secolo”, si dice “guarda, accipicchia, come Philip Roth rappresenta una lite coniugale, se vuoi descrivere un litigio prendi esempio da Moravia, da Roth, da Ionesco, perché guarda che bravi che sono a rappresentare moglie e marito che si prendono a schiaffoni con le parole”.</p>
<p>    Sanguineti: Che la cosa sia destinata a far capire come si legge un testo o a fabbricare testi, non cambia, in realtà si insegna a leggere.</p>
<p>    Scarpa: Sì, sono scuole di lettura, bisognerebbe chiamarle “creative reading”.</p>
<p>    Domanda 11 | Antonio Iovane, per finire, osserva: una delle caratteristiche di Internet è l’assenza di selettività. Ciascuno può far leggere a chiunque il proprio romanzo nel cassetto, basta che sappia pubblicizzarlo. Come ristabilire una gerarchia di valore letterario? Come ritrovare una distinzione tra scrittore e scrivente?</p>
<p>    Sanguineti: Rispondo subito io, perché c’è qualcosa che mi fa molto arrabbiare. Siamo pieni di lamenti, dopo il fanatismo per la meraviglia di Internet, ecco il lamento sui siti sospetti, falsi, pieni di cattive notizie, di menzogne. Lo dice anche Umberto Eco: dopo tutte le apologie, di colpo, scopre che i siti sono cattivi. Ma cosa crede, Umberto Eco, che i libri invece sono tutti buoni e garantiti? Mi pare delirante: si fida di ogni libro che trova stampato, per il fatto che è un libro, di un sito invece no. Secondo me non ti devi fidare né di un sito né di un libro. Allora, le classifiche letterarie! Ma insomma, basta guardare classifiche e indici di vendita per capire che non c’è da fidarsene. | Allora, non c’è da ristabilire nulla… Siamo noi a decidere se un libro è buono o cattivo, oppure lo decide il mercante perché ha un apparato di propaganda adeguato. E questo può valere per un libro, per un sito o per altro. Oppure lo decide quello che chiamiamo il critico, delegato dalla società a esprimere dei pareri. Che, poi, è la voce di un gruppo sociale, di una scuola di politica, di una classe.</p>
<p>    Scarpa: Non è mai innocente, non si basa su valori o una gerarchia assoluta.</p>
<p>    Sanguineti: Per fortuna, per fortuna perché, dato che non esiste…</p>
<p>    Scarpa: Sì, ma in Internet, però, c’è un aspetto positivo: si risparmia della carta. Perché ci sono molti romanzi che comunque verrebbero fotocopiati e diffusi tra amici, o stampati da stampatori che si fanno pagare dall’autore, che speculano su chi è disposto a sborsare un po’ di soldi per vedere il proprio libro stampato e rilegato. Tutto a discapito della carta.</p>
<p>    Sanguineti: Va bene per l’ecologia.</p>
<p>    Scarpa: Va bene per l’ecologia. E, comunque, questo dà anche un piccolo sovrappiù di valore a quei libri che arrivano ad essere stampati: se non sono rimasti fantasmaticamente su Internet, ma hanno trovato un editore, significa che hanno un pochino più di peso. Significa che acquista un po’ più di peso la bistrattata editoria cartacea: se qualcuno è stato disposto a rischiare economicamente per stampare un libro, anziché lasciarlo nel limbo internettistico… E poi forse, secondo me, bisognerebbe un po’ rivisitare le diffidenze che senz’altro ci saranno state nel Quattrocento, nel Cinquecento, verso la stampa. Di sicuro anche lì sarà stato detto “una volta sì un amanuense che dedicava giorni e giorni a ricopiare un codex ne certificava il valore, adesso non si fa più fatica a ristampare, chiunque può essere dato alle stampe, crolla il valore del testo”…</p>
<p>    Sanguineti: Il vero problema alla fin fine è un problema di polizia, diciamo pure di censura. Se Internet rimarrà uno spazio davvero libero, e non so quanto possa durare questa proliferazione a tutto campo, allora è possibile un tipo di comunicazione assolutamente franco. E infatti nascono già le questioni: il problema del sito dei pedofili non si porrebbe se non ci fosse di mezzo uno strumento che permette di scavalcare queste cose. La censura interviene molto di più sulla carta stampata, con il problema della selezione, cosa si stampa cosa non si stampa… Però questo produce anche un contraccolpo: ci sarà, paradossalmente, maggiore venerazione verso il libro, perché in teoria dovrebbe dare più garanzie. In realtà si producono anche, ottimamente, libri orrendi e se ne produrranno ancora e sempre. Il povero compagno Mao s’era affaticato a inveire contro il culto del libro…<br />
    Credo che uno dei risvolti utili di Internet sia che può collaborare a diminuire il culto del libro. A renderci coscienti che se il sito o un portale non è la porta del cielo, giusto appunto, non lo è neanche un libro stampato.</p>
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		Di: francesco pecoraro		</title>
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(pecoraro impara ad usare google - &#039;sti pigri vecchiacci...)]]></description>
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<p>(pecoraro impara ad usare google &#8211; &#8216;sti pigri vecchiacci&#8230;)</p>
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		Di: francesco pecoraro		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/#comment-131154</link>

		<dc:creator><![CDATA[francesco pecoraro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 18:51:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[bene. 
e se ci passaste questo link anche a noi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>bene.<br />
e se ci passaste questo link anche a noi?</p>
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