La bacchetta magica


di Luca Ricci

Io per sei giorni su sette inscatolo nella ditta di stoccaggio dove mi hanno assunto, vicino ai Navigli, un posto di merda siamo in tre quando uno si ammala si lavora in due però il numero di inscatolamenti rimane quello. Ma quei sei giorni lì, a inscatolare nella ditta di stoccaggio, non contano nulla, io esisto solo un giorno alla settimana, il settimo, alla domenica che vado allo stadio a tifare per il Milan.
All’inizio scavalcavo, che non è difficilissimo. Tu te ne vai dietro, punti un piede sul basello della remata, ti tiri su, e sei dall’altra parte. Poi corri. I controllori e la sicurezza lo sanno, lo mettono in preventivo che ogni cento duecento paganti c’è il portoghese. Se ne sbattono di rincorrerti. Non ti cagano proprio. Io andavo nella sud e lo stadio mi si apriva di fronte e mi sentivo il re del mondo. In realtà non contavo un cazzo di niente perché me ne stavo per tutta la partita schiacciato nella mia cesta, non mi ritenevo neanche buono a cantare.

A quei tempi il mio coro preferito era: FORTE DESAILLY, FORTE DESAILLY, FORTE DESAILLY. Io zitto, ai margini della curva, fuori dal rebelot. Però inizio a conoscere tutto: facce, atteggiamenti, gruppi. Una volta mentre corro su per le scale, dopo aver scavalcato, mi sento trattenere per la collottola del giubbetto, cazzo è dico, che qui lasciano sempre passare, mi volto c’è uno enorme che controlla i biglietti mi tiene appeso per il giubbetto, allora io gli faccio un nome e lui mi lascia andare. Perché se conosci i nomi giusti entri sempre. E dentro c’era la squadra più forte del mondo mica cazzi, che nel 1993 s’è fatto anche il double scudetto-champions, trovamene un’altra di squadra italiana che c’è riuscita in tempi recenti. Poi alla fine di una partita mi arriva un calcio in culo. Mi giro e impallidisco. Mi dice cazzo fai il mio nome a quelli giù. Io zitto. Lui altro calcio in culo, che ho pensato adesso mi massacra perché capitava spesso che i capi ammazzassero di botte qualcuno, punirne uno per educarne cento dicevano. Mi dice porcozzio, non ti conosco nemmeno. Porcozzio, non t’ho mai visto a una trasferta e a malapena t’ho visto qui. Ho beccato altri calci in culo poi m’hanno detto o prendi la tessera della Fossa o se torni ti ammazziamo di botte. Ho preso la tessera ma ho continuato a saltare le trasferte. Cioè ogni tanto andavo, ma a me mi piaceva soprattutto il Milan a Milano nella Scala del calcio. A me il calcio non mi piace, per me starei girato tutto il tempo dando le spalle alla partita, come fanno loro, i capi curva, ma il problema è che non contavo un cazzo e dovevo guardare la partita e cantare. Adesso, con la tessera, che poi era la tessera del gruppo ultras storico della sud, e c’avevo anche un regolare abbonamento grazie alla tessera ultras, cantavo a squarciagola. Intanto il Milan s’era seduto sugli allori, si guardava allo specchio, un anno non arrivammo neppure in UEFA. Cantavamo: DONNE E MOTORI GLI UNICI VALORI. Marcel Desailly si mise a piangere e Capello, quello che infilò quattro petardi nel culo al Barcellona di Cruijff, se ne andò dalla nostra vita.
Faccio 1800 scatole al giorno circa. Cosa ci sia dentro neanche mi preoccupo di saperlo. Potrebbero essere surgelati, schede integrate per pc, profilattici. La roba ci arriva già inscatolata. Noi dobbiamo mettere la scatola dentro a un’altra scatola. Proprio così, da non crederci che cazzo di lavori esistano. Vabbè c’è anche la parte del raggruppamento, fissaggio e stoccaggio, ma essenzialmente io faccio 1800 scatole al giorno per sei giorni e il settimo vado allo stadio.
Però da quando c’avevo la tessera ultras e l’abbonamento alla sud io anche lì era tutto un obbedire, un servire una causa che non mi apparteneva. E canta, e salta, e segui le trasferte. E i ragazzi di qua e i ragazzi di là, che i calciatori li chiamano ragazzi. Quello non sta bene, quello ancora non rientra dall’infortunio al crociato, quello sta sul cazzo allo spogliatoio, quello ha messo incinta la donna del capitano. Si doveva sapere tutto, tenersi aggiornati. Ma io allo stadio mica ci andavo per quello porcoddio. Io ci andavo per sentirmi libero, per guardare l’erba dall’alto e pisciarci sopra e loro invece volevano comandarmi a bacchetta. Cioè io già ero un operaio, che gli operai esistevano ancora solo che non andavano più di moda, tutti parlavano dei call center o dei giargianesi clandestini che volavano giù dai tetti dei cantieri, e dovevo fare l’operaio anche alla partita?
Non esiste mi sono detto. Allora ho respirato bene e mi son chiesto cosa volessi veramente dalla mia domenica e mi sono fatto due conti in tasca. Mi sono fatto ancora un paio di stagioni in curva perché dovevo mettere da parte i soldi, ma la mia decisione l’avevo già presa. L’abbiamo messo nel culo alla Juventus in coppa campioni, che noi l’Europa ce l’abbiamo nel dna, e poi ancora abbiamo vinto uno scudetto facendo mangiare la polvere a Totti e compagnia. Cantavamo ai romani trucidi: SIETE VOI SIETE VOI LA VERGOGNA DELL’ITALIA SIETE VOI. Dopo, mi sono messo da parte abbastanza soldi, praticamente non avevo più speso niente, andavo avanti ad arance e avevo un paio di pantaloni soltanto. Insomma, io mi sono fatto l’abbonamento nei distinti. Primo anello, poltroncine rosse. Vaffanculo. La prima volta che ci sono entrato, invece di passare dalla sud che mi tornava meglio ho fatto il giro lungo, sono passato dalla nord perché avevo paura qualcuno mi riconoscesse. Avevo tagliato le basette, che io per tutta la curva ero Fulmine per via che una domenica mi ero presentato con la basetta tagliata aggressiva a punta, e poi mi ero comprato dei vestiti nuovi. Roba leggera, lino quelle robe lì. C’avevo riflettuto, mica potevo andare al primo anello rosso vestito come un pezzente. Solo le partite casalinghe, fanculo le trasferte da poveri sfigati a puzzare di treno e a beccarsi le bombe carta negli stadi e le manganellate nelle stazioni. Potevo sentire l’odore del prato appena tagliato tanto ero vicino al campo. Primo anello rosso, settore R, roba da 150 € a partita, 2000 € all’anno. D’inverno mi son preso un paltò di lana blu, da signore, mi son messo una sciarpetta argento al collo e l’ho abbinata a maglioncini, camicettine e pantoloncini tutti di pregio, velluto, cashmere.
Lo stadio è lo specchio delle classi sociali. Ci sono i poveracci stipati nelle curve verde e blu che non vedono un cazzo, c’è la gradinata arancio di fronte che vorrebbe ma non può, per vedere vedono bene, ma gli manca il nostro lusso, la tribuna stampa e autorità. Il tutto diviso su tre anelli, quelli del terzo, non c’è colore che tenga, son tutti degli stronzi minorati mentali. Cazzo ci vai a fare allo stadio per recitare consapevolmente la parte del gregario. Non lo sai, che è proprio grazie a te, anello terzo del cazzo, che la gente come me quando va alla partita si sente bene perché si guarda intorno prima del fischio d’inizio e pensa io sto al primo non al terzo? Quelli del terzo pagano per dare piacere a noi del primo. Pagano per essere inferiori e per farci sentire superiori. Ma alla fine anche i curvaioli, o quelli di gradinata, son tutti lì in questa messinscena del cazzo per noi gente abbiente, di un certo livello.
Allora ho preso una botta, sembravo drogato. Mi son fatto l’orologio d’oro, che quando mancavano pochi minuti dovevo farlo vedere ai miei vicini con cui ogni tanto scambiavo qualche parola scazzato, scazzato perché fa snob. Sono sempre da solo, penseranno che mia moglie la domenica preferisce andare a qualche vernissage, o starsene sul divano con le sue amiche ricche altrettanto troie delle ragazze in curva, ma a cui bisogna dare del lei. Anche mentre le chiavi magari. Non so com’è, non ci sono mai andato forte con la figa. Niente dané niente figa. In curva c’era una, puffetta si chiamava, che la dava a tutti dicevano. Dicevano che se tu le mettevi una mano sul culo durante la partita, alla balaustra della curva, lei ci stava con tutti. Puffava con tutti, dicevano, a presa di culo. Una volta gliel’ho messa anch’io la mano sul culo. Puffetta s’è girata e ha detto oh cazzo fai, vedi di filare. Meno male che doveva puffare con tutti. Ce n’era un’altra che mi piaceva. Si chiamava Sheva perché quando Sheva prima di andarsene al Chelsea venne in curva, riuscì ad abbracciarlo e grazie a quel gesto andò anche sui giornali. Ma non mi ha mai cagato zero. Puntava in alto Sheva. Voleva andare coi capi, non le importava niente delle mezze seghe come me, soldati semplici. Se solo ora potesse vedermi la domenica, ma le nostre zone sono troppo distanti per distinguere le facce. Sheva non può vedere la nuova versione di Fulmine, la gente sogna in piccolo cazzarola, a lei le basta farsela coi vertici della curva di merda, non capisce, forse non sa, che oltre quella curva c’è tutto un mondo di gente superiore. Vaffanculo.
Poi ho voluto esagerare. Mi son detto ma perché accontentarsi del primo anello rosso quando posso andare in tribuna? Un piccolo sforzo economico in più, la cinghia tirata per tutta la settimana e si può fare. E l’ho fatto, una cosetta da più o meno 3500 € a stagione. E poi non basta pagare. Devi conoscere bene, devi aver frequentato bene. Io non conoscevo nessuno e non avevo frequentato nessuno perché tranne che per quelle due ore allo stadio io quella gente lì potevo vederla solo col binocolo, ma ho avuto una botta di culo che quelli vicino a me volevano fare il passaggio allora praticamente io mi sono accodato ho detto sempre con quel fare scazzato che fa snob ma ci pensate voi?, loro hanno detto eh sì ci pensa la Giulia, che la Giulia era la moglie di quello vicino a me. Son riuscito a entrare nelle alte, altissime sfere. Lì in quella tribuna c’ho visto tutti. Il mago Oronzo, Antonella Elia, Diego Abatantuono, Emilio Fede, Valentino Rossi, Teo Teocoli. Ogni volta che vedevo qualcuno d’importante mi veniva da ridere e pensavo alla ditta di stoccaggio. Inscatolami sto cazzo, pensavo tra me e me. E pensavo la stessa cosa quando l’anno scorso quei coglioni della sud stavano al gelo sotto casa di Kakà a urlare: NON SI VENDE KAKA NON SI VENDE KAKA. E lui s’era anche affacciato dalla finestra sventolando una sciarpa rossonera, neppure il Papa avrebbe osato tanto. Ma non lo vedevano quelli della sud che andando oltre l’apparenza di essere tutti milanisti, Kakà era ricco e loro erano poveri? Kakà è un fighetto di buona famiglia avrebbe potuto fare il dentista con lo stesso successo del calciatore, stare lì a San Paolo a fare le pulizie dei denti e a dare a tutti la fattura.
Poi ho raggiunto il top. Quando sei nel giro anche se effettivamente non conosci nessuno, non parli con nessuno e nessuno ti parla, basta vedersi, così, tutte le domeniche. E allora ho fatto richiesta, perché bisogna proprio far richiesta, di passare alla tribuna d’onore rossa con parcheggio interno nel ventre di San Siro. Uno scherzo da 4000 € l’anno. E poi ci voleva la macchina ma per quella ho risolto in maniera brillante. Prendo a nolo mezza giornata una mercedes color canna di fucile, vetri oscurati, tutti i comfort, super accessoriata, non si va oltre i 100 € di solito. Al noleggio c’è un amico di un mio collega che inscatola insieme a me e allora ho strappato un prezzo di favore. Non spiego che ci devo fare con una mercedes la domenica pomeriggio sono cazzi miei, il mio collega e il suo amico pensano che ci vada a caricare le troie, o i trans, o i viados. Che voglia fare il bauscia con le mignotte, che teste di cazzo, che mente limitata hanno. Non la noleggio tutte le domeniche, la maggior parte delle volte vado ancora in tram, vestito bene ma in tram, però è bello arrivare in macchina per le partite di cartello, i postici notturni, con quelli di Sky che hanno una troupe anche nel parcheggio. Oppure una volta che dietro di me c’era Massimo Moratti e io gli ho fatto il gesto dell’ombrello, anche se non penso m’abbia visto.
Così col mio arrivo nella tribuna d’onore rossa sono entrato di diritto nell’orbita della dirigenza. Che quando la dirigenza entra, Braida, Galliani e Berlusconi, senti come una vibrazione di tutti gli altri. Non so che cazzo è, se ammirazione, invidia o altro. So che tutti anche se fanno finta di nulla si girano a guardarli, e sono orgogliosi del fatto che nella vita sono arrivati a tanto così da loro. Il massimo mi è successo qualche settimana fa, nell’intervallo della partita contro la Roma. Stavamo perdendo 2 a 0, una brutta prestazione davvero dei ragazzi, sugli spalti e anche lì da noi erano solo musi lunghi, tirava aria di contestazione. Il più sconvolto di tutti sembrava proprio Galliani. Allora non ci crederete, lo vedo farsi largo tra la gente, stringere la mano a uno, fare un autografo a un altro. Poi ce l’ho praticamente davanti, mi guarda una frazione di secondo, mi stima all’altezza di raccogliere una sua domanda, e io mi dico che dovrò rispondere più scazzato che posso perché fa chic ma intanto penso inscatolatemi tutti questo cazzo, insomma è proprio Galliani in persona, con la cravatta gialla porta fortuna delle grandi occasioni, che mi chiede: Lei ce l’ha la bacchetta magica?

14 COMMENTS

  1. Secondo me manca la parte (almeno un accenno) su come il protagonista passa le domeniche in cui il Milan gioca in trasferta. Oppure d’estate quando il campionato è fermo o quando ci sono le soste per le feste o per la nazionale…
    Per sei giorni inscatola e praticamente “sopravvive”. Il settimo giorno è l’unico in cui finalmente vive perchè può andare allo stadio, ma almeno la metà di quei settimi giorni la sua squadra gioca in trasferta (e lui non va mai in trasferta).
    Per il resto mi è piaciuto molto. Complimenti.

  2. Grazie a tutti (in particolar modo a Krauspenhaar).

    @Fanto: un racconto breve non ambisce mai a includere tutta la realtà (in questo caso la vita del personaggio). E’ piuttosto un taglio del tutto arbitrario che l’autore fa della realtà, ed è per questo che è una finzione. Per il resto può essere divertente chiedersi cosa faccia il personaggio fuori dal testo. Per me: ciondola.

    Infine una menzione speciale a Cristiano Noci che ha rivisto, e in alcuni casi corretto, le parole meneghine.

  3. (l’accoppiata scudetto-champions è del’94.nel ’93 il milan arrivò in finale, ma perse contro l’olympique marseille in cui giocava desailly –
    “un taglio del tutto arbitrario che l’autore fa della realtà”? ;-) )

    bel racconto, grazie.

  4. @ele nuar: in verità trattasi della stagione 1993-1994 (la finale persa perciò risale all’annata 1992-1993). Vostro pedantissimo, L

  5. @luca
    puntigliosamente:
    la doppietta è ac-caduta nell’anno 1994, “nel 1993 (NON) s’è fatto anche il double scudetto-champions”

  6. @ele nuar: in ambito calcistico una stagione cade a cavallo di un biennio.

    Dalla pagina dell’Associazione Calcio Milan su Wikipedia:
    “Il 1993-1994 fu, invece, un’annata memorabile, impreziosita dal double scudetto-Champions League (storico il 4-0 in finale contro il Barcellona) e coronato dalla Supercoppa italiana”.

    D’altro canto è certo che la coppa venne alzata fisicamente dai giocatori nel maggio del 94.

    Ci rifletto ed eventualmente correggo alla prima ristampa, giuro!

  7. sì, ma affrettati;
    ché revisionare carte & almanacchi è un attimo:
    e, con un bel decreto ad hoc, ti ritrovi il dabòl del diablo
    dal 1889 al 2289 e poi, come fai?
    (quasi quasi ti converrebbe…)

    ciao

  8. forti, bravi, grande letteratura, mettetevi in lista per scrivere una bella storia del milan chez mondadori!

  9. Non riesco ad appassionarmi a sti racconti che parlano indirettamente di calcio è uno sprt così.. così.. avvilente..

    .. mio padre continua a dirmi che è perché non sono mai stato allo stadio, sarà; comunque sono stato in un palalido, a vedere una partita di pallacanestro, non saranno mica le dimensioni a fare la differenza, no ?!

  10. Si sente la Milano che fagocita gli individui presti a prestito alla vita che gli concede in cambio solo l’esistenza.

    Si sente anche il vippismo, patologia tipica dei milanesi.
    Per il resto è pieno il web di gente che scrive così.

    C’è così tanta merda nelle vite di tutti noi.
    Ci nutriamo di una sofferenza così sottile tutti, ogni giorni, che siamo sicuramente tutti poeti.

    E quando bussate a casa, portate sempre il vino.

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gianni biondillo
gianni biondillo
GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Nel 2011 il romanzo noir I materiali del killer ha vinto il Premio Scerbanenco. Nel 2018 il romanzo storico Come sugli alberi le foglie ha vinto il Premio Bergamo. Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.