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	Commenti a: Ancora sull&#8217;università, la poesia, il gusto	</title>
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		Di: Made in Caina		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Made in Caina]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Aug 2010 02:32:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[familglie io vi odio !]]></description>
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		Di: Made in Caina		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Made in Caina]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Aug 2010 02:04:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[miserabilia, comincia a con meno parsimonie ad elergiare i trente e lode alla massa, vedrai che...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>miserabilia, comincia a con meno parsimonie ad elergiare i trente e lode alla massa, vedrai che&#8230;</p>
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		Di: carmelo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[carmelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 21:30:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@alfano
ti ringrazio per le risposte che oltre ad essere chiare mi hanno aiutato a riflettere sulle mie stesse domande, le cui argomentazioni non erano del tutto coerenti. Probabilmente son oacnhe andato fuori tema. Il mio voleva essere il lamento triste e quasi disperato di un lettore autodidatta, che osserva la poesia che muore, la letteratura che umiliata dai &quot;prodotti standard&quot;. 
Tu non sei Rimbaud, ma il tuo pensiero e&#039; lucido e profondo e sai ascoltare; hai dimostrato tu stesso che anche un lettore senza titoli e senza sintassi come me puo&#039; imparare. Il mio &quot;fuori dal canone&quot; no nera riferito al tuo lavoro nell&#039;università e con ituoi studenti (che senza volerti adulare, sinceramene invidi). 
Allora io dico di fronte alla cultura che viene osteggiata, umiliata e sbeffeggiata, ma come oggi occorre tanta immaginazione  per invertire questo declino inarrestabile non solo dentro ma fuori dell&#039;università.
Mi permetto di essere completamente d&#039;accordo con te sul web e sui facili entusiasmi declinati in modo superficiale con frasi forti (intelligenza collettiva, relazion iorizzontali etc..) e vorrei qui citare cosa dice Marcello Fois su Nuova Rivista letteraria:
&lt;b&gt;[..] il web sarebbe il veicol oe lo spazio che avrebbe mutato radicalmente le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura &quot;attuale&quot;. Non sempre positivamente, m ipare. Da un lato il wen ha funzionato come straordinaria cassa di risonanza, dall&#039;altro però ha trasmesso l&#039;illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura. Ha reso il lettore, anche quello saltuario o mediocre, o protagonista. Ha fatto protagonista perfino il non lettore, che in un sito di scrittura puo&#039; affermare il suo inalienabile diritto di giudicare quanto non ha mai letto. E&#039; un paradosso che ha evidenziato la necessità assoluta di una critica che non abdichi al suo compito di custodire, interpretare......
....Il confronto diretto è solo apparentemente democratico, non vedo scrittori che discotono di operazion ia cuore aperto in siti di cardiologia, ammesso che non siano medici. .......vorrei più lettori con più argomentazioni, ma vedo solo scrittori che aprlano tra di loro, o non lettori che farneticano&quot;.........&lt;/b&gt;

Infine vorrei che questo blog fosse consapevole che Giancarl Alfano ha creato un metodo per rendere la discussione attorno agli interventi, più proficua, utile e seria.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@alfano<br />
ti ringrazio per le risposte che oltre ad essere chiare mi hanno aiutato a riflettere sulle mie stesse domande, le cui argomentazioni non erano del tutto coerenti. Probabilmente son oacnhe andato fuori tema. Il mio voleva essere il lamento triste e quasi disperato di un lettore autodidatta, che osserva la poesia che muore, la letteratura che umiliata dai &#8220;prodotti standard&#8221;.<br />
Tu non sei Rimbaud, ma il tuo pensiero e&#8217; lucido e profondo e sai ascoltare; hai dimostrato tu stesso che anche un lettore senza titoli e senza sintassi come me puo&#8217; imparare. Il mio &#8220;fuori dal canone&#8221; no nera riferito al tuo lavoro nell&#8217;università e con ituoi studenti (che senza volerti adulare, sinceramene invidi).<br />
Allora io dico di fronte alla cultura che viene osteggiata, umiliata e sbeffeggiata, ma come oggi occorre tanta immaginazione  per invertire questo declino inarrestabile non solo dentro ma fuori dell&#8217;università.<br />
Mi permetto di essere completamente d&#8217;accordo con te sul web e sui facili entusiasmi declinati in modo superficiale con frasi forti (intelligenza collettiva, relazion iorizzontali etc..) e vorrei qui citare cosa dice Marcello Fois su Nuova Rivista letteraria:<br />
<b>[..] il web sarebbe il veicol oe lo spazio che avrebbe mutato radicalmente le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura &#8220;attuale&#8221;. Non sempre positivamente, m ipare. Da un lato il wen ha funzionato come straordinaria cassa di risonanza, dall&#8217;altro però ha trasmesso l&#8217;illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura. Ha reso il lettore, anche quello saltuario o mediocre, o protagonista. Ha fatto protagonista perfino il non lettore, che in un sito di scrittura puo&#8217; affermare il suo inalienabile diritto di giudicare quanto non ha mai letto. E&#8217; un paradosso che ha evidenziato la necessità assoluta di una critica che non abdichi al suo compito di custodire, interpretare&#8230;&#8230;<br />
&#8230;.Il confronto diretto è solo apparentemente democratico, non vedo scrittori che discotono di operazion ia cuore aperto in siti di cardiologia, ammesso che non siano medici. &#8230;&#8230;.vorrei più lettori con più argomentazioni, ma vedo solo scrittori che aprlano tra di loro, o non lettori che farneticano&#8221;&#8230;&#8230;&#8230;</b></p>
<p>Infine vorrei che questo blog fosse consapevole che Giancarl Alfano ha creato un metodo per rendere la discussione attorno agli interventi, più proficua, utile e seria.</p>
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		<title>
		Di: alcor		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/08/04/ancora-sulluniversita-la-poesia-il-gusto/#comment-138226</link>

		<dc:creator><![CDATA[alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 09:12:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Leggo oggi sul sole24ore la recensione di un libro di J.E.Cutting che cercherò di leggere e che nella sua brevità mi conferma un dato empirico, l&#039;apprezzamento delle opere è legato alla loro familiarità. L&#039;università non riusciva neppure ai miei tempi a creare con le opere una familiarità sufficiente se non era sostenuta da una serie di sostegni esterni, curiosità personale, ovviamente, ma frequentazione di quella vasta area di opere e relazioni che provenivano dall&#039;area di quella che Alfano chiama &quot;esplosione&quot;. Tutti quegli studenti che si limitavano a restare all&#039;interno dei confini del sapere trasmesso istituzionalmente non lo rendevano vitale, conoscevano meno. E lo dimostrava - e purtroppo lo dimostra ancora - quel grandissimo numero di laureati in lettere (e parlo di un&#039;università che cominciava appena allora a diventare di massa) che pur essendo in grado di snocciolare date e opere, non erano stati -e non sono - in grado di sviluppare un rapporto vivo e critico con le opere del loro tempo. 
Non so come stiano le cose adesso, mi pare peggio. Non che io non sia d&#039;accordo sulle cose che dice Alfano, ma penso che «l’educazione del gusto» si compia in modo più complesso che nella semplice dialettica istituzionale tra docente e discente. Alla fine di questa breve recensione, il recensore, Casati, scrive che :
«il mondo commercale ha già “scoperto&quot; – forse per prova ed errore - il potere di un ambiente abitato da icone, simboli, figure come i personaggi di Disney, che a modo loro influenzano il giudizio estetico per il semplice fatto di essere lì.»
Benché il discorso si riferisca all&#039;arte figurativa penso che possa facilmente essere trasportato nel campo della letteratura. Nel momento in cui il &quot;commerciale&quot; ha stravinto e non solo ha stravinto nel rapporto diretto tra il lettore e il &quot;prodotto&quot;, ma anche nella diffusione che poi viene amplificata dell&#039;interazione tra lettore e lettore.
L&#039;apertura alla «democrazia» mi lascia assai fredda se la democrazia è poi solo    numero, perché nei numeri vincerà sempre quel che c&#039;è, il commerciale.
Senza un&#039;alleanza tra l&#039;università e quell&#039;area esplosiva, anche se oggi minoritaria, che opera fuori dall&#039;università e che dovrebbe riuscire a mettere in pratica strategie seduttive, mi pare difficile che quel «gusto»  di cui parla Alfano si possa diffondere.
La rete non dovrebbe spaventare, la rete è esattamente quello che c&#039;è fuori, solo che ha trovato voce e mostra quello che prima si poteva elitariamente ignorare. La rete va usata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggo oggi sul sole24ore la recensione di un libro di J.E.Cutting che cercherò di leggere e che nella sua brevità mi conferma un dato empirico, l&#8217;apprezzamento delle opere è legato alla loro familiarità. L&#8217;università non riusciva neppure ai miei tempi a creare con le opere una familiarità sufficiente se non era sostenuta da una serie di sostegni esterni, curiosità personale, ovviamente, ma frequentazione di quella vasta area di opere e relazioni che provenivano dall&#8217;area di quella che Alfano chiama &#8220;esplosione&#8221;. Tutti quegli studenti che si limitavano a restare all&#8217;interno dei confini del sapere trasmesso istituzionalmente non lo rendevano vitale, conoscevano meno. E lo dimostrava &#8211; e purtroppo lo dimostra ancora &#8211; quel grandissimo numero di laureati in lettere (e parlo di un&#8217;università che cominciava appena allora a diventare di massa) che pur essendo in grado di snocciolare date e opere, non erano stati -e non sono &#8211; in grado di sviluppare un rapporto vivo e critico con le opere del loro tempo.<br />
Non so come stiano le cose adesso, mi pare peggio. Non che io non sia d&#8217;accordo sulle cose che dice Alfano, ma penso che «l’educazione del gusto» si compia in modo più complesso che nella semplice dialettica istituzionale tra docente e discente. Alla fine di questa breve recensione, il recensore, Casati, scrive che :<br />
«il mondo commercale ha già “scoperto&#8221; – forse per prova ed errore &#8211; il potere di un ambiente abitato da icone, simboli, figure come i personaggi di Disney, che a modo loro influenzano il giudizio estetico per il semplice fatto di essere lì.»<br />
Benché il discorso si riferisca all&#8217;arte figurativa penso che possa facilmente essere trasportato nel campo della letteratura. Nel momento in cui il &#8220;commerciale&#8221; ha stravinto e non solo ha stravinto nel rapporto diretto tra il lettore e il &#8220;prodotto&#8221;, ma anche nella diffusione che poi viene amplificata dell&#8217;interazione tra lettore e lettore.<br />
L&#8217;apertura alla «democrazia» mi lascia assai fredda se la democrazia è poi solo    numero, perché nei numeri vincerà sempre quel che c&#8217;è, il commerciale.<br />
Senza un&#8217;alleanza tra l&#8217;università e quell&#8217;area esplosiva, anche se oggi minoritaria, che opera fuori dall&#8217;università e che dovrebbe riuscire a mettere in pratica strategie seduttive, mi pare difficile che quel «gusto»  di cui parla Alfano si possa diffondere.<br />
La rete non dovrebbe spaventare, la rete è esattamente quello che c&#8217;è fuori, solo che ha trovato voce e mostra quello che prima si poteva elitariamente ignorare. La rete va usata.</p>
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		<title>
		Di: Giancarlo Alfano		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/08/04/ancora-sulluniversita-la-poesia-il-gusto/#comment-138212</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giancarlo Alfano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Aug 2010 13:48:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cari co-commentanti,
oggi è stato pubblicato un articolo sul “manifesto” che mi ha dato da pensare. Vi si dice che in Itlaia non occorrono gli intellettuali, peraltro già morenti o già morti, ma un pensiero. Nel corso dell’argomentazione di questo articolo si capiscono due cose: 1) che il “pensiero” sigifica “dei contenuti”; 2) che bisogna elaborare questi contenuti soprattutto attraverso il canale del web.
Mi rifaccio a questo articolo (firmato da Giorgio Fontana), perché è un po’ quel che ci si auspica in generale, e che soprattutto sperano coloro che praticano la rete. Della quale, io resto però un osservatore piuttosto critico e diffidente. Il pensiero deve essere collettivo, per forza. Ma il problema è che un pensiero collettivo, cioè intendo elaborato collettivamente, deve possedere un vocaboloario grosso modo comune e dei procedimenti di individuazione delle priorità logiche (una sintassi) che siano ampiamente condivisi. Altrimenti non si elabora, ma ognuno dice la sua, in maniera più o meno bella, ma comunque senza alcuna efficacia.
È con questo spirito che adesso mi proverò a riprendere in poche battute le osservazioni che molti di noi in questi giorni si sono spinti a “isscrivere” in questo blog.
@carmelo, tu osservi (se ho ben capito) che i “docenti critici poeti” parlano e scrivono solo tra di loro, cioè formuli l’accusa di autoreferenzialità. Gli intellettuali sono autoreferenziali: è la tipica accusa al mondo degli intellettuali. Parliamone: io non credo che sia sempre così. Occorre secondo me pensare che ci sono funzioni diverse del discorso, legate a spazi e contesti differenti. Io ho provato a illustrare un certo modo di funzionamento del discorso universitario. Ho anche detto che poi tanti di noi vivono anche fuori dell’università, dove fanno altro, cercando di farlo con efficacia. Invito però a diffidare dalle accuse di autoreferenzialità, perché ci si riferisce solo a se stessi quando si costituisce un gruppo di riferimento preciso, il che, mi pare, non è così. Anzi, se stiamo parlando è proprio perché così non è. e questo è un problema.
In un secondo commento, hai aggiunto che “l’insegnamento è innanzitutto un’arte e necessita di passione”: sono perfettamente d’accordo, mentre non ti capisco quando aggiungi che occorre “l’immaginazione, rompere gli indugi, sporcarsi le mani, sperimentare fuori da ogni canone”: io mi chiamo Giancarlo Alfano, non Arthur Rimbaud. Dopo di che, oltre l’orario di lezione, faccio anche dei seminari coi miei studenti, nei quali provo a renderli più direttamente protagonisti, chiedendo loro interventi e relazioni: ma non mi sembra di essere andato al di là “di ogni canone”.
@viola, tu dici che oggi gli studenti “percepiscono l’albero ma il bosco gli è ignoto e, suppongo, non per colpa loro. “. L’Università italiana è infatti peggiorata, per ragioni strutturali che sono esterne, nel complesso, all’Università stessa. è vero che c’è un problema didattico specifico; a me non sembra però che il problema sia l’eccessivo specialismo. Anzi, paradossalmente, i vecchi corsi monografici che potevano trattare anche argomenti piuttosto settoriali (che so, la trattatistica del comportamento nel s. XVI anziché il Furioso o la Liberata), offrivano proprio quel passaggio dal’albero al bosco che tu auspichi. Era, ed è ancora oggi, un problema di metodo, cioè di trasferimento agli studenti di un modo per organizzare il sapere, affrontarlo e trovarvi una propria posizione. Perché questo è il vero problema: trovare un posto nel sapere. Ma su questo torno tra poco. Non prima di aver sottolineato la delicatezza del lavoro in Università oggi, in un paese, l’Italia, dove, secondo una ricerca canadese che è stata molto citata due estati fa ma che adesso nessuno più ricorda, due terzi della popolazione non sono capaci di intedendere un periodo di una certa linghezza (quello che ho appena scritto), e non sanno fare un’operazione aritmetica di base (del tipo 12 x 4). Quando parlo del fatto che l’Università collabora alla cultura e non alla esplosione, è perché io spero che il sistema scolastico italiano sia interessato in pieno da questo problema, e non invece esautorato. Spero di essere chiaro.
@ alessandro assiri, tu spingi a “un’educazione all’ascolto” con la quale sono completamente d’accordo, e che credo sia appunto il compito principale di chi elabora il sapere, a qualunque livello lo faccia. Quel che io chiamo, nel campo dell’insegnamento delle arti, educazione del gusto.
@fabio masetti, tu osservi (sempre se ho capito bene) che il mio discorso è nella sostanza truffaldino, se non ipocrita, perché propongo un atteggiamento didattico e di pensiero che all’Università si può ottenre soltanto “aprendo alla democrazia”, cosa che invece gli universitari si guardano bene dal fare. Anche io, dunque, avrei, secondo le tue parole, “filosofeggiato” piuttosto che operato praticamente. Devo dire che fare le cose significa pensarci. Un corretto pensiero aiuta a orientarsi nel momento in cui bisogna agire, o addirittura spinge ad agire. Non capisco perché usi il dispregiativo (verbo in –eggiare): non faccio filosofia (come diciamo a Napoli per dire che non si fa niente di concreto); avanzo una serie di considerazioni per aiutare a capire un mondo e una funzione. Aggiungo un fatto pratico: chi vuole vada a scaricarsi il file pdf del testo del DDL cosiddetto Gelmini e faccia, con la funzione “trova”, una semplice ricerca vedendo, in quel testo, chi è il soggetto del verbo “deliberare”, cioè chi sarà a decidere nell’Università che si sta preparando in queste settimane. Si fanno solo parole quando poi non si sta attenti ai processi concreti che attraversano il nostro mondo.
@stefano jossa dici che c’è “bisogno di instabilità anziché stabilità”. E io, figurati se non sono d’accordo, ma l’instabilità si crea, come dici anche tu coi “riferimenti” e gli “strumenti”. Da qui la condizione paradossale di chi lavora all’Unversità: dà qualcosa di cui propone lo smontaggio. Per farlo adeguatamente, occorre che si muova nell’ottica del “dare spazio”, cioè fare che gli studenti trovino, col tempo, il proprio spazio dentro il sapere, imparino a trovare una posizione che gli permetta sia di portare novità sia, più umilmente, di non restare schiacciato dal passato. Ogni aula scolastica è per questo un mondo utopistico. Però, qui devo ribadire quel che sto provando ad argomentare, non possiamo credere che l’Università sia un luogo di cambiamenti sociali. L’Università, per me, deve riuscire a operare sui singoli, contribuendo a renderli più liberi. Al tempo stesso, occorre essere consapevoli che la società vuole persone sempre più adeguate. Ciò, come ben sai, accade anche in UK, da cui peraltro stiamo tendenzialmente importando le novità universitarie. Salvo quelle che riguardano il numero degli studenti in aula: da me sempre tra i 100 e i pù di 200.
Grazie
Giancarlo Alfano]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari co-commentanti,<br />
oggi è stato pubblicato un articolo sul “manifesto” che mi ha dato da pensare. Vi si dice che in Itlaia non occorrono gli intellettuali, peraltro già morenti o già morti, ma un pensiero. Nel corso dell’argomentazione di questo articolo si capiscono due cose: 1) che il “pensiero” sigifica “dei contenuti”; 2) che bisogna elaborare questi contenuti soprattutto attraverso il canale del web.<br />
Mi rifaccio a questo articolo (firmato da Giorgio Fontana), perché è un po’ quel che ci si auspica in generale, e che soprattutto sperano coloro che praticano la rete. Della quale, io resto però un osservatore piuttosto critico e diffidente. Il pensiero deve essere collettivo, per forza. Ma il problema è che un pensiero collettivo, cioè intendo elaborato collettivamente, deve possedere un vocaboloario grosso modo comune e dei procedimenti di individuazione delle priorità logiche (una sintassi) che siano ampiamente condivisi. Altrimenti non si elabora, ma ognuno dice la sua, in maniera più o meno bella, ma comunque senza alcuna efficacia.<br />
È con questo spirito che adesso mi proverò a riprendere in poche battute le osservazioni che molti di noi in questi giorni si sono spinti a “isscrivere” in questo blog.<br />
@carmelo, tu osservi (se ho ben capito) che i “docenti critici poeti” parlano e scrivono solo tra di loro, cioè formuli l’accusa di autoreferenzialità. Gli intellettuali sono autoreferenziali: è la tipica accusa al mondo degli intellettuali. Parliamone: io non credo che sia sempre così. Occorre secondo me pensare che ci sono funzioni diverse del discorso, legate a spazi e contesti differenti. Io ho provato a illustrare un certo modo di funzionamento del discorso universitario. Ho anche detto che poi tanti di noi vivono anche fuori dell’università, dove fanno altro, cercando di farlo con efficacia. Invito però a diffidare dalle accuse di autoreferenzialità, perché ci si riferisce solo a se stessi quando si costituisce un gruppo di riferimento preciso, il che, mi pare, non è così. Anzi, se stiamo parlando è proprio perché così non è. e questo è un problema.<br />
In un secondo commento, hai aggiunto che “l’insegnamento è innanzitutto un’arte e necessita di passione”: sono perfettamente d’accordo, mentre non ti capisco quando aggiungi che occorre “l’immaginazione, rompere gli indugi, sporcarsi le mani, sperimentare fuori da ogni canone”: io mi chiamo Giancarlo Alfano, non Arthur Rimbaud. Dopo di che, oltre l’orario di lezione, faccio anche dei seminari coi miei studenti, nei quali provo a renderli più direttamente protagonisti, chiedendo loro interventi e relazioni: ma non mi sembra di essere andato al di là “di ogni canone”.<br />
@viola, tu dici che oggi gli studenti “percepiscono l’albero ma il bosco gli è ignoto e, suppongo, non per colpa loro. “. L’Università italiana è infatti peggiorata, per ragioni strutturali che sono esterne, nel complesso, all’Università stessa. è vero che c’è un problema didattico specifico; a me non sembra però che il problema sia l’eccessivo specialismo. Anzi, paradossalmente, i vecchi corsi monografici che potevano trattare anche argomenti piuttosto settoriali (che so, la trattatistica del comportamento nel s. XVI anziché il Furioso o la Liberata), offrivano proprio quel passaggio dal’albero al bosco che tu auspichi. Era, ed è ancora oggi, un problema di metodo, cioè di trasferimento agli studenti di un modo per organizzare il sapere, affrontarlo e trovarvi una propria posizione. Perché questo è il vero problema: trovare un posto nel sapere. Ma su questo torno tra poco. Non prima di aver sottolineato la delicatezza del lavoro in Università oggi, in un paese, l’Italia, dove, secondo una ricerca canadese che è stata molto citata due estati fa ma che adesso nessuno più ricorda, due terzi della popolazione non sono capaci di intedendere un periodo di una certa linghezza (quello che ho appena scritto), e non sanno fare un’operazione aritmetica di base (del tipo 12 x 4). Quando parlo del fatto che l’Università collabora alla cultura e non alla esplosione, è perché io spero che il sistema scolastico italiano sia interessato in pieno da questo problema, e non invece esautorato. Spero di essere chiaro.<br />
@ alessandro assiri, tu spingi a “un’educazione all’ascolto” con la quale sono completamente d’accordo, e che credo sia appunto il compito principale di chi elabora il sapere, a qualunque livello lo faccia. Quel che io chiamo, nel campo dell’insegnamento delle arti, educazione del gusto.<br />
@fabio masetti, tu osservi (sempre se ho capito bene) che il mio discorso è nella sostanza truffaldino, se non ipocrita, perché propongo un atteggiamento didattico e di pensiero che all’Università si può ottenre soltanto “aprendo alla democrazia”, cosa che invece gli universitari si guardano bene dal fare. Anche io, dunque, avrei, secondo le tue parole, “filosofeggiato” piuttosto che operato praticamente. Devo dire che fare le cose significa pensarci. Un corretto pensiero aiuta a orientarsi nel momento in cui bisogna agire, o addirittura spinge ad agire. Non capisco perché usi il dispregiativo (verbo in –eggiare): non faccio filosofia (come diciamo a Napoli per dire che non si fa niente di concreto); avanzo una serie di considerazioni per aiutare a capire un mondo e una funzione. Aggiungo un fatto pratico: chi vuole vada a scaricarsi il file pdf del testo del DDL cosiddetto Gelmini e faccia, con la funzione “trova”, una semplice ricerca vedendo, in quel testo, chi è il soggetto del verbo “deliberare”, cioè chi sarà a decidere nell’Università che si sta preparando in queste settimane. Si fanno solo parole quando poi non si sta attenti ai processi concreti che attraversano il nostro mondo.<br />
@stefano jossa dici che c’è “bisogno di instabilità anziché stabilità”. E io, figurati se non sono d’accordo, ma l’instabilità si crea, come dici anche tu coi “riferimenti” e gli “strumenti”. Da qui la condizione paradossale di chi lavora all’Unversità: dà qualcosa di cui propone lo smontaggio. Per farlo adeguatamente, occorre che si muova nell’ottica del “dare spazio”, cioè fare che gli studenti trovino, col tempo, il proprio spazio dentro il sapere, imparino a trovare una posizione che gli permetta sia di portare novità sia, più umilmente, di non restare schiacciato dal passato. Ogni aula scolastica è per questo un mondo utopistico. Però, qui devo ribadire quel che sto provando ad argomentare, non possiamo credere che l’Università sia un luogo di cambiamenti sociali. L’Università, per me, deve riuscire a operare sui singoli, contribuendo a renderli più liberi. Al tempo stesso, occorre essere consapevoli che la società vuole persone sempre più adeguate. Ciò, come ben sai, accade anche in UK, da cui peraltro stiamo tendenzialmente importando le novità universitarie. Salvo quelle che riguardano il numero degli studenti in aula: da me sempre tra i 100 e i pù di 200.<br />
Grazie<br />
Giancarlo Alfano</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: carmelo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/08/04/ancora-sulluniversita-la-poesia-il-gusto/#comment-138204</link>

		<dc:creator><![CDATA[carmelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Aug 2010 10:51:50 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36347#comment-138204</guid>

					<description><![CDATA[&lt;i&gt;costruire un senso critico che .....possa contibuire a un &lt;b&gt;educazione all’ascolto&lt;/b&gt;.&lt;/i&gt;
E&#039; da qui che bisogna partire perchè viviamo un tempo che ci ha privato dei sensi; non sappiamo più vedere nè ascoltare schiacciati come siamo sulla superficie piatta ed effimera del presente e dalla compulsione a consumare in fretta, un panino, una canzone, una...poesia. 

Al di la di ogni posizione teorica, comunque, mi stupisce che nessuno abbia sottolineato che l&#039;insegnamento è innanzitutto un&#039;arte e necessita di passione.  Quanta passione è rimasta nelle università morenti, escludendo i baroni, i docenti mediocri che stanno li per affiliazione parentale clienterale o per semplice servilismo intellettuale?
Poi serve l&#039;immaginazione, rompere gli indugi, sporcarsi le mani, sperimentare fuori da ogni canone. 
Per esempio questo blog potrebbe essere un mezzo per educare alla lettura e all&#039;ascolto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><i>costruire un senso critico che &#8230;..possa contibuire a un <b>educazione all’ascolto</b>.</i><br />
E&#8217; da qui che bisogna partire perchè viviamo un tempo che ci ha privato dei sensi; non sappiamo più vedere nè ascoltare schiacciati come siamo sulla superficie piatta ed effimera del presente e dalla compulsione a consumare in fretta, un panino, una canzone, una&#8230;poesia. </p>
<p>Al di la di ogni posizione teorica, comunque, mi stupisce che nessuno abbia sottolineato che l&#8217;insegnamento è innanzitutto un&#8217;arte e necessita di passione.  Quanta passione è rimasta nelle università morenti, escludendo i baroni, i docenti mediocri che stanno li per affiliazione parentale clienterale o per semplice servilismo intellettuale?<br />
Poi serve l&#8217;immaginazione, rompere gli indugi, sporcarsi le mani, sperimentare fuori da ogni canone.<br />
Per esempio questo blog potrebbe essere un mezzo per educare alla lettura e all&#8217;ascolto.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Stefano Jossa		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/08/04/ancora-sulluniversita-la-poesia-il-gusto/#comment-138187</link>

		<dc:creator><![CDATA[Stefano Jossa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 22:35:27 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36347#comment-138187</guid>

					<description><![CDATA[@GC: grazie ma non sono d&#039;accordo. Io continuo a credere che ci sia bisogno di instabilità anziché stabilità. Naturalmente senza degenerare in violenza. Però dare riferimenti e strumenti per romperli, i riferimenti.

@Viola: molto in sintesi, non lavorando nell&#039;Università italiana, cosa succeda lì non posso dirlo io. Nell&#039;Università inglese, dove io lavoro, si prova a presentare il quadro, entrare nei dettagli e ricomporre il tutto. Meglio se fatto con gli - e da gli - studenti: prassi anziché discorsi su &quot;cosa si deve fare&quot;. Prima fare, poi interrogarsi sulle ragioni. Senza rinunciare al ruolo di guida che il docente responsabilmente deve assumere, ma anche senza fare di questo ruolo una barriera perché gli studenti stiano lontano, ammirati e a bocca aperta, come li vuole un amico-collega con cui parlo spesso a Roma. 

@Carmelo: PARLARE LEGGERE E SCRIVERE VOI MEDESIMI: esatto! D&#039;accordissimo. Comincio subito.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@GC: grazie ma non sono d&#8217;accordo. Io continuo a credere che ci sia bisogno di instabilità anziché stabilità. Naturalmente senza degenerare in violenza. Però dare riferimenti e strumenti per romperli, i riferimenti.</p>
<p>@Viola: molto in sintesi, non lavorando nell&#8217;Università italiana, cosa succeda lì non posso dirlo io. Nell&#8217;Università inglese, dove io lavoro, si prova a presentare il quadro, entrare nei dettagli e ricomporre il tutto. Meglio se fatto con gli &#8211; e da gli &#8211; studenti: prassi anziché discorsi su &#8220;cosa si deve fare&#8221;. Prima fare, poi interrogarsi sulle ragioni. Senza rinunciare al ruolo di guida che il docente responsabilmente deve assumere, ma anche senza fare di questo ruolo una barriera perché gli studenti stiano lontano, ammirati e a bocca aperta, come li vuole un amico-collega con cui parlo spesso a Roma. </p>
<p>@Carmelo: PARLARE LEGGERE E SCRIVERE VOI MEDESIMI: esatto! D&#8217;accordissimo. Comincio subito.</p>
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		<title>
		Di: Fabio Masetti		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/08/04/ancora-sulluniversita-la-poesia-il-gusto/#comment-138167</link>

		<dc:creator><![CDATA[Fabio Masetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 11:15:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36347#comment-138167</guid>

					<description><![CDATA[all&#039;università ci lavoro, non come docente e ci ho vissuto come studente. 

E&#039; vero, cito,  &quot;L’Università,  “produce” discorsi interni al sistema di potere nel quale essa esiste. &quot;, ricito

&quot;Le nuove pratiche, critiche, didattiche, di ricerca, vanno cercate in un continuo confronto con la società, sapendo però che nella società esiste una forte tendenza, ripetiamolo ancora una volta, alla conservazione, cioè alla cultura, alla stabilità.&quot;

è auspicabile ma come?

modificando i rapporti di potere dentro le università. e chi può farlo? solo i docenti. come aprendo alla democrazia: 1 testa un voto nell&#039;elezione degli organi di governo delle università. E&#039; quasi banale. 
Domanda. Perchè si preferisce sempre teorizzare, analizzare, riflettere e filofeggiare piùttosto che pragmaticamente chiedere quello che dovrebbe essere naturale e scontato in una democrazia?. La rappresentanza?

il discorso nasce da  qui. 

http://scriptavolant.net/?s=universit%C3%A0

dal post dell&#039;11 novebre 1 testa 1 voto alla lettera aperta postata propio oggi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>all&#8217;università ci lavoro, non come docente e ci ho vissuto come studente. </p>
<p>E&#8217; vero, cito,  &#8220;L’Università,  “produce” discorsi interni al sistema di potere nel quale essa esiste. &#8220;, ricito</p>
<p>&#8220;Le nuove pratiche, critiche, didattiche, di ricerca, vanno cercate in un continuo confronto con la società, sapendo però che nella società esiste una forte tendenza, ripetiamolo ancora una volta, alla conservazione, cioè alla cultura, alla stabilità.&#8221;</p>
<p>è auspicabile ma come?</p>
<p>modificando i rapporti di potere dentro le università. e chi può farlo? solo i docenti. come aprendo alla democrazia: 1 testa un voto nell&#8217;elezione degli organi di governo delle università. E&#8217; quasi banale.<br />
Domanda. Perchè si preferisce sempre teorizzare, analizzare, riflettere e filofeggiare piùttosto che pragmaticamente chiedere quello che dovrebbe essere naturale e scontato in una democrazia?. La rappresentanza?</p>
<p>il discorso nasce da  qui. </p>
<p><a href="http://scriptavolant.net/?s=universit%C3%A0" rel="nofollow ugc">http://scriptavolant.net/?s=universit%C3%A0</a></p>
<p>dal post dell&#8217;11 novebre 1 testa 1 voto alla lettera aperta postata propio oggi.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Stolas		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/08/04/ancora-sulluniversita-la-poesia-il-gusto/#comment-138146</link>

		<dc:creator><![CDATA[Stolas]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 13:37:16 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36347#comment-138146</guid>

					<description><![CDATA[L&#039;Università dovrebbe almeno servire a sviluppare la capacità di critica. Invece la classe intellettuale è totalmente succube dell&#039;ideologia mondialista!
Secondo me siamo fritti...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Università dovrebbe almeno servire a sviluppare la capacità di critica. Invece la classe intellettuale è totalmente succube dell&#8217;ideologia mondialista!<br />
Secondo me siamo fritti&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: alessandro assiri		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/08/04/ancora-sulluniversita-la-poesia-il-gusto/#comment-138131</link>

		<dc:creator><![CDATA[alessandro assiri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 06:20:12 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36347#comment-138131</guid>

					<description><![CDATA[Esiste  un forte scarto tra la trasmissibilità e la valorizzazione della cosa da trasmettere che si riflette come problematica forte in chiunque oggi pretenda di occuparsi di culture, a partire da università latitanti e a chiudere con operatori culturali improvvisati.
Chi si interroga sul senso di un&#039;educazione poetica sa perfettamente che poesia altro non è che uno dei modi  e degli aspetti della conoscenza. Credo che la necessità oggi sia cercare di costruire un senso critico che non giunga forzatamente a una negazione, ma possa contibuire a un educazione all&#039;ascolto.
un caro saluto
alessandro assiri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Esiste  un forte scarto tra la trasmissibilità e la valorizzazione della cosa da trasmettere che si riflette come problematica forte in chiunque oggi pretenda di occuparsi di culture, a partire da università latitanti e a chiudere con operatori culturali improvvisati.<br />
Chi si interroga sul senso di un&#8217;educazione poetica sa perfettamente che poesia altro non è che uno dei modi  e degli aspetti della conoscenza. Credo che la necessità oggi sia cercare di costruire un senso critico che non giunga forzatamente a una negazione, ma possa contibuire a un educazione all&#8217;ascolto.<br />
un caro saluto<br />
alessandro assiri</p>
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