Previous article
Next article

Foreign Parts e Hell Roaring Creek: due film americani

di Rinaldo Censi

Locarno

Verena Paravel cercava di girare un piccolo film percorrendo la metropolitana di New York. Raggiunge un quartiere che la maggior parte della gente le sconsiglia di frequentare, Willets Point. Potrebbe anche rimetterci la pelle. Decide di affrontare il rischio. Di certo ha la pelle dura. Qualche minaccia l’ha anche subita. Eppure, è proprio lì che ha girato il suo bel film (lo diciamo agli amanti degli steccati di “genere”: anche un documentario è un film), insieme a JP Sniadecki, a Willets Point, che a prima vista potrebbe essere scambiato per Puerto Rico, o un sobborgo del Messico. Foreign Parts è il titolo del film, e concorre per il premio Cineasti del Presente. Potrebbe essere Puerto Rico, o un  sobborgo di un film di Ozu. Per buona parte del film la macchina da presa ruota ad altezza d’uomo, con piglio volutamente grezzo, pronto a captare qualunque evento che lì si svolga: non facciamo altro che vedere strade infangate, pozzanghere (Willets Point può diventare una specie di acquitrino), lamiere, minuscoli bar, pezzi di ricambio per automobili. All’inizio l’inquadratura sembra soffocare gli spazi, togliendogli aria. Il cielo – lo vedremo più avanti – spesso è grigio. Willets Point è un microcosmo. Così il film, costruito in una sorta di ascesa: prima una strada malridotta di periferia e infine la vista dell’intero block, dall’alto, nell’azzurro del cielo, mentre una bandiera americana taglia in due l’inquadratura
Willets Point è il centro di un piccolo commercio di pezzi di ricambio d’automobili. Vi è lecito immaginare che le automobili lì smontate, pezzo per pezzo, possano avere una provenienza ambigua. Questo piccolo centro ha un nome: Junkyard. E’ il cimitero delle auto. La metafora è permessa: è il luogo dove giungono a vivere i relitti, pezzi di esistenza umana. Verena Paravel e JP Sniadecki hanno vissuto con loro per lungo tempo, registrando 120 ore di materiale, tra lamiere, carburatori, specchietti retrovisori, pneumatici, qualunque pezzo di ricambio di cui un’automobilista necessita. Hanno vissuto e incrociato le storie di chi a Willets Point ci vive, ci lavora, ci bivacca dentro un’automobile. L’inverno è gelido, la neve copre ogni cosa. D’estate il caldo è soffocante. Sul fondo, il rumore di aerei in decollo (Willets Point è nel Queens, non distante dall’aeroporto JFK); il ritmo sensuale della musica sudamericana cozza contro il metallo, i trapani utilizzati per svitare staccare pezzi di automobili. Come vivere in un “Junkyard”? La tensione è palpabile, eppure, bisogna dirlo, c’è una strana sensualità nei gesti di queste figure umane: c’è un tossico che fa soldi con le corse in automobili, e poi Julia, una senzatetto che chiede qualche dollaro flettendo le gambe in una strana danza. Nel 2008, il sindaco di New York ha deciso di “rivalutare” la zona, investendo molto denaro in appartamenti, uffici e mall. Tutti quanti dovranno dunque sloggiare. Un comitato è nato per difendere i diritti degli abitanti. Il futuro è incerto. Anche se un vecchio signore, che lì ci è nato, giura battaglia. E mostra una via dove ancora oggi alcune rondini vengono a nidificare, prima di allontanarsi con un passo arcuato alla John Wayne. Chissà se i due filmmaker ci manderanno altre missive da questo luogo dimenticato, in via di cancellazione.

Hell Roaring Creek è il film presentato fuori concorso da Lucien Castaing-Taylor. Venti minuti straordinari captati nel Montana. Da alcuni anni Castaing-Taylor lavora ad un progetto cinematografico incentrato sulla dimensione “pastorale americana”. Questo suo Hell Roaring Creek fa parte del materiale che non è entrato nel montaggio finale del suo Sweetgrass (2009). Il film, nella sua durata, è infatti così compiuto che mal si collocava all’interno del progetto precedente. Tre inquadrature frontali, aurorali: la macchina da presa posta in mezzo a un torrente. Buio. Giusto una striscia lattiginosa, una striatura di cielo sulla parte alta dell’inquadratura che permette di riconoscere il nero degli abeti, degli alberi che fanno da sfondo, mentre l’acqua del torrente scorre al centro di questa specie di costruzione prospettica.

Alexander Cozens indicava come creare paesaggi a partire da macchie. Qui il paesaggio si fa più concreto man mano che le masse cromatiche si modulano, variando colore (il bianco del cielo, il nero della flora, il grigio metallico e poi uno strano rosa sull’acqua). E’ la luce che modula l’inquadratura. Così, dopo qualche minuto, notiamo una specie di movimento sul fondo e latrati di cani. Ciò che segue è una parata di pecore che, anticipate da cani pastore, oltrepassano il torrente. Saranno migliaia. E in questo flusso c’è il tempo di staccare su altre due inquadrature, sempre sull’asse (una più ravvicinata, l’altra a mostrare un maggiore spicchio di cielo). La luce in movimento. E i due flussi che si incrociano: quello dell’acqua che scorre e quello degli animali che guadano il torrente. In fondo, basta poco per fare cinema.
Lucien Castaing-Taylor ha mostrato i suoi lavori al British Museum, allo Smithsonian Institution, alla Marian Goodman Gallery. Il MoMa di New York ha acquisito i suoi lavori nelle loro collezioni. Una cosa impensabile qui in Italia. Facciamocene una ragione.
E mentre il rumore assordante dell’acqua riempie le nostre orecchie insieme ai belati delle pecore, ci viene in mente che quel flusso inesorabile, quel movimento in pura perdita dell’acqua che scorre, è anche il movimento di scorrimento della pellicola. Come se la striscia del torrente non fosse altro che la veduta esplosa del film, della pellicola che scorre nel proiettore. Nulla di più cinematico, dunque.
Sì, a volte il rumore dell’acqua può creare strane vertigini.

Due film da Locarno: testo pubblicato in due parti da Il manifesto,  l’11 e il 12 agosto.

5 COMMENTS

  1. [ grazie ]
     

     

    In breve: noi proiettiamo il tempo nello spazio, esprimiamo la durata in estensione, e la successione prende per noi la forma di una linea continua, di una catena, le cui parti si toccano senza compenetrarsi.

    H. Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza

    ,\\’

  2. Bellissimi entrambi!

    Preferisco comunque gli specchi d’acqua chiusi: bagni, piscine,
    laghi circondati da montagne che nascondono l’alba finché tutto non è finito.

    grazie…

  3. Alcibiade, anche tu a Locarno dunque
    ci sono film italiani degli anni ’10 ambientati sul lago, mélo incandescenti (Dalì – scusa l’accento errato – li chiamava film “isterici”… tipo Malombra, Rapsodia Satanica, Il Fuoco)… ma se devo essere sincero, c’è un film che ti consiglio: se ami i laghi devi vedere 13 Lakes di James Benning.

    grazie a te

Comments are closed.

articoli correlati

domenico pinto
domenico pintohttps://www.nazioneindiana.com/
Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.