piccole patrie, distretti economici

da Nord Operaio : lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità

[Da parecchie settimane, è scoppiato in provincia di Brescia il caso della scuola di Adro, il nuovo complesso scolastico della cittadina franciacortina tappezzato di simboli della Lega Nord come fosse la scuola di un regime totalitario. Il sindaco, Oscar Lancini, ha difeso e sta difendendo questa operazione continuando a richiamarsi al concetto di identità territoriale, espressa anche dal massiccio consenso popolare della Lega alle ultime elezioni amministrative.

Per spiegare il successo della Lega, d’altra parte, si ricorre spesso a concetti come identità, comunità, radicamento e così via. Tutti strumenti ideologici che appaiono adeguati eppure insufficienti. Sarebbe interessante cercare di capire di quale realtà effettiva sono espressione e, al tempo stesso, strumento questi concetti.

Nord Operaio : lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità è un libro edito nel 2008 da Manifestolibri e raccoglie i materiali di una giornata di discussione tenuta a Brescia in quello stesso anno e promossa da Associazione per il rinnovamento della sinistra e Centro riforma dello stato. Tra i vari interventi trovo quello di Matteo Gaddi, da cui ho selezionato i passaggi che riporto in questo post – estremamente utili, mi sembra, per capire di che cosa si parla, in effetti, quando si parla di identità, comunità, radicamento e “piccole patrie” in casi come questi.

Ringrazio per la disponibilità Manifestolibri e ringrazio anche Matteo Gaddi, che purtroppo non sono riuscito a contattare e che, magari, qualche lettore di NI può avvertire.]

Da tempo la Lombardia, come evidenziano molti indicatori economici, “segna il passo”. Ce lo indicano i dati relativi alla riduzione della spesa per investimenti delle industrie lombarde, la diminuzione del valore aggiunto prodotto nei settori a tecnologia medio alta, il basso numero di brevetti a confronto con le regioni europee più sviluppate ecc.

In questo quadro di declino economico si colloca l’attuale tendenza del capitalismo alla mercificazione del territorio lombardo: si tratta di una vera e propria messa a valore del territorio e delle sue risorse. Per questo accolgo volentieri l’invito di Vittorio Rieser di concentrare la mia comunicazione su quelle che stiamo indagando come le trasformazioni del capitalismo di territorio, che hanno ovviamente ricadute e conseguenze immediate sulla composizione della forza lavoro, sulla sua distribuzione territoriale, sul tessuto sociale, sulle forme di organizzazione e di rappresentanza del mondo del lavoro e della società.

Nel fare questo, cercherò di utilizzare alcune di chiavi di lettura.

La prima: si tratta di indagare e verificare come si è riorganizzata la produzione economica capitalistica in Italia, in particolare nel centro-nord, attraverso la struttura dei cosiddetti distretti territoriali produttivi, in alcuni casi esplicitamente teorizzati; cito, ad esempio, il libro di Beccattini sui distretti produttivi e il Capitalismo molecolare di Bonomi.

In particolare nel testo di Bonomi viene presentata una ipotesi, e una proposta, sul capitalismo di territorio secondo la quale il territorio stesso viene riarticolato e riorganizzato in piattaforme produttive.

Per limitarci alle regioni del Centro Nord sono almeno sette (su dodici complessive) le piattaforme produttive individuate da Bonomi che si sono strutturate nei territori e che da questi pretendono investimenti, servizi e infrastrutture per poter competere:

  • l’asse Torino-Ivrea (meccanica ed elettronica);
  • il Piemonte del lavoro autonomo e della logistica da Cuneo ad Alessandria, con il porto di Genova come porta territoriale; in quest’area si collocano le multinazionali tascabili e il distretto agroalimentare;
  • la città infinita della pedemontana lombarda (da Varese a Brescia) dove operano transnazionali, medie imprese globalizzate e un pulviscolo di subfornitori;
  • la pedemontana veneta, anche questa caratterizzata da multinazionali tascabili e una miriade di piccoli produttori;
  • la via emiliana allo sviluppo caratterizzata da un capitalismo di comunità fatto di un mix tra distretti e multinazionali;
  • l’area adriatica che da Venezia, passando per Rimini e Ancona, arriva a Pescara e intreccia cultura dei servizi e modello produttivo;
  • la piattaforma tosco-umbro-marchigiana con medie imprese competitive campioni nel made in Italy.

Si tratta di un’ideologia economico-produttiva che al Nord è assolutamente trasversale, tanto al centrodestra che governa le regioni di Veneto e Lombardia, quanto al centrosinistra impegnato in numerose amministrazioni locali.

L’idea che sta alla base della riorganizzazione territoriale del capitalismo è la cancellazione di ogni forma di conflittualità verticale, di classe, la classica contrapposizione proletariato/padronato.

A questa cancellazione ha fatto seguito un processo di sostituzione. Invece della conflittualità, della frattura, si è progressivamente affermata una doppia saldatura: la saldatura lavoratore/padroncino nei piccoli luoghi di lavoro; o addirittura la saldatura più ampia, quella di territorio, intendendo come territorio un contesto non solo geografico, ma economico, sociale e politico in competizione con gli altri.

Ora, intanto, cos’è successo nei distretti produttivi territoriali, che come tali vivono fortune alterne? Dopo il 2001 sembrava che fossero in grave difficoltà, messi all’angolo dal processo di internazionalizzazione delle grandi aziende, mentre dopo il 2005 appaiono in grande ripresa. La realtà attuale è fatta di luci ed ombre come mette ben in evidenza l’ultimo rapporto della Fondazione Nord Est sulla congiuntura del primo semestre 2008 e altri studi riferiti alle altre aree del Nord del Paese.

Nei distretti territoriali è avvenuta una grande frammentazione e riorganizzazione della produzione, quella che nei decenni scorsi era individuabile come una produzione, soprattutto a livello industriale, verticalmente integrata (stava tutto nella stessa unità produttiva, dalle attività manifatturiere ai servizi) si è distribuita – quasi polverizzata – sul territorio.

Il modello mantiene, in genere, una medio-grande azienda come capofila di una filiera, che costruisce attorno a sé quella che Bonomi chiama una ragnatela di relazioni con piccoli o piccolissimi produttori, spesso in precedenza espulsi da quello che era il ciclo produttivo originario.

Si tratta di veri e propri “sistemi a grappolo”, scrive Bonomi, “in cui poche medie imprese controllano la produzione di tante imprese minori” arrivando a raggiungere il risultato, per quanto concerne le medie imprese leader, di aver “verticalizzato molti dei sistemi produttivi locali, come ad esempio i distretti industriali”.

Insomma, quella che prima era una integrazione verticale del ciclo produttivo, a livello di singola fabbrica, adesso si ricrea a livello territoriale attraverso le filiere da cui prendono i nomi i vari distretti a seconda della specifica specializzazione produttiva.

Si tratta delle circa 4.000 medie imprese leader censite nel Rapporto redatto da Union Camere e Mediobanca, attive nei settori storici del made in Italy (tessile, abbigliamento, calzature, legno-arredo, meccanica leggera, meccatronica) con filiere composte in media da 244 fornitori.

Le prime undici province italiane per numero di medie imprese sono concentrate nel Nord: Milano, Brescia, Vicenza, Treviso, Padova, Modena, Bologna, Bergamo, Varese e Torino.

In questa espulsione, dal ciclo produttivo verticalmente integrato nella grande fabbrica, di singole lavorazioni o segmenti, la sinistra, soprattutto di governo, ha avuto un ruolo attivo nell’accompagnare, con sostegni finanziari e con incentivi, la nascita e la diffusione di attività economiche autonome. Con queste scelte si è favorito e accompagnato il processo di frammentazione e la distribuzione territoriale del ciclo produttivo. Mantenendo e quasi incentivando dimensioni d’impresa piccole e piccolissime che trovano conferma nei dati attuali relativi alle strutture produttive di molte aree del Nord.

Per fare un esempio: in Lombardia in vent’anni – cioè dagli anni ‘80 agli anni 2000 – il numero di imprese e il numero di addetti, a conferma dei dati che citava Montanari, è continuamente cresciuto. Ma dal 1981 al 2001 la dimensione media di impresa ha continuato a scendere, passando dai 6,51 addetti del 1981 al 4,95 del 2001.

Si è assistito, quindi, alla crescita del numero di imprese, all’aumento del numero di addetti, ma al tempo stesso si è verificata una significativa riduzione delle soglie dimensionali delle imprese. Con tutto quanto ne consegue – in termini fortemente negativi e peggiorativi – in tema di investimenti in ricerca e sviluppo, in innovazioni di processo e di prodotto, di lavorazioni ad elevato contenuto tecnologico ecc.

Quindi, quella che era la produzione integrata prima in una fabbrica, adesso si integra in maniera diversa sul territorio, e costruisce una filiera produttiva, che spesso coincide con quelli che sono i distretti produttivi territoriali, riconosciuti per legge, soprattutto per legge regionale.

Altrettanto spesso origina i distretti produttivi che, anche se non dispongono di un riconoscimento normativo, di fatto costituiscono realtà produttive immediatamente percepibili, tasselli del tessuto produttivo locale.

E attorno alla filiera si strutturano anche tutti i servizi: la logistica, i servizi amministrativi, quelli di supporto, quelli finanziari , di comunicazione, di marketing, quelli gestionali, ecc.

[…]

Appare interessante indagare dove e come si realizza quella doppia saldatura, la saldatura lavoratore/padrone (come passa, si afferma e si radica l’idea che le singole imprese e impresine per reggere la competizione nell’attuale fase di globalizzazione debbano realizzare questa saldatura di comunanza di interessi tra produttori, siano essi proprietari o lavoratori dipendenti) o addirittura la saldatura più ampia di territorio in competizione con altri territori. Non entro nel merito di questo, ma nei documenti di programmazione economico-finanziaria e nei programmi regionali di sviluppo della Regione Lombardia, il concetto dell’attivazione di tutte le risorse di territorio in funzione di competizione con gli altri è esplicitamente teorizzata, e alla teorizzazione sul piano economico-sociale segue anche una strutturazione istituzionale che cancella il governo pubblico con il concetto di governance.

Attraverso la governance ci si propone di costruire decisioni politiche con la compartecipazione di tutti questi attori, de-istituzionalizzando le decisioni e costruendo circuiti di produzione della decisione politica che vedono come partecipi poteri politici, istituzionali, economici, su un piano di pariteticità, ma al riparo da pericolosi processi di partecipazione delle comunità locali e, addirittura, delle stesse assemblee elettive (consigli comunali, regionali ecc.).

Ma torniamo al ragionamento sui distretti, al loro rapporto con il territorio, con i poteri e le istituzioni locali. Torino, Brescia e Vicenza sono i tre territori su cui si è deciso di focalizzare l’inchiesta: tra questi Brescia e Vicenza sono territori molto ricchi di distretti.

Vicenza, infatti, annovera i distretti del tessile abbigliamento, dell’elettromeccanica, dell’oreficeria, dei metalli e della ceramica (quindi almeno quattro).

A Brescia esistono almeno quattro distretti espressamente previsti per legge regionale (lavorazione metalli, tessili e calza, cuoio-calzature e confezione abbigliamento). Nel caso di Brescia, a conferma dell’esistenza di distretti di fatto anche se non riconosciuti sul piano normativo, andrebbe aggiunto, per dimensioni territoriali e impatto sociale, un distretto che per legge non verrà mai riconosciuto, cioè il distretto del rifiuto, che vede la convergenza tanto di aziende ex municipalizzate col ciclo dei rifiuti solidi urbani (ex Asm Brescia, ora A2A) che vede la propria chiusura con l’inceneritore, tanto la filiera della ferriera e acciaio, che anche sul piano dell’impiego, cioè della stratificazione dell’occupazione, sembra presentare dei profili molto interessanti – e preoccupanti – nell’ambito dell’inchiesta sociale. Cioè, nei segmenti più duri, meno qualificati e meno pagati del ciclo del rifiuto ovviamente lavorano gli ultimi della scala sociale, a partire dagli stranieri, meglio se irregolari.

Questa è la lettura, quindi, del capitalismo territoriale, che si intreccia con un secondo aspetto di piattaforme territoriali, che curiosamente, ma non troppo, trovano una loro intersezione col secondo elemento di proposta dell’inchiesta, che è la questione delle multiutility, cioè le ex aziende municipalizzate di servizi. Perché lo trattiamo? Primo: per l’evidente intreccio col territorio e con le ovvie conseguenze, negative, di carattere ambientale.

È la società A2A che gestisce l’inceneritore più grosso in Europa (750.000 t/anno di capacità di incenerimento) a Brescia e due inceneritori a Milano e le cui strategie nel settore dei rifiuti risultano completamente condizionate da questo approccio “inceneritorista”; è la società Iride (asse Torino-Genova) che propone continuamente di potenziare la produzione di energia elettrica attraverso nuove e più potenti centrali termoelettriche nell’area del Nordovest; sarà la futura multiutility del Nordest, che gestirà i rigassificatori di Trieste, gli impianti di produzione di energia e gli inceneritori del Veneto. Quindi, l’intreccio con le trasformazioni del territorio e gli impatti ambientali è fin troppo evidente.

Ma è anche uno snodo di quello che Tronti diceva questa mattina: le trasformazioni del capitalismo. Anche qui è evidente: gruppi industriali storici che dismettono le produzioni originarie – o almeno le ridimensionano fortemente – e si orientano su quello che si va strutturando come il mercato delle utilities, mercato che si va costituendo, più o meno forzatamente “grazie” ai numerosi provvedimenti di liberalizzazione dei servizi pubblici locali e territoriali.

Cosa significa per i gruppi industriali riorientare la propria attività di impresa?

Significa, ad esempio, che tra il 2001 e il 2007 il numero di imprese manifatturiere a partecipazione straniera, nel settentrione, ha visto una contrazione di 385 operazioni di dismissione manifatturiera industriale. Su 385 operazioni soltanto 100 hanno coinciso con la cessione della proprietà in mani italiane, mentre in 185 casi si è trattato di vera e propria cessazione di attività. Nel Nord Est le cessazioni, su 206 dismissioni, sono state 142 e a queste dismissioni di attività manifatturiere da parte di gruppi societari stranieri ha corrisposto una analoga dinamica degli occupati: in sette anni nel Nord Ovest nelle imprese a controllo straniero gli addetti sono scesi da 312.000 a 279.000; mentre nel Nord Est la riduzione è stata da 96.000 a 93.000.

Contemporaneamente, però, sono gli stessi gruppi stranieri che stanno mettendo le mani sulle reti del Nord, cioè gli impianti fissi di trasporto pubblico, le reti di distribuzione di energia, le reti di distribuzione del gas, presto le reti di distribuzione dell’acqua. Quindi, una trasformazione forte che riguarda il capitalismo di territorio e un orientamento della sua produzione da quella che era la tradizionale attività manifatturiera-industriale, alla produzione e alla distribuzione di servizi pubblici.

È bene ricordare che si tratta di servizi dalla domanda fortemente anelastica: senza acqua, senza energia, senza servizio rifiuti, senza trasporto nelle città spesso non si vive.

Questi tre poli che abbiamo individuato, e che coincidono anche con i territori della ricerca, Iride, A2A, le multiutility del Nordest, presentano forti elementi comuni: processo di aggregazione e fusione societaria, di forte privatizzazione – cioè con l’ingresso di privati – e di finanziarizzazione di quelle che erano originariamente attività organizzate, gestite e prodotte in chiave prettamente industriale.

Su queste scelte la politica ha un ruolo decisivo. Altro che, come diceva qualcuno fino a qualche tempo fa, “crisi della politica”.

Ma quale crisi della politica? Nella ridefinizione del capitalismo di territorio, la politica, come produzione di decisioni efficaci, concrete, che determinano conseguenze immediate, visibile e percepibili, ha un ruolo di primo piano. E anche in questo noi scontiamo le cosiddette “idee ricevute”.

Qualche giorno fa ero a fare un seminario per i compagni di Rifondazione comunista dell’Emilia Romagna. Questi compagni mi dicevano che, a loro avviso il processo di aggregazione della maxi utility, Hera-Iride, era comunque inarrestabile e difficile da contrastare sul piano del senso comune perché nella testa della gente avrebbe prodotto economie di scala, vantaggi in termini di bollette e di riduzione dei costi. Questa è una classica idea “ricevuta”, rispetto alla quale la sinistra deve recuperare una piena autonomia di analisi e di giudizio. Andiamo a verificare cosa concretamente hanno comportato, non solo per i costi all’utenza, ma per la democrazia locale, per gli impatti ambientali e territoriali, e infine per gli impatti sul lavoro, questi tipi di aggregazioni e di privatizzazioni.

Sul lavoro abbiamo cominciato ad indagarli ed è bene farlo visto che in due città comprese nella presente ricerca/inchiesta, la platea dei lavoratori dei servizi pubblici risulta molto significativa: secondo i dati della ricerca condotta dall’Ufficio Studi di Mediobanca per la Fondazione Civicum a Brescia i dipendenti di queste aziende risultano essere 2.831 e a Torino addirittura 10.633.

Primo elemento: si determina la rottura dell’unità contrattuale, e chi fa sindacato sa bene cosa significa rompere l’unità contrattuale dei lavoratori di una medesima azienda, sia in termini economici che normativi . Prendiamo, ad esempio, il comparto energetico; nel quale magari erano in vigore i contratti tipici e ordinari, quello dell’energia, quello di Federgas-acqua . Per conseguire l’obiettivo della rottura dell’unità contrattuale si è proceduto alla segmentazione del ciclo produttivo e, attraverso la segmentazione del ciclo, alla individuazione di alcuni segmenti di questo ai quali applicare contratti che niente avevano a che fare col comparto tradizionale di Federgas-acqua e dell’energia, chiaramente svantaggiosi in termini salariali, in termini di contrattazione, di relazioni sindacali, sulla parte normativa ecc.

Secondo elemento: si è proceduto ad una vera e propria esternalizzazione di pezzi di servizio – spesso quelli che presentano il minor valore della produzione, quelli scarsamente qualificati sul piano tecnologico, della qualità e dell’organizzazione del lavoro ecc. – sui quali viene meno qualsiasi capacità di controllo da parte degli Enti locali proprietari. Una volta esternalizzati, su questi segmenti gli Enti pubblici non controllano più niente.

Terzo elemento: un uso smodato della procedura di subappalto. Basti pensare all’esempio più clamoroso, quello del Trasporto pubblico locale. Dove il subappalto viene esplicitamente teorizzato come un elemento di contenimento dei costi (del lavoro, ovviamente) e codificato per via normativa.

Il decreto Burlando che liberalizza il trasporto pubblico locale consente di arrivare fino al 15% di servizi di trasporto pubblico locale in subappalto. Tutte le leggi regionali, tutte le amministrazioni locali, a prescindere dal colore politico, hanno fatto ricorso al massimo di subappalto possibile per abbassare il costo del lavoro.
Cosa vuol dire? Che gli autisti di autobus o di tram, gli autoferrotranvieri, potevano fare anche 12 o 16 ore di orario continuato perché le ditte in subappalto non garantivano loro le medesime condizioni di lavoro stabilite dai contratti dei dipendenti diretti delle società di trasporto pubblico locale.

E allora, attraverso questi elementi di indagine sulla struttura del capitalismo, di indagine sul territorio, di inchiesta sui lavoratori, crediamo che si possano riprodurre degli elementi di conoscenza e di approfondimento migliore, ma anche di intercettazione di lavoratori che ci sfuggono.

Nella filiera del distretto produttivo, pensate a quanti lavoratori sono impiegati in piccole o piccolissime aziende in cui il sindacato non è nemmeno presente e non c’è nemmeno un lavoratore sindacalizzato. Pensiamo a quanti lavoratori formalmente autonomi di fatto lavorano in condizioni di piena, se non peggiore, dipendenza del lavoratore dipendente ordinario. Si tratta di ditte piccolissime, a conduzione famigliare, che lavorano in condizioni di monocommittenza, con tempi, orari, costi definiti dalla grande e media impresa leader del distretto, quelle 4.000 famose censite da Unioncamere, da cui si diparte la struttura a ragnatela (o a grappolo) di produzione.

[…]

10 COMMENTS

  1. sarebbe utile che di articoli simili, seri, rigorosi e documentati vi fosse maggiore diffusione.
    Il modello delle piccole, piccolissime imprese e del distretto industriale è stata la via peculiare allo sviluppo economico dell’italia a partire dalla seconda metà degli anni ’70 credo; e probabilmente si fondava su un’offerta di lavoro flessibile e “irregolare” oltre che sull’uso della svalutazione per sostenere la competitività delle produzioni nostrane.
    Secondo me questo modello ha esaurito le sue possibilità.
    In questo paese le contraddizioni sono state sempre scaricate sui salari, sempre piu’ compressi, sempre piu’ precari;
    L’idea di arrestare la scarsa competitività e il processo di delocalizzazione comprimendo ulteriormente i diritti e i salari è un’idea folle, non solo perchè inaccettabile sul piano etico e politico, ma perchè inaccettabile anche in una logica meramente capitalistica: presupporrebbe una progressiva riduzione dei consumi, del welfare, e quindi della domanda e quindi della produzione in una spirale di progressivo imporivemento.
    siamo già fuori del primo mondo, e quando sarà finita l’ubriacatura di cazzate cui il popolo italiaco ha voluto credere per quasi vent’anni, e ci renderemo conto in quale situazione ci siam ocacciati, forse sarà troppo tardi

  2. mi fa piacere che il pezzo sia piaciuto. la mia impressione è che della realtà della lega e della deriva antidemocratica (o forse meglio: extrademocratica) del nostro paese si dia troppo spesso un’analisi strettamente ideologica. un’analisi necessaria, certo, ma da portare avanti parallelamente alla comprensione delle trasformazioni economiche che sono coinvolte (rimango un vetero-marxista ;-).
    in questo senso credo che il concetto di governance che gaddi cita sia un concetto chiave, da legare al “nuovo” modello del cosiddetto toyotismo e/o postfordismo. un concetto chiave, per quel che ci riguarda, non tanto da un punto di vista economico ma politico e di idea dei beni comuni, dell’ambito d’azione della comunità e così via.
    sono contento, tra l’altro, che il pezzo sia uscito contestualmente alla riuscitissima manifestazione della fiom.

  3. mi resta il dubbio che dietro a questo pezzo ci sia la nostalgia per la grande fabbrica, la nostalgia però non è in grado né di modificare il presente né di proporre soluzioni per il futuro, cosa propone la sinistra di fronte a queste modificazioni che non sono soltanto italiane, per quanto ne so? ci sono queste proposte? e quali?

  4. Articolo di indagine rigorosa di rara lucidità. Illuminante. Adesso per esempio ho molto più chiaro in che contesto venga formulata la richiesta di contratti territoriali e gabbie salariali, e in cosa si radichino anche una serie di processi culturali e sociali in atto nel nord di questo paese.
    Grazie Gherardo.

  5. @alcor: di nostalgia per la grande fabbrica, da parte di gaddi non saprei (non credo ma dovrebbe essere lui a dirlo); da parte mia sicuramente no (per diversi motivi, il più ovvio dei quali è che non ci ho mai lavorato).
    la trasformazione non è solo italiana e sulle proposte credo che non ce ne siano di sufficientemente forti. addirittura, la mia esperienza con la cooperativa per cui lavoro, una cooperativa iscritta a confcooperative, mi permette di dire che in area cattolica l’inquadramento delle cooperative nel distretto economico è visto come un’opportunità e questo, d’altra parte, è ribadito dalle posizioni cisline e dall’idea non così rifiutata delle gabbie salariali che evelina ricorda. al di là di tutto, comunque, ribadisco che quello che è interessante è la filigrana economica di fenomeni politico-culturali a cui assistiamo con una certa costernazione.
    @evelina: in effetti devo dire che anche a me, la prima volta che l’ho letto, l’intervento di gaddi è servito proprio da chiave di lettura di tutta una serie di questioni che riuscivo a malapena ad inquadrare.

  6. A monte. L’espansione dell’ideologia del “territorio” mi sembra in correlazione evidente con il declino dei territori industriali. Vivo in provincia di Varese dove del tessile non è rimasto quasi nulla. Resta in piedi una filiera di aziende e aziendine legate a una grande o media, e il resto è lavoro – appunto- nei servizi. Ma è una coperta troppo corta dove lavoro non ce n’è più per molti e sempre più aziende stanno ancora chiudendo. Il territorio che non produce più, che non esporta più, che resta rattrappito nelle più svariate attività utili all’autoconservazione, pare un’immagine che corrisponde già in sé all’idea – illusoria, “di retroguardia” – di “difesa del territorio”.

  7. senza voler sembrare scortese, mi sembra una domanda un po’ fuori luogo, almeno tra cittadini adulti. non mi permetterei mai di dirti cosa votare. anche perché qui non è (solo) un problema di rappresentanza parlamentare. sulla soluzione: direi non può essere che collettiva e, di nuovo, non sarà certo chiedendo a me che la trovi.

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