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	Commenti a: Lo Spettacolo della violenza	</title>
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		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/#comment-145172</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Dec 2010 11:22:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Buon anno a te, Gianni !

Un abbraccio.

véronique]]></description>
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<p>Un abbraccio.</p>
<p>véronique</p>
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		Di: gianni biondillo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Dec 2010 10:34:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Véronique, non parlavo di te, non preoccuparti. Anzi: buon anno! ;-)]]></description>
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		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/#comment-145048</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Dec 2010 16:22:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni, non sono una adoratrice. Solo ho pensato che la violenza puo mettere nell&#039;ombra i problemi del paese. I giornalisti stranieri hanno parlato degli scontri violenti e hanno messo al secondo piano le ragioni della rivolta. 
Vorrei aggiungere che la situazione di Roberto Saviano mi ha sempre fa dolore al cuore, sentimento di ingustizia condiviso da molti: vedere un ragazzo coraggioso privato di una vita piena. L&#039;ho ammiro perché questa situazione la supera con grande dignità, con impegno.
la sua sensibilità è divenuta più grande ancora. Questo scrittore coraggioso non deve avere adorati, ma calore umana intorno a lui.
Marco Rovelli ha detto la sua opinione con sincerità e penso che accoglie un commento come il mio; è un punto di vista diverso; ma il dibattito si nutre di opinioni diversi. E l&#039;accenno alla camera iperbarica che mi ha fatto scrivere. Ho sentito un sentimento di ingustizia, perché Roberto Saviano vorebbe sentire la realtà con i suoi occhi, le sue mani, il suo corpo, e credo che la sente per fortuna, ma atttraverso vetri. 
Le trasmissioni sulla RAI hanno testimoniato della sua sensibilità: ascolta il mondo, vuole con la sua parola vivere nel mondo.
Per me la sua parola è preziosa. Spero per lui una più grande libertà e la possibiltà di creare la sua vita come lui desidera.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gianni, non sono una adoratrice. Solo ho pensato che la violenza puo mettere nell&#8217;ombra i problemi del paese. I giornalisti stranieri hanno parlato degli scontri violenti e hanno messo al secondo piano le ragioni della rivolta.<br />
Vorrei aggiungere che la situazione di Roberto Saviano mi ha sempre fa dolore al cuore, sentimento di ingustizia condiviso da molti: vedere un ragazzo coraggioso privato di una vita piena. L&#8217;ho ammiro perché questa situazione la supera con grande dignità, con impegno.<br />
la sua sensibilità è divenuta più grande ancora. Questo scrittore coraggioso non deve avere adorati, ma calore umana intorno a lui.<br />
Marco Rovelli ha detto la sua opinione con sincerità e penso che accoglie un commento come il mio; è un punto di vista diverso; ma il dibattito si nutre di opinioni diversi. E l&#8217;accenno alla camera iperbarica che mi ha fatto scrivere. Ho sentito un sentimento di ingustizia, perché Roberto Saviano vorebbe sentire la realtà con i suoi occhi, le sue mani, il suo corpo, e credo che la sente per fortuna, ma atttraverso vetri.<br />
Le trasmissioni sulla RAI hanno testimoniato della sua sensibilità: ascolta il mondo, vuole con la sua parola vivere nel mondo.<br />
Per me la sua parola è preziosa. Spero per lui una più grande libertà e la possibiltà di creare la sua vita come lui desidera.</p>
]]></content:encoded>
		
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		Di: la funambola		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/#comment-145035</link>

		<dc:creator><![CDATA[la funambola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Dec 2010 11:56:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[da cdc (come don chisciotte) intervento estremamente interessante in risposta al pezzo di gianluca freda &quot;come costruire una rivoluzione che non cada  a pezzi in due giorni&quot;

«La rivoluzione non è piu&#039; quella che si fa scendendo in piazza a manifestare e scontrandosi, o meno, con la polizia. La rivoluzione è la comprensione da parte di ogni singolo individuo che tutto il sistema è sbagliato». Buonissimo punto di partenza, Caterina. Ma da questo punto non possiamo ancora sapere nulla circa le ragioni (gli argomenti, i pensieri, le idee) che nella testa degli individui devono essersi formate prima di arrivare alla sintesi “tutto il sistema è sbagliato”. Ed è proprio di queste ragioni che dobbiamo sapere il più possibile se vogliamo comprendere che genere di rivoluzione potremmo andare a costruire mettendoci insieme a questi individui. Sia che si tratti della “soldataglia” di cui scrive Freda, sia che si tratti di una qualche supposta “élite” di rivoluzionari novelli, sia che ci si trovi di fronte ad una forma di aggregazione fra persone mai sperimentata prima. A mio avviso, nel secolo appena cominciato possono esistere, a questo riguardo, essenzialmente due figure di rivoluzionari: a) quelli, e sono la stragrande maggioranza, che ritengono il sistema sbagliato perché produtore di tutte le miserie e le nefandezze che connotano la catastrofe in corso: situazioni derivate, in estrema sintesi, da rapporti di forza che ci costringono a subire le condotte antisociali e criminose di alcune élite sovranazionali detentrici del potere a livello finanziario, economico e politico. Il rimedio rivoluzionario, per questo primo tipo di figure, consiste nella sostituzione (più o meno “violenta”, più o meno “domocratica”, un po’ più “dall’alto” o “dal basso”) di queste élite con un nuova leva di élite (meglio illuminate, meglio organizzate) aventi un orientamento più favorevole alle moltitudini planetarie, che blocchi il saccheggio a tempo indeterminato chiamato da ultimo “crisi” attuando una serie di misure redistributive e un utilizzo meno distruttivo delle risorse del pianeta; b) quelli, in netta minoranza per il momento, che pensano altrimenti la catastrofe in corso, al punto da imputarla non semplicemente alle condotte delle élite sovranazionali al potere, quanto alla logica stessa di funzionamento di un “sistema” che tende ormai a riprodursi “in automatico” avendo formato e legato a sé le menti degli attori sociali (tanto quelle dellé elite dominanti di cui si serve quali “esecutori” e “sicari” di una sua logica senza umane misure “a monte” e “già data”, quanto quelle delle moltitudini dominate tenute aggrappate al suo carro da illusioni di realtà quali il Progresso, lo Sviluppo, la Scienza, il Consumo, il Desiderio, la Vita-dopo-questo-schifo, ecc.). Il rimedio rivoluzionario, per questo diverso tipo di figure, non può risiedere nella sostituzione delle attuali élite al potere con nuovi e più illuminati “leaders mondiali”, bensì nell’inceppamento e nella rovina del meccanismo automatico mediante la differente formazione e il distacco delle menti dei dominati dalla sua logica di funzionamento: processi da innescare a partire: a) dall’immaginazione (quindi anche dalla dimensione dell’utopia) di una differente forma di società, di un diverso rapporto con le specie viventi e col pianeta; b) da un insieme di comportamenti conseguenti, da attuare per quanto si può da subito, che stiano fuori dal meccanismo (scambi senza denaro, risorse vitali preservate e usate da tutti, più tempo diversamente vissuto per stare insieme, ecc.). Personalmente, ritengo che solo questa seconda figura di rivoluzionario abbia oggi una qualche possibilità di proporre ed agire in modo non fittizio il cambiamento. Le figure del primo tipo, consapevolmente o meno, incarnano l&#039;impostura. Su questo punto molti che frequentano questo ed altri siti la penseranno diversamente da me. In ogni caso, dovrebbe apparire chiaro almeno questo: la vera linea di demarcazione tra quanti pensano che “tutto il sistema è sbagliato” passa di qua. Qua c&#039;entrano pochissimo le varie “personalità” in gioco, le “matrici” e le “incrostazioni” ereditate dalla storia passata dell&#039;antagonismo sociale degli ultimi due secoli (tipo la cosiddetta “dialettica destra-sinistra”). Oggi, tutta la differenza nelle “azioni concrete” possibili (strategie e tattiche) delle persone implicate (facenti o meno parte di élite nel senso specificato da Freda) non può che derivare dal primitivo convincimento di ognuno/a riguardo alla natura del “sistema” sbagliato, dal suo essere figura di rivoluzionario del primo o del secondo tipo. Tutto il resto, per quanto vitale e importante possa sembrare, davanti a questo punto affatto dirimente, assume il rilievo che può avere la cura dei sintomi della malattia rispetto alla scoperta delle sue cause. In altre parole, senza considerare il responso di questa primaria cartina di tornasole per i rivoluzionari del ventunesimo secolo, tutto il resto è come la carta da parati (wallpaper) che, come disse con inarrivabile humour Oscar Wilde nel suo letto di morte, ci sta uccidendo tutti quanti... Vediamo allora come si colora questa cartina di tornasole quando viene immersa nella soluzione chiamata Gianluca Freda. Intanto, egli sembra voler rimuovere troppo disinvoltamente la dimensione dell&#039;immaginazione collettiva di una diversa società dal novero delle “azioni” rivoluzionarie indispensabili per il salto al di fuori dell&#039;esistente. Non a caso la rinomina e la ricomprende sotto categorie più docili e sfumate: “sogni e utopie”, “progettazione di un cambiamento sociale” e “pianificazione intellettuale”. Leggiamo: «Il lettore ritiene che sogni e utopie siano il motore di ogni cambiamento. Può darsi che questo sia vero per la vita individuale. Ma quando parliamo della progettazione di un cambiamento sociale, sarebbe bene che ci abituassimo a lasciare i sogni nella dimensione che ad essi appartiene di diritto: quella del dormiveglia e delle fantasie notturne». E ancora: «Date retta a un fesso: le rivoluzioni, quelle vere, sono roba per persone ben sveglie e con i piedi per terra. Soprattutto, sono roba da élite. Dove, col termine “élite”, non si intende indicare una realtà connotata sul piano della gerarchia economica o sociale, bensì su quello del pragmatismo politico e della pianificazione intellettuale». Dunque, secondo Freda il soggetto protagonista del cambiamento rivoluzionario è senz&#039;altro l&#039;élite come lui la intende, ovvero l&#039;élite depositaria unica della consapevolezza di cui è priva per definizione la “carne da cannone”. Tuttavia, il dispositivo tramite cui la cosa ci viene spiegata appare disarmante nella sua piatta semplicità: l&#039;autore non ci dice mai ciò che a me sembra invece cruciale, ossia se nella consapevolezza dell&#039;élite debba rientrare oppure no un&#039;interpretazione del fondamento della società da rivoluzionare in termini diversi rispetto alla chiave di lettura dei meri rapporti di forza che essa stessa “agisce”: «L’élite pianifica, organizza, gestisce, manovra la percezione del mondo e la stessa violenza di piazza secondo modalità che sono funzionali ai suoi obiettivi; la carne da cannone è del tutto priva di capacità di decodifica dell’esistente e di schemi progettuali». La cosa resta inspiegata e avvolta nel silenzio anche più oltre, quando l&#039;autore, con l&#039;occhio alla situazione italiana, lamenta come le finalità perseguite dalle attuali élite di potere che hanno manipolato la “soldataglia” lo scorso 14 dicembre a Roma siano «antitetiche a ciò che ritengo essere l&#039;interesse attuale del nostro paese, inteso nel suo insieme complessivo di pastori e di mandrie, di colonnelli e subordinati». Anche da tutto il seguito dell&#039;articolo non arrivano lumi circa il tipo di consapevolezza del fondamento della società di cui l&#039;élite rivoluzionaria, per definizione dell&#039;autore “consapevole”, si farebbe portatrice. A questo punto la nebbia si fa pesante e densa, e tutto il resto dell&#039;argomentazione, per quanto conseguente con l&#039;assunto di partenza dell&#039;articolo, rischia di assomigliare ad una danza di ombre agite da un equivoco di fondo: l&#039;élite rivoluzionaria auspicata da Freda viene definita in modo spregiudicato unicamente in base a caratteristiche estrinseche funzionali alla sua sopravvivenza e al suo successo nella “guerra” col nemico (le élite attualmente dominanti), a prescindere dal tipo di pensiero in base al quale riesce o meno a raggiungere i propri scopi. Insomma: per Freda all&#039;élite rivoluzionaria pertengono le doti della comunicazione efficace, della diplomazia, della furbizia e dell&#039;inganno (perché, come prescrisse Sun-Tzu, «tutta la guerra è basata sull&#039;inganno»). Non pare essere prerogativa o compito dell&#039;élite né la comprensione dei fondamenti del vivere sociale al di fuori dei rapporti di dominio né l&#039;immaginazione di un fondamento della società distinto da quello della società esistente che s&#039;intende “rivoluzionare”. Insomma, l&#039;élite rivoluzionaria pensata dall&#039;autore fonda se stessa e la società futura a partire da se stessa. Il che, ovviamente, puzza di marcio appena lo si pensa. È, ancora una volta, un&#039;élite autoreferente, come tutte le élite costituite da quel particolare materiale umano che è il ceto politico e sindacale d&#039;ogni dove. Quindi, l&#039;élite rivoluzionaria auspicata da Freda, del resto non diversamente da quella vagheggiata da Barnard, Chiesa, Massimo Fini e Pallante, non è in grado di spiegare altrimenti se stessa né possiede un&#039;interpretazione di società in termini differenti da se stessa e dai rapporti di forza nei quali soltanto sembra vivere. Se così stanno le cose, i suoi esponenti non potranno che essere figure di rivoluzionari del primo tipo. E anche Gianluca Freda pare esserlo, per quanto rispetto ad altri possa tirare fuori una maggiore dose di lucidità e di coerenza logica nell&#039;analisi dei processi che stanno “a valle” delle sue assunzioni di partenza. Ciò non rende meno surreale e “di plastica”, per così dire, tutta la parte finale del suo articolo, che vale la pena riportare integralmente: «Occorre dunque decidere – e decidere adesso – se desideriamo rivestire il ruolo di soldati che subiscono la rivoluzione prossima ventura o di progettisti che la pianificano e la manovrano. Rivolgo pertanto un appello a tutte le menti razionali che, ritrovatesi martedì scorso nel bel mezzo di una guerra alla cui progettazione non avevano in alcun modo contribuito, abbiano sentito “a pelle” di trovarsi nel livello sbagliato della gerarchia. Invito tutti costoro a lasciar perdere le molotov, le risse coi celerini e gli scudi di cartone e a venire dietro le tastiere, dove c’è urgente bisogno di loro. Di truppaglia mercenaria da gettare allo sbaraglio contro il nemico ne abbiamo anche troppa. Ci servono generali, strateghi, programmatori, psicologi delle masse, scrittori, articolisti, ministri della (nostra) propaganda. E’ con questi strumenti e solo con questi che si organizzano e soprattutto – come avrebbe detto con saggezza il vecchio Sun Tzu – si può provare a vincere le guerre e le rivoluzioni». Domanda: cosa mai potrebbero pensare i “soldati” di coloro che decidono di stare dalla parte dei “progettisti” che “pianificano” e “manovrano” se sapessero la piccola verità che questi ultimi hanno in testa soltanto l&#039;idea della rivoluzione come rovesciamento dei rapporti di forza e sostituzione delle élite esistenti con l&#039;élite nuova di cui fanno parte essi stessi, mentre la logica di funzionamento della società rimane la medesima che ha prodotto la catastrofe in corso per i “soldati” e per le loro famiglie in ogni parte del pianeta? Tellavelde]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>da cdc (come don chisciotte) intervento estremamente interessante in risposta al pezzo di gianluca freda &#8220;come costruire una rivoluzione che non cada  a pezzi in due giorni&#8221;</p>
<p>«La rivoluzione non è piu&#8217; quella che si fa scendendo in piazza a manifestare e scontrandosi, o meno, con la polizia. La rivoluzione è la comprensione da parte di ogni singolo individuo che tutto il sistema è sbagliato». Buonissimo punto di partenza, Caterina. Ma da questo punto non possiamo ancora sapere nulla circa le ragioni (gli argomenti, i pensieri, le idee) che nella testa degli individui devono essersi formate prima di arrivare alla sintesi “tutto il sistema è sbagliato”. Ed è proprio di queste ragioni che dobbiamo sapere il più possibile se vogliamo comprendere che genere di rivoluzione potremmo andare a costruire mettendoci insieme a questi individui. Sia che si tratti della “soldataglia” di cui scrive Freda, sia che si tratti di una qualche supposta “élite” di rivoluzionari novelli, sia che ci si trovi di fronte ad una forma di aggregazione fra persone mai sperimentata prima. A mio avviso, nel secolo appena cominciato possono esistere, a questo riguardo, essenzialmente due figure di rivoluzionari: a) quelli, e sono la stragrande maggioranza, che ritengono il sistema sbagliato perché produtore di tutte le miserie e le nefandezze che connotano la catastrofe in corso: situazioni derivate, in estrema sintesi, da rapporti di forza che ci costringono a subire le condotte antisociali e criminose di alcune élite sovranazionali detentrici del potere a livello finanziario, economico e politico. Il rimedio rivoluzionario, per questo primo tipo di figure, consiste nella sostituzione (più o meno “violenta”, più o meno “domocratica”, un po’ più “dall’alto” o “dal basso”) di queste élite con un nuova leva di élite (meglio illuminate, meglio organizzate) aventi un orientamento più favorevole alle moltitudini planetarie, che blocchi il saccheggio a tempo indeterminato chiamato da ultimo “crisi” attuando una serie di misure redistributive e un utilizzo meno distruttivo delle risorse del pianeta; b) quelli, in netta minoranza per il momento, che pensano altrimenti la catastrofe in corso, al punto da imputarla non semplicemente alle condotte delle élite sovranazionali al potere, quanto alla logica stessa di funzionamento di un “sistema” che tende ormai a riprodursi “in automatico” avendo formato e legato a sé le menti degli attori sociali (tanto quelle dellé elite dominanti di cui si serve quali “esecutori” e “sicari” di una sua logica senza umane misure “a monte” e “già data”, quanto quelle delle moltitudini dominate tenute aggrappate al suo carro da illusioni di realtà quali il Progresso, lo Sviluppo, la Scienza, il Consumo, il Desiderio, la Vita-dopo-questo-schifo, ecc.). Il rimedio rivoluzionario, per questo diverso tipo di figure, non può risiedere nella sostituzione delle attuali élite al potere con nuovi e più illuminati “leaders mondiali”, bensì nell’inceppamento e nella rovina del meccanismo automatico mediante la differente formazione e il distacco delle menti dei dominati dalla sua logica di funzionamento: processi da innescare a partire: a) dall’immaginazione (quindi anche dalla dimensione dell’utopia) di una differente forma di società, di un diverso rapporto con le specie viventi e col pianeta; b) da un insieme di comportamenti conseguenti, da attuare per quanto si può da subito, che stiano fuori dal meccanismo (scambi senza denaro, risorse vitali preservate e usate da tutti, più tempo diversamente vissuto per stare insieme, ecc.). Personalmente, ritengo che solo questa seconda figura di rivoluzionario abbia oggi una qualche possibilità di proporre ed agire in modo non fittizio il cambiamento. Le figure del primo tipo, consapevolmente o meno, incarnano l&#8217;impostura. Su questo punto molti che frequentano questo ed altri siti la penseranno diversamente da me. In ogni caso, dovrebbe apparire chiaro almeno questo: la vera linea di demarcazione tra quanti pensano che “tutto il sistema è sbagliato” passa di qua. Qua c&#8217;entrano pochissimo le varie “personalità” in gioco, le “matrici” e le “incrostazioni” ereditate dalla storia passata dell&#8217;antagonismo sociale degli ultimi due secoli (tipo la cosiddetta “dialettica destra-sinistra”). Oggi, tutta la differenza nelle “azioni concrete” possibili (strategie e tattiche) delle persone implicate (facenti o meno parte di élite nel senso specificato da Freda) non può che derivare dal primitivo convincimento di ognuno/a riguardo alla natura del “sistema” sbagliato, dal suo essere figura di rivoluzionario del primo o del secondo tipo. Tutto il resto, per quanto vitale e importante possa sembrare, davanti a questo punto affatto dirimente, assume il rilievo che può avere la cura dei sintomi della malattia rispetto alla scoperta delle sue cause. In altre parole, senza considerare il responso di questa primaria cartina di tornasole per i rivoluzionari del ventunesimo secolo, tutto il resto è come la carta da parati (wallpaper) che, come disse con inarrivabile humour Oscar Wilde nel suo letto di morte, ci sta uccidendo tutti quanti&#8230; Vediamo allora come si colora questa cartina di tornasole quando viene immersa nella soluzione chiamata Gianluca Freda. Intanto, egli sembra voler rimuovere troppo disinvoltamente la dimensione dell&#8217;immaginazione collettiva di una diversa società dal novero delle “azioni” rivoluzionarie indispensabili per il salto al di fuori dell&#8217;esistente. Non a caso la rinomina e la ricomprende sotto categorie più docili e sfumate: “sogni e utopie”, “progettazione di un cambiamento sociale” e “pianificazione intellettuale”. Leggiamo: «Il lettore ritiene che sogni e utopie siano il motore di ogni cambiamento. Può darsi che questo sia vero per la vita individuale. Ma quando parliamo della progettazione di un cambiamento sociale, sarebbe bene che ci abituassimo a lasciare i sogni nella dimensione che ad essi appartiene di diritto: quella del dormiveglia e delle fantasie notturne». E ancora: «Date retta a un fesso: le rivoluzioni, quelle vere, sono roba per persone ben sveglie e con i piedi per terra. Soprattutto, sono roba da élite. Dove, col termine “élite”, non si intende indicare una realtà connotata sul piano della gerarchia economica o sociale, bensì su quello del pragmatismo politico e della pianificazione intellettuale». Dunque, secondo Freda il soggetto protagonista del cambiamento rivoluzionario è senz&#8217;altro l&#8217;élite come lui la intende, ovvero l&#8217;élite depositaria unica della consapevolezza di cui è priva per definizione la “carne da cannone”. Tuttavia, il dispositivo tramite cui la cosa ci viene spiegata appare disarmante nella sua piatta semplicità: l&#8217;autore non ci dice mai ciò che a me sembra invece cruciale, ossia se nella consapevolezza dell&#8217;élite debba rientrare oppure no un&#8217;interpretazione del fondamento della società da rivoluzionare in termini diversi rispetto alla chiave di lettura dei meri rapporti di forza che essa stessa “agisce”: «L’élite pianifica, organizza, gestisce, manovra la percezione del mondo e la stessa violenza di piazza secondo modalità che sono funzionali ai suoi obiettivi; la carne da cannone è del tutto priva di capacità di decodifica dell’esistente e di schemi progettuali». La cosa resta inspiegata e avvolta nel silenzio anche più oltre, quando l&#8217;autore, con l&#8217;occhio alla situazione italiana, lamenta come le finalità perseguite dalle attuali élite di potere che hanno manipolato la “soldataglia” lo scorso 14 dicembre a Roma siano «antitetiche a ciò che ritengo essere l&#8217;interesse attuale del nostro paese, inteso nel suo insieme complessivo di pastori e di mandrie, di colonnelli e subordinati». Anche da tutto il seguito dell&#8217;articolo non arrivano lumi circa il tipo di consapevolezza del fondamento della società di cui l&#8217;élite rivoluzionaria, per definizione dell&#8217;autore “consapevole”, si farebbe portatrice. A questo punto la nebbia si fa pesante e densa, e tutto il resto dell&#8217;argomentazione, per quanto conseguente con l&#8217;assunto di partenza dell&#8217;articolo, rischia di assomigliare ad una danza di ombre agite da un equivoco di fondo: l&#8217;élite rivoluzionaria auspicata da Freda viene definita in modo spregiudicato unicamente in base a caratteristiche estrinseche funzionali alla sua sopravvivenza e al suo successo nella “guerra” col nemico (le élite attualmente dominanti), a prescindere dal tipo di pensiero in base al quale riesce o meno a raggiungere i propri scopi. Insomma: per Freda all&#8217;élite rivoluzionaria pertengono le doti della comunicazione efficace, della diplomazia, della furbizia e dell&#8217;inganno (perché, come prescrisse Sun-Tzu, «tutta la guerra è basata sull&#8217;inganno»). Non pare essere prerogativa o compito dell&#8217;élite né la comprensione dei fondamenti del vivere sociale al di fuori dei rapporti di dominio né l&#8217;immaginazione di un fondamento della società distinto da quello della società esistente che s&#8217;intende “rivoluzionare”. Insomma, l&#8217;élite rivoluzionaria pensata dall&#8217;autore fonda se stessa e la società futura a partire da se stessa. Il che, ovviamente, puzza di marcio appena lo si pensa. È, ancora una volta, un&#8217;élite autoreferente, come tutte le élite costituite da quel particolare materiale umano che è il ceto politico e sindacale d&#8217;ogni dove. Quindi, l&#8217;élite rivoluzionaria auspicata da Freda, del resto non diversamente da quella vagheggiata da Barnard, Chiesa, Massimo Fini e Pallante, non è in grado di spiegare altrimenti se stessa né possiede un&#8217;interpretazione di società in termini differenti da se stessa e dai rapporti di forza nei quali soltanto sembra vivere. Se così stanno le cose, i suoi esponenti non potranno che essere figure di rivoluzionari del primo tipo. E anche Gianluca Freda pare esserlo, per quanto rispetto ad altri possa tirare fuori una maggiore dose di lucidità e di coerenza logica nell&#8217;analisi dei processi che stanno “a valle” delle sue assunzioni di partenza. Ciò non rende meno surreale e “di plastica”, per così dire, tutta la parte finale del suo articolo, che vale la pena riportare integralmente: «Occorre dunque decidere – e decidere adesso – se desideriamo rivestire il ruolo di soldati che subiscono la rivoluzione prossima ventura o di progettisti che la pianificano e la manovrano. Rivolgo pertanto un appello a tutte le menti razionali che, ritrovatesi martedì scorso nel bel mezzo di una guerra alla cui progettazione non avevano in alcun modo contribuito, abbiano sentito “a pelle” di trovarsi nel livello sbagliato della gerarchia. Invito tutti costoro a lasciar perdere le molotov, le risse coi celerini e gli scudi di cartone e a venire dietro le tastiere, dove c’è urgente bisogno di loro. Di truppaglia mercenaria da gettare allo sbaraglio contro il nemico ne abbiamo anche troppa. Ci servono generali, strateghi, programmatori, psicologi delle masse, scrittori, articolisti, ministri della (nostra) propaganda. E’ con questi strumenti e solo con questi che si organizzano e soprattutto – come avrebbe detto con saggezza il vecchio Sun Tzu – si può provare a vincere le guerre e le rivoluzioni». Domanda: cosa mai potrebbero pensare i “soldati” di coloro che decidono di stare dalla parte dei “progettisti” che “pianificano” e “manovrano” se sapessero la piccola verità che questi ultimi hanno in testa soltanto l&#8217;idea della rivoluzione come rovesciamento dei rapporti di forza e sostituzione delle élite esistenti con l&#8217;élite nuova di cui fanno parte essi stessi, mentre la logica di funzionamento della società rimane la medesima che ha prodotto la catastrofe in corso per i “soldati” e per le loro famiglie in ogni parte del pianeta? Tellavelde</p>
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		<title>
		Di: Antonello Cassano		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/#comment-145020</link>

		<dc:creator><![CDATA[Antonello Cassano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 20:08:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sì sì, ho letto i commenti, ho visto l&#039;esplosione improvvisa della piazza. Ho notato però anche molti caschi difensivi in più il 14 rispetto a ieri. Insomma c&#039;era voglia di scontrarsi. e non era neanche una voglia condannabile, a quelo punto. Ma io credo che il movimento stesso, il giorno dopo, abbia capito l&#039;errore. E parlo del movimento a roma. Perché a Palermo erano ancora coi caschi e gli scudi da book blok a ingaggiare scontri con la polizia. E il contrasto tra Roma e Palermo era impressionante. 
Palermo, nella forma di lotta scelta, sembrava indietro di decenni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sì sì, ho letto i commenti, ho visto l&#8217;esplosione improvvisa della piazza. Ho notato però anche molti caschi difensivi in più il 14 rispetto a ieri. Insomma c&#8217;era voglia di scontrarsi. e non era neanche una voglia condannabile, a quelo punto. Ma io credo che il movimento stesso, il giorno dopo, abbia capito l&#8217;errore. E parlo del movimento a roma. Perché a Palermo erano ancora coi caschi e gli scudi da book blok a ingaggiare scontri con la polizia. E il contrasto tra Roma e Palermo era impressionante.<br />
Palermo, nella forma di lotta scelta, sembrava indietro di decenni.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: marco rovelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/#comment-145016</link>

		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 19:03:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Che avesse sbagliato mira gliel&#039;ha detto il movimento stesso. La divisione tra i buoni e i cattivi è stata rifiutata in tutte le assemblee. Se vai a vedere i commenti alla lettera di Repubblica, la forma tipica era: &quot;Roberto ti stimo mai stavolta hai sbagliato&quot;. Ed erano sempre studenti. Il movimento rifiuta ogni logica binaria, lo ribadisco. E&#039; successo quel che è successo, e non si sono dissociati, non hanno cercato il capro tra di loro. La piazza, quel giorno, era lì che sosteneva gli scontri, quando la fiducia era stata approvata. Ma appunto era un&#039;esplosione, nulla che faccia parte di un progetto, di una pratica identitaria, tantomeno di una cornice ideologica. E per questo - non certo perché abbia ascoltato un sermone che ha invece rifiutato nella sua essenza dicotomica e binaria - il movimento ha avuto la capacità e l&#039;intelligenza di lasciare il Palazzo &quot;nella solitudine della sua miseria&quot;, e così conquistare il centro della scena ancora, ma stavolta con la sottrazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che avesse sbagliato mira gliel&#8217;ha detto il movimento stesso. La divisione tra i buoni e i cattivi è stata rifiutata in tutte le assemblee. Se vai a vedere i commenti alla lettera di Repubblica, la forma tipica era: &#8220;Roberto ti stimo mai stavolta hai sbagliato&#8221;. Ed erano sempre studenti. Il movimento rifiuta ogni logica binaria, lo ribadisco. E&#8217; successo quel che è successo, e non si sono dissociati, non hanno cercato il capro tra di loro. La piazza, quel giorno, era lì che sosteneva gli scontri, quando la fiducia era stata approvata. Ma appunto era un&#8217;esplosione, nulla che faccia parte di un progetto, di una pratica identitaria, tantomeno di una cornice ideologica. E per questo &#8211; non certo perché abbia ascoltato un sermone che ha invece rifiutato nella sua essenza dicotomica e binaria &#8211; il movimento ha avuto la capacità e l&#8217;intelligenza di lasciare il Palazzo &#8220;nella solitudine della sua miseria&#8221;, e così conquistare il centro della scena ancora, ma stavolta con la sottrazione.</p>
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		<title>
		Di: Antonello Cassano		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/#comment-145014</link>

		<dc:creator><![CDATA[Antonello Cassano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 17:38:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Infatti Gianni, non dubito della sincerità della polemica. Credo che ogni intervento di Saviano, anche quello sulla ricetta della pizza margherita, sia destinato ormai a creare queste divisioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Infatti Gianni, non dubito della sincerità della polemica. Credo che ogni intervento di Saviano, anche quello sulla ricetta della pizza margherita, sia destinato ormai a creare queste divisioni.</p>
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		<title>
		Di: gianni biondillo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/#comment-145007</link>

		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 15:59:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Antonello, Roberto è un redattore di Nazione Indiana. E&#039; un amico fraterno. E&#039; un intellettuale che dice cose che ascoltiamo sempre con la massima attenzione. Questo è davvero l&#039;ultimo posto dove si possa dire che si aspetta una sua mossa sbagliata. Essergli amici, e  per davvero, può significare in certi casi, come ha fatto Marco, prendere posizioni divergenti. L&#039;ultima cosa di cui ha bisogno Roberto (dato che lo stuolo di rancorosi invidiosi ce l&#039;ha già) è uno stuolo di adoratori acritici fra chi gli sta vicino.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Antonello, Roberto è un redattore di Nazione Indiana. E&#8217; un amico fraterno. E&#8217; un intellettuale che dice cose che ascoltiamo sempre con la massima attenzione. Questo è davvero l&#8217;ultimo posto dove si possa dire che si aspetta una sua mossa sbagliata. Essergli amici, e  per davvero, può significare in certi casi, come ha fatto Marco, prendere posizioni divergenti. L&#8217;ultima cosa di cui ha bisogno Roberto (dato che lo stuolo di rancorosi invidiosi ce l&#8217;ha già) è uno stuolo di adoratori acritici fra chi gli sta vicino.</p>
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		<title>
		Di: Antonello Cassano		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/#comment-145005</link>

		<dc:creator><![CDATA[Antonello Cassano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 15:38:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Marco, so che Saviano ha cominciato da Nazione Indiana, per questo mi ha  un po&#039; meravigliato sentire accuse simili proprio qui. Al di là di questo, io credo che Saviano non abbia sbagliato nel denunciare, senza se e senza ma (oddio, che brutto modo di dire) la violenza di piazza. Oggi i ragazzi sono sulle prime pagine di tutti i quotidiani, da protagonisti positivi. Da vincitori. Con questo non voglio dire che il movimento ha seguito il consiglio di Saviano. Però non si può neanche dire che Saviano abbia sbagliato mira.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco, so che Saviano ha cominciato da Nazione Indiana, per questo mi ha  un po&#8217; meravigliato sentire accuse simili proprio qui. Al di là di questo, io credo che Saviano non abbia sbagliato nel denunciare, senza se e senza ma (oddio, che brutto modo di dire) la violenza di piazza. Oggi i ragazzi sono sulle prime pagine di tutti i quotidiani, da protagonisti positivi. Da vincitori. Con questo non voglio dire che il movimento ha seguito il consiglio di Saviano. Però non si può neanche dire che Saviano abbia sbagliato mira.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: Simona Baldanzi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/#comment-145000</link>

		<dc:creator><![CDATA[Simona Baldanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 13:20:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[grazie Marco di questo articolo. Simona]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>grazie Marco di questo articolo. Simona</p>
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