La decrescita non è un impoverimento

[Questo articolo è apparso sul numero 6 di “alfabeta2”]

di Marino Badiale e Massimo Bontempelli

L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza, annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita, e acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa sfera.

La decrescita è necessaria per risparmiare all’umanità la gravissima crisi di civiltà alla quale ci sta portando l’attuale organizzazione economica e sociale, che ha nella crescita il dogma che non può essere messo in discussione. C’è ormai una presa di coscienza sempre più diffusa del fatto che non ci può essere una crescita illimitata in un pianeta le cui risorse sono limitate, e che sono ormai stati raggiunti (e superati) i «limiti della crescita». Ma oltre a questo, è necessario acquisire anche un altro livello di consapevolezza: la crescita economica degli ultimi trent’anni è stata ottenuta con la distruzione delle conquiste dello Stato sociale e con una tendenziale riduzione della logica di funzionamento della totalità sociale alla logica del profitto e del mercato. In questo modo, lo sviluppo capitalistico non distrugge solo la natura, distrugge anche ogni forma di coesione sociale e lo stesso equilibrio mentale degli individui. La decrescita, l’opposizione a questo sviluppo cancerogeno, è dunque un passaggio necessario per salvare la civiltà umana. Essa non deve però essere considerata una dura e sgradevole necessità. La decrescita non è impoverimento: essa è definita, come abbiamo ricordato sopra, nei termini della diminuzione delle merci e non necessariamente dei beni. La decrescita non comporta, in linea di principio, la diminuzione di beni e di servizi fruiti dalla popolazione. Comporta piuttosto un ripensamento e una riorganizzazione della produzione e del consumo, incentivando, per fare qualche esempio, i beni ottenuti con l’autoproduzione o con scambi non mercantili, le merci ottenute con produzioni locali, le merci programmate per durare a lungo e per essere facilmente riciclate alla fine del loro ciclo d’uso. Questo comporta ovviamente un cambiamento profondo degli stili di vita delle popolazioni, ma non un loro impoverimento. Per esempio, comporta un drastico ridimensionamento della dimensione della moda e della pubblicità che ci fanno considerare desueti oggetti ancora perfettamente funzionali, ma anche la diminuzione generalizzata dell’orario di lavoro (inteso come lavoro salariato) per rendere possibile l’autoproduzione di una parte dei beni e la cura delle relazioni umane e dei rapporti di comunità, al cui interno possono avvenire scambi non mercantili di beni e servizi.

Per approfondire questo punto, il fatto cioè che la decrescita non è l’impoverimento, occorre riflettere sulla nozione di povertà. L’errore che viene commesso comunemente, a tutti i livelli, è di definire la povertà nei termini quantitativi di un livello di reddito monetario. Un qualsiasi articolo giornalistico sulla povertà nel mondo conterrà sempre il richiamo al fatto che «al mondo ci sono x milioni di persone che vivono con meno di due dollari al giorno», dove appunto si intende che «povertà» sia definita quantitativamente dall’avere un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Si tratta, come dicevamo sopra, di un errore: la povertà va definita in termini qualitativi, sociali e storici, e non in termini quantitativi. Due persone ugualmente povere secondo la definizione quantitativa, cioè allo stesso (basso) livello di reddito monetario, possono vivere tale situazione in maniera completamente diversa a seconda del contesto sociale. Per fare un esempio, ci possono essere, come in certe epoche del Medioevo, situazioni nelle quali il povero è rispettato, e soprattutto la povertà è considerata una delle possibili condizioni umane, non l’espressione di un fallimento personale come adesso. Per cui il povero, economicamente aiutato da comportamenti caritativi non episodici e non umilianti, non è povero nel nostro senso della parola. Ma per venire a considerazioni più vicine al tema della decrescita, pensiamo alla situazione di un contadino inglese di bassa condizione sociale nella fase in cui ha la possibilità di usufruire di una serie di beni comuni (boschi, pascoli), e confrontiamola con la fase successiva nella quale i beni comuni sono stati appropriati dai grandi proprietari terrieri (le famose enclosures sulle quali ha tanto insistito Marx). È chiaro che, nelle due situazioni, lo stesso reddito monetario si coniuga a una situazione materiale ben diversa, perché nel primo caso il contadino ha la possibilità di integrare uno scarso reddito monetario con beni e servizi ai quali ha accesso senza passare per lo scambio monetario, mentre nel secondo caso questa possibilità non c’è più. Per fare infine un ultimo esempio, pensiamo alla condizione in cui si trovavano un tempo i domestici che vivevano nella stessa casa dei padroni: essi avevo diritto a una casa, al cibo, spesso agli abiti, e a uno scarso reddito monetario. Un tale scarso reddito, assieme alla condizione di servitore, implicava certamente l’essere in fondo alla gerarchia sociale, ma non una condizione di miseria, come lo sarebbe invece stato se lo stesso reddito monetario, o anche uno leggermente superiore, avesse dovuto essere utilizzato per l’acquisto del cibo e il pagamento di un affitto1.

Possiamo allora adesso capire più facilmente l’errore del discorso comune sulla povertà, che la identifica con un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Il punto è che due dollari al giorno possono indicare una situazione in cui è possibile vivere, oppure possono indicare la miseria più disperata, a seconda delle condizioni sociali. Se le persone vivono all’interno di una economia di sussistenza, nella quale cibo e altri beni sono prodotti e scambiati al di fuori del meccanismo del mercato, la vita con meno di due dollari al giorno può essere possibile e può perfino essere ricca, non dal punto di vista materiale ma dal punto di vista delle relazioni umane. Ma se le persone vivono con meno di due dollari al giorno in una situazione in cui l’accesso ai beni fondamentali come cibo e acqua è mediato dal denaro, allora davvero si trovano in una situazione di disperazione.

Il punto è che ciò che comunemente si chiama «sviluppo dei paesi poveri» consiste essenzialmente nel passaggio da economie non monetarie di sussistenza a economie monetarie: per quanto abbiamo appena detto, è allora assai probabile che l’effetto di questo sviluppo sia la creazione di povertà autentica, disperata, invivibile, al posto di una situazione in cui le persone e le comunità potevano sopravvivere (certamente con meno agi rispetto a quelli ai quali noi occidentali siamo abituati)2. Queste osservazioni rappresentano fra l’altro la risposta a una tesi che ricorre frequentemente, nelle discussioni sulla decrescita, la tesi cioè secondo la quale la decrescita potrebbe essere una buona idea per i paesi sviluppati ma è improponibile nei paesi poveri. La risposta è dunque che la crescita è distruttiva sia nei paesi sviluppati che in quelli sottosviluppati, e la decrescita è una strategia di salvezza per l’intera umanità3.

Un altro aspetto di cui tenere presente, quando si parla di povertà, sta nel fatto che la povertà ha sempre anche un aspetto comparativo: si è più o meno poveri in riferimento allo status medio della società nella quale si vive e alle merci che essa considera necessario possedere. Spingendo all’acquisto di sempre nuovi oggetti, l’attuale sistema economico crea nuove povertà, perché non tutti sono in grado di acquistarli. Oggi molte persone che definiremmo povere spendono parte del loro scarso reddito per acquisti come quello del telefono cellulare: bisogna averlo perché tutti ce l’hanno, lo usano e danno per scontato che tutti debbano essere attraverso di esso rintracciabili, quindi senza di esso ci si sente più poveri. La società basata sulla crescita genera quindi povertà, da un lato perché genera bisogni cui non tutti possono accedere, dall’altro perché è organizzata in modo da rendere necessari certi acquisti. Questo è ciò che capita se per esempio scompaiono i piccoli negozi e sono disponibili solo supermercati lontani da casa, rendendo così necessaria l’automobile, oppure se a poco a poco si trasferiscono su internet gran parte della transazioni della vita quotidiana, rendendo necessario l’acquisto del computer e il suo continuo aggiornamento.

L’identificazione di decrescita e impoverimento deriva quindi da un’idea sbagliata di povertà, un’idea nella quale si sono fatti scomparire tutti gli aspetti storicamente e socialmente determinati della povertà stessa.

Allo stesso modo, occorre distinguere fra decrescita e recessione economica. La recessione è la diminuzione del Pil in un quadro immutato di mercificazione dell’economia e, più in generale, di configurazione sociale. Recessione significa allora che l’individuo ha sempre gli stessi bisogni di prima (ha bisogno dell’automobile, dell’asilo a pagamento per i figli, di cambiare continuamente il vestiario per seguire la moda e così via), ma non ha più il reddito monetario per soddisfare questi bisogni, quindi è più povero.

La decrescita, al contrario, è un mutamento qualitativo, non solo quantitativo. Decrescita significa che il Pil diminuisce per due ragioni. In primo luogo certi beni che prima venivano prodotti come merci vengono prodotti come beni non mercificati, oppure restano merci ma includono spese minori per il trasporto e la pubblicità (che andrebbe abolita). In secondo luogo cambia la struttura dei bisogni: se ci sono presidi sanitari sparsi nel territorio che forniscono prestazioni gratuite di buon livello, non si sente il bisogno dell’assistenza sanitaria privata, e chi non ha i soldi per questa non si sente povero. Se un quartiere viene attrezzato per avere una vita sociale autosufficiente, non si genera il bisogno di andare a cercare una discoteca a cento chilometri di distanza, e chi non ha la possibilità di farlo non si sente povero. La scelta della decrescita è in sostanza la scelta di una vita sobria, nella quale una volta raggiunto il soddisfacimento di una serie di bisogni fondamentali non si cerca, come succede oggi, il consumo compulsivo e distruttivo di sempre nuovi oggetti, ma si ricerca la vera ricchezza che oggi ci manca: il tempo per costruire relazioni umane ricche e rapporti di comunità significativi.

La differenza fra decrescita e recessione si comprende anche dall’osservazione che la recessione è un automatismo dell’economia di mercato: interviene necessariamente, date certe condizioni iniziali. Al contrario la decrescita è un progetto che deve essere attivamente perseguito, e sicuramente non si instaurerà in modo automatico.

Se si è compreso tutto questo, è allora facile capire come la decrescita rappresenti un progetto rivoluzionario, l’unico autentico progetto rivoluzionario oggi disponibile.

Infatti, l’organizzazione economica capitalistica spinge alla mercificazione di ogni aspetto della realtà sociale e di quella naturale: si tratta di un meccanismo necessario alla riproduzione allargata della creazione di plusvalore. Chi vuole la decrescita vuole bloccare e invertire questa tendenza, e quindi ha una posizione anticapitalistica, anche se la coscienza di questo non sembra essere pienamente chiara in coloro che la sostengono e neppure nei critici anticapitalisti della decrescita stessa.

La confusione fra decrescita e povertà, o fra decrescita e recessione, è in ultima analisi un prodotto dell’attuale egemonia del capitalismo. Si tratta del fatto che all’interno della società capitalistica appare del tutto inconcepibile una società che produca e consumi secondo una logica non mercantile. La decrescita appare inconcepibile, oppure concepibile solo come una sventura, perché il nostro immaginario è dominato da un’idea di povertà e ricchezza, e in generale di vita e di umanità, forgiata dal capitalismo. La lotta anticapitalista deve oggi essere una lotta contro questo immaginario.

1. A scanso di equivoci, precisiamo che non stiamo facendo propaganda alla condizione del domestico di famiglia, che era comunque una condizione di subalternità sociale e poteva accompagnarsi a freddezza o durezza nei rapporti umani. Stiamo semplicemente sottolineando come lo stesso livello quantitativo di reddito monetario sia compatibile con condizioni reali di vita molto diverse fra loro.

2. Ovviamente la dinamica reale dello «sviluppo» nei paesi poveri può essere molto diversa a seconda delle diverse situazioni. Ci possono essere casi nei quali lo sviluppo non ha tutte le conseguenze negative che potenzialmente potrebbe avere. Non stiamo qui indagando casi determinati, stiamo facendo considerazioni generali sulla nozione di «povertà».

3. Con queste osservazioni non intendiamo naturalmente dire che le economie di sussistenza, ancora largamente diffuse nei paesi «poveri», debbano essere conservate così come sono, ma semplicemente suggerire che un autentico progresso umano per quei paesi dovrebbe avvenire senza inseguire il modello di mercificazione universale tipico del capitalismo.

4 COMMENTS

  1. Sottoscrivo. Un tempo di queste riflessioni si facevano carico anche la sinistra e il sindacato, cioè riflettere su un modello di sviluppo che possa essere alternativo a quello capitalistico fondato su produzione/consumo/spreco; sviluppo come aumento della produzione da assorbire con un aumento dei consumi ecc. Oggi queste riflessioni sembrano abbandonate, come se nessuno le credesse possibili. Oggi quando si parla di “crisi del mercato dell’auto” si invoca un aumento della produzione, una “crescita”. Ma com’è possibile che un sindacato non rifletta sull’assurdità di un continuo aumento di produzione di auto, quando l’ambiente è saturo, è esausto?

    Il problema è che per spezzare questo trinomio produzione/consumo/spreco è indispensabile una riflessione sul concetto di socialità, di bisogni, di aspirazione al tenore di vita ecc. E nessuno sembra più crederlo possibile. E’ come se il trionfo del capitalismo avesse spazzato via ogni speranza di un modello non solo di consumo, ma di vita, diverso – migliore.

  2. Non posso in un commento esprimere tutte le osservazioni che vorrei su questo articolo.
    Pertanto, partendo dal presupposto che convengo sulla follia insita nel modello di sviluppo capitalistico, vorrei avanzare dei dubbi, delle domande che credo ci dovremmo porre.
    Siamo certi che la parola d’ordine della decrescita sia la più corretta? Perchè, in un mondo in cui tutto viene misurato sulla base della crescita del PIL, non sarà simmetricamente sbagliato riferendo ancora una volta tutto al PIL, anche se in questo caso volendolo ridurre?
    Il punto mi pare stia nella sostituzione della politica con l’economia, che questa ha praticamente eliminato la politica. Se questo è il problema, allora parlare di decrescita non potrebbe significare confermare l’egemonia dell’economia sulla politica?
    Non dovremmo allora rifiutare di usare un metro di tipo economico, ed essere in grado di entrare nel merito delle singole decisioni, facendo così dipendere le scelte economiche da scelte preliminari di ordine politico? Non dovrebbe essere questa la vera soluzione, il vero superamento del capitalismo?
    Infine, vorrei manifestare dei dubbi anche rispetto alla distinzione di beni che non costituirebbero merce perchè non monetizzati. In questo ambito, lo scambio non espresso in moneta, che quindi sembrerebbe un baratto, rende davvero così differente un bene dal comune concetto di merce?

  3. Io non so se qualcuno di voi è esperto in un qualche campo, chessò, scienza, medicina, architettura o altro. A me capita che quando leggo un “articolo giornalistico” (come viene chiamato dagli autori qui sopra) su cose di cui mi intendo, il contenuto mi sembra nella quasi totalità dei casi consistere in, e mi scuso per il termine tecnico, “cazzate”.

    Ora, quando Badiale e Bontempelli si scagliano contro la definizione “da giornlisti” di povertà come un reddito inferiore a tot dollari al giorno, stanno rivolgendo una critica all’economia capitalista, o all’ennesima cazzata che si legge sui giornali?

    Cioè, non vorrei che andando a leggere le pubblicazioni della Banca Mondiale o altre fonti (fonti, dico, non articoli di giornali) si ritrovino le stesse idee di Badiale e Bontempelli, magari scritte meglio.

    Ah, un’altra cosa: Badiale e Bontempelli sembrano pensare che pagamenti in natura non facciano parte del reddito (vedi l’esempio dei domestici nell’articolo qui sopra). Ciò è sbagliato sia dal punto di vista teorico (mi sta sorgendo il dubbio che Badiale e Bontempelli siano a loro volta dei giornalisti) ma anche pratico (si veda anche il concetto di “evasione fiscale”).

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.